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I turbamenti di Dodamante a Baku
Dalle memorie di Suor Deodora – parte seconda
Blog di DODAMANTE
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Petropoli, la città invisibile
del 14-08-2007

Quando sbarcai a Baku con la Cavalletta, nel tempo in cui appartenevo al secolo, ero fresca d’energie e d’entusiasmi. M’immaginavo una città sospesa sul mare nero della nafta, che dall’alto svettava tra pozzi di petrolio e gasdotti maleodoranti, neri i muri, e le sirene delle fabbriche caspiane che richiamavano all’ordine i riottosi. Tutti al lavoro intorno ai pozzi; una città di palazzoni tutti uguali, moderni e brutti (foto di Arbilone d’Ankara).

 

Una città per la gente
del 14-08-2007

Quel giornalista polacco, Ryszard Kapuściński si chiamava – ricordo che allora era morto da poco – m'influenzò con le sue scritture. Alla fine dell’Ottocento, così diceva, Baku divenne una città-raffineria : la Città Nera, « uno degli angoli più brutti, movimentati e irrequieti del mondo » (Imperium, Milano, Feltrinelli, 1994, p.54). La città della pece era anche stipata di gente, nella sua parte vecchia, e costruita dagli affaristi del petrolio nella sua parte nuova d’intorno, assai snob. Era tutto questo, ma anche una sfilata di mode e di epoche architettoniche; e poi, misteriosamente, una città in mezzo al mare. Mi colpì pure il suo pensiero sulle città costruite per la gente e quelle costruite contro la gente. Baku, scriveva, è tra le prime. Si può girare per giornate intere e non dismette mai il suo incantamento. Più tardi rimemorai questo pensiero e scoprii città contro la gente.

 

Pigrizia bakuana
del 14-08-2007

I giorni bakuani passarono così, in dolce lentezza, con la scrittura che premeva nella notte e la vita che incalzava nel giorno. E nulla mi apparve di troppo nero se non l’ultima notte nel porto, quando vidi il cielo imbrunire le acque ferme, e già oscure, sotto la banchina. Era il mar Caspio, sì, non più azzurro in quel punto ma neppur color pece. Era il dolore dell’abbandono che riverberava il nero sulla superficie del mare: l’abbandono di Arbilone, che mi lasciò nel porto, e il mio abbandono della città bianca che si smorzava nel buio.
Nei giorni che precedettero il triste epilogo mi allungai nella pigrizia d’una casa immacolata e d’una dispensa ben fornita. Arbilone e il cavalier Serdar, suo amico, vennero a prendermi alla stazione ferroviaria.

 

Il cavaliere Arbilone
del 14-08-2007

Lo riconobbi subito. Quasi un lustro era passato dal nostro ultimo incontro. Lo ricordavo forte di taglia e d’animo nobile, mentre mi trasportava a spalla sotto la coltre di un gelido inverno istanbuliota. Era rimasta una macchia, in tanto candore. Quella volta mi lasciò sotto la neve alla ricerca di una locanda che mi accogliesse, perché lui potesse soddisfare i bisogni corporali a lungo trattenuti nella terra di confino ove viveva abitualmente. Non potevo dunque restare nella sua dimora in quel frangente. Ricordo che non fui felice allora: credo che avrei volentieri condiviso i suoi piaceri, e mi lasciò invece nel biancore accecante di quell’inverno innaturale per decollare tra le braccia d’una prostituta.
La sua magione d’Istanbul mi aveva accolto senza fallo, al tempo del viaggio con la Cavalletta. Era fresca e vuota: Arbilone amava Baku e vi aveva posto nuova dimora.

 

Primo matrimonio azero
del 14-08-2007

Quando arrivai alla stazione di Baku, egli mi prese con cura e mi aiutò a smontare il basto della Cavalletta. Tutto fu posto nella sua carrozza, mi portò a casa e mi assegnò una stanza.
La Cavalletta trovò comodo appoggio nella prima sala, di candido splendore.
Ricordo che era un sabato mattina, lo ricordo bene, malgrado il trapassare degli anni e le mansioni claustrali che fanno i miei giorni di ora assai simili tra loro. Baku la girai poco, sola, poiché il cavaliere Arbilone mi riempì di attenzioni fin dal primo giorno.
All’inizio fu il matrimonio in un grande albergo con piscina: una giovane damigella azera, grandi occhi azzurri e filiforme, addobbata con l’abito di rito, sposava un giovane messere turco senza capelli, ben piantato e dal largo sorriso. Ad Arbilone fu conferito il compito di rappresentare i due nel corso della cerimonia nunziale. Era lui un valente pittore, e si dilettava inoltre nell’arte della fotografia, sperando di farne un mestiere che gli consentisse di abbandonare la gestione degli affari che, a suo dire, era troppo lontana dalla sua indole d’artista. Al matrimonio fui invitata io pure.
Quel sabato, la città la vidi immersa nel profondo nero delle sue strade ampie senza luce, e mi sembrò tranquilla. La serata fu lieta. Verso la fine si alzò il vento, ma non il vento bakuano che tutti conoscono, quello che alita sui giorni già freschi dell’estate caucasica. Fu una vera tempesta, che rovesciò bicchieri, fece volare foto dentro la piscina e scompigliò il velo della sposa. Ella terminò l’opera calandosi nella piscina, e così fece il suo beneamato. Il primo bagno nunziale battezzò gli abiti e mise fine alla cerimonia.

 

Secondo matrimonio azero
del 14-08-2007

Nel tempo d’oggi, ormai lontana dai turbamenti di allora, mi rammento assai bene della sorpresa che provai quando seppi dell’ostilità di Arbilone per il vincolo nunziale. Anch’io, in quell’epoca, pensavo non fosse necessario rimettere alla legge degli uomini l’istinto e il raziocinio che ci sospingono all’accoppiamento, e conferivo un posto quasi sacro all’amore carnale. Codesto era potente, laddove condiviso, sorgente d’estasi pari a quella che sospinge i mistici sull’orlo del baratro divino. Non capii subito quale fosse il pensiero d’Arbilone riguardo a ciò.
I primi giorni bakuani furono una sarabanda d’incontri e di feste. Ristoranti e case private, e ancora un matrimonio a cui Dilara e Farida (vedere il precedente blog) ci invitarono. L’allegra brigata del treno era tutta presente. Fu una sera allegrissima di musica e danze, di cibi prelibati e bicchieri sempre colmi. Uomini belli dalle scarpe a punta, donne dall’aureo sorriso – scoprii la moda dei denti d’oro, che trovai ancor più diffusa in Asia centrale – ballavano a onde, in gruppo, insieme, sulle note forti dell’orchestra. Salutammo gli astanti al microfono, in italiano e nell’inglese idioma, e furono felici della presenza nostra.
Sola, la sposa non rideva, non ballava né appariva lieta, immobile sul trono nunziale. Indi cominciò a piangere: il viso le si spense in una maschera triste, ma nessuno sembrò preoccuparsene. Arbilone, arrivato a tarda sera, proferì allora queste parole:

- Povera ragazza, com’è giovane! Sta per essere fottuta questa notte, e forse non vuole.

Dilara aggiunse che la sposa lasciava la sua casa per una nuova vita, era dunque di certo turbata. La festa scoppiettava di musica, festoni e palloncini colorati. Qualche uomo si lanciò a invitare Giuseppa nella danza. Io mangiavo e mangiavo, lo ricordo bene, e ancor più avrei mangiato nei giorni successivi.

 

Cibo e scrittura
del 14-08-2007

Cibo, cibo a tutte le ore, cibo da riempire i pori, il frigorifero, tutta la dispensa della cucina. A Baku, in quella casa tutta moderna e lustra, con le tende sempre chiuse e l’aria condizionata perennemente accesa, passò in quei giorni ogni ben di Dio. Semi e uvette, formaggi teneri e duri, ciliegie gialle e rosse, pomodori piccoli e succosi, insalata dell’orto del cavalier Serdar, acqua minerale in bottiglia, succulente banane che regolavano la pressione d’Arbilone. Nei supermercati di Baku c’era ogni cosa, per tutte le taglie.
Ogni sera, poi, era un banchetto fuori casa. Non sempre andai, giacché a volte mi trovai lontana all’ora convenuta. Nel giorno esploravo la città; Arbilone sortiva presto per recarsi al lavoro.
La mondanità di quelle serate mi stancò subito. Avrei voluto di certo dedicarmi alla scrittura, ma ogni sera il sonno sopraggiungeva prima che la pagina fosse vergata. Le prime notti mi addormentai così, stanca del rutilante viaggio del giorno e della sera. In ultimo mi imposi alla stanchezza e vegliai, scrivendo. Ne fui contenta: nel silenzio di quelle pareti immacolate, ove la Cavalletta rimase senza muoversi mai per tutto il soggiorno bakuano, vergai infine qualche pagina che molto mi piacque.

 

Seduzione mancata
del 14-08-2007

A notte alta, l’aspro ronzio del sonno di Arbilone accompagnava la felice solitudine delle mie pagine. L’eccitazione dell’inizio era scomparsa. In tutte quelle notti, la porta di Arbilone restò chiusa. Mai ci furono segni di apertura, mai mostrò di apprezzare la seduzione del lacero vestito a fiori che indossavo in quella casa, l’unico che allora possedevo nel viaggio con la Cavalletta.
Una sera mi addormentai sul sofà, nel mezzo di una serata turcofona, ottima carne con vista sul mare. Un’altra sera mancai l’appuntamento con Arbilone. Una domenica rinunciai alla gita con l’allegra brigata del treno, giacché era l’unico giorno in cui Arbilone si riposava dalla fatiche della settimana. A casa vedemmo un film sugli amori tra comunità di culture diverse. Fu allora, credo. All’improvviso arrivò secca la richiesta che mi freddò:

- Vivo solo da quasi vent’anni, e tollero gli ospiti per una settimana al massimo. Quando prendi la nave per il Turkmenistan?

 

Cavalletta da salotto
del 14-08-2007

Ci fu la Baku della casa, quella della città e quella della scrittura. La prima fu fresca, sempre pulita, anemica di passione, grande schermo televisivo e ottima lavatrice, con una Cavalletta da salotto. Ricordo che ebbi l’impressione che mi rivolgesse con astio le sue ruote, quando la preparai per partire. Non sono fatta per restare immobile tra quattro mura, ancorché belle, almeno nell’epoca in cui possiedo ancora la pienezza delle mie funzioni. Questo mi suggerì quel giorno, quando Arbilone infine ci condusse al porto.
Non vidi più quella casa, e del suo abitante volli perdere notizia. L’epilogo fu triste, come già ebbi modo di dire. Nella mia cella, quando il mare furioso mi risveglia ululando le memorie paurose di quel viaggio, m’interrogo ancora sul ronzio di quelle notti, e sul destino che colse nel seguito il cavaliere Arbilone. Forse un giorno passerà da queste parti, e per caso siederà al desco delle suore. Oppure sarò io sazia del chiostro, e riprenderò il vestito a fiori per correre la Cavalletta, di nuovo, sulle piste del mondo, e sarò a Baku ancora.
La città della scrittura fu notturna, costruita con la penna elettronica prestata da Arbilone. La penna al mattino spariva nella sua sacca da lavoro. Questa città si fece anche nei pomeriggi inoltrati, nel sotterraneo mondo d’un emporio con piante implasticate e tante macchine con grandi schermi dalle istruzioni in russo. Quivi faceva caldo, ma la storia del viaggio pulsava e veniva. Scrivevo e scrivevo, e i giorni bakuani passavano. Ne contai dieci infine, e neppure me ne accorsi. L’ultima notte al porto, però, non potei scrivere.

 

Baku della città
del 14-08-2007

Visitai la città con Dilara, Farida e le due australiane del treno. Il punto d’incontro, sempre, fu il McDonald’s sulla piazza della fontana, assai popolato di giovani e famigliole azere, vicino alla vecchia chiesa armena che più non funzionava. Era in quel punto pure una libreria che molto attirò la mia attenzione. Aveva vecchie immagini di Baku la città nera che più non era, quasi l’avrei detta allora la città bianca.
Mi aggirai per quelle strade molto, salendo sui colli della città alta ov’era la dimora di Arbilone. Infine capii le salite, le scorciatoie, i punti panoramici, la bellezza di quel mare largo del vento fresco d’Asia. Poche navi muovevano le acque, ferme le attrezzature portuali a riva; dall’alto, Baku si apriva come un anfiteatro intorno al palcoscenico d’azzurro del suo Caspio. Ne fui commossa, e mi parve d’appartenervi un poco, d’esservi familiare. Forse fu questo che tenne sospese le mie ore in tale avamposto d’Asia, e questa mia connivenza spodestò forse Arbilone dalla sua casa. Dovette sentire che mi impadronivo del luogo come mio, e volle ritrovarne il possesso. Oppure non trovò l’ardire di scendere in campo a fronteggiare il mio vestito a fiori, e così volle allontanarmi da sé. Fu questa almeno l’idea che si fecero del caso le amiche australiane.

 

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