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Kazakhstan, le fatiche d'Almaty
Una bicicletta sulla via della Cina
Blog di DODAMANTE
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Velocipedi verso Pechino
del 30-12-2007

Fui ben accolta, nella terra dei Kazaki, o piuttosto nessuno mi guardò con cupidigia, né con fastidio. Nessuno chiese soldi a Dodamante per il mio trasporto. È pur vero che attraversammo una piccolissima parte dell'enorme paese, il più grande tra quelli in cui cavalcammo prima di giungere in Cina. Avevo una certa paura, per la verità, di imbattermi in strade impervie e funestate da resti nucleari; ricordavo d'aver sentito Dodamante che ne parlava a qualcuno, non ricordo chi fosse, e sembrava assai perplessa sull'opportunità di arrivare in Cina passando attraverso il paese dei Kazaki. A Tashkent aveva conosciuto un bel tipo, un francese mi pare, che andava a Pechino attraversando la terra dei Kirghizi con la sua bicicletta (http://lyonpekin.free.fr, www.aujourdhuilachine.com/article.asp?IdArticle=5071). Mi sarebbe piaciuto incontrare quella bici, doveva averne di storie da raccontare, ma il suo cavaliere l'aveva lasciata a Samarcanda in un albergo, ed era arrivato da solo nella capitale uzbeka. Credo che Dodamante avrebbe amato fare una parte del viaggio con il giovane francese, e anch'io sarei stata assai curiosa. Ma capii che nella terra dei Kirghizi avrei dovuto faticare parecchio, valicare le montagne, e a dire il vero non mi sentivo così preparata.

 

La temibile maestà delle montagne
del 30-12-2007

Sono una bici da città, ma posso affrontare i viottoli di campagna, le vallate desertiche e persino le frontiere, quando non s'ergono in altura. Temo però la maestà delle montagne, ho paura per le mie corone, e so che i miei freni non sono più quelli d'una volta. Lo feci capire a Dodamante, e devo dire che mi prestò attenzione. Non mi incalzò con le sue ragioni, spesso opposte alle mie, e valutò che il rischio nucleare kazako era remoto. Il vecchio Poligono, a meno di cento miglia dalla città di Semey, dove al tempo del Soviet esplosero per prova più di quattrocento bombe atomiche, era lontano dalla nostra via più di cinquecento miglia. Così pure la nuova capitale Astana, che dicevano prossima a depositi di residui radioattivi, e la città petrolifera di Atyrau, ove sembrava che molti stranieri fossero aggrediti a scopo di rapina (www.viaggiaresicuri.mae.aci.it/?kazakhstan), erano a centinaia di miglia dalla strada che ci avrebbe condotte in Cina. Dodamante fece le sue ricerche; trovò che la via migliore per arrivare nella terra dei cinesi passava per la vecchia capitale che s'appella Almaty, nell'angolo sud-orientale del grande paese dei Kazaki.

 

Il nudo passo del viandante
del 30-12-2007

Fu lì dunque che puntai le mie ruote, non appena superato il confine con la terra degli Uzbeki. Non feci molta strada, tuttavia, giacché Dodamante trovò subito molti torpedoni diretti ad Almaty. Ne scelse uno che aveva un bagagliaio grande e pressoché vuoto, ove potei entrare bella diritta, indisturbata e senza biglietto supplementare. Sono sempre molto lieta, quando riesco ad evitare grane a Dodamante. Le difficoltà mi rendono inquieta: ho sempre il timore che la mia cavaliera reputi la mia presenza un fardello, più che un aiuto, e che in un eccesso di fatica possa decidere di sbarazzarsi di me rinviandomi indietro. O peggio, abbandonandomi lungo la strada. Si offenderebbe, se le esprimessi tale timore: ma non è la fiducia che mi manca. So per esperienza che l'eccesso di fatica può rendere quasi folli, e che nessuna cavaliera potrebbe resistere a lungo, in sella, se il cavallo non fosse in grado di agevolare il nudo passo del viandante.
Partimmo dunque verso Almaty, Dodamante sugli scranni del torpedone, e me medesima ben apparecchiata lì sotto. Il viaggio durò una notte, e non fu punto comodo.

 

Notte del torpedone
del 30-12-2007

Ovvero, non soffrii troppo, chiusa nel buio fondo del grande bagagliaio. Riporto qui quanto mi disse Dodamante al termine del viaggio che ci vide scendere nella stazione dei torpedoni di Almaty, in un mattino un po' offuscato dal rumore e dall'aria stagnante della città bassa (bassa si fa per dire: l'intera città giaceva a più di seicento metri d'altitudine, e presto m'accorsi che orientarsi era semplice, ma andare su e giù per quelle strade scoscese mi costò una fatica notevole, e quasi rimpiansi d'essermi opposta alla via montagnosa del Kirghizistan). Nel mattino brumoso della vecchia capitale dei Kazaki, mi bastò un colpo di fanale per capire che la notte di Dodamante era stata travagliata, seppur non disastrosa. D'altro canto, anch'io avevo registrato nelle mie giunture la fatica d'una strada che doveva essere assai sconnessa. Dapprima non me ne accorsi, giacché l'asfalto filava liscio tra campi verdissimi (non potevo vederli, chiusa nel ventre del torpedone: diciamo che li immaginai così. Dodamante più tardi diede conferma alle mie fantasie, e per la prima volta sentii che avevamo raggiunto l'osmosi perfetta, quella sognata da ogni cavalcatura con la propria cavaliera). Erano dunque verdi e lucidi nel sole che si spegneva lentamente, quei campi kazaki a un dipresso dalla frontiera uzbeka. V'erano girasoli, e terre coltivate, agili vacche e sfortunati ovini. Per mia fortuna non vidi nulla, giacché sono una bicicletta impressionabile, e soffro molto per gli avversi destini dei piccoli quadrupedi. Solo, mi resi conto che facemmo molte soste lungo il percorso, ma le attribuii al necessario espletamento delle funzioni fisiologiche dei passeggeri. Così era, mi disse Dodamante, ma era anche altro.

 

Tramonto rosso sangue
del 30-12-2007

Poco prima che il buio inghiottisse il torpedone di sopra, avevo udito certe esclamazioni forti provenire dall'alto, e nell'oscurità del mio ricettacolo capii che una delle soste si prolungava troppo, e che eravamo fermi nel mezzo della via. So dirvi ora che forma ha una pecora morta, uccisa per sopperire alle necessità dei riti umani; tali spoglie non mi turbano molto. So che si tratta di riti antichi, che la carne è prelibata per gli umani; anche se sono sinceramente dispiaciuta, giacché con gli ovini possiamo guardarci diritto, dagli occhi ai fanali. Non vidi, per fortuna, quella carneficina di cui mi raccontò poi Dodamante: erano più d'una, le povere pecore dilaniate dalle ruote grandi d'una vettura che non aveva potuto frenare in tempo. Giacevano riverse sull'asfalto, nella luce morente del giorno che spegneva in loro gli ultimi guizzi di vita. Dodamante ne fu impressionata, e con lei molti dei passeggeri del torpedone che era stato costretto ad arrestarsi. Un segno premonitore di altre sciagure, su quelle strade che la notte inghiottiva nel nero più fondo? Ero rimasta al buio, nel bagagliaio, ma mi sembrò di capire che la sorte dei passeggeri di sopra non era stata poi migliore, giacché la via verso Almaty doveva essere altrettanto poco chiara di luce artificiale.

 

In bilico sui buchi
del 30-12-2007

Le altre soste furono assai gradite: ballammo, sulla via notturna, molto più di quanto m'era capitato sino a quel momento in tutto il viaggio. Ballammo sulla fettuccia dissestata e nera che ci portava ad Almaty, benché terra fosse, e non mare. La natura m'è clemente, e da me non richiede lo spurgo dei materiali di scarto, al contrario degli umani e d'altri tipi di cavalcature. Non ho neppure un serbatoio che rischia di forarsi, nello sbatacchiamento d'una strada dissestata. Non mi dispiacque, tuttavia, qualche pausa nel rollio continuo di quel viaggio. Sapevo che i passeggeri discendono dal torpedone per mangiare, fumare o dare sfogo alle viscere. Non ero abituata, tuttavia, alle greggi di umani che pisciano assieme, giacché sono una Cavalletta italiana, e la mia cavaliera mai mi condusse tra i velocipedi che si muovono in branco con i loro cavalieri. Dodamante mi raccontò d'aver pagato l'ingresso in una toeletta pubblica – miracolo spuntato nel buio pesto della notte kazaka – ove si ritrovò sulla stessa linea di tanti culi a mezz'aria, in bilico sui buchi ritagliati in un pavimento d'acido afrore. Erano tutte cavaliere in bisogno, e i cavalieri maschi evacuavano nella stanza attigua, oltre la parete. Non fu la promiscuità dei corpi che disturbò la mia cavaliera, almeno così capii; fu piuttosto la permeabilità degli odori, un miscuglio impietoso di fetide zaffate che costringeva ad una sosta rapida e circospetta. Mai più entrerò in un simile girone, mi disse ancora Dodamante. E aggiunse poi che nelle soste successive, e ancora nella terra dei cinesi, sempre avrebbe cercato di assecondare il richiamo degli sfinteri nel mezzo della soave natura. Non era questa una novità assoluta in cotali luoghi d'Asia, e mai – salvo una volta, ben più tardi – Dodamante ebbe a vergognarsene.

 

Cavalcate pericolose
del 30-12-2007

Quel primo mattino, Almaty mi sembrò grave d'aria e mi sentii pesante, sotto il basto che normalmente portavo senza affanno. Ci avviammo per una strada lunga e diritta, che scavalcava un fiume ampio ove di nave non ricordo traccia. Ero piuttosto barcollante, e mi parve che nessuno facesse attenzione alla nostra cavalcata che si snodava lenta, al lato della via. Mi sembrò d'essere assai vulnerabile, alla mercé d'un traffico impazzito che si dimenava senza posa. A un tratto, una grande jeep inchiodò sulla man destra, e il vetro fu aperto dall'interno, con rapida urgenza. Partì allora uno scaracchio, e fui davvero fortunata, poiché la gittata si dispiegò a una distanza ancora sufficiente per non esserne investita. Dodamante mi stritolò quasi i freni, e sentii rimuginare qualche brutta parola che ora non rammento. Poco più avanti, trovammo una fettuccia d'asfalto che somigliava a un marciapiede, e quivi ci infilammo per essere protette dalle asperità della strada. Galoppammo così per qualche miglio, sino a quando un grande centro commerciale non si parò a manca, e poco dopo Dodamante mi sospinse in un parcheggio che ospitava solo vetture a quattro ruote. Salimmo su per una rampa, e poi su un ballatoio; quivi la mia cavaliera mi legò accanto ad una di quelle scatole che servono per raffreddare le case e gli uffici quando fa molto caldo. Sparì per qualche minuto oltre una porta a vetri.

 

L'insostenibile pesantezza dell'etere
del 30-12-2007

Quando tornò, potei finalmente respirare, giacché mi liberò del basto, davanti e dietro. Mi disse che potevamo lasciare tutto, per qualche ora, in quel palazzo che ospitava gli uffici del Sacro Ordine dell' Organizzazione Internazionale, poiché vi era un cavaliere amico a farsene garante. Saremmo andate più leggere, me medesima e la mia cavaliera, alla ricerca d'un ricovero per la notte.
Mi accorsi subito che, anche senza bagagli, quell'aria mi schiacciava, e le mie giunture trasudavano persino sotto il lieve peso di Dodamante. Ella mi sembrò un poco delusa: forse era solo l'espressione affaticata d'una notte di viaggio e della pedalata difficile nel cuore della città kazaka. Giacché conosco a fondo le pieghe del cuore della mia cavaliera, sospettai tuttavia che attendesse qualcosa d'altro dal cavaliere amico – non credo si trattasse di passione, forse d'un aiuto più cospicuo nell'affare del ricovero, che si rivelò assai complicato, e quasi ci portò a una partenza subitanea. Ero al limite delle energie, e non avrei potuto mantenere in sella neppure un equilibrista dal peso d'una vespa, quando incontrammo Victor.

 

Alla ricerca d'un alloggio
del 30-12-2007

Dodamante sedette un poco sul muricciolo che cingeva il parcheggio del grande palazzo ove avevamo depositato i bagagli. M'appoggiò a un palo, tirò fuori una scatoletta di tonno che proveniva dalle riserve di Paolina a Tashkent (vedere il blog precedente), e lo mangiò con lentezza. Fui sorpresa: sapevo bene che non amava il cibo in scatola, e men che mai il tonno. Doveva essere davvero stanca per ridursi a consumare quel magro pasto in mezzo a un parcheggio di sole vetture, in piena città, a pochi metri dalla via rombante che avevamo percorso con fatica. Cercai allora di assecondare i movimenti della mia cavaliera, non appena fu di nuovo in sella. Non fu facile, tuttavia: giacché percorremmo la città in lungo e in largo, dal tardo mattino fin quasi al tramonto, senza trovare una locanda dignitosa che potesse accoglierci. Faticai subito tanto, dacché provammo a salire su per la collina, verso sud. Niet, disse la dama della prima locanda, ove sostavano solitamente i viaggiatori ad Almaty. Vidi Dodamante uscire con un'espressione sconsolata; m'accarezzò la sella, come volesse trarne conforto. Nessuna stanza libera, sospirò, e fece per inforcarmi il telaio, quando le mani le tremarono. Il libro e il quaderno che teneva tra le dita si spaginarono sul selciato; anch'io caracollai pericolosamente, ed ebbi paura.
M'aspettavo un improperio, e invece non sentii nulla. Fui allora decisamente spaventata, giacché sapevo che in simili circostanze Dodamante reagisce con un fiero turpiloquio che serve a disinnescare l'ansia. Pensai che fosse sul punto di piangere, ma non sentii nulla di umido sulle mie giunture. Le sue mani m'agguantarono i freni, e fummo di nuovo in strada, in precipizio verso la città bassa.

 

Un pavone a due ruote
del 30-12-2007

Il libro caduto sul selciato non era nuovo, e raccontava d'una città che più non era. Negli ultimi anni Almaty doveva essere assai cambiata, giacché molte locande che il libro indicava come economiche erano divenute quasi di lusso. Costavano moltissimo, almeno rispetto a quanto avevamo visto nella terra dei Turkmeni e degli Uzbeki. E poi, come si sa, spesso le locande di lusso non amano le biciclette. Provammo ancora in due alberghi grandi, chiedemmo a un gruppo di dame che sedevano nell'ombra, sulla via. Offrivano dimore in affitto, anche per pochi dì, ma il prezzo richiesto era eccessivo per la nostra borsa. Restava un'ultima speranza: l'albergo Stella Rossa. Una dama kazaka che lavorava per il Sacro Ordine dell'Organizzazione Internazionale aveva detto a Dodamante di provare: era un poco fuori dal centro, e quella dama vi passava davanti tutte le mattine per recarsi al lavoro. Andammo.
Riattraversammo la città, verso nord, scendendo ai piedi della collina. Non incrociammo biciclette, e pensai che quei cittadini fossero ormai troppo ricchi per faticare curvi sui pedali. D'improvviso però passarono due ruote eleganti, e cercai di farmi notare. Quel velocipede tuttavia non mi degnò d'un colpo di fanale, e proseguì diritto per la sua strada, senza neppure sterzare. Ero stanca, un po' sporca, ma capii che quella bici apparteneva a un altro mondo. M'ero sentita a mio agio, tra i velocipedi uzbeki carichi di masserizie e di corpi infagottati. In fondo parlavamo la stessa lingua: faticavamo ogni giorno, ma eravamo utili, direi quasi indispensabili, e questa era la nostra ragione di vita. Quel velocipede kazako, invece, tutto lustro e sfavillante come un pavone, sembrava dovesse solo correre, correre il più velocemente possibile. Di sicuro passava più tempo chiuso in un locale, accanto a una vettura potente, piuttosto che in giro a farsi sgretolare dal sole e dall'aria pesante d'Almaty. Dodamante non parve impressionata dal transito del cavaliere munito d'elmetto, solo emise un flebile “ohh”, che voleva dire: ecco un cavaliere kazako che somiglia proprio a quelli europei. Almeno questa fu la mia interpretazione. Ma ero troppo stanca per analizzare i dettagli.

 

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