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Notti del Caspio
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Posto di guardia
del 19-08-2007

Ho passato tante notti sui treni, sulle navi, negli autobus, è la mia avventura e Arbilone ha bisogno di concentrarsi sulla sua vita. Mi ha abbandonato nel porto di Baku con la Cavalletta (vedere il blog precedente).
Chissà quanto durerà questo malessere. È un dolore secco, che non si scioglie in lacrime, è come una ferita che richiama sangue all’interno invece di perderlo. Il poliziotto azero che mi ospita, in questa casupola all’ingresso del porto, fa di tutto per farmi capire quello che dice, in russo.
La Cavalletta è nella sala d’aspetto, il poliziotto dai denti d’oro mi prepara il tè. Puoi dormire qui adesso, c’è la televisione, l’aria condizionata.
L’attesa si prolunga, ricevo una, due telefonate e capisco che Arbilone non verrà più, né a mezzanotte né oltre. Lo capisce anche il poliziotto, e allora mi spiega, mortificato. Non posso restare lì tutta la notte, deve chiudere il posto di guardia e andare a casa. Se resto io, deve rimanere pure lui, e dormire sulla poltrona dell’ufficio. A casa lo aspetta un comodo giaciglio, e forse il dolce guanciale d’un ventre di donna. Fuori è nero fondo.

 

Posti letto
del 19-08-2007

Il molo si riaccende di poche luci. Oltre la linea dei convogli allineati e immobili in attesa dell’imbarco, sul fondo della banchina una voce di donna chiama:

- Dodamante! Dodamante!

Tre o quattro figure sono nell’ombra, due sedute, non distiguo bene i volti ma paiono giovani. Poi la voce rischiara un viso gioviale, e accanto, quello d’un uomo alto e tatuato, e ancora il cranio rasato d’un tipo ben in forze sulle due gambe. Li riconosco, e mi si allarga il cuore. Meri, Farhad e Rustav aspettano la nave, in quel porto, in quella notte. Prima che la notte coprisse il colore dell’acqua, quel pomeriggio ci eravamo trovati accanto alla lenta risacca sotto la banchina. Una maestra di scuola, un calciatore e uno studente, due uzbeki e un russo, tutti diretti a Turkmenbashi, porto turkmeno sul mar Caspio, un tempo chiamato Krasnovodsk.

Cominciai qui a capire l’incredibile mistura delle genti e la complicazione dei nuovi confini che frazionavano le terre d’Asia una volta appartenenti al Soviet.
Furono loro i miei compagni di quella notte, e del tempo che seguì intorno al Caspio. Mi portarono alla masseria del porto.

- Ecco l’albergo a una stella e mezzo! dice Farhad il calciatore (a destra nella foto).
In effetti costa un manat, più la sua metà, per un letto. Il dormitorio femminile ha un giaciglio vuoto, ma le lenzuola sono così stropicciate, la branda così militaresca da far passare ogni tentazione di sonno. Ripongo la Cavalletta carica nel deposito di derrate alimentari della masseria e me ne vado fuori.

 

Posti d’attesa
del 19-08-2007

La notte passa, lenta e inesorabile, sotto questa tettoia dall’eterno ondulato d’amianto, in attesa d’una nave scomparsa nelle pieghe tempestose del mar Caspio. Forse non arriverà neppure domattina e sarò sempre più stanca, senza dimora. Chissà se esiste davvero questa nave, che non attracca al porto da sei giorni, e da sei giorni almeno Arbilone avrebbe voluto allontanarmi dalla sua magione.
La notte è fresca, quasi fredda su questo sedile di legno ove mi stendo. La tettoia copre una trentina di persone cariche di preistoriche valigie, ma nessuno dorme. In mezzo alla notte il trambusto si fa solido: arriva la nave, arriva, e anch’io mi faccio prendere dalla frenesia dell’imbarco. Ma non è la nave giusta: questa va in Russia. Della mia, nessuna notizia. Si addensa ormai il nido nero della notte. Meri, Farhad e Rustav dormono da qualche parte nella masseria; vegliano solo i tassisti, uno strano personaggio da porto con un grande berretto, ed io, chiusa nella tuta da battaglia che respinge l’acqua e il calore, l’umidità e il vento.

 

Treni e gabinetti
del 19-08-2007

I passeggeri per la Russia spariscono oltre la transenna che si fa nera contro il mare notturno. Chi resta, dorme nella masseria. Alle prime ore del mattino mi assopisco finalmente, sulla panca di legno del porto. Quivi ritrovo più tardi, col sole ormai alto, i tre compagni dell’avventura nuova. Rustav fuma e sputa, Meri mi accompagna a cercare una toilette. La masseria confina con la strada ferrata, e nella mattina due treni merci sbarrano il passo alla cabina del gabinetto. Rannicchiate sotto i treni in sosta, piedi nel guado immondo dei resti umani che mai videro una pattumiera, riusciamo a conquistare l’acre odore del buco tagliato nelle assi.
Dietro il molo, il panorama marino è cambiato. Non più uno sguardo che sfonda verso l’orizzonte pallido dell’acqua, ma la gittata breve d’una fulminea speranza: la nave, quella nave, è nel porto di Baku.

 

Partenza
del 19-08-2007

Saliamo a bordo. Il controllo dei funzionari azeri è blando. Non devo aprire nulla, solo mi chiedono del visto per il Turkmenistan. Mostro il foglio del mio lasciapassare.
- L’originale dov’è?
- Parigi.

Non devo aggiungere nulla. Mi lasciano andare, e mi indirizzo verso il garage della nave. Depongo con cura la Cavalletta al lato dei vagoni ferroviari che la nave porta, ma lo spazio è ben ampio. La lego, la fisso per bene e recupero il bagaglio per la traversata. Poi prendo possesso della mia cabina, che ha muri ciechi e materassi immondi. La cambio con una migliore con vista mare, dieci dollari extra, e gironzolo per gli anfratti della nave. Trovo un salottino pulito e fresco, entro.

Furono pochi minuti: un sonno pesante cancellò la coscienza del movimento. Quando mi risvegliai, tre ore dopo, alle sei del pomeriggio, eravamo in mare aperto. Baku non si vedeva più.

 

Il villaggio del cargo
del 19-08-2007

Pollo arrosto e patatine fritte da leccarsi le dita, nella sala ristorante di questa nave azera che scivola via sull’olio d’un mare immobile, una quiete assoluta dopo la tempesta dei giorni scorsi. I passeggeri sono pochi; Meri, Farhad e Rustav spariscono presto nelle loro cabine, dopo cena.
La mia cabina è quasi chic; condivido il bagno con Jamie e Helen, una coppia di giovani inglesi al giro dell’Asia. Con loro, fanno tre europei e una bicicletta sulla nave Mercury Uno, cargo del 1985 della Caspian Shipping Company, di proprietà dello stato azero (www.caspar.baku.az). La nave trasporta materiale ferroviario: ventotto vagoni merci nel garage, accanto alla Cavalletta, dice Faik il marinaio. Mi suona incredibile un carico simile, non sembra immensa la stiva di questa nave. Ciò nondimeno, ci sarebbero pure tre camion, un carico di ossido di alluminio, latte, zucchero, succhi di frutta e soft drinks. E ventisei passeggeri, ma la nave ne potrebbe portare ottantasei: sono a bordo undici turkmeni, otto russi, quattro azeri, tre europei.
L’equipaggio è più numeroso: quarantatré in tutto, dal capitano agli addetti alle pulizie. Ma quello che si nota di più è un manipolo di giovani praticanti dell’Accademia navale, viaggiano per farsi le ossa in attesa di diventare dei veri shipmen della flotta azera. Hanno intorno ai vent’anni, parlano tutti un inglese discreto, ma due di loro meglio degli altri. Due di loro, tra gli altri, accompagnano le fantasie accese da questo viaggio.

 

Piattaforme di stelle
del 19-08-2007

Bruciano le piattaforme del petrolio, in questa notte sul mar Caspio. Sembrano navi ma non si muovono, sono ferme in mezzo al mare, con la fiamma accesa lassù in alto, e il pilone che la sorregge invisibile nell’oscurità. La fiamma si staglia sull’acqua nera, lascia una scia di giallo che arriva fino alla murata della nostra nave. Sembra una lama infuocata che taglia l’acqua, come un petrolio che si accende appena fuoriesce dalla superficie del mare. È bella questa notte sul mar Caspio, fa quasi freddo, il pontile è bagnato.
Nessuno circola fuori, ormai. Forse dormono tutti, o non sono interessati alle magnificenze della notte. L’equipaggio le conosce bene, e per gli altri forse non c’è nulla di straordinario in questo buio scenario industriale.
Si estingue in lontananza l’ultima fiammella delle piattaforme, navigando verso la costa del Turkmenistan. Resta il nero del mare, e l’aerea piattaforma delle stelle che si toccano con le due mani. L’Orsa maggiore è qui, enorme, stampata dietro la bandiera azera che prende il vento fresco di questa notte miracolosa sul Caspio.
Mezzanotte, le due sul pontile. Musica rock sparata addosso dalle cuffie, la testa immersa nella cortina di stelle. Un orgasmo di tutte le fibre, la felicità assoluta di questa notte solitaria che si prolunga nel battito sereno del mare.

 

Prima della letteratura
del 19-08-2007

Il boss dei praticanti si chiama Magomed. Ha quarant’anni, un paio di baffi, gli occhi piccoli e azzurri. Ha navigato tanto ed è stato pure in Sicilia. Lì lo chiamavano “il turco”, perché l’Azerbaijan nessuno sapeva dove fosse. La mattina del giorno dopo, Magomed fa colazione con la bella Malika, occhi del cobra, dice lui.
In sottofondo, melodico rock russo. Dall’alba la nave è immobile, all’àncora davanti alla costa turkmena. La terra è là: una striscia brulla, desertica, che si raggruma di costruzioni in due macchie più grandi.
I marinai hanno gettato la lenza. Il colore del mare non assomiglia a quello del porto bakuano, ma al colore degli occhi di Malika.
Due navi, prima della nostra, devono scaricare nel porto di Turkmenbashi. Non si sa quanto durerà l’operazione, forse fino a domani, dopodomani, chissà. Un’altra notte a bordo, un’altra notte di stelle.
A colazione è un viavai di telefoni cellulari. Meri, Farhad e Rustav giocano con la musica scaricata da Internet, i due inglesi chiamano la guida che li attende nel porto. Il Turkmenistan doveva essere il paese senza telefonini. Guardo il mio, e leggo: «Benvenuto in Turkmenistan. Con il tuo telefonino TIM puoi ricevere chiamate, inviare e ricevere SMS (sulle reti che consentono questo servizio)». La tecnologia arriva prima. Prima della letteratura, prima della democrazia.

 

Vodka a colazione
del 19-08-2007

Magomed e Malika (a destra nella foto) mi invitano al loro tavolo. È una colazione sontuosa: pomodori e uova, riso e melone, e la prima bottiglia di vodka. La prima della giornata, e forse della mia vita. Si brinda alla salute, al viaggio, agli amori, ad altre cose che non capisco bene, in stretto russo. La vodka va giù d’un fiato, ma non mozza il respiro. Anzi. Arriva pure la bionda Svetlana. Di lei capisco molte cose, e mi stupisco che me le abbia dette in russo; suonano così semplici, così chiare. Ha trent’anni. È andata a Baku per incontrare il suo amore azero, ed ecco la foto. Un ragazzo bello grasso, largo sorriso. Sua madre è una cattolica della Moldavia, il padre è ebreo, si sono incontrati in Uzbekistan, hanno avuto due figli e si sono trasferiti in Turkmenistan. Poi l’impero del Soviet è finito. Svetlana e suo fratello hanno passaporti turkmeni, i genitori sono andati a vivere in Israele.
Uscire dalla terra dei turkmeni è difficile, persino avvicinarsi ai confini di stato è complicato. Per sposare il suo amore azero e vivere serenamente in Turkmenistan, Svetlana dovrebbe pagare allo stato una tassa pari a cinquantamila dollari. Con questa cifra, in Turkmenistan, si può comprare un ottimo appartamento.
La colazione avanza nella mattina e si fa pranzo. Verso mezzogiorno arriva Farhad il calciatore, e la seconda bottiglia di vodka. Lui non tocca alcool, è uno sportivo. Arriva anche la babushka, la nonna russa, che viaggia sola, a ottantotto anni. Racconta dei tempi della seconda guerra mondiale, quando faceva l’infermiera a Krasnodar.
Arrivano i due inglesi e ne approfitto per cedere loro il mio posto, davanti alla bottiglia di vodka. Fuori, sul ponte più alto, fa fresco.

 

L’attesa tra i presidenti
del 19-08-2007

Siamo in mezzo al mare, davanti alla costa turkmena, aspettando un numero indefinito di ore. Spero che l’attesa duri almeno un paio di giorni: si sta bene, c’è un vento fresco, l’aria è pulita e anche il mare, almeno così sembra. C’è cibo, vodka, e imparo il russo. Non so bene quello che mi attende, laggiù, su quella costa desolata che per ora ci respinge. La nave mi protegge, è un bozzolo senza tempo, nello spazio sospeso che non appartiene a nessun luogo, a nessun confine umano. Misuro a grandi passi il ponte superiore, la musica russa in cuffia accompagna le mie falcate – un regalo di Malika occhi-di-cobra, a cui ho dato Lucio Battisti in contropartita. La reception è chiusa, e i passaporti non ci appartengono più, fino alla discesa. Il ritratto del vecchio presidente azero sorveglia le nostre traversie, appeso accanto alla reception. Heydar Aliyev (nella foto) è morto alla fine del 2003, il figlio İlham ha vinto le elezioni nell’ottobre di quell’anno. Le opposizioni sono deboli, il nuovo presidente consolida il suo potere e l’economia azera va a gonfie vele. È morto anche il vecchio presidente del Turkmenistan, Saparmurat Turkmenbashi il Grande, al secolo Niyazov, nel dicembre 2006. Davanti alla costa di quell’enigmatico paese, mi chiedo di quello che vi succede in questi giorni.

 

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