HOME PAGE JANULA CASSINO NOTIZIE GENTE UNIVERSITA' BLOG AFFARI EVENTI AIUTO! Accesso Area Riservata Cittadini di Janula Accesso Area Riservata Operatori Aumenta la dimensione dei caratteri
Main Page Blog
Scelta dei Blog
Ultimi 100 Blog
Ultimi 100 articoli
Top 100 Blog!
Blog per Categoria
Indefinibile
Cultura
Lavoro
Passioni
Personale
Scrittura
Società
Gestione dei Blog
Crea un nuovo Blog
Scrivi sul tuo Blog
Registrazione a Janula.it
Registrazione come Cittadino di Janula


Username:  Password:  
Password dimenticata?   Registrazione Nuovo Utente 


Turkmenistan, la rivincita della Cavalletta
Una bici per le strade dell’Asia
Blog di DODAMANTE
Consultato 7946 volte

Il viaggio della scrittura (disegno di Lise Morio)
del 22-08-2007

Alla fine l’ho spuntata: posso raccontare io del paese dei turkmeni. Dodamante mi passa l’incarico, sa che me lo deve. Dopo l’immobilismo di Baku, infatti, l’avevo minacciata: me ne vado per conto mio, se non mi cavalchi per le strade del Turkmenistan. Mi sento un po’ in colpa per questo. So che era già triste per l’abbandono di Arbilone d’Ankara, e un altro abbandono non l’avrebbe sopportato. E poi in questi giorni Dodamante è molto impegnata, così mi ha ceduto volentieri il compito di scrivere. La scrittura, mi dice spesso, è la parte più faticosa del viaggio. Perché continui a scrivere allora, le ho chiesto una volta. Le avventure intorno al mondo, o quelle della propria testa, scappano via con grande facilità, mi ha risposto. Bisogna trovare il modo di fermarle. Io ho solo la scrittura come mezzo, e forse la fotografia, ha continuato. Tu che sei una bici, registri nell’usura dei tuoi meccanismi le buche, i dossi, le intemperie e la cattiva manutenzione. Ma tutte le tue storie sulle strade del mondo, potranno conoscerle solo quelli che ti cavalcheranno. Leggendo l’ammaccatura del tuo copricatena, un sensibile cavaliere potrà sapere che sei caduta mentre tentavi di entrare nel bagagliaio di un autobus. Ascoltando il gracchiare del tuo portapacchi, quel cavaliere, o un altro, saprà che il basto anteriore che hai portato per giorni era male in equilibrio.
Io scrivo perchè il mio viaggio si usura nel ricordo, ha continuato Dodamante, e il mondo che cavalco sparisce in fretta, dalla mia memoria e dal tempo che cambia se stesso in ogni istante. Pochi potrebbero leggere gli effetti del viaggio nelle pieghe del mio viso, o nell’andatura del mio passo. Pochi potrebbero condividere le mie giornate, le asperità e le gioie della strada che trasformano inesorabilmente la mia vita. La lettura d’uno scritto è un viaggio comodo, forse molto più comodo di quello che faccio con te, cara la mia Cavalletta. Ma non è detto che abbia meno valore. In più, sono tanti a poterlo seguire, il viaggio della scrittura.

Quando Dodamante comincia con queste tirate filosofiche, chiudo i fanali. Sono una bicicletta semplice, ho bisogno di poche cose. Correre su una buona strada, un carico non troppo pesante, una manutenzione regolare. Ho avvisato Dodamante. Il mio racconto sul Turkmenistan sarà così: semplice e breve. Va bene, ha detto.

 

I tappeti di Turkmenbashi
del 22-08-2007

Quella città di Turkmenbashi mi sembrò un villaggio svizzero, dopo quello che avevo visto al porto di Baku. Me ne accorsi la mattina seguente. Eravamo arrivate a notte fonda; un tassista ci aveva condotto in una strada buia, io ero sul tetto della macchina. Anche da lassù era difficile capire come fosse d’intorno. Dodamante era esausta. La prima notte in quel nuovo paese la passai in una cucina, vuota di cibo ma bella e pulita. Jamie l’inglese aveva preparato una minestra di spaghetti cinesi, e vidi Dodamante inghiottire quel brodo con il gusto di chi interrompe uno sciopero della fame (vedere il blog precedente).
L’indomani, ce ne andammo a spasso per quelle vie linde e quasi vuote, e la città di Turkmenbashi, prima chiamata Krasnovodsk, mi stupì alquanto: l’avevo immaginata tutta diversa. Sabato mattina, d’estate: era il porto sonnacchioso, la stazione immobile, il lungomare assai deserto, con qualche punto animato di bambini, di ragazzi in vena d’avventure marine. Allontanandosi dal porto, il mar Caspio s’impaludava, e la strada costiera si snodava bella, con un marciapiede che quasi avrei detto pista ciclabile. Il luogo più vivace era il bazar. Le abitazioni erano sobrie, tetti a spiovente. Tappeti stesi al sole tra le case, persino sotto una pensilina che sembrava quella d’una fermata d’autobus; statue, e ritratti d’un viso serio e pasciuto, che avrei visto molte altre volte in quei giorni.
Cavalcammo le strade un paio d’ore. Quindi ci portammo allo stazionamento dei convogli per Ashgabat, la capitale. Un manipolo d’uomini ci si fece intorno. Dodamante patteggiò il costo del trasporto. All’improvviso, quattro mani mi sollevarono in aria. Atterrai sul fianco, adagiata sul letto di ferro del bagagliaio che sormontava un piccolo torpedone. Partimmo.

 

Deserti
del 22-08-2007

Ashgabat, 583 chilometri. La strada è larga e piatta, il fondo pietroso a tratti ci fa sobbalzare. La rada vegetazione predesertica si accende di colori insperati. L’autista tira come un dannato, e ballo come in alto mare, sul dorso alto del torpedone. Il mar Caspio sparisce presto, e arrivano i dromedari al pascolo. Pali della luce, cavalli, arbusti, camion, e ancora dromedari. Poi un villaggio di casette basse in muratura, tettucci d’ondulato che sembra metallico.
Ecco la città di Balkanabat: belle case, una grande stazione ferroviaria. Ashgabat, 415 chilometri.
Le automobili sono ancora vecchie Lada, ma anche grosse macchine nuove. Il convoglio sfreccia sicuro, molleggiando lungo la strada. Dodamante penserà di certo a tutti i colpi che questo sobbalzare mi procura. Resto miracolosamente incollata al tetto, ogni tanto vedo spuntare dal finestrino una testa di ragazzo che mi controlla.
Il deserto fiorisce d’improvviso nel verde. Mi cullano i colori caldi, pastosi, del tardo pomeriggio.
La notte ci coglie quando manca un’ora di strada per Ashgabat. È buio, in queste strade della capitale, l’ingresso in città è scortato da giganti in muratura, grattacieli che sembrano nuovissimi.
L’autista ci scarica davanti al cancello di Murat. Scendo a terra, intatta, dopo sette ore di sobbalzi nell’aria calda.

 

Il rifugio dei viaggiatori
del 22-08-2007

Murat è azero, la sua famiglia si è installata in Turkmenistan quando lui era piccolo. La sua casa è bella e fresca: mi piace molto stare qui. C’è un grande cortile al centro, da una parte abita lui con i genitori anziani (nella foto) – non ho visto bambini né donne giovani – dall’altra ci sono le stanze per i viaggiatori di passaggio. Ma la cosa più allegra, sono i piccioni. Di solito sono chiusi nei loro appartamenti, ma a volte circolano nel cortile intorno alle mie ruote. In questo cortile c’è pure un grande tavolo: ho visto Dodamante mangiare a quattro palmenti, e ho capito che era il posto giusto dove restare qualche giorno.
Sarei rimasta volentieri all’ombra nel cortile, ma stavolta Dodamante ha mantenuto fede alle promesse. Mi ha preso tutto il giorno, e ho potuto vedere bene la città di Ashgabat.

 

La città senza gente
del 22-08-2007

All’inizio ero spaventata: sembrava una città vuota, senza gente. Siamo andate in una grande piazza con splendidi palazzi e cupole d’oro. Ci siamo fermate vicino a un palazzo che aveva uno schermo video nei giardini davanti, e una guardia ci ha fischiato. Via di là, voleva dire, l’ho capito bene. È qui il palazzo di Saparmurat Turkmenbashi il Grande, mi ha spiegato Dodamante, e quelli sono i suoi ministeri. Mi sono stupita: sapevo che questo presidente era morto da sette mesi, ma nulla sembrava indicare un cambiamento. Si vedeva ancora lui nei cartelloni stradali, nelle statue d’oro. Il nuovo presidente, Gurbanguly Berdymukhammedov, doveva lavorare nell’ombra, perché della sua faccia non v’era segno alcuno.
Ho visto che Dodamante aveva la macchina fotografica in tasca, ma non osava. È passato un uomo alto, sembrava straniero. Camminava a passo spedito. Bonjour, ci ha detto. In un attimo, ha fatto due click ai palazzi con la sua macchina fotografica, ed è sparito alle nostre spalle.

 

Il lavoro degli architetti
del 22-08-2007

Sulla grande piazza dell’Indipendenza non passava quasi nessuno. Nessun bambino giocava, nessuna coppia si parlava sulle vuote panchine. Ci avvicinammo al palazzo di Turkmenbashi (a sinistra nella foto). C’era una scritta, in un inglese che mi sembrò zoppicante: “The prezidential palace was built under the auspices of president of Neutral Turkmenistan Saparmurat Turkmenbashi and dedicated on April 18 1997. designed by French Architect Robert Bellon”. Pensai a quegli architetti che avevano progettato il cuore del potere turkmeno, e a quelli che invece creavano abitazioni per la gente di cui nessuno scriveva la storia. Due mestieri diversi, senza dubbio.
I soldati dietro la grata del palazzo non sembravano ostili. Erano molto giovani. Ci videro leggere la scritta in inglese, guardarono le mie ruote, e aprirono il cancello. Non credevo ai miei fanali. Dodamante aveva delle foto nelle mani, di lei con gli amici, e le mostrò ai soldati. Furono pochi istanti. Arrivò uno più alto e più vecchio, con la faccia dura, e li fece rientrare. Non fu violento, solo un po’ brusco. I soldatini non avevano l’aria troppo spaventata, ci salutarono discretamente, e ce ne andammo sull’altro lato della piazza.

 

Torri e terremoti
del 23-08-2007

Era qui uno strano monumento, sembrava una torre bonsai, o il treppiede di una macchina fotografica. Ecco l’Arco della Neutralità, mi disse Dodamante. Lassù in alto, la statua d’oro gira su se stessa per seguire la luce del sole, durante la giornata. Era sempre lui, Saparmurat Turkmenbashi, che apriva le braccia al suo popolo, nell’ora in cui questo accoglieva la sua politica neutrale e le bizzarrie del suo dominio.
Lì accanto era pure un toro imbizzarrito che infilzava un globo assai turbato, sopra un tetto che sembrava sprofondare nelle aspre viscere della terra. Ci avvicinammo. Sembrava tutto chiuso. Dodamante mi accostò al muro per recarsi all’entrata. Capimmo che si trattava di un monumento per ricordare il terremoto del 1948, quando la vecchia Ashgabat fu rasa al suolo in un minuto. Morirono i due terzi della popolazione, tra cui la madre e altri familiari del presidente Turkmenbashi. Cinquant’anni più tardi, architetti turchi e scultori turkmeni avevano prodotto la torre e il vicino monumento. Dodamante scese i gradini per cercare l’ingresso del museo del terremoto. In quella, una guardia ci fischiò alle spalle. Via di là, voleva dire. Andammo via.

 

Verso il bazar
del 23-08-2007

Sembra di essere in un plastico gigante, disse Dodamante. Capivo che era sbigottita, e che avrebbe voluto incontrare la gente ordinaria: quella che lavora, usa i mezzi pubblici, ha una casa dove torna tutte le sere. A me, invece, non dispiaceva quella strana città tutta nuova. Potevo correre, le strade erano lisce, i marciapiedi larghi, c’erano persino gli scivoli per far passare le sedie a rotelle o le biciclette. Ma soprattutto potevo correre: anzi dovevo, perché in certi posti non era possibile sostare.
Andiamo al grande bazar Tolkuchka, oggi è domenica, mi annunciò Dodamante. Lo sapevo. Sapevo che, per incontrare la gente, il primo posto da visitare è il bazar. Però io non avevo molta voglia di andare: di solito i passaggi tra le mercanzie sono stretti, inadatti alle ruote d’una bici. Spesso c’è tanta gente, e io sono una bicicletta solitaria, amo le grandi distese aperte. Ma non potei fare nulla. Cercai di cambiare strada, persi il fanale davanti, ma Dodamante fu irremovibile. La feci sudare sui pedali: erano quel giorno quaranta gradi, la vidi bere molto, ma non mi sembrò mai affaticata.
Attraversammo un largo ponte su un fiume melmoso, poi un villaggio di casupole semplici ma non cadenti, con le strade sterrate. Ecco dove vive la gente, disse Dodamante a voce alta. Forse, qualche anno fa, Ashgabat era tutta così. Mi feci trascinare in mezzo alla sabbia per qualche centinaia di metri. Entrammo nel bazar Tolkuchka dal retro. Alla fine fui contenta: c’erano molte biciclette, tanti pezzi di ricambio, le strade tra i banchi erano larghe a sufficienza, e mi piacque molto.

 

Al mercato
del 23-08-2007

Dodamante mi condusse nel settore dei tappeti. Voglio comprare due belle sacche turkmene da metterti davanti, mi disse. Sapevo che le aveva viste nei musei, servivano per gli asini, almeno credo. Ero tutta eccitata per il mio nuovo basto, quando incontrammo Scott. Si capiva che non era turkmeno, ma non l’avrei detto americano. Tanto meno avrei immaginato che lavorasse nell’ambasciata degli Stati Uniti. Era simpatico e parlava un ottimo russo. Era venuto al bazar con l’autobus pubblico, e anche lui fu stupito di trovarci lì. Ci aiutò a cercare le sacche. Non ce n’erano. Pazienza, mi dissi, mi avrebbero fatto caldo, di questi tempi. Dodamante però vide un tappeto. Piccolo, rosso, del tipo detto di Bukhara. La donna che lo aveva fatto era lì, ed era il suo pezzo migliore.
È difficile far uscire un tappeto dal paese se non hai un certificato, disse Scott. È per evitare l’esportazione illegale di antichità, continuò. Il tappeto rosso rifulgeva sotto il sole. È meglio comprarlo in un negozio dove possono farti tutti i documenti necessari. La donna aspettava, tappeto in mano. Conosco Dodamante, e già sapevo. Aveva deciso, e non ci fu verso. Negoziò, e prese il tappeto. Un altro carico per me, pensai. Però il tappeto era bello, non pesava molto, e non mi preoccupai troppo.
Scott comprò una coca-cola, e poi ci salutò. Tornammo piano verso la città del potere, ma prima di arrivarci, passammo accanto a un altro bazar. Ecco il vero centro della città, annunciò trionfante la mia cavaliera.

 

Incontri da marciapiede
del 23-08-2007

Cipolle, patate, pomodori, cetrioli, carote, melanzane, cavoli, uva, more, frutta secca. Il settore della carne. Vien voglia di mangiare tutto, in questo Teke Bazary. Ci fermiamo su una panchina. Dodamante tira fuori le vettovaglie che ha comprato. Fotografa i passanti. Transita una cavallona in minigonna, seno ondeggiante tra pizzi e merletti. Nessuno la guarda. Un ragazzo robusto, dalla faccia un po’ rossa, si siede accanto a noi. Parla un buon inglese.
Mi pare che Dodamante lo trovi simpatico. Racconta tante cose interessanti sul paese dei turkmeni. Un litro di benzina costa 400 manat: la benzina più economica del mondo. Per un chilo di pesche, ce ne vogliono 25.000 (circa un dollaro). Un ottimo appartamento in affitto, nella capitale, costa l'equivalente di 200 dollari per i turkmeni. I trasporti pubblici, il gas e l’acqua nelle case hanno costi minimi, il sale è gratis nei negozi Karakum.
Nel 1985 Niyazov fu eletto Segretario Generale del Partito Comunista del Turkmenistan. Quando l’impero del Soviet finì, Niyazov rimase. Diventò pian piano Turkmenbashi il Grande, e fece cose pazze negli ultimi dieci anni. Questo diceva quel giovanotto. E aggiunse: ci sono stati dei cambiamenti, con il nuovo presidente. Nuove relazioni positive con la Russia, per esempio. Molte compagnie russe sono tornate qui. La gente si sente più libera di parlare, di dire.

 

 Pag. 1 di 2 [>>]



Cerca su Janula.it!
Cerca il testo


Janula: obiettivo su...

m513
Gli altri Cittadini
Janula: ultimo Cittadino registrato
Patricia Jean
Gli altri Cittadini
Ultimo Blog creato
Finanziamento di denaro Credito
Top 100 Blog!
Ultimo Blog aggiornato
La Gemella Francese
Top 100 Blog!

2003 - Janula.it di Officine Informatiche Srl