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Tashkent e Samarcanda, Tamerlano alla riscossa
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Lussi del viaggiatore
del 26-11-2007

È nel mio temperamento vestire di scelta personale quanto di positivo o negativo m’accade sulla via. Così, mai molto m’angustiò il rifiuto che mi fu opposto dal Sacro Ordine dell’Organizzazione Internazionale; sempre mi dissi che, in fondo, non era ciò a cui avrei potuto dedicarmi con solerzia, o ciò che avrei sopportato con fermezza. Nei giorni di Tashkent, capii pure che il quotidiano percorso degli espatriati discretamente facoltosi mai sarebbe stato davvero adeguato alle mie scorribande con la Cavalletta. Senza vettura, spaghetti e tonno d’italico nome, senza televisione né piscina, avrei potuto galoppare per anni. Le mie derrate alimentari venivano dal bazar di quartiere, la Cavalletta copriva bene tutta la città; l’uso del composimetro e della lavapanni automatica, che Paolina mi offerse, furono tuttavia, per me, un lusso assai apprezzato. Lusso del viaggiatore: nei tempi della mia vita stanziale li avrei considerati indispensabili strumenti. Tutto il resto mi era superfluo, almeno quanto m’era necessaria la mia cavalcatura.
So che la Cavalletta s’impennerebbe su questo passaggio: molte volte ha potuto viaggiare solo grazie al bagagliaio d’una vettura, e non di rado mi ha sorpreso nell’atto di mangiare degli spaghetti con gusto. Le concedo il diritto di replica, quando verrà il suo turno nel racconto. Ma ancora in un paio di storie non può entrare propriamente; giacché non era presente, allora. Non può sapere come conobbi la cavaliera Paolina, e cosa accadde nei tre dì che passammo a Samarcanda, detta cavaliera e me medesima: dacché la Cavalletta restò nel giardino del maniero di Tashkent, in attesa del nostro ritorno.

 

Alberico e Andreuccio di Sardegna
del 26-11-2007

Non fu un campo di battaglia che ci trovò alleate contro un comune avversario, bensì la passione che fiorì e si estinse, nel passato, per due cavalieri fratelli nel sangue e nei convincimenti. Alberico e Andreuccio di Sardegna, simili nel largo viso piatto dal fragile sorriso, ci amarono con tutto l’ardore che il loro temperamento consentiva. Entrambi, però, non ebbero fortuna, giacché il mio cavalierato e quel di Paolina – ancorché diversamente sanciti dal rapporto con le istituzioni – avevano in comune l’eguale incapacità d’indulgere al compromesso.
Paolina si batté nei deserti d’Asia, e quivi conobbe il cavalier Fosco del Vaso che presidiava un’antica trincea. Tutti ebbe contro; ma la nuova passione fiorì senza indugio nel mezzo di quella landa desolata. Alberico, che punto amava le scorrerie di Paolina per le impervie terre d’Asia, ne fu sconcertato, ma capì che mai avrebbe potuto sostenere l’energia e la brama di movimento della sua cavaliera. Era costui di temperamento assai tranquillo, e con mestizia si costringeva talora a seguire Paolina nelle sue scorribande. Quanto ad Andreuccio, lo amai di tenera passione. Sognava molto, costui, e al fragile aspetto univa un certo poetico temperamento che sempre mi piacque. Mai ebbe, tuttavia, la forza di trasformare i sogni nella carne e nel sangue dell’esistenza ordinaria e straordinaria. La sua passione restò sospesa, eterea, mai si nutrì delle battaglie che rendono memorabili i percorsi d’un cavalierato; lasciò estinguere i palpiti e si riaccomodò la vecchia armatura, attribuendo al fato l’infausta necessità di continuare nelle antiche e rodate abitudini.
Ci trovammo un dì, Paolina e me medesima, a discorrere di questo soggetto, in Europa. L’ardore delle vecchie passioni non albergava più nei nostri cuori, e il colloquio fu sereno. Entrambe sapevamo che ci saremmo presto ritrovate nelle impervie terre dell’Asia centrale, e ciò puntualmente accadde.

 

A Samarcanda
del 26-11-2007

Lasciammo un dì il fosco maniero di Tashkent, Paolina e me medesima, per raggiungere infine Samarcanda. Vi andammo in vettura con un conduttore russo, e fu il viaggio più confortevole che mi capitò di fare in tutto il periplo asiatico. La Cavalletta rimase a Tashkent, ben accomodata nel giardino; benché desiderosa di moto, non me ne volle troppo per non averla condotta a Samarcanda. Sospetto che mi avrebbe volentieri abbandonato al mio destino di cavaliera senza destriero, se il giovane Kostya l’avesse presa sotto le sue assidue cure.
Partimmo di buon mattino verso la mitica città che fu già grande prima dell’arrivo del macedone Alessandro. Era allora chiamata Maracanda, e nei secoli che furono – fino al tredicesimo dell’era cristiana – fu borgo di commerci e d’artigiani, concupita e da molti conquistata, dai Mongoli saccheggiata nel 1220 e restituita agli antichi splendori dal cavaliere Timur e dai suoi discendenti, nei secoli quattordici e quindici dell’era cristiana. Nel seguito, gli Uzbeki shaybanidi le preferirono Bukhara e la terra tremò più volte sotto i palazzi di Samarcanda, che divenne infine città russa nel 1868.
Meno di duecento miglia vi erano tra l’antica Samarcanda e la nuova Tashkent; le avevo percorse nella notte, viaggiando sul torpedone con la Cavalletta. Dalla vettura, nel giorno, vidi allora campi verdissimi, piante di cotone e una buona strada che dovemmo a un punto abbandonare: essa proseguiva nella terra dei Kazaki, giacché quella strada era del tempo del Soviet, quando non esisteva alcuna frontiera tra i due paesi.

 

La città sconnessa
del 26-11-2007

Quando giungemmo a Samarcanda, ero pigramente assopita sullo scranno posteriore della vettura. Il conduttore ci lasciò dirimpetto alla locanda che Paolina aveva riservato per noi. Nei dì che seguirono, trasmigrammo facilmente in vettura da un sito all’altro: dalla locanda alla moschea di Bibi Khanym – era costei la consorte cinese di Timur –, dal bazar di Siab al mausoleo Guri Amir ove giacevano Timur e i suoi (nella foto), dalla grande piazza del Registan – cuore della vita e dei commerci del borgo antico – alla grande necropoli di Shah-i-Zinda. Era la prima volta, nel mio viaggio, che mi affidavo al placido trasporto d’un autista; ne giovarono le mie stanche membra e la conversazione con Paolina. Fu difficile così, tuttavia, capire quale forma avesse la città, come si connettessero le sue parti e cosa fosse rimasto in piedi del borgo antico.
Mi sembrò dunque, la mitica città di Samarcanda, un insieme di splendidi edifici tra loro isolati, spesso pesantemente ricostruiti nell’epoca moderna. Mi mancò quella coscienza e quell’entusiasmo che prende il viaggiatore quando per la prima volta calpesta il suolo d’una città che non conosce, ancor più quando si tratta d’un luogo che alberga nel mito e nell’immaginario di tanti sognatori.

 

Sorprese della necropoli
del 26-11-2007

Bisogna percorrerle a piedi, quelle vie, per capire se esiste davvero una città vissuta nei percorsi quotidiani, nelle ansie dei ritardi, nelle allegrie degli incontri, nelle sporcizie e nelle bellezze dei suoi edifici, nelle fragranze e negli olezzi che si levano dai suoi angoli. In talune città, anche un velocipede non è la misura adatta; a Samarcanda, tuttavia, la Cavalletta avrebbe potuto facilmente condurmi d’intorno.
Comunque sia, la città non mi scaldò il cuore; solo l’insieme delle tombe di Shah-i-Zinda fu per me foriero d’emozione. Quivi era il sepolcro del Re vivente, così s’appellava Qasim ibn-Abbas – cugino e compagno del profeta Maometto – che si disse aver portato l’Islam nelle terre ove l’antica Maracanda sorgeva. Vi fui nel meriggio inoltrato d’una giornata calda di sole, con Paolina, e l’incontro che vi feci molto m'indusse in riflessione sullo straordinario potere del caso.
La necropoli s’accendeva della luce più dolce del meriggio. Nella promenade tra i mausolei, potei infine apprezzare la serena compagnia di Paolina, che sempre avevo visto incalzata dalla fretta e spesso turbata dalle mille incombenze che il suo incarico le procurava. Allegramente percorremmo lo stretto cammino su cui s’aprivano le porte dei mausolei; godemmo dell’intenso turchese che copriva le morbide cupole d’una tomba del secolo quindici (nella foto), che si pensava dell’astronomo Kazi-Zade Rumi: ma quando venne aperta, i sapienti dell’epoca moderna vi trovarono i resti di due donne.
Il giorno moriva con squisita dolcezza, e un refolo di vento rendeva l’ora ancor più soave, quando d’improvviso mi fu accanto un giovane dalla lunga chioma color miele.

 

Il beffardo potere del caso
del 26-11-2007

Subitamente lo riconobbi, e fui turbata dalla sorte beffarda che ci poneva di nuovo sulla medesima via.
- Non ti sto inseguendo, davvero! dissi a Maurocchio d’Elvezia con una nota d’imbarazzo nella gola.
- E chi ti ha detto nulla! rispose quello, piccato.

Furono poi alcune parole di circostanza; gli presentai Paolina che conosceva l’avventura di Bukhara (vedere il blog precedente), parlammo delle locande ove ciascuno era alloggiato a Samarcanda, e infine ci separammo su quel cammino tra le tombe che stretto era, tale da raccogliere lo sciame dei visitatori sui medesimi passi. Lo vidi allora, e fu l’ultima volta, in quella luce gialla che moriva, perdersi nel cicaleccio delle comitive che cercavano gli scorci più ameni per immortalare il loro passaggio.

 

Alla ricerca, nel giardino
del 26-11-2007

Gli ultimi giorni a Tashkent furono consacrati alla scrittura e alla manutenzione della Cavalletta. Trovai un’oasi di quiete nel silenzioso giardino ove i francesi avevano il loro avamposto di studi sull’Asia centrale. Molto mi piacque intrattenermi in discussione con i giovani ricercatori che vi passavano le ore; mi sembrò ugualmente d’essere impegnata in qualche attività di studio, benché essa fosse solo, al momento, la ricerca delle migliori vie ove lanciarmi al galoppo con la Cavalletta in Asia.
Nei padiglioni del centro francese, che affacciavano sul giardino, potei redigere le mie storie; vi incontrai pure il bruno fiore del Narciso ubzeko che s’accompagnava al giovane Marco di Francia. Trascorsi una serata amena con la coppia che volle condurmi in una taverna locale. M’accompagnarono poi verso il maniero, nel buio sereno di quelle strade che non intimorivano punto, masticando bruscoli come d’uso corrente.
Partimmo infine, la Cavalletta e me medesima, rinfrancate dalla lunga sosta nella capitale uzbeka e ormai bramose di nuove avventure sulle strade d’Asia.

 

Nella terra dei Kazaki
del 26-11-2007

La terra dei Kazaki era assai prossima: galoppammo due ore appena, lungo un cammino facile e assai battuto che nulla avea dell’aspro paesaggio, a tratti desolato, del confine con il paese dei Turkmeni (vedere il blog “Le ultime meraviglie del Turkmenistan”). Trovammo sempre tracce dell’umana presenza, e rifornimenti sulla via. Il passaggio alla frontiera fu agevole, il controllo del lasciapassare assai veloce. Ma fu così solo per noi; una folla di vetture e di astanti rimase ferma oltre il cancello chiuso, in terra uzbeka.
Ci aiutò un giovane dalla schietta parlata nel britannico idioma, che si disse uzbeko, ma con un ramo di famiglia nel vibrante borgo kazako di Shymkent.

- È una cavaliera italiana che passa di qui, disse all’uomo che presidiava il confine.

L’uomo sputò e si pulì il naso; poi aprì la grata che chiudeva la frontiera e mi accompagnò al chiosco ove si controllavano i lasciapassare. Salutai il giovane gentile che rimaneva oltre la grata, e sentii che diceva:

- Eravamo un grande paese, le frontiere non esistevano, ed ecco che un giorno qualcuno si è alzato e ha deciso; così ora se c’è un’emergenza dall’altra parte, impossibile arrivare in tempo.

Mi rattristai un poco, ma passai, con la Cavalletta. Di là, nella terra dei Kazaki, molti convogli erano pronti a trasportarci nella vecchia capitale Almaty, ove la via per la Cina si faceva agevole.

 

Note tecniche
del 26-11-2007

IFEAC (Institut Français d’Études sur l’Asie Centrale)
18a, rue Rakatbochi, 100031 Tachkent
tel.+998-71-1394703
www.ifeac.org

Alberghi a Samarcanda:

Hotel Malika-Samarkand
Khamraev 37, tel. +998-66-233 01 97
www.malika
hotels.com
e-mail: malikahotel@gmail.com
(sobrio ma non troppo economico).

I viaggiatori vanno di solito al
Bahodir B&B, Mulokandov 132,
tel. 38 55 29, con una spesa
di circa 10/15 dollari a notte

Nella foto: bicicletta al lavoro a Samarcanda

 

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