HOME PAGE JANULA CASSINO NOTIZIE GENTE UNIVERSITA' BLOG AFFARI EVENTI AIUTO! Accesso Area Riservata Cittadini di Janula Accesso Area Riservata Operatori Aumenta la dimensione dei caratteri
Main Page Blog
Scelta dei Blog
Ultimi 100 Blog
Ultimi 100 articoli
Top 100 Blog!
Blog per Categoria
Indefinibile
Cultura
Lavoro
Passioni
Personale
Scrittura
Società
Gestione dei Blog
Crea un nuovo Blog
Scrivi sul tuo Blog
Registrazione a Janula.it
Registrazione come Cittadino di Janula


Username:  Password:  
Password dimenticata?   Registrazione Nuovo Utente 


Le sorprese di Trebisonda (Trabzon)
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
Consultato 5524 volte

Matrone della notte
del 16-07-2007

Gli immensi palazzi d’Istanbul scomparvero alla vista. Stivata bene la Cavalletta nel ventre del torpedone, potei infine abbandonarmi al comodo scranno a me riservato sulla via di Trebisonda. È proprio un bel cavallo, la mia Cavalletta, pensai con un moto di malcelato orgoglio. Bella, leggera, elegante, sono fiera di accompagnarmi con lei, anche se è faticoso. Spero di non doverla abbandonare o vendere lungo la via.
Annottava, e il mare di Marmara ci seguiva sulla man destra. Laggiù, oltre quel braccio d’acqua, il profilo nero d’una costa accidentata, collinosa, si imbiancava d’una luna forte, che mi rese felice d’improvviso. Ricordai d’altri viaggi notturni, nel comodo bozzolo d’un treno o d’un torpedone semivuoto, e ritrovai quel palpito di pura gioia che solo produce il moto nella notte.
Moto senza meta precisa, spostamento fisico, trasporto di corpi nello spazio, cullamento di fibre, estasi dell’andare. Mi beavo di cotali pensieri quando una donna grassa, vestita d’una tunica che comprimeva malamente l’esubero delle carni, fu assegnata allo scranno vicino. Nella terra dei Turchi, di norma sui torpedoni siedono le donne con le donne, gli uomini con gli uomini. Ciò è cosa buona, perché gli uomini spesso russano come orchi, sono di stazza maggiore, e nei viaggi d’estate è facile trasudare immondi odori e disgustosi, come capitò col vicino alla cavaliera Rolanda. Ma stavolta la matrona assestò le sue immense fattezze sul seggio di lei e sul mio. Fu così fino a Giresun, e ormai la mattina era fatta, e la meta ultima assai vicina. Eppure dormii e sognai, sognai di cose moleste; ciò nondimeno, il risveglio fu dolce.
Aprii gli occhi sul largo del mar Nero, e quando la matrona mi salutò, apprezzai il netto candore del torpedone che si riempiva del sole del mattino. Il giovane in marsina fu solerte per tutto il viaggio: ci procurò da bere, e acqua di colonia e talco profumato, e passò spesso a rimuovere i lasciti dei passeggeri, e proibì l’uso dei telefonini. Ad ogni sosta in siti di servizio, il torpedone fu lustrato dentro e fuori. Arrivammo senza sforzo alcuno a Trebisonda, e trovammo subito ricovero per la notte.

 

I misteri del chiostro
del 16-07-2007

Andammo spedite alla chiesa cattolica di Santa Maria. Ai tempi del mio internamento in convento, quando mi sottrassi al secolo col nome di suor Deodora, solevo trascorrere lunghe ore nella meditazione della scrittura. Il silenzio del chiostro mi fu complice, allora, nel vergare le mie precedenti avventure. Speravo quindi di trovare cotale atmosfera nella chiesa di Trebisonda, per rendere indelebili i fatti del mio viaggio. Mi aprì la porta la perpetua Elena di Romania, che mi introdusse in una stanza piccola e raccolta, di sobria e delicata bellezza, piena dell’essenziale.
La Cavalletta fu accolta nel cortile, nei pressi dell’orto (nella foto). Fu felice del sito, almeno credo, e non fu mai impaziente di scavallare oltre le mura. Amò la compagnia del cavaliere Nico, che come la perpetua sua sposa si esprimeva nell’italico idioma. Fu attento e premuroso, e si occupò di noi quando la sposa fu trasferita nel chiostro di Samsun. Amava pescare nel Mar Nero, e raccontò alla Cavalletta d’una cavaliera austriaca che venne in passato a Trebisonda, e nel cortile della chiesa smontò e rimontò da cima a fondo la sua cavalcatura, che era della famiglia della Cavalletta.

- Non sono cosi abile, purtroppo, dissi al Nico, ma se una ruota si atterra potrei riuscire a ripararla.

In quella, fui scossa dalla vista d’un giovane di gentile aspetto, l’occhio glauco e la capigliatura d’un biondo cinerino. Nessun segno denotava che non appartenesse al secolo, ma presto compresi che viveva e celebrava il rito nella chiesa. Padre Waldemar era solo, guida d’una comunità di fedeli che non si manifestava quasi mai. Dalla terra di Polonia era venuto per mantenere vivo l’ultimo lascito della chiesa cattolica di Trebisonda; e il denaro per sopravvivere era quello donato dai passanti e dai viaggiatori che sostavano in città presso la chiesa. Fui colpita dalla serena mestizia del giovane pastore senza gregge, dal chiaro dei suoi occhi, come spesso mi accade nell’ombra dei conventi che visito. Mi lasciò usare i suoi strumenti di scrittura e mi avvidi che, a un dipresso, nella stanza, uno schermo fotografava la scalinata esterna e i suoi passanti. Ciò mi sorprese alquanto e non ne chiesi la ragione. Assai più tardi, in quel di Baku, Arbilone d’Ankara me ne ricordò il motivo, e ne fui sgomenta.

 

La scomparsa delle Natashe
del 16-07-2007

Ci trovammo nella chiesa per via d’un libro che consiglia i viaggiatori. Esso diceva pure che l’antica città di Trebisonda, ormai appellata Trabzon nel turco idioma, fu l’antica colonia greca di Trapezunta e poi la piccola capitale del regno dei Comneni, impero di civiltà bizantina che resistette per due secoli e più, fino all’avvento dell’impero ottomano nell’anno del Signore 1461. Era dunque il luogo giusto per dimorare in una chiesa, laddove fosse ancora in uso. E ancora, dal collasso del regno del Soviet, la vicina città di Trebisonda, diceva il libro, si faceva culla di traffici diversi e del commercio dei piaceri, giacché le bionde Natashe russe, o di russo idioma, trovarono quivi la via per offrire servigi ai giovani turchi. Tutte le locande e i modesti ricoveri di Trebisonda si prestavano a ciò, e l’unico luogo sprovvisto di traffici siffatti era dunque la chiesa.
Partii così sulle tracce della città dei piaceri, santa di chiese e prostituta di bordelli, che si doveva offrire ambigua e ammiccante come Alessandria dell’Egitto, come Tangeri del Marocco. Trovai di santo, e splendido di affreschi, benché le chiese fossero dismesse o trasformate in moschee. Nulla trovai di laido, né che potesse ricordare quei traffici carnali. Vidi qualche matrona bionda in attesa alla fermata dell’autobus, e un paio di mutande affiorare oltre i pantaloni dalla bassa vita. Foulard colorati e una profusione di giovani nelle vie strette del centro, nell’ore del meriggio. Carrozze elettorali (andavano alle urne, i Turchi, il 22 luglio di quell’anno, www.repubblica.it/2007/04/sezioni/esteri/turchia-gul-candidato/chieste-elezioni/chieste-elezioni.html) e piccoli torpedoni svelti, commerci vegetali e tanti di quei siti con le macchine ove potevo scrivere le mie storie con la Cavalletta.

 

Città senza mare
del 16-07-2007

Poche sono le biciclette di Trebisonda, poiché la città sale sulle colline, e il terreno non è agevole ai cicli. Ve ne sono, tuttavia, ad uso di giovani garzoni, ma non pare che siano impiegate nei lavori di trasporto. Il mar Nero lambisce una costa spoglia di case e di spiagge: vi corre un’autostrada che nasconde i colori dell’acqua. Resta vivo il porto, grande e chiuso al pubblico passeggio, e non vidi che una nave in attesa di moto.

- Istanbul? Chiesi un dì al giovane piantone che ne sorvegliava i traffici.
- No, rispose, Sochi, terra di Russia.

Russia! Pensai, chissà quando ci arrivo. Ed ebbi un fremito, pensando alle difficoltà del cammino. Un altro lasciapassare da prendere, un nuovo nome da dare alla Cavalletta. Fino a qui poteva dirsi una bisiklet, presto sarebbe diventata un velosiped. A poche centinaia di chilometri, l’ex regno del Soviet avrebbe ben accolto le fattezze del mio destriero, o l’avrebbe piuttosto confinato alle bizzarrie del mondo che del capitale accumulato si vuole sbarazzare? Girai intorno al porto con la Cavalletta. Trovammo le tracce della città industriale, officine meccaniche, giganti del cemento, un topo bello morto, veicoli guizzanti e un molo diroccato che nascondeva il pallido mare.
Peccato! Pensai, ricordando di tempi antichi ove le navi avevano quivi un riferimento importante. Persa la Trebisonda, era persa la rotta, e il naufragio pressoché certo. Di quella Trebisonda restava poco. Cercai allora le antiche chiese, e ne trovai qualcuna.

 

Città senza chiese
del 16-07-2007

Sant’Anna (Küçük Ayvasıl Kilisesi) era chiusa, Sant’Eugenio (Yeni Cuma Camii, nella foto) innalzava sul colle il suo minareto, e dall’abside antica si entrava in moschea. Vi trovai un gentile messere che mi apostrofò in francese, viva memoria di migrazioni recenti, e mi mostrò gli antichi segni del culto dismesso. Scesa alla basilica della Vergine dalla Testa d’Oro, ormai nomata Ortahisar Fatih Büyük Camii, vi trovai un uomo che si batteva il petto nell’alto matroneo, deserto d’anime. Era lassù nascosto, e quasi vi inciampai. Ne fui atterrita, e feci a precipizio ritorno alla luce del giorno. Costui mi fu a un dipresso, e mi si rivolse offeso, ancora nel franco idioma che suonò strano, in quella moschea di Trebisonda:

- Che facevi costì nell’ombra, lassù in cima? Non è normale!
- È per le donne, quella parte, replicai secca.
- Non è normale! Mugugnò ancora l’uomo, e se ne andò per la sua rotta. L’avevo visto mettere a nudo la sua anima, il viso spremuto di contrizione: privilegio da lui concesso solo a Dio.

Fu un piccolo incidente, e per il resto ogni chiesa mi offrì una storia. Affreschi d’ogni sorta raccontavano le incredibili peripezie del figlio di Dio e degli altri, nelle due chiese divenute museo: la piccola Santa Sofia (Aya Sofya Müzesi), in città, e la rupestre chiesa dell’Assunzione della Vergine, nel monastero di Sumela, nel bosco verdissimo dell’Altındere. Vi andai con un gruppo di viaggiatori turchi, e vi incontrai torpedoni israeliani, cani e lavori di restauro, affreschi in parte sfigurati dall’ignobile mano dei vandali. Ero sola, invece – anche la Cavalletta non venne, giacché il sito era in altura – quando partii alla ricerca d’un monastero armeno, a Kaymaklı. Era nel mezzo delle colline profumate sopra Trebisonda, e non trovai nessuno sulla via. Qualche sperduta masseria e fronde ricche di prunoli, e finalmente apparve, semplice e chiuso, il piccolo edificio della chiesa. Un giovane massaro aperse la vecchia porta, e nel cavo dell’ombra apparvero fascine di rami secchi per l’inverno, e ancora splendidi affreschi che nessuno conservava. Erano lì, indolenti, nell’attesa di radi viaggiatori. Ne fui rapita. Subito pensai al lavoro dei restauratori, che nessuna mano pia sosteneva per quel sito, e ne fui rattristata un poco.

 

I misteri (svelati) del chiostro
del 16-07-2007

Partimmo da Trebisonda, un dì che il cielo si faceva nero, per galoppare nelle terre verdi della Georgia. Pronte che fummo, scendemmo alla stazione dei torpedoni. Era il mattino. Salutammo padre Waldemar e il cavaliere Nico; la Cavalletta era vagamente restia, eppure venne senza indugio. Alla stazione, il torpedone non arrivò. Non alle dieci, ora canonica, non alle undici, non al mezzodì, ma finalmente dopo la una. Si fece spazio tra i bagagli. Ma la Cavalletta era assai grande e il torpedone era pieno, veniva da Istanbul. Si ammaccò il copricatena, e ancora la Cavalletta non entrava. Fu coricata, ma non ci fu verso. Decisi allora di attendere il vespro, giacché un altro convoglio sarebbe partito per Tbilisi, con la stiva vuota. Tornai al convento, e fui felice di rivedere così presto i visi noti.

- Se ancora non parti stasera, puoi restare, mi disse il Nico.
- Grazie, ma partirò, risposi.

Partimmo, infine, quella sera. Giorni dopo, a Baku, Arbilone d’Ankara mi ricordò del fatto assai cruento che fu di Trebisonda, ovvero di Trabzon, nell’anno andato. Un giovane garzone colpì a morte il prete d’una chiesa, che cattolica era
(www.repubblica.it/2006/b/sezioni/esteri/ moriente30/preteucciso/preteucciso.html). Ne fui inquietata.
Era dunque per questo, che lo schermo di Waldemar teneva l’occhio vigile sulla strada di sotto. Arbilone era sdegnato, e così seppi della sua avversione per la religione estrema, e per la pratica corrente di tutte le religioni.
Sul nuovo torpedone cominciò l’avventura georgiana, e fu un passaggio cruciale.

 

Note tecniche
del 16-07-2007

- Autobus Istanbul (Harem otogar) – Trabzon:
varie compagnie, molte partenze ogni giorno
Viaggio effettuato con autobus Süzer, partenza
ore 19, arrivo ore 13 del giorno dopo (50 lire turche)

- 1 euro = 1,75 (nuove) lire turche

- Sancta Maria Katolik Kilisesi
Sümer Sokak 28
Tel. (0462) 321 21 92
www.anadolukatolikkilisesi.org
Padre Waldemar: waldus-niewinski@wp.pl
A pochi passi dalla piazza principale (Atatürk Alanı)
Ottime camere semplici con bagno,
donazione (circa 10 euro a notte)

- dolmuş Trabzon-Sumela (46 km) - Trabzon, nella foto
compagnie: Ulusoy o Metro, da Atatürk Alanı
partenza ore 10, ritorno ore 14 (15 lire turche)

- autobus Trabzon Otogar (autostazione) - Tbilisi (Georgia): Göktaş Turizm/ Asya Tur
tutti i giorni ore 18, arrivo a Tbilisi ore 7/8 del mattino (25 dollari)

 

 Pag. 1 di 1 



Cerca su Janula.it!
Cerca il testo


Janula: obiettivo su...

krysty25
Gli altri Cittadini
Janula: ultimo Cittadino registrato
atilio22
Gli altri Cittadini
Ultimo Blog creato
OFFERTA DI PRESTITO TRA PRIVATO
Top 100 Blog!
Ultimo Blog aggiornato
Il ritorno del crossover
Top 100 Blog!

2003 - Janula.it di Officine Informatiche Srl