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Verso il lago d'Aral
La difficile spedizione di Dodamante e del cavalier Maurocchio d'Elvezia (dalle memorie di Suor Deodora)
Blog di DODAMANTE
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Visite inaspettate nel convento
del 09-10-2007

Il lugubre sciabordio del lago, in questa sera d’autunno, mi trova stanca nel convento. Le consuete occupazioni delle suore, nel giorno che s’è spento, sono state turbate da una visita inaspettata. Un messere dalla coda di cavallo, senza destriero, ha fatto risuonare il batacchio che pochi maneggiano, in questa stagione, alla porta del convento. La consorella Annetta, preposta alla cura del cimitero, ha aperto. L’uomo sembrava affranto, timoroso d’entrare, angosciato da qualcosa che lo incalzava nell’invisibile linea del sentiero che conduce al convento.
Annetta lo ha spinto dentro, e ora dorme costui nella cella che fu della madre superiora, al tempo primo ove il convento fu eretto, sulle rive di questo enorme lago che stanotte risuona oscuramente. La visita mi turba, mi è impossibile negarlo. Il messere senza cavallo, dai lunghi capelli color miele e lo sguardo spaurito, riapre il sarcofago ove credevo d’aver sepolto le brusche memorie di quel viaggio. So che non può essere Maurocchio d’Elvezia, lo strano giovane che dorme stanotte nel convento. Eppure qualcosa nelle sue movenze m’è familiare, e rievoca le straordinarie dolorose meraviglie che ebbi in quei sei giorni, senza la Cavalletta, a Khiva e nel paese dei Karakalpak, fino alle rive dell’antico lago d’Aral.

 

Una scomparsa
del 09-10-2007

Quando correvo per le strade dell’Asia col mio destriero Cavalletta, e il secolo m’appellava Dodamante, m’imbattei più volte in cavalieri erranti che fecero risuonare le corde della passione amorosa. Furono storie d’ore liete, a cui puntuale seguì il distacco, o la disillusione. Ma valgono per l’intero della loro durata, e nelle mie memorie di suora le ricordo nella loro interezza, benché l’epilogo per la maggior parte non sia lieto. La storia del viaggio con Maurocchio d’Elvezia tuttavia m’inquieta ancora, poiché la scomparsa del cavaliere mi risultò incomprensibile, e pensai infine che fosse perito su un campo in battaglia. Non ne ebbi mai più notizia, negli anni che seguirono. Ora la comparsa del giovane spaurito nel convento rinnovella quel misterioso disfacimento di tutte le tracce che il cavalier Maurocchio lasciò dietro di sé, nei giorni uzbeki.
Quand’ero Dodamante, molto m’arrovellavo per dipanare il filo della ragione che conduce a spiegare una scomparsa; ora che suor Deodora sono, ho imparato a registrare gli eventi tali che appaiono, poiché talora le ragioni non sono chiare neppure a chi compie l’azione. A volte si scompare per incuria, per non sostenere la fatica d’una vicinanza, o solo perché l’incontro non ha generato possenti moti d’animo, ma solo il temporaneo riempimento d’uno spazio vacuo – una vacanza – nell’ordinario trapassare della vita quotidiana.
Quale che ne fosse la ragione, il cavalier Maurocchio scomparve. Forse fu la paura di quella sera a Bukhara, al ritorno dal viaggio verso il lago d’Aral; ricordo che non potei neppure avvicinare la Cavalletta, per vedere come aveva trascorso i sei giorni nel cortile senza la mia compagnia, poiché il passo nel vicolo ci fu sbarrato, e il cavalier Maurocchio era con me.

 

Il viaggio a Khiva
del 09-10-2007

Partii nella mattina che si faceva calda, e l’inizio fu sereno. Sapevo la Cavalletta ben accomodata; il mio bagaglio era leggero e la destinazione assai pregevole. L’antico borgo di Khiva, quasi cinquecento chilometri a nord-ovest di Bukhara, capitale degli uzbeki shaybanidi nel secolo sedici, affollato mercato di schiavi, fu contesa tra i russi e l’impero di Persia nel secolo diciotto dell’era cristiana.
Il khan Mohammed Rakhim II divenne infine vassallo dello zar e il suo trono d’argento partì per la Russia; poi furono i bolscevichi, che nel 1924 posero la città nella nuova repubblica del Soviet uzbeko. Il glorioso antico borgo di Khiva, celebre per la crudeltà e i capricci dei suoi khan, divenne allora una città-museo nel tempo che fu ancora del Soviet, e così rimase per più di vent’anni, fino all’alba che indipendente vide il paese degli uzbeki. Lo era ancora, Khiva, una splendida galleria d'arte a cielo aperto.
Quando partii dunque per recarmi a Khiva, sapevo di sbarcare nel tempio del turismo organizzato. Ero allora preparata a non lasciarmi turbare dai malumori del viaggiatore, che pretende di ritrovarsi solo alla scoperta dei luoghi che fanno la ricchezza della storia d’una terra.

 

Le fatiche della strada
del 09-10-2007

Il viaggio che compii da Bukhara a Khiva, tuttavia, non ebbe nulla di ciò che rende facile il percorso d’un turista. Furono molte e molte ore su un torpedone affollato, gravido di sporcizia e di sudore umano; acidi olezzi venivano dal fondo, e un tappeto di semi masticati coprì infine lo stretto corridoio di transito nel torpedone. Breve fu la strada che rese il viaggio agevole; fu in gran parte una stretta fettuccia d’asfalto dissestato, martoriato a tratti dall’avanzata del deserto.
Procedemmo sovente a passo di bicicletta; tutte le donne sedevano davanti, e me medesima tra loro.
I gendarmi ci fermarono più volte; ispezionarono pure il cassone che conteneva i bagagli, dietro lo scranno del conduttore. Vi era sopra una branda ove riposavano uomini e donne stanche del viaggio. Dal cassone saltarono fuori scatole di bendaggi, poi un microfono; l'autista riavviò il torpedone, sputando dal finestrino, senza rumore.
Cellulari ringhianti, piedi addosso di maschi accesi di sudore, che dal fondo del torpedone si portavano nella zona delle donne per fumare accanto all'unico vetro aperto e apribile, quello del conduttore. Ricordo che fu un viaggio gravido di fatica e di malumore, da cui mi salvò il duro bozzolo della scrittura. Dina (occupava ella lo scranno dietro al mio) mi prestò una penna, la mia era caduta nell'immondo suolo di semi masticati. Cominciai dunque a vergare le pagine che raccontavano delle mie precedenti avventure, e scrissi, scrissi fino all'inoltrato meriggio. Fui così lontana dal moto e dal fetore che mi circondava, presa dalle storie che m'erano occorse sino ad allora. A stento vidi correre a manca il fiume Amu-Darya, il brullo paesaggio di deserto, cespugli radi e bassi, e ancora la verde campagna. Nella città di Urgench il convoglio terminò la corsa, e cambiai mezzo per giungere a Khiva, trentacinque chilometri più oltre. Vi arrivai sul far della sera, e trovai una locanda ove il fresco giardino si apriva a belvedere sulle splendide mura che rilucevano nel dì morente.

 

Turisti e Cavallette
del 09-10-2007

Il dì seguente visitai Khiva, piccolo borgo-museo che tuttavia dismesse non avea alquante attività dell'usuale vita quotidiana. Bambini giocavano tra i vicoli attorno alla porta nord, e il mercato grande dell'est traboccava di merce d'ogni gusto e necessità. Vi scoprii tanti oggetti utili alla Cavalletta, e un poco mi dispiacque non averla condotta con me a Khiva. Avrei potuto migliorarle la bardatura, farle controllare le ruote, imbullonarla meglio; alla fine le comprai una piccola campana nuova che si ponesse in luogo delle sue vecchie, perdute o rovinate. Molti erano pure i venditori di velocipied; le biciclette più belle erano date per centomila, o centoquarantamila sum, e venivano dalle officine di Minsk, terra di Bielorussia (per il valore della moneta uzbeka, vedere le "Note tecniche" del blog precedente).
Nei pressi della porta nord, entro le mura, case di semplice bellezza perpetuavano l'intimità dei ritmi quotidiani; pochi turisti arrivavano a frugare quest'angolo della città. I gruppi transitavano compatti tra minareti e palazzi, qualcuno si spingeva sino al bazar coperto ove regnava il decoro della plastica e il trillo di bianchi pizzi matrimoniali (nella foto). Pochissimi si lanciavano tra le case, qualcuno si avventurava a passeggiare sui bastioni e nel grande bazar dell'est; molti assecondavano l'ebbrezza dell'ascesi nel buio cavo del minareto più alto.

 

Incontri nel minareto
del 09-10-2007

Fu là, nell'oscuro giro di ripidi gradini entro il minareto di Islom-Huja, che incontrai Maurocchio d'Elvezia.

- Vuoi andare al lago d'Aral, a Moynaq? mi domandò una damigella uzbeka che procacciava clienti per il di lei padre, conduttore di tassì. E aggiunse: un giovane vi andrà domani con mio padre.

- Da dove arriva costui? le domandai con strano impeto, giacché mai ponevo simile questione per la prima.
- Dall'Italia, rispose. Sul minareto si trova ora.

Salii. La rampa oscura volgeva alla metà quando due, quattro passi schioccarono in discesa, e bruscamente si arrestarono.

- Siete voi dall'Italia, domandai nel britannico idioma.
Uno rispose. Non potei vedere che un vago profilo nell'ombra.

- Ti aspetto dabbasso, disse quello.

Salii sul minareto, e infine discesi.

 

Amori e cotone
del 09-10-2007

Al mattino seguente incontrai Maurocchio d'Elvezia di buon'ora, presso la porta ovest di Khiva. Insieme ci portammo sino allo smistamento dei torpedoni diretti a Urgench.
Da Urgench decollammo in vettura, verso Nukus, oscuro capoluogo della terra dei Karakalpak. Partimmo alla ventura, giacché Maurocchio decise di seguirmi e lasciò andare il tassì del padre della damigella uzbeka.
La vettura correva tra campi e campi di cotone, magri bovini al pascolo; la strada era discreta. Era con noi una giovane coppia uzbeka che molto si amò in quel viaggio, sugli scranni accanto al mio; Maurocchio era davanti, a fianco del conduttore. Passammo il fiume grande e maestoso dell'Amu-Darya; ci allontanammo poi da questo, verso l'arido deserto e cespuglioso, e il corso d'acqua ancora si vedeva in lontananza. Il conduttore ci lasciò dirimpetto al museo di stato, e portò altrove i due amanti che allegramente fecero ribollire le ore già calde del viaggio verso Nukus.
La città era linda, poca gente animava il solleone dei grandi viali aperti al tempo del Soviet. Nukus era oscura di fama: mai ne avevo avuto notizia, al tempo che Dodamante fui, eppure non poco mi aggirai per le impervie vie dell'Asia. Era all'estremo nord-ovest del territorio uzbeko, la terra dei Karakalpak; vi abitavano questi, assieme a uzbeki e kazaki, nei luoghi attorno all'assai fertile delta del fiume Amu-Darya.

 

Bellezze insospettate
del 09-10-2007

Al dì presente trascorro le mie ore nel semplice decoro del convento, intenta all'opre piccole che fanno la vita quotidiana delle suore. Sovente ricorre tuttavia la memoria di quel viaggio, specie al mattino, e non so se sia sogno che si prolunga nel giorno o il desiderio già forte di rimettermi in strada. Nell'albe fredde dell'autunno incipiente, molto mi appare della bellezza che vidi allora nei musei di Nukus.
Andò ovunque per la terra dei Karakalpak, il pittore Igor Savitsky nato a Kiev, negli anni cinquanta e sessanta del secolo passato. Raccolse gli oggetti dell'arte popolare, diede rifugio agli artisti che il regno del Soviet non gradiva, e si dedicò lui stesso all'arte della pittura. Le scene agresti e i paesaggi degli antichi borghi di queste terre ispirarono i suoi quadri, e tante altre opere a cui il suo museo offrì dimora (www.savitsky.museum.uz). Vidi dunque gioielli splendidi, la casa-yurta dei nomadi karakalpak, tanti quadri ovunque appesi, una cortina di colori che accendevano i muri del museo. Vidi nature morte e vive, e ancora nel grande palazzo del museo Savitsky (nella foto), l'acqua del fiume Amu-Darya sotto il cielo rosa, i monumenti di Khiva, persino faraoni e sfingi e altri capolavori del mondo intero quivi fatti a copia, affinché le genti del Karakalpak potessero conoscere ciò che di più bello v'era altrove.
Nel museo conobbi il cavalier Abat, che guida era nel britannico idioma (abatn@mail.ru); non ci guidò, non ce ne fu il tempo. Ma la sobria gentilezza del suo sorriso dalla dentatura d'oro, la schiva intelligenza di cui fece prova in quelle ore, fecero nascere uno spontaneo moto d'amicizia. Ancora oggi ne rammento la soave presenza, quasi un'ombra incorporea che ci condusse nella dimora della dama Galina ove due notti restammo, soli, il cavalier Maurocchio e me medesima.

 

Sotto l'armatura
del 09-10-2007

Sembrò lieto, il cavalier Maurocchio, d'aver trovato requie nella dimora di Galina. V'erano splendidi tappeti, un pianoforte, e le notti di Nukus risuonarono del canto dei grilli. In quella dimora larga e fresca, lo vidi, il giovane dalla coda di cavallo, nelle lunghe braghe che indossava sotto l'armatura del giorno, col petto tatuato. Non fu il turbamento che mi colse allora, bensì la tenerezza. Dismessa l'armatura, pareva implume uccello che molto ancora abbisognava di nutrimento materno. Lo vidi assopito nel largo letto che occupò da solo in quelle notti, giacché deposi le mie ossa e l'armatura sul canapè della sala accanto.
Il cavalier Maurocchio si accompagnò a me per tutti quei giorni, nei musei e nella città. Spesso era angustiato dalla penuria di denaro uzbeko, dacché era difficile cambiarne di europeo. Nel bazar di Nukus il mercato nero fioriva, ma l'affare del cambio non era buono. Cercai di tranquillizzarlo, ma era d'indole assai ansiosa. Vedemmo insieme il piccolo museo di stato, e ne fu attratto grandemente. V'erano mostrati molti oggetti d'arte popolare di pregevole valore, ma pure gli animali estinti della zona e la storia del lago d'Aral che si prosciugava senza sosta (www.globalgeografia.com/asia/lago_aral.htm).
Quel lago cercammo infine. Partimmo un dì da Nukus con l'unico torpedone che si recava a Moynaq, duecento chilometri più a nord. L'antico borgo di pescatori giaceva ormai quasi cento miglia lontano dall'acque morenti del lago d'Aral.

 

Il dolente carico di Moynaq
del 09-10-2007

La traversata sul torpedone per Moynaq fu la più dura di tutto il viaggio. Salimmo allo smistamento appena fuori città e sedemmo in fondo, il cavalier Maurocchio e me medesima. Il convoglio transitò per Nukus e fece carico d'uomini e donne, fino a nulla lasciare di vuoto tra gli scranni. Gente appesa in ogni dove, masserizie a profusione sopra e sotto; il dolente carico rimase così denso per tutto il tempo che il viaggio durò. Furono quattr'ore d'attesa nel bilico d'un cassone semovente, in un paesaggio prima verde, poi arido, poi ancora cespuglioso. Non ci fermammo mai per concedere tregua alle viscere poste a dura prova. Qualcuno scese tuttavia, nel mezzo dei campi riarsi, e vedemmo un trattore, qualche anima al lavoro sui covoni.
Nessuna bicicletta, nessun veicolo a motore ci sbarrò il passo o transitò, a manca o a dritta. Il vento turbinava, e i miei intestini non poterono reggere per tutto il viaggio. Mi alzai, e dovetti urlare mercede al conduttore. Volai sopra le spalle curve degli astanti, strisciai e strusciai nel corridoio del torpedone corpi appesi e seduti, masserizie accatastate, bambini rannicchiati sotto le vesti delle genitrici. Finalmente fui fuori tra arbusti e sterpi secchi, ed ebbi tregua.

 

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