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Le ultime meraviglie del Turkmenistan
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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La cabala di Ashgabat
del 07-09-2007

(Avvertenza: a causa della tastiera usata, tutti gli accenti di questo testo sono divenuti apostrofi, ce ne scusiamo con i lettori)

Ho voluto riprendere il racconto della Cavalletta sul Turkmenistan, perche' alcune cose non puo' saperle, non era presente. Non c'era, ad esempio, quella sera ad Ashgabat quando mi persi girando a piedi per il centro della citta'.
La notte si approssimava, e non riuscivo a trovare la strada di casa. Nessuno conosceva il nome segnato sulla mia cartina. Tutte le strade di Ashgabat, per volonta' del vecchio presidente Turkmenbashi, nel 2002 erano state numerate: numeri, al posto dei vecchi nomi. Cosi' nessuno sembrava ricordare ne' nomi ne' numeri. Mi persi nella cabala della citta' di Ashgabat, e mi avvidi alla fine che giravo in tondo, attorno a pochi isolati.
La dimora cercata era poco distante, in fondo alla buia via dal nome ignoto, e quando vi arrivai, mi gettai con rabbia famelica sulla cena ormai fredda.

 

La piramide di Berzengi
del 07-09-2007

Lasciai la Cavalletta nel cortile di Murat (vedere il blog precedente) anche nel giorno di Berzengi, della qual cosa mi pentii alquanto. Sarebbe stato assai piu' facile vedere questa zona grande, piena di palazzi nuovissimi, torri spettacolari e giovani arbusti, in sella alla mia prode cavalcatura. Fui incerta, e scelsi male, quel giorno. Presi l'autobus, cercavo la piramide del centro commerciale Altyn Asyr (nella foto). Era ignota alla piu' parte, qualcuno
mi suggeri' un autobus che non trovai. Doveva essere la piu' grande fontana del mondo, cosi' diceva il libro che accompagnava il mio peregrinare asiatico. Nessuno dei cittadini che interpellai conosceva una tale magnificenza.
La trovai quasi per caso, alla fine. L'ultimo uomo a cui ne chiesi notizia, mi diede informazioni sbagliate.

- I love you! Mi saluto' cosi', senza malizia. Voleva essere d'aiuto, e confortare la mia ricerca con parole che mi suonassero familiari.

 

Cattedrali nel deserto e fiori rossi
del 07-09-2007

Sulla cima della piramide, un ristorante e poi una discoteca furono il mio belvedere. Su un lato vidi la citta' che ammassava la vita in una spessa cortina d'alti palazzi. Sugli altri lati, spazio, tanto spazio da
farne campi e campi di verde coltivato. Ma altra ne era la destinazione.
Musei enormi e vuoti d'anime, piccole foreste in crescita, qualche gigante in muratura che mi dissero consacrato a centri commerciali, al ministero della salute, e infine anche alle dimore dell'umana stirpe.
Erano cattedrali nel deserto tra le neonate fronde, e laggiu' le alture spoglie, rocciose, dell'incombente arida distesa.
Incontrai Fiore Rosso alla fermata dell'autobus per tornare verso il centro di Ashgabat. Era Gyzylgul attorniata da un nugolo di bambini, e sbocciava l'idioma inglese dalle rotonde sue forme. Lo aveva imparato da se', a casa, quando non insegnava la lingua turkmena ai giovani prepuberi. Mi invito' nella sua dimora, e molto mi dispiacque di non poter andare.
L'indomani partimmo dall'aeroporto vecchio. Decollammo in vettura, la Cavalletta insalamata nel bagagliaio aperto.

 

Verso Mary
del 07-09-2007

Fu un viaggio di sole donne, conduttore a parte. E fu un viaggio sereno, anche se a meta' il motore si spense. Subito dopo la citta' di Tejen, la cinghia di trasmissione smise di funzionare. Il giovane conduttore fu prontamente preso da un'altra vettura che lo riporto' indietro nella citta'. Lo aspettammo a bordo dell'auto immobile. Torno' presto con un altro tassi' e trasbordammo: le due turkmene, la Cavalletta nel nuovo bagagliaio, e me medesima. Il paesaggio era desertico, roccioso in lontananza.

- Sei cinese? mi chiese il nuovo autista.
- No, ma vado in Cina, risposi stupita.

Filammo a piu' di cento: vedemmo meloni spappolati da fresco incidente, un cane morto sulla via. Presto fummo a Mary, davanti al Zelyony Bazar, vicino al parco dei divertimenti e al museo regionale.

 

Al museo
del 07-09-2007

La Cavalletta carica fu sorvegliata dalla guardia del museo, nel tempo che mi occorse per cercare Mukhabbat. Impiegata nel museo regionale di Mary, era costei la sorella di Malika (vedere il blog "Notti del Caspio"). Non le somigliava molto, ma era comune alle due una certa soave gentilezza, e il piacere che mostro' nel ricevere la mia visita inaspettata fu autentico.
Visitai il museo, e non pagai nulla. Era il piccolo gioiello di questa sonnacchiosa cittadina di provincia, resa celebre dalla bellezza del sito antico di Merv, a meno di un'ora in vettura dal luogo ove le due sorelle abitavano, sole, in un palazzo moderno, al piano decimo.
Vidi il museo due volte, in due giorni diversi. In mezzo ci fu una mattina a Merv, e furono ore d'un piacere condiviso; ore speciali, benche' la Cavalletta non fosse presente. Rimase infatti, quel di', a godere il fresco nell'ombroso appartamento alto, giacche' a Merv andammo in taxi.
Il museo fu un'ottima introduzione alle bellezze di Merv, antica capitale dei turchi selgiuchidi nei secoli undici e dodici, grandiosa citta' del mondo islamico che fu seconda al tempo solo a Baghdad. Ero curiosa di vedere cosa ne restava in piedi, dopo il lavorio dei secoli e l'opera dei mongoli, che passarono di qua nel 1221 e quasi tutto rasero al suolo, quasi tutti fecero fuori dei suoi cittadini.
Nel museo, un plastico mostrava cio' che era intero prima del mongolico passaggio. Molti oggetti ricordavano altri passaggi, e la mistura delle credenze che fecero ricche queste zone: zoroastrismo, cristianesimo, buddismo e islam. Bellissimi oggetti dei tempi piu' moderni raccontavano la vita delle tribu' nomadi, lo splendore delle loro case-yurte, la meraviglia dei tappeti rossi, dei gioielli delle donne.
Il piccolo museo fu per me il centro della citta', e le due sorelle il centro degli affetti (nella foto, Mukhabbat a destra).

 

Lifting architettonico
del 07-09-2007

Nella casa di Malika e Mukhabbat vidi l'erotismo torrido della televisione russa, l'Italia che bruciava nell'estate rovente, tanto cibo da sfamare un'orda di mongoli affamati.
Nei viaggi, le distanze nelle relazioni umane spesso si accorciano in modo inestimabile: passai due giorni con le due sorelle, e fummo in tale gioiosa armonia d'intenti da non accorgermi mai che parlavano russo, e che il mio russo non era calibrato per sviscerare la filosofia dei sentimenti.
Andammo dunque a Merv, Malika e me medesima, senza la Cavalletta. Mukhabbat lavorava, e con noi venne il giovane vicino di casa, Artiom. Fu un pellegrinaggio tra archeologia e cerimonie propiziatorie.
Fui sorpresa molto dalla vista del mausoleo del sultano Sanjar il Selgiuchide (nella foto), che rimembravo in immagini antiche, massiccio e tozzo, nel mezzo d'una spianata di deserto. Vidi una cupola che nulla mostrava di tale ricordo. Nel 2004, turchi e turkmeni finirono il restauro della vecchia rovina, cosi' almeno mi parve di capire, e il palazzo del secolo dodici sembro' nuovo. Pensai a un Colosseo ricostruito, alla Sfinge d'Egitto rifatta. Mi sembro' triste, questo lifting architettonico, come le rughe stirate sul viso d'una donna anziana. Non ebbi
il tempo di rattristarmi troppo, tuttavia. Camminammo su quel che restava delle mura piu' antiche, e per il resto, propiziammo i desideri.

 

Sotto la coperta
del 07-09-2007

- Tu non hai un marito, vero? Ne vuoi uno? mi domando' Malika quel giorno.
- Non so, risposi prudente.

Eravamo vicino alla moschea di Yusuf Hamadani, accanto alla tomba di un derviscio del secolo dodici.
Girammo tre volte intorno a questa tomba, poi Malika, che musulmana non era, mi condusse sul retro. Attorno a una coperta si assiepava un gruppo di donne e di bambini. Era molto caldo, quel giorno,
e si approssimava il mezzodi'. La coperta era stesa su una grata, la grata copriva un pozzo, e un corpo di donna si avvicino' alla grata.

- Se vuoi un marito devi stare sotto la coperta, sulla grata, per tre minuti almeno, disse Malika, e si preparo'.
- Penso di non volere un marito, risposi, e il giovane Artiom abbozzo' un sorriso.

Malika emerse dalla coperta sudata ma soddisfatta.

 

Merv, citta' dei desideri
del 07-09-2007

Al mausoleo di Mohammed ibn Zeid (nella foto), girammo ancora tre volte attorno alla tomba.

- Voglio trovare un grande amore in questo viaggio, chiesi al santo maestro sciita. Forse non era davvero quella la sua tomba, ma l'evocazione del suo nome era ugualmente efficace nell'esaudire i
desideri.

Perche' la richiesta potesse essere accolta, era necessario non rivolgere mai le spalle alla tomba. Tornammo indietro col passo del gambero, fino all'ingresso del mausoleo, e terminammo cosi' la cerimonia propiziatoria di Merv, citta' dei desideri.

Ero sicura che le nostre richieste di quel giorno avrebbero trovato presto le risposte che volevamo.

 

Siccita' notturna
del 07-09-2007

Il giorno in cui partimmo da Mary, la Cavalletta e me medesima, l'elevatore non funzionava. Scendemmo giu' dal piano decimo con tutti gli equipaggiamenti, lentamente, con l'aiuto d'un vicino di casa di Malika. La Cavalletta si comporto' bene: non perse il carico, non si incastro' nelle scale, non punto' le ruote per impedermi di partire. Aveva voglia di andare,
evidentemente: a casa di Malika era stata trattata con tutta la delicatezza del caso, ma sapevo che non amava le lunghe soste in salotti e corridoi.
Dal canto mio, avevo amato la casa di Malika e Mukhabbat: la grande sala con i tappeti a paramento dei muri, la cucina senza lavello, persino la vecchia vasca da bagno ove la notte non si poteva fare la doccia: niente acqua corrente dopo le dieci di sera. Pensavo alla profusione d'acqua delle fontane d'Ashgabat, e la siccita' notturna di Mary mi sembro' indecente.
Allo stazionamento dei torpedoni ci prese un giovane simpatico che andava nella citta' di Turkmenabat, ove avrei potuto attraversare la frontiera con il paese degli Uzbeki. Molti furono attratti dalla strana andatura del nostro duo. Alla Cavalletta toccarono le ruote e la sella, molti si fecero intorno per offrirci il trasporto, ma il giovane (all'arrivo, nella foto) ci propose il servigio migliore.
Partimmo nel meriggio, la Cavalletta mollemente riversa nel retro del torpedone, e me medesima accanto al conduttore. Filammo senza impedimento alcuno per tre ore buone; la strada era discreta, la
calura clemente, e un dolce sonno ci prese a tratti.

 

Hotel Gagarin
del 07-09-2007

Nessuno appellava Turkmenabat con questo nome: per tutti era Charjou, come ancora si chiamava prima delle fantasie nominatorie del vecchio presidente Turkmenbashi. Vi arrivammo nell'ora del vespro. Tutte le locande per i viaggiatori parevano chiuse; il giovane conduttore ci porto' sulla riva del fiume Amu-Darya, e si fermo' davanti alla facciata anonima d'un edificio basso.
Deposi la Cavalletta col basto carico sotto un pergolato, ed entrai nella locanda. Mi saluto' l'effigie di Turkmenbashi, che dalla parete dell'ingresso sorvegliava ancora i movimenti nell'albergo Gagarin. Poi venne una bimba dalle trecce lunghe, e una donna gentile ci forni' una stanza. Enorme, con quattro letti tutti ugualmente putridi. Non vi era altro libero, salvo un divano.
Presi il divano, e il vuoto balcone divenne la mia stanza per una notte. Nella sala vicina, una donna in piedi parlava a un manipolo di giovani che si assiepavano davanti a quei macchinari su cui potevo
scrivere le mie storie con la Cavalletta. Fui felice di vedere tale scena nella locanda: avrei potuto trascorrere una parte della notte nella felice solitudine della scrittura. Ma quando fui pronta per entrarvi, trovai la sala chiusa a chiave. La lezione
era finita.
Il balcone fu un'alcova tranquilla. La Cavalletta sopporto' la prossimita' dei quattro letti, ma la fortuna delle cavalcature della sua specie e' quella di poter dormire in piedi.

 

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