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Tbilisi, San Giorgio al posto di Lenin
Reportage di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Pioggia di confine
del 17-07-2007

Pioggia, una pioggia violenta saluta il nostro ingresso notturno in Georgia. I duecento chilometri in terra turca, fino al confine, sfilano via senza storia. Il nuovo compagno di viaggio, giovane azero di Baku, si contiene castamente nello spazio a lui assegnato, e stavolta quasi mi dispiace. È una vicinanza piacevole, rinfrescata dall’aria di burrasca e dal tramonto strappacuore sul Mar Nero. I doganieri georgiani frugano, palpano e smontano ogni più piccolo recesso dell’autobus. Via la ruota di scorta, fuori tutti i bagagli; tutti, tranne una bicicletta e le sue sacche appese. Assomiglia al palpeggiamento dei doganieri greci, benché qui applicato quasi esclusivamente ai cittadini georgiani. Masse di vestiti nuovi vengono srotolate e soppesate, spacchettate e rimballate, e nell’operazione suona la mezzanotte, poi le due. Un passaporto italiano e uno statunitense, qualcuno turco e azerbaijano, e tutti gli altri – l’autobus non è pieno, per fortuna – georgiani sottoposti alla maniacale ispezione.

 

Alle porte della città
del 17-07-2007

Piove, quando si fa sosta in una piazzola che potrebbe dirsi una stazione di servizio. Ilqar, il mio compagno di viaggio azero, mi offre due ciambelle dolci, non ho moneta georgiana. Nella notte poco illuminata, tutto sembra diluito: poche case, la pioggia scroscia nell’autobus, e lo steward si precipita a riparare la falla. L’autobus è sporco, tutto sembra sciatto, sarà la pioggia e il petulante cinguettio dei cellulari georgiani che non si arresta neppure a notte alta. Sarà forse la mancanza di concorrenza su questa linea – non ho trovato altre compagnie – ma il servizio offerto sembra lontano anni luce dal rigore scandinavo dell’autobus tra Istanbul e Trabzon. Tuttavia gli autisti e lo steward sono gentili, si occupano dei passaporti, mi chiamano per nome e si divertono con le fattezze dalla Cavalletta. Al mattino, alle porte di Tbilisi, l’autobus s’arresta, ingolfato o senza carburante. Fortuna vuole che nei pressi ci sia una stazione di servizio. Di toilette nemmeno l’ombra, ma i campi verdissimi servono alla bisogna, mentre l’autobus si riempie e si rimette in moto.
È giorno fatto, la pioggia è cessata. Abbiamo percorso circa 600 chilometri, di cui 400 in territorio georgiano. A Tbilisi riguadagno la strada sulle due ruote, e nel grigiore del cielo ancora minaccioso mi avvio per un viale ampio, costeggiato da palazzi: edilizia a stampo, di scarsa fantasia.

 

Viaggiatori a scuola
del 17-07-2007

Sarà la pioggia che rende così desolato il paesaggio urbano. Sarà forse l’ampiezza monumentale dei viali maggiori e dei vecchi palazzi di rappresentanza, il traffico turbolento che rende un’impresa attraversare il centrale Rustavelis Gamziri, dove questi palazzi sfilano in una successione di elegante rococò e fantasie moresche. L’aria sembra gravata di nerofumo, nel centro della città. Andare a piedi in queste strade accentua la percezione della precarietà della vita. Sarà il cielo gravido di pioggia, ma sotto questi palazzi, in mezzo alla rombante presunzione dei veicoli, l’effetto di schiacciamento produce la ricerca d’una scappatoia laterale. Le biciclette sono un passatempo per ragazzini, pochissime in ogni caso.
La decadenza del mastodontico è più triste. Per il piccolo morto si prova compassione; per l’enorme, piuttosto l’orrore. In una di queste scappatoie mi imbattei in una scuola, grandioso edificio pseudogotico dei tempi presovietici. Entrai, e chiesi di vedere le classi. Nessuno si oppose, e gironzolai allora per i piani dai soffitti altissimi, vuoti di vita nel tempo estivo, dove il russo sui cartelloni appesi affiancava ormai l’inglese. Vetri rotti, pavimento disselciato. Una bottiglia di coca-cola vuota, abbandonata a terra in una classe, segnalava i resti dei nuovi tempi.

- Ricordo che la mia insegnante si bruciò il vestito, perché troppo vicina al calorifero. Oggi d’inverno, quando insegno in queste classi, si muore di freddo. L’edificio cade a pezzi, dal tetto ai piani bassi.

Ekaterina, sui cinquanta, insegna fisica in questa “public school” per ragazzi dai 10 ai 17 anni, dove ha studiato lei stessa (Tbilisi Law and Economics Institute). Ma avere il contributo statale che permette all’istituto di sopravvivere diventa sempre più difficile.


 

Madre Georgia
del 17-07-2007

Oltre la via centrale dedicata al poeta Rustaveli, i vecchi quartieri d’intorno sono più calmi, più silenziosi. Ci si allontana dal centro, e i vicoli offrono la memoria d’una misura diversa della vita, trascolorano nel verde che preme ancora, in Georgia, fortemente, alle porte e dentro i centri urbani. Tbilisi si allunga intorno al fiume Mtkvari, e sale sulle colline d’intorno. Le arterie stradali lungo il fiume pulsano di motori; un brulichio continuo accompagna l’orecchio sempre.
Dall’alto, però, la città sembra più umana, il verde del basso spunta a chiazze e si raggruma lungo il fiume. Kartlis Deda, la Madre Georgia, enorme statua albina e smilza, saluta con una coppa di vino e minaccia i nemici con la spada (foto di Arbilone d’Ankara). Convivialità e ritrosia, motori e verdissima natura, chiese piene e coppie che si infrascano nei parchi, giganteschi edifici di rappresentanza e chiesette discrete. Questa mistura si accompagna alla mutevolezza del cielo ed è capace di affascinare, anche se la vita resta dura, più dura che altrove.

 

Oro, incenso e metropolitana
del 17-07-2007

La metropolitana ha rampe di scale mobili altissime, quasi verticali, e offre spesso un panorama di discreto squallore all’interno dei vagoni e nei sottopassaggi di molte stazioni. Tanti anziani mendicano, molte donne (foto di Arbilone d’Ankara). Le pensioni sociali sono ancora troppo misere; da pochissimo i salari di alcune categorie sono stati adeguati al costo della vita. Oggi l’impiegato d’un museo pubblico, con funzioni direttive, può guadagnare 250 euro al mese.
Il museo statale georgiano d’arte si trova in un palazzo di sobrio classicismo, nel centro di Tbilisi. Fu il Seminario teologico della Chiesa ortodossa dove studiò Stalin, che era georgiano di Gori, un villaggio a una sessantina di chilometri dalla capitale. Le impiegate del museo sono perfette; le icone e i manufatti sacri del tesoro offrono una galleria splendente di ori e di argenti, di rubini e di smeraldi. L’occhio si perderebbe tra mille rapimenti se la guida, che parla un ottimo inglese, non fosse così precisa nel descrivere tecniche, date, ricerche, cose note e ignote (guantseladzeirine@yahoo.com). La decadenza delle strutture murarie o, nel migliore dei casi, il loro spoglio nitore, permette forse di apprezzare meglio la bellezza degli oggetti esposti e la competenza di chi vi lavora.
Le sale hanno soffitti altissimi e luci al neon; le toilette sono indegne d’una porcilaia, ma i paramenti sacri in mostra in una sala riverberano una magnificenza che ricorda quella delle vesti sultaniali o dei paramenti pontifici. Molto giace nelle retrovie del museo, in attesa di fondi per il restauro e l’esposizione al pubblico (mariamtordia@yahoo.com).

 

Estasi e amore
del 17-07-2007

Tbilisi è una città ricca d’acqua, di vino e di birra. Le sue propaggini estreme non si sfilacciano ancora in una informe periferia, ma sono strette tra gli alberi e i campi, tra i parchi pubblici e il giardino botanico che occupa una valle intera, lussureggiante ricovero di fuggiaschi urbani e delle coppie più ricche. Le altre amoreggiano lungo il fiume o nei punti panoramici (nella foto, la chiesa Metekhi e la statua del mitico re Vakhtang Gorgasali, che rifondò la città nel quinto secolo d.C.)
In quelle stesse chiese il culto è animato, teatrale, esibito con inconsapevole voluttà nelle icone baciate, nei segni di croce ripetuti, nei foulard colorati che indossano le donne, nelle mille fiammelle che accendono i volti dei santi. Perpetue vestite di nero puliscono e puliscono il pavimento delle chiese, raschiano e raschiano con maniacale fermezza.

 

Fiori per Stalin
del 17-07-2007

Dall’alto, Tbilisi rivela le vette appuntite delle sue chiese e i miseri tettucci della città vecchia, grigi d’amianto o rossi di ruggine metallica. L’amianto sui tetti ingrigia ogni cosa, anche i tralci verdi delle viti di Gori, villaggio natale di Stalin, a un’ora di strada da Tbilisi. Vi resta la sua casa, una modesta stanza protetta da un tempio, e un museo di stile neoclassico costruito nel 1957 che ancora oggi racconta la sua storia (www.linearossage.it/mito1.htm). Stalin rimane in piedi, quaggiù, nella piazza centrale di Gori (nella foto); una statua più piccola è pure accanto al museo. Resta vivo nella memoria di molti – georgiani, russi e non solo – che ancora oggi vengono in pellegrinaggio a Gori e depongono fiori nella sua casa.

 

San Giorgio al posto di Lenin
del 17-07-2007

A Tbilisi, invece, Mariam non ricorda la statua di Lenin che si innalzava fino al 1990 nel mezzo della piazza a pochi passi da casa sua. Ha diciotto anni, e conosce solo la statua d’oro di San Giorgio che uccide il drago, sulla cima d’una colonna al centro di quella piazza (Tavisuplebis Moedani, piazza della libertà). Non ama andare a Gori, il museo di Stalin è per lei una memoria della scuola. Le piacciono le chiese antiche di Mtskheta, la vita balneare di Batumi, i parchi intorno alla sua città. Suona il violino e il pianoforte. Sua sorella, Nino, ha sposato un giovane italiano ed è partita un paio d’anni fa. La casa è grande, su due piani, il salotto al piano terra rigurgita di quadri, benché una bicicletta stazioni da qualche giorno accanto all’impianto stereo.
Manca la luce una sera, due.

 

Presenze nel salotto
del 17-07-2007

Il padre di Mariam dorme poco, fa il tassista e la notte spesso è fuori. Un giorno lo trovai seduto, la bici accanto, il jazz americano a srotolare note nel salotto, un’espressione mesta che mi toccò profondamente. Chissà cosa passava nelle fibre di quell’uomo con cui scambiavo pochi monosillabi in russo, in quella casa che ospitava viaggiatori di passaggio, in cambio d’un compenso che ossigenava il bilancio familiare.
La nonna è giovane, il nonno è morto otto anni fa, era un medico. La porta di casa è sempre aperta. Dà su un cortile su cui si affacciano ballatoi di legno, passeggiano i gatti, si stende la biancheria. Una sera tornai tardi; la nonna mi aspettava in strada, inquieta.
Il piano alto della casa, tre stanze, sotto al tetto d’amianto, è per me sola, i gatti e qualche pulce vagante. C’è un computer, posso usarlo.

 

Musei all’aperto
del 17-07-2007

Mi ossigeno in altura, cammino per ore nei parchi ai margini della città. Scopro un altro museo affascinante, quello etnografico. Un museo all’aperto, dove le case tipiche georgiane sono state ricostruite sulla collina a diverse altezze, in base all’altitudine della regione in cui sono presenti abitualmente. More di gelso, che nessuno coglie, e ancora una guida d’eccezione che sa raccontare, con solare entusiasmo, il lavoro degli etnografi in quella pendice collinosa, verdissima (nodar_shoshitashvili@yahoo.com).

 

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