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Bukhara, bruna città dei commerci
Prime avventure uzbeke della Cavalletta
Blog di DODAMANTE
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Le fatiche dello sbarco
del 18-09-2007

Quella sera, a Bukhara, il profilo di mura antiche apparve ai miei fanali. È la prima cosa che ricordo della città, insieme a due gentili giovani che aiutarono Dodamante a ricollocarmi la catena che era fuoriuscita dal suo loco abituale, nei trasbordi tra un tassì e l’altro. La galoppata nel deserto mi aveva estenuato, con tutto quel vento, il fiume grandissimo che attraversammo, la strada desolata nel suo ultimo tratto prima della frontiera.
A Bukhara avrei voluto subito riposare, ma Dodamante mi spinse via dalla stazione ove eravamo scese. Tentai di opporre resistenza, mi scrollai di dosso le sacche davanti approfittando dell’incipiente oscurità notturna, ma un uomo che passava aiutò Dodamante a ricollocare il basto caduto, e ci indicò la strada. Andammo dunque verso il centro della buia cittadina, alla ricerca di una locanda che ci accogliesse per quella notte.

 

La prima notte nel cortile
del 18-09-2007

Capii subito che Bukhara era assai diversa dalle città che avevamo attraversato nel paese dei Turkmeni. Non potei vedere molto, quella sera, e anche Dodamante mi sembrò assai stanca. Ad ogni modo, le luci notturne illuminarono palazzi dai portali enormi, e in una stradina ancora assai animata ci fermò una gentile signora dall’incarnato scuro. Vidi Dodamante assai interessata alle sue parole. Parlava piano, quella signora, non intendevo che un suono assai lontano. Ero frastornata e mi sentivo assai pesante, con tutto il mio carico ancora addosso; non prestai molta attenzione a quel moderato bisbiglio. A un tratto mi sentii sollevare in aria da quattro mani, dovetti arrampicarmi su una breve scala, passai ad un quadrivio sotto una grande porta che mi sembrò un bazar ormai chiuso. Infine ci infilammo in una straducola sconnessa e senza luce. Qui tutto mi pareva assai cadente, ma avevo perso il fanale davanti ad Ashgabat e non potevo dunque comprendere appieno ciò che si parava davanti alle mie ruote. Svoltammo all’improvviso in un vicolo stretto, ancora più oscuro, e dovetti passare nella forca d’una porta piccola che dava accesso ad un cortile pulito e fresco, ove si trovava una piattaforma coperta di tappeti e ben illuminata. V’era pure un minuscolo giardino, su un lato; quivi Dodamante mi accostò all’erba alta, mi tolse il basto, e potei infine riposare. Vidi Dodamante in piedi dietro a una finestra ov'era luce, sembrava fosse all’interno d’una grande stanza. Di lì a poco tutte le luci si spensero, e una lieve brezza cullò la mia prima notte nel cortile di Bukhara.

 

La città bruna
del 18-09-2007

Molto mi piacque, nei dì che seguirono, aggirarmi per le strade di Bukhara. La città bruna, così mi parve di cogliere nei colori che vidi intorno alle mie ruote, era animata e rumorosa; i suoi palazzi erano imponenti, ma le case degli umani, in generale, assai modeste, almeno dall’esterno. Capii tuttavia che spesso i cortili interni offrivano la quiete, e vi erano molte stanze d’intorno al medesimo livello, senza piani alti. I tetti erano piatti o quasi, e ancora trovammo quelle brutte tettoie ondulate che facevano paura a Dodamante; erano ovunque, persino sulle locande più lussuose.
Vidi molte biciclette che facevano trasporto d’uomini e cose, ma non d’umane cavaliere. Un vecchio caravanserraglio fu spesso meta delle nostre cavalcate. Quivi una donna vendeva frutta, e un uomo medicava le cavalcature della mia specie; un dì Dodamante comperò un bullone che mi mancava, un’altra volta mi fece gonfiare le ruote. Vidi quell’uomo guardarmi con affetto, e poi con cupidigia.

 

Dell'uomo che voleva comperare la Cavalletta
del 18-09-2007

Nel nostro viaggio, molti mi avevano toccato, soppesato, manovrato i freni ed altre cose. Era curiosità e sorpresa, lo capivo bene. Ma questa volta, quell’uomo altro voleva; il suo sguardo era quello d’un esperto, fine conoscitore delle cavalcature e dei loro malanni. Quell’uomo mi voleva, ne ero certa.
Disse un dì qualcosa che non capii bene, ma compresi subito che mi riguardava. Credo che proponesse a Dodamante uno scambio: la Cavalletta italiana contro un velocipied uzbeko. Ricordo che ebbi paura, benché conoscessi bene la mia cavaliera; ebbi paura ch’ella potesse farsi tentare dall’esotismo d’una cavalcatura locale, dall’idea di portarsi in Europa un gigantesco souvenir a due ruote da mostrare come conquista di viaggio. Dell’aver dubitato della fermezza della mia cavaliera n’ebbi onta, in seguito. Difatti ella rispose subito a quell’uomo:

- Questa cavalcatura era del mio avo, mai potrei venderla o scambiarla con altra.

Distesi i freni per il sollievo. L’uomo aggiunse ancora:

- Se decidi tuttavia, io sono qui.

 

I misteri del viaggio di Dodamante
del 18-09-2007

Di Bukhara amai molto quel cortile che mi fu dimora. Vi giocava un bambino ancora malfermo sulle gambe; un altro vi correva più spedito, e la nonna cuciva sui tappeti, sotto la tettoia. Mai piovve; il pergolato che mi sovrastava mi nutrì d’ombra e di mieloso siero da cui Dodamante mi protesse come poté, vestendomi di plastica. Ma non fu questo che disturbò il mio soggiorno in quella magione. E neppure fu l’uomo che voleva comperarmi, e l’improvviso timore di restare per sempre nella bruna città uzbeka. Più tardi, quando Dodamante tornò dal lungo viaggio a Khiva e nella terra dei Karakalpak – l’avevo attesa per sei dì riposandomi nel cortile, poiché quella terra era lontana e dura per le cavalcature della mia specie – quando dunque tornò a riprendermi, sentii che qualcosa non andava, e questo mi turbò alquanto. Udii la voce della mia cavaliera provenire dalla dimora accanto; ella non venne a prendermi tuttavia, né venne a vedere come stavo. Ciò mi parve strano. Sentii ancora che ripeteva le stesse parole, e voci d’uomo che non avevo mai udito prima d’allora. Non la vidi, quella notte, e dovetti aspettare fino al meriggio del dì seguente. Allora comparve, il viso stanco, e mi rimontò il basto. Aspettai a chiedere, sentii che non era il momento più propizio per ascoltare la storia di quella notte.

 

La giusta andatura
del 18-09-2007

Mi accorsi tuttavia che lasciavamo Bukhara con eccessiva fretta. Sentii l’impazienza che incalzava nei miei pedali, quella brusca volontà di cambiare strada che prende ogni tanto Dodamante quando le cose non vanno per la direzione ch’ella s’è imposta. Non mi maltrattò propriamente; capii che l’urgenza di allontanarsi doveva nascere da un evento assai tumultuoso, forse traumatico, a cui voleva opporre una distanza che le permettesse di raccontarlo, senza farsi trascinare dall’intensità d’un sentimento vivo. Credo sia difficile raccontare d’una paura o d’una sensazione d’amore quando vi si stagna ancora dentro. La paura paralizza gli umani, rende folli le cavalcature; quanto all’amore che resta inappagato, serve talora ad acuire i sensi degli artisti e dei poeti. Ma la storia d’un viaggio deve raccontare d’un movimento, d’un cambiamento che trasformi chi lo compie, o lo spazio d’intorno. E quando si stagna nell’amore inappagato, nulla si muove se non il proprio dolore che gira attorno alla macina d’un mulino, e compie lo stesso percorso circolare dieci, cento o mille volte. Il nostro viaggio non era questo, lo capii bene anch’io che sono una bicicletta semplice.
Le infinite meraviglie del viaggio spezzarono quel pernicioso moto circolare. Ed ora che siamo già lontane dalla bruna Bukhara, in altre lande assai diverse dell’Asia centrale, solo ora possiamo dare alla storia che ci occorse la giusta andatura del racconto.

 

Al mausoleo di Ismail
del 18-09-2007

Prima della partenza di Dodamante per Khiva e per il paese dei Karakalpak, a Bukhara ci riposammo, e vidi alquante bellezze disseminate nel ricco tessuto della città. Dodamante mi parve a volte un po’ scontrosa: non capii bene se amasse Bukhara o vi si trovasse giocoforza; era spesso alterata e faceva movimenti scomposti sulla sella, forse a causa del terreno sconnesso. Tuttavia nei giorni di Bukhara trovammo un accordo quasi perfetto, e fui davvero il destriero che ogni cavaliera può sognare di condurre nelle mille avventure che il globo terracqueo le riserva. Ero assai paga di tanta bellezza, e fu anche per codesto motivo che acconsentii a rimanere sola nel cortile di Bukhara quando Dodamante si allontanò verso il Karakalpakstan.
Prima di tale partenza, Dodamante mi lanciò al galoppo ogni dì per le vie della nobile città bruna, che conservava molte splendide vestigia d’un passato ricco e prospero, benché segnato dalle alterne fortune della storia. Molto mi piacque il piccolo mausoleo di Ismail il Samanide, bianco ed elegante, delicato fiore aperto sulla distesa erbosa del parco Kirov. Era lì dal secolo dieci, raffinato disegno di mattoni composti con maestria, e scarsa fu l’opera che mano d’uomo dovette fare nei secoli seguenti su di esso per restaurarne la struttura. Vi incontrammo Véronique e Delphine, giovane madre e giovane figlia che dalla terra di Bretagna partirono per visitare insieme i tesori del paese degli Uzbeki, la cui eco era giunta da tempo nella lontana Europa. Le trovammo nel cortile di Bukhara ove dimorai; di sera, Dodamante a loro si accompagnava intorno al desco apparecchiato sulla piattaforma del cortile. Sentivo l’eco cristallina delle risa, il borbottio frequente del franco idioma, e vidi spesso quel desco ricco di vivande in quantità copiosa.
Incontrammo le due donne quel dì, davanti al mausoleo che fu del fondatore della dinastia dei Samanidi quando il nome di Bukhara rifulgeva come la gemma più preziosa nello scrigno dell’Asia centrale. Amarono Bukhara, madre e figlia, e amai io il sorriso gentile e schivo di loro.

 

Gli ultimi giorni dell'emiro
del 18-09-2007

Vi passò l’artiglio dei Mongoli nel secolo tredici, e il grande Tamerlano le preferì Samarcanda, così mi disse Dodamante della città di Bukhara. Ma seppe risorgere, e nel tempo che seguì altre dinastie la restituirono agli antichi splendori, ovvero la resero più bella, fitta di mercati, caravanserragli, moschee e madrase. Arrivarono infine i russi, e poi i russi bolscevichi che nel 1920 la bombardarono e portarono via un treno carico dei tesori degli emiri di Bukhara.
Alim Khan fu l’ultimo emiro (nella foto), l’ultimo che godé dei piaceri del Palazzo della Luna e delle Stelle, la dimora estiva che suo padre fece iniziare alla fine del secolo diciannove, edificata da architetti russi e decorata da artigiani di Bukhara. Prima che l’Armata Rossa lo costringesse alla fuga, l’emiro qui raccolse splendide porcellane e assistette alla sua propria decadenza al fulgore della prima elettricità che mai vide Bukhara. Dall’alto del suo trono aereo, accanto a un fresco bacino d’acqua, l’emiro affastellava i suoi ultimi giorni contemplando le movenze femminili del suo harem. Gli ultimi scampoli del suo potere furono quivi conservati, nel palazzo che vedemmo un dì, attraversata la campagna attorno a Bukhara.

 

Cavalletta campestre
del 18-09-2007

Condussi Dodamante per una strada secondaria; ci ritrovammo tra campi verdissimi e masserie, passammo accanto a un bove che ruminava solitario. Ebbi un’intuizione, e forzai Dodamante per un sentiero che passava tra i roseti, fino al pergolato intatto e copioso che segnava la fresca passeggiata d’accesso all’harem. Fummo così all’interno del Palazzo della Luna e delle Stelle, ove nessuno ci prestò molta attenzione. Dodamante mi assicurò a un palo del pergolato, e partì a visitare la strana composizione degli oggetti che segnarono il gusto dell’emiro. Fui davvero lieta del tempo che trascorsi in tale loco: tra le rose e i vitigni, due pavoni lanciavano stridule grida nel giardino, le donne ancora si riposavano nell’ombra e una sposa passò sotto al pergolato per farsi immortalare davanti all’ultimo harem di Alim Khan.
Ce ne andammo per la medesima via; Dodamante comprese in seguito che la normale via d’accesso imponeva una sosta all’ufficio ove i visitatori pagavano un pedaggio.

 

Altre meraviglie di Bukhara
del 18-09-2007

Capii infine alcune ragioni del nervosismo di Dodamante a Bukhara. I palazzi e le cavalcature della città mi avevano rapito, e non ero stata capace di offrire ai miei fanali uno sguardo distaccato, più critico. Mi ero entusiasmata come un triciclo ai primi giri di ruota, e i movimenti scomposti di Dodamante sulla sella mi erano risultati incomprensibili. Cosa vorrà mai più di così, mi dicevo, interdetta. Una splendida città, una buona dimora con tanto cibo, una cavalcatura in ottima forma. La sera, la piazza del Lyabi-Hauz è animata e allegra, piena di luci e di umani che mangiano e bevono con discreto fragore. Ci sono bellezze da vedere per giorni e giorni, persino un piccolo palazzo che pare quasi indiano, con quattro torri che sembrano minareti, e ha solo due secoli di vita (Char minar, nella foto). Nessun ritratto di presidente nelle strade, né statua, vigila sull’operato dei cittadini. Sapevo Dodamante assai sensibile ai turbamenti dell’amore inappagato, ma questa volta d’altro si trattava, ne ero certa.
Infine capii. Avevamo lasciato a Istanbul l’ultimo richiamo del turismo all’ingrosso; per molte settimane incontrammo solo viaggiatori indipendenti e solitari, avventurieri, cavalieri e cavaliere innamorate che traversavano i mari, marinai al lavoro, lavoratori in viaggio. A Bukhara ritrovammo l’altro pianeta del turismo organizzato, gruppi e branchi che entravano nei palazzi e ne uscivano in sincronia; buona parte del commercio della città sembrava costruito in funzione di questi.

 

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