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Tashkent e Samarcanda, Tamerlano alla riscossa
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Cavalletta acrobatica
del 26-11-2007

Paolina ci aspettava il dì seguente, e aperse l’enorme porta del maniero un poco intimorita. La via era immersa nel buio, e ne ebbi l’impressione quasi d’un borgo di campagna, silenzioso e pieno di giardini, o almeno così mi sembrò di comprendere in quel notturno arrivo e frettoloso.
Il torpedone da Bukhara a Tashkent aveva fatto presto; partito nel meriggio che ormai declinava, mi raccolse stanca di membra e melanconica d’umore, per non dire che ancora m’attanagliava il doloroso sentimento dell’amore disatteso (vedere il blog precedente). La Cavalletta fu ben caricata, dritta e alta sulle due ruote, nel bagagliaio del torpedone; ne fu subito estromessa tuttavia, prima della partenza, per fare posto a diecine di casse di piccole pesche mature. A nulla valsero le mie rimostranze; pagai una tassa per il trasporto, e la Cavalletta fu appesa alla scala che di norma adduce i passeggeri all’imbarco. Sembrava una posa assai instabile, ma in verità non fu mal apparecchiata, e scese incolume nel buio fondo della capitale uzbeka.
Mi assopii quasi subito, sul torpedone, e non mi avvidi che passavamo Samarcanda. Ci fermammo poi, lungo la via, in un’animata stazione di ristoro ove banchi di dolciumi richiamavano gli astanti. Molti mangiavano e bevevano nella notte incipiente, fissando lo scoppiettante quadrato luminoso d’un vecchio televisore all’aperto.
A Tashkent una furgonetta con due giovani ci prese subito, malgrado l’ora avanzata della notte. Paolina aperse l’enorme porta del maniero ove s’era insediata da pochi dì e fummo dentro, al riparo dalle fatiche e dalle passioni del viaggio.

 

Il viaggio delle abitudini
del 26-11-2007

L’abilità d’uno scrittore consiste nel rendere interessante il racconto della vita ordinaria, più che nel narrare dello straordinario e del meraviglioso. Anche il narratore meno abile può suscitare interesse riportando un fatto d’inusitata sostanza. Ma il ripetersi delle abitudini, dei gesti quotidiani, delle pedalate sugli stessi percorsi, come raccontarlo senza allontanare l’attenzione di chi si attende la storia miracolosa che un viaggio come il nostro deve senza dubbio suscitare in ogni istante?
Tuttavia un viaggio non è solo prolungato stupore, non è solo un giro di ruota dietro un altro. In un lungo viaggio vi sono anche le case abitate, le strade che si ripetono, le ansie che si rincorrono, le abitudini che si mantengono nel transeunte paesaggio d’Asia. A Tashkent non vidi cose straordinarie. Eppure fu un soggiorno intenso e lungo; malgrado l’evidente distanza della mia cavalcatura dai mezzi praticati dalla cavaliera Paolina, il sodalizio funzionò. L’ordinaria convivenza nel largo maniero di Tashkent mi permise altresì di capire quanto poco soffrissi le incombenze che l’allestimento di una nuova dimora impone.

 

Nel laccio del maniero
del 26-11-2007

Avevamo bisogno, la Cavalletta e me medesima, d’una sosta in una vera casa, ove potessimo ritrovare le forze che la via assorbe, per meglio ripartire, restituite alle avventure della strada. Ci trovammo prese nel laccio del maniero vuoto che chiedeva d’essere nutrito: di mobilia, pulizie, riparazioni, stoviglie e cibarie. Trascorsi dunque molte ore nell’enorme dimora che si riempiva lentamente di cose; la Cavalletta stazionava, serena, vicino al pergolato che ornava il giardino. Alla mattina, Paolina sortiva per l’opre sue e rincasava spesso a tarda sera. Il trillo dell’autista la coglieva a volte nel mezzo d’una rapida colazione, ch’ella s’affrettava a terminare. Restavo dunque sola, la Cavalletta nel giardino; molto ne ebbe a beneficio la scrittura, poiché poco sortivo e molto scrivevo, nell’attesa delle visite che ogni dì modellavano il maniero in guisa di casa. Giunsero i giacigli, gli scrittoi, le donne che nettavano, l’elettricista, e un giovane a cui vennero affidate l’ordinaria manutenzione e la straordinaria di tutta la dimora e del giardino. Era costui un grande amante di velocipedi; quando vide la Cavalletta, ne nacque all’istante una reciproca passione che molto giovò alla mia cavalcatura.

 

La passione di Kostya
del 26-11-2007

Russo d’origine ma di natali uzbeki, Kostya s’era occupato del maniero ancor prima che vi arrivasse Paolina, e ne conosceva bene i recessi e le debolezze. Fu felice di rimettere a nuovo la Cavalletta che molto abbisognava di cure. Aveva costui una piccola scuderia presso la sua dimora popolare, ov’erano stipati velocipedi piccoli e grandi, pezzi di ricambio, pompe cinesi e vari strumenti. Si dedicò con grande sollecitudine a riordinare le sfere che regolavano lo snodo del manubrio, montò bene il basto anteriore (che sino ad allora era rimasto avvinto malamente), riparò la ruota posteriore forata e sistemò il fanale di coda. Sotto le abili mani del giovane Kostya, la Cavalletta fremette di gioia e d’impazienza; volò, nei dì che seguirono, nei larghi viali e freschi d’ombra della silenziosa città che molto ricordava i borghi del tempo del Soviet.

 

La città dei giardini
del 26-11-2007

La via ove sorgeva il maniero di Paolina era, in quei dì, sottoposta a una massiccia opera di rifacimento. Bastava tuttavia di poco abbandonare le principali strade e rumorose, per gioire della quiete delle dimore con giardino, prosperose e più modeste, sovente ornate di tralci e pampini, con grappoli d’uva matura che pendevano sulla pubblica via e che nessuno raccoglieva.
La Cavalletta trovò pane per le sue ruote e mi guidò sicura verso il mercato di quartiere, il centro studi dei francesi sull’Asia centrale, il bazar di Chorsu, i mausolei nel giardino dei melograni, le grandi piazze ove un tempo sorgevano maestose le statue di Marx e di Lenin.
Molto piacque alla mia cavalcatura la sosta nell’ombrosa piazza ove Tamerlano (nella foto) galoppava nel verde dei giardini, dall’alto del plinto che fu, un tempo, luogo di Marx.

 

La rivincita di Tamerlano
del 26-11-2007

Il cavaliere antico che fece di Samarcanda splendida e ricca capitale, nel secolo quattordici dell’era cristiana, aveva ormai riconquistato anche il cuore di Tashkent, che fu borgo modello nel tempo del Soviet. Allorché un mortifero terremoto spianò molti quartieri, nell’anno 1966, Tashkent si risollevò con grandi palazzi popolari, terreni di parata, monumenti solenni. Ed ecco che ora il borgo prosperoso delle case con giardino e il cavaliere avito Timur – o Tamerlano che dir si voglia – riapparivano senza posa, persino con eccessiva ridondanza.
Al grande Tamerlano era consacrato un museo circolare, su un lato della piazza ove il medesimo cavaliere si lanciava al galoppo nel mezzo dei giardini. Molto mi stupii di trovare nel museo ninnoli e doni per il nuovo paese indipendente degli Uzbeki, che univa nella stessa parabola il mitico fondatore Timur e l’unico presidente del nuovo stato uzbeko. L’effigie di Islam Karimov non era ovunque visibile come quella del vicino Turkmenbashi (vedere il blog “Turkmenistan, la rivincita della Cavalletta”). Per diciotto anni, tuttavia, Karimov era rimasto forte al potere nella terra degli Uzbeki, primo segretario del Partito comunista e, dopo l’anno 1991 dell’indipendenza, unico presidente uzbeko, senza una credibile opposizione autorizzata. Nuove elezioni s’approssimavano, ma pochi s’attendevano un cambiamento (vedere: www.dailyestimate.com/article.asp?id=12067).

 

Quieti incidenti urbani (1)
del 26-11-2007

I percorsi urbani ci sembrarono quieti; nessun grave incidente turbò la nostra permanenza a Tashkent. Alla Cavalletta tuttavia dispiacque la solennità dei luoghi di parata ufficiali. Credo che fosse desiderosa dell’ombra serena dei canali e dei giardini che la città offriva, quando mi disarcionò in una magra aiuola, al margine dell’enorme piazza dell’Indipendenza. Caddi nell’erba rada, non lontano dal globo risplendente di sole (nella foto) che svettava al posto del vecchio Lenin. Non ne ebbi un gran male, tuttavia, e potei sospingere la Cavalletta imbizzarrita lontano dai palazzi del potere.

 

Quieti incidenti urbani (2)
del 26-11-2007

Per il resto, non incorremmo più nelle attenzioni della milizia e nessuno ci chiese il lasciapassare (vedere il blog precedente), almeno sino a quando restai in sella alla mia cavalcatura. La Cavalletta mi accompagnò quasi sempre nelle mie rare scorribande per la città. La sola volta che le preferii la comodità d’un treno sotterraneo, ebbi l’incauta mossa del fotografo attirato dai passaggi quotidiani, e immortalai quel treno. Subito venne un giovane in uniforme, e fece segno.
- Via quella foto, cancellare, disse nel russo idioma.
- Cancellata, dissi.
- Documenti, chiese.
- Fotocopia qui, risposi. Il lasciapassare è all’ambasciata.
Guardò un istante la copia spiegazzata, e mi lasciò andare. Una sola immagine di quell’innocuo treno fu salva.

 

I misteri dell’acqua e del bestiario
del 26-11-2007

La quiete di Tashkent giovò all’esercizio della scrittura. Paolina mi fornì un piccolo e prezioso composimetro che molto accompagnò le mie notti nel maniero. Le sere tranquille della via furono generose di parole; le ore diurne nella casa, all’opposto, foriere di rumore. I lavori stradali giunsero presso le finestre del maniero; le visite per l’allestimento della dimora si intensificarono, giacché si faceva imminente l’arrivo del consorte e della prole di Paolina, per i quali tutto doveva essere apparecchiato a tempo debito.
Il giovane Kostya galoppava intorno al maniero, nel giardino e nei tre piani della sontuosa dimora che molto necessitava di cure; rimasta vuota per svariati mesi, dalle tubature sortiva acqua e terra rossa, e quando infine ne venne acqua chiara, mi ritrovai le unghie delle mani orlate di nero, come per uno strano fenomeno di ossidazione della pelle. Paolina mi proibì di usare l’acqua corrente per preparare i cibi; pensai dapprima a una cura esagerata della salute, ma il nero delle unghie mi inquietò, e le diedi ragione. Per la prima volta dall’inizio del viaggio – e dall’inizio della mia esistenza culinaria – mi ritrovai a cuocere degli spaghetti in una casseruola d’acqua minerale.
Nel prezioso maniero dai molti bagni, l’acqua a volte non era che fredda, alcuni infissi non chiudevano bene, cadevano le manopole della madia in cucina. Kostya trovò uno scorpione di gran vitalità nel giardino; indi smontò il vecchio lavabo nell’androne. Un ratto piccolo si scoperse improvvisamente senza tetto e si avviò malfermo verso il grande portone del maniero, deviando a manca verso la locanda un poco oltre nella via.

 

Avventure d’anarchica passione
del 26-11-2007

Lo sconcerto di Paolina cresceva, e così pure la mia insofferenza per la manutenzione del maniero che ogni dì sembrava rivelare una falla nuova. Anche la Cavalletta cominciò a impuntare le ruote, lassa delle lunghe soste nel giardino. Un dì accompagnai Paolina e un’altra dama nei grandi magazzini ove Paolina intendeva acquistare ancora forniture per la dimora nuova. Non riuscii a celare il nervosismo che la sarabanda degli acquisti mi procurava. Partii in fretta, quel dì, e più tardi ebbi con Paolina un lungo confronto che sembrò illuminare la distanza tra i due mondi a cui, giocoforza, appartenevamo.
Era il Sacro Ordine dell’Organizzazione Internazionale a cui Paolina prestava, con dedizione e serietà, tutte le sue energie. Per quello stesso Ordine, il mio cavalierato non fu mai troppo adatto: le mie avventure d’anarchica passione, e la mancanza d’un nome o d’una casta, non mi furono mai di favore. Paolina era entrata nell’Ordine con trasparenza ed onestà, e per questo sempre l’apprezzai. Mi resi conto, tuttavia, che quel mondo fatto di autisti, protocolli e cerimonie, cene di rappresentanza, mediazioni e intermediazioni, mai avrebbe potuto soddisfare la mia esigenza di grattare nel fondo delle cose, di scrivere ciò che mi sembrava di capirne, di sellare infine la mia cavalcatura e partire per nuove avventure nel globo terracqueo.

 

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