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Verso il lago d'Aral
La difficile spedizione di Dodamante e del cavalier Maurocchio d'Elvezia (dalle memorie di Suor Deodora)
Blog di DODAMANTE
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La ricerca dell'acqua
del 09-10-2007

Tornai nell'ardua bolgia del convoglio, e in virtù dei miei fragili intestini potei sedere accanto al conduttore.
Arrivammo infine allo slargo che segnava l'ingresso al borgo di Moynaq. Il torpedone terminò la corsa. Maurocchio d'Elvezia emerse dal fondo, e subito si consolò col dolce nettare di birra che era nello spaccio di quella piazzola sferzata dal caldo sole del primo meriggio.
Andammo a piedi per un cammino lungo, battuto dal vento che mulinava polvere. Facemmo più d'un miglio, cercando traccia delle vecchie acque del lago. Rare presenze animavano la strada, qualche veicolo a motore offriva passaggi a pagamento. Costeggiammo una scuola, un gruppo di bambini ci interpellò sul cammino; un vecchio cineteatro attendeva vita nuova, nel furente sole di quel dì d'estate piena. Salimmo ancora per una via che montava piano; un uomo ci indicò a manca l'unica locanda del villaggio, qualora ne avessimo avuto necessità. Più avanti, sulla salita, vedemmo un corpo steso a sacco sull'asfalto, e un sidecar che si fermava. Doveva essere caduta dal mezzo in corsa; la donna si rialzò da sola, risalì a bordo, e il veicolo sparì dietro la curva.
Arrivammo infine sull'alto della sabbiosa collina ov'era un tempo il belvedere sul lago.

 

Sulla fossa del lago d'Aral
del 09-10-2007

Quivi vedemmo l'enorme conca e desolata, ove traccia alcuna non v'era d'acqua; cespugli radi e due ferrosi relitti, conchigliette e ossa d'animali. Il lago era sparito dal letto naturale, ormai da molti anni. Al tempo che fu del Soviet, il fiume Amu-Darya più
non offrì le sue acque al grande bacino d'Aral, giacché dovette alimentare gli enormi campi del cotone che i sovietici vollero. Il lago illanguidì e si ritirò, i pesci ne morirono, i pescatori dovettero partire. Sale, sabbia e polvere nutrirono i derelitti che rimasero.
Rischiava d'essere un giorno di voyeurismo del viaggiatore: ricordo che ne parlai a Bukhara con Véronique e Delphine (vedere il blog precedente). Le due donne avevano deciso di non andare a vedere il triste spettacolo d'un villaggio morente, d'una terra stravolta dalle indegne ragioni dell'economia che dominava.
Fui tuttavia sempre presa dal sacro furore della scoperta, all'epoca in cui mi nomavo Dodamante. Il sodalizio con il cavalier Maurocchio mi spinse allora senza indugio su quelle antiche rive. Non vi restammo che poche ore: tanto bastò per incontrare la portata di simile sventura.

 

Una misura di normalità
del 09-10-2007

Il ritorno a Nukus fu arduo: nulla che si muovesse oltre il villaggio di Moynaq. Sconsolati, sedemmo sul bordo della via.
Ci salvò la pallavolo. Nel mezzo d'un sito celebre per la desolazione provocata dalla stolta misura umana, vedemmo un torpedone che s'avvicinava. Fu un attimo: mi buttai sulla strada a braccia aperte, e il convoglio s'arrestò.
A volte, nei luoghi tragici si pretende d'eternare la tragedia che li rese celebri. Eppure, anche questi hanno il diritto di ritrovare una misura di normalità, senza restare nel compiacimento o nella mortuaria celebrazione di quell'evento. Così Moynaq non piangeva in quei giorni il lago scomparso, ma ospitava il campionato karakalpako di pallavolo femminile. La squadra dell'Università di Nukus aveva conquistato il terzo posto; le cavaliere del torpedone ci accolsero con allegria, e ci permisero di tornare nella fresca dimora di Nukus. Fu l'ultima notte che passammo, il cavalier Maurocchio e me medesima, nella terra dei Karakalpak.

 

Il trambusto dei ritorni
del 09-10-2007

Sento trambusto, nel convento. E' notte ormai alta, e le consorelle dovrebbero essere assopite da tempo. Ma oggi, l'arrivo del messere dalla coda di cavallo ha interrotto il consueto ritmo quotidiano delle suore. E' forse lui che si prepara a ripartire, solo, nell'angolo più oscuro della corte, accanto alla scalinata che conduce al dirupo sul lago. E' forse proprio lui, Maurocchio d'Elvezia, così nomato per via delle campagne che spesso condusse in quella terra, ove edificò magioni e palazzi, pur sempre rimanendo a dimorare sull'italico suolo. Se mi ha riconosciuto sotto le bende claustrali, s'allontana precipitosamente, giacché non vuole chiarire le ragioni della sua scomparsa d'allora.
Ma è forse solo il rumore evocato dai miei ricordi di quell'ultima notte di Bukhara, spaventosa notte di trambusto intorno e dentro il petto. Tornammo insieme da Nukus a Khiva, da Khiva a Bukhara, transitando di nuovo sul fiume largo dell'Amu-Darya (nella foto) che più all'Aral non arrivava. Molti sulla via ci dicevano marito e moglie; la finzione mi piacque, e non negai.
A Bukhara, fummo nel vicolo ove m'attese per sei giorni la fida Cavalletta. Ero impaziente di misurarne la prestanza, benché molto confidassi nei servigi dei padroni di casa. Fummo nel vicolo già buio, e con noi vi furono i gendarmi.

 

L'incidente di Bukhara
del 09-10-2007

Vollero vedere i lasciapassare con cui eravamo entrati nella terra degli uzbeki; un gendarme li prese. Ci interrogarono nel russo idioma; risposi come potei. Capii ben presto che la dimora nel vicolo non era autorizzata ad albergare stranieri. Volli coprire i miei ospiti, ma dissi cose che non corrispondevano alla versione che codesti avevano fornito ai gendarmi.

- Dillo, che ci siamo incontrati per caso, basta con questa storia del marito! saltò su il cavalier Maurocchio, in preda all'angustia per il lasciapassare sequestrato.

I gendarmi ci scortarono fuori dal vicolo.

- Dove andiamo ora? chiesi.
- Deportazia! rispose il capo dei gendarmi, almeno così mi parve di capire.

Ci condussero in una locanda assai lussuosa, ove trovammo un uomo che bene si esprimeva nel britannico idioma, e poté tradurre le parole di tutti gli astanti.

- Avevo capito che v'erano dei problemi in quella dimora, ma non volevo porre in difficoltà i proprietari poiché sono persone molto ammodo, dissi infine ai gendarmi.
- A me bisogna dire sempre la verità! sentenziò il capo dei gendarmi, e sorrise soddisfatto.

 

La notte della scrittura
del 09-10-2007

Ci resero i lasciapassare e ci accompagnarono in una locanda autorizzata. Maurocchio si calmò. Tre lunghe ore di tensione s'allentarono così, ma non per me medesima. Rimasi immobile nella morsa dell'angoscia e della delusione - avevo trovato e perso un marito nel corso di sei giorni a Khiva e nella terra dei Karakalpak.
Non potei dormire mai, quella notte. Chiesi uno scranno, e nel corridoio della locanda autorizzata scrissi e scrissi, vergai dolorose pagine d'avventure e d'amor deluso. Al mattino raccolsi le mie cose, lasciai uno scritto tra gli oggetti del cavalier Maurocchio e scesi dabbasso. Mangiavo con mestizia, quando Maurocchio fu sotto anch'egli, e mi sedette dirimpetto.

- Non hai dormito mai stanotte, disse, con una nota d'affetto che mi toccò.
- Mi fa bene, ogni tanto. Ho scritto, risposi, e ora vado.
- Ciao, concluse.

Mi lasciò andare.

 

Vecchie e nuove partenze
del 09-10-2007

Decisi d'improvviso d'abbandonare subito Bukhara. Ritrovai finalmente la Cavalletta, nel meriggio: era in ottima forma, sotto il pergolato ove l'avevo lasciata per sei giorni. La sellai, salutai le genti della casa e mi avviai verso la stazione dei torpedoni. Trovai subito un convoglio per Tashkent. Nella capitale uzbeka, la cavaliera Paolina di Trieste m'attendeva nel maniero ove s'era appena insediata. Quivi potei infine sostare e meditare sulle avventure occorsemi (nella foto, la Cavalletta a Tashkent).
Il trambusto nel convento s'è quietato, ormai. Vedo la striscia chiara dell'alba farsi largo sopra all'acque ancor buie del lago. Il giovane è partito dal convento, ne sono certa. Forse le consorelle sapranno dirmi, a giorno fatto, se il messere dalla coda di cavallo rispondeva al nome di Maurocchio. Ma cosa importa: anche costui, nella notte che ormai non è più, ha preso il volo oltre la linea conosciuta del lago ove sorge il convento, e mai ne avrò più notizia. La scrittura tuttavia può continuare le storie incompiute, o inventare i finali che più ci piacciono. In virtù di tale potere continuerò a scrivere, nella cella del convento che mi appella suor Deodora, o nelle locande delle strade che mi vedranno ancora con gli schinieri di Dodamante e col destriero Cavalletta.

 

Note tecniche
del 09-10-2007


A Khiva, molti alberghi disponibili per tutte le tasche (è facile trovare posto all'hotel Arkanchi, vicino alla porta ovest, 10 dollari a persona, e-mail: Arqanchi@ mail.ru).

Per l'alloggio a Nukus, rivolgersi al museo Savitsky (in inglese: museum_savitsky@intal.uz).

Per l'alloggio a Moynaq, esiste solo l'albergo (gastiniza) Oybek, spartano ma discreto, chiedere sul luogo (8000 sum a persona).

Per il valore della moneta uzbeka, vedere il blog precedente (Note tecniche).

Nella foto: sul lago d'Aral

 

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