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Istanbul, balcone con vista sui grattacieli
I dolori di una (non) giovane bicicletta
Blog di DODAMANTE
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Un percorso difficile
del 13-07-2007

Non voglio raccontare le nostre disavventure in Grecia, so che lo ha già fatto Dodamante. Soffermarmi su questo argomento mi provoca dolore, giacché non mi sono mai sentita così poco apprezzata, maltrattata e vilipesa, come se non servissi a nulla, se non a intralciare le normali operazioni degli umani. Spero che Dodamante non mi porti più in questo paese, almeno fino a quando non sarà sicura di poterlo fare senza causarmi dei problemi. Quando sono scesa a Istanbul, ero sollevata: ho rimesso le ruote a terra con piacere. Certo, mi sono anche spaventata un bel po’: dacché sono nata, non avevo mai visto una città così grande, e mi sono subito resa conto che non sarebbe stato facile per me. Eravamo arrivate, mi ha spiegato Dodamante, nella parte europea della città, e saremmo dovute andare in quella asiatica, in un quartiere a più di trenta chilometri di distanza. Mi sono preparata per affrontare lo sforzo. Siamo uscite dalla stazione degli autobus (nella foto), abbiamo costeggiato alcune fabbriche, ma c’era una quantità di veicoli a motore tale da oscurarci i fanali con i gas di scarico, oltre al fatto che spesso non ci lasciavano passare. Siamo quasi rimaste incastrate tra due camion; quando poi abbiamo trovato una strada sgombra, è cominciata la salita.

 

Il trucco di Cavalletta
del 13-07-2007

Dodamante non si è scoraggiata, ma io vedevo che si stava stancando troppo. Così l’ho costretta a fermarsi vicino a una officina meccanica. Ho fatto finta di avere ancora qualche problema alle sacche davanti. Non era vero, ma è stato utile, perché in quel momento passava di là un simpatico giovanotto a cui Dodamante ha chiesto informazioni sulla strada.

- È lontano da qui, ha detto questo signore, ma se potete aspettare dieci minuti, vi ci porto io con il furgone.

Era un’occasione unica. Quella sciocca di Dodamante ha pensato che poteva farcela da sola, tanto più che il giovanotto tardava, e i dieci minuti erano diventati una mezzora. Ha provato a salire un po’ per la strada scoscesa: io mi sono fatta pesante, il più pesante possibile, poi è passato un camion che ha sputato una nuvola di fumo.
Alla fine Dodamante si è arresa, ha tirato fuori un libro e ha aspettato che quel signore finisse di preparare il furgone. Quando è venuto, mi ha preso con delicatezza, al punto che ho avuto voglia di tradire la mia cavaliera: il furgone era bello, pulito, ampio, insomma un trattamento da vera regina delle bici da corsa. Dodamante è salita davanti con lui; ho sentito che si chiamava Çinar e lavorava come chef in un ristorante che sta sulla punta della torre di Galata (sullo sfondo nella foto), nel cuore della città europea. Ma era originario dell’Azerbaijan, così Dodamante gli ha detto che ci saremmo andate, durante il nostro viaggio, e mi è sembrato contento.
Era davvero amabile, quel Çinar, e ci ha lasciato con un gran sorriso, davanti al mare. Anche se ho subito capito che la strada da fare, per noi, sarebbe stata ancora lunga.

 

Sul Bosforo
del 13-07-2007

Serviva una nave per traversare il Bosforo, servivano dei soldi per pagare la nave. Dodamante arrancava, sudando sulla mia pedaliera, quando ci imbattemmo in un cavaliere baffuto, in piedi sulla soglia di un negozietto.

- È lontano, Ataşehir?
- Parecchio. Serve il battello, e poi altra strada.
- Quanto costa?
- Il gettone per la nave, più di una lira turca.

Dodamante non aveva soldi turchi e non sapeva dove trovare un banco di cambio. Ma il cavaliere baffuto capì subito la situazione, e le regalò due lire.

- Domani, disse Dodamante, ripasso di qua con le due lire. Grazie.
- Non è necessario, rispose il cavaliere col baffo. Buon cammino.

Così ci imbarcammo sul battello, e nessuno fece caso alla mia stazza. Era caldo, ma la veduta sul Bosforo fu tale da disperdere nell’oblio l’afa del meriggio. Le navi scivolavano lente sulla scia d’altre navi, attorniate dalle gabbianelle che annodavano volteggi di rara maestria, quando il battello approdò in Asia, al molo di Kadıköy.

 

(Auto)strada da brivido
del 13-07-2007

Ci rimettemmo in strada. Di tanto in tanto, la mia cavaliera chiedeva ai passanti notizie sulla via, e ne cavò la direzione e la distanza. Tuttavia, capì pure che si trattava di un sobborgo, Ataşehir, per raggiungere il quale occorreva addentrarsi per una via impervia riservata ai veicoli a motore. Tentammo in tutti i modi di evitarla, addentrandoci per altri sentieri. Il sole calava, ed eravamo ancora per via quando ci ritrovammo per una selva di motori guizzanti, perdute e impaurite. Cercammo riparo sulla corsia di emergenza, poi su una stretta pista e polverosa appena oltre il garde-rail. Ci impolverammo tutte, dalla testa ai piedi, dal manubrio alle ruote, mentre il sole riverberava sui grattacieli. Con molta fatica riguadagnammo infine una strada secondaria, galoppammo per qualche chilometro, ma Dodamante non era sicura che fosse la strada giusta, e tornammo indietro.
Mi sentivo miserevole e sporca, ammaccata e sfinita. Comparve all’improvviso un blocco di cemento assai grande: si chiamava Carrefour, e allora veramente mi preoccupai. Eravamo forse tornate indietro, per errore, al punto di partenza del nostro viaggio? Ricordavo di aver visto quel blocco molte volte, ma forse era qualcosa che gli assomigliava. Certo eravamo ben stanche, quando Dodamante – che non aveva ancora denaro turco – ebbe un’idea.

 

Libagioni stradali
del 13-07-2007

Eravamo giunte in uno slargo assai moderno, ove un pedone senza macchia e senza cellulare era appeso alla cornetta di un apparecchio telefonico, a noi precluso dalla mancanza di denaro turco. Dodamante gli passò un numero di telefono. Lui chiamò, e fummo salve.
Il pedone telefonico parlò con il cavaliere Hamdullah, gli spiegò la situazione e gli descrisse il luogo. Il cavaliere arrivò di lì a poco, trovò Dodamante e la Cavalletta intente a libare tè in mezzo alla piazza, in compagnia del gentile ospite telefonico. Questi presto si congedò, in una profusione di ringraziamenti a lui rivolti dalla mia cavaliera. Hamdullah caricò tutti i bagagli sulla sua carrozza e lo seguimmo con solerzia: un paio di chilometri appena mancavano alla meta, e senza nulla addosso volammo leggere verso il desco imbandito di un piccolo ristorante all’aperto.
Dodamante mi legò a un albero, e si sedette in compagnia di Hamdullah. Quando tornò a riprendermi, era visibilmente sollevata. Doveva aver mangiato e bevuto con gusto. Era ormai notte quando entrammo nella magione del cavaliere Arbilone d’Ankara. Costui era di stanza a Baku, e la dimora d’Istanbul era vuota, fresca e accogliente.

 

Volatili e grattacieli
del 13-07-2007

Dodamante mi sistemò sul balcone, ove passai il resto dei miei giorni istambulioti. Certo avrei voluto galoppare almeno un po’, liberamente, per le strade del Bosforo. Ma quello che avevo visto, venendo, mi dissuase. Scesi un giorno, nel meriggio, per le strade fiorite di Ataşehir a rodare le ruote, un paio d’ore. Per il resto, fui confinata alla compagnia di due piccioni e altri volatili, sul belvedere alto davanti ai grattacieli. Erano questi piuttosto lontani, in verità, preceduti da una distesa di piccole casette basse tra le fronde. Però facevano cortina, gli alti palazzi, e il mare del Bosforo non lo rividi più. Alla partenza, sette giorni dopo, fui ben accolta su un piccolo autobus che scendeva verso il porto di Harem. Ma non riattraversammo il mare. Ormai eravamo in Asia, e fui presa nell’autostazione di Harem come un normale bagaglio, tra mille altri di grande ingombro. Salii in piedi, trionfante, nello stomaco dell’autobus Süzer diretto a Trebisonda, con tutti i bagagli addosso. Feci così più di mille chilometri, e ne scesi integra e riposata. Il nuovo panorama mi piacque assai, e potei fare qualche galoppata intorno al Mar Nero per sgranchirmi le ruote.

 

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