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Kazakhstan, le fatiche d'Almaty
Una bicicletta sulla via della Cina
Blog di DODAMANTE
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Il mistero della Stella Rossa
del 30-12-2007

L'albergo Stella Rossa era un blocco scuro di cemento, e non mi piacque per nulla. Dodamante mi parcheggiò nell'ingresso, mi legò le ruote, e si rivolse al banco nel russo idioma. V'erano delle giovani donne che mi parvero molto gentili. Una di queste salì con Dodamante ai piani superiori, e mi rassegnai ad aspettare. Ero a disagio, benché nessuno m'avesse guardato male o molestato nelle ruote. Non vidi passare quasi nessuno, in quell'attesa che durò forse mezzora. Sapevo che la mia cavaliera avrebbe accettato di restare in quella locanda, data l'ora tarda e soprattutto la mancanza d'alternative. Fui davvero sorpresa quando tornò con un cipiglio austero, mi slegò e mi rimise in strada.
E ora? Pensai smarrita. Non emetteva suono, la cavaliera; sembrava concentrata su di sé, e pedalava con una forza che non immaginavo potesse ancora avere, dopo una simile giornata. Arrivammo sulla strada percorsa al mattino, ove sorgeva il palazzo che custodiva i nostri bagagli. In quella, un ragazzone alto e grosso ci passò accanto, a piedi; non ci vide, poiché aveva il naso tuffato in una grande mappa della città.

 

Il regalo di Victor
del 30-12-2007

- Un turista! esclamò Dodamante, e mi bloccò i freni d'un colpo. Mi lustrai il fanale di dietro, l'unico che mi restava; benché appannato da polvere e sudore, vidi un viso che poteva essere quello d'un americano. Nessun viaggiatore ci aveva sbarrato il passo, quel dì, e m'augurai che Dodamante potesse comunicare con quel giovane che stava per attraversare la via.

- Ehi, sorry! Ci lanciammo all'inseguimento.
- Sei un turista? Puoi indicarci una locanda non cara? proferì Dodamante nel britannico idioma.
- Non sono un turista, sono nato nella terra dei Kazaki ma mia madre è russa, disse il giovane con un sorriso. Però non vivo ad Almaty, vengo da Ust-Kamenogorsk, a circa settecento miglia da qui, verso nord. E sì, qui sono in una locanda non cara, ma non prendono tutti. Però si può provare.

Seguimmo dunque il giovane colosso, che mi piacque subito: aveva un bel sorriso, una parlata schietta, e capii che Dodamante pure ne era impressionata: il britannico suo idioma era perfetto, benché – come subito ci disse – non fosse stato nelle terre di quell'idioma mai, da quando era nato, diciassette anni prima. Era venuto da solo, ad Almaty, per fare un esame. Un esame d'inglese. My name is Victor, ci disse, e ce ne andammo assieme.

 

Cavalieri invisibili
del 30-12-2007

Quando uscimmo dalla locanda, il successivo dì, la città m'apparve assai più bella, benché mai mi sembrasse adatta alle ruote sottili della mia specie. L'aria calda mi s'appiccicava alla vernice, il rombo dei motori mi faceva paura, e vidi ancora velocipedi di lusso transitare a branchi. Mi piacquero molto certi giardini pieni di fiori e di ragazzi in gioco, e non potei fare a meno di notare con grande stupore che questo paese sembrava uno spicchio d'Europa trapiantato in Asia. Quanto diverso era dai vicoli sterrati di Bukhara, ma pure dai larghi viali silenziosi di Tashkent, che avevo percorso senza affanno! Quivi erano grandi alberghi tirati a lucido, molte macchine automatiche ove prendere il denaro, telefoni pubblici nuovi di zecca che non vidi usare da nessuno. E donne assai svestite, bionde, e lunghe vetture tutte bianche inghirlandate di fiori, dai vetri scuri, che avevo visto solo nei film americani. Sono una bicicletta moderna e non mi ritengo bacchettona, ma Almaty m'impressionò, poiché mi sembrò tutto fuorché la vecchia capitale d'un paese di nomadi antichi che appellavano se stessi cavalieri liberi, discendenti da Mongoli musulmani. In virtù di tale passato, speravo di trovare molte cavalcature nelle strade: invece non vidi mai biciclette da carico, come ho detto, né cavalli o altri quadrupedi. Sapevo che non aveva molto senso cercare dei nomadi in una città che conteneva le dimore d'oltre un milione di umani, ma ebbi l'impressione che nessuno rammentasse davvero quel passato; Dodamante ne cercò le tracce in un museo, e quello che mi descrisse mi fece tintinnare di sorpresa il campanello.

 

Icone stradali e oro nero
del 30-12-2007

Vidi ancora varie statue di sapienti e poeti locali a me ignoti tra le fronde dei giardini, passeggini e pattini in linea. Conoscevo la storia di quei russi a cui le orde kazake si piegarono, quasi tre secoli or sono, e sapevo che questa fu terra d'esilio per molti oppositori al potere degli zar. Ma nessuno m'aveva raccontato prima – me lo disse Dodamante ad Almaty, l'aveva letto nel suo libro – che moltissimi russi (e ucraini, bielorussi e tanti altri) quivi si stabilirono, portando pure le macchine per l'agricoltura. E al tempo del Soviet i nomadi kazaki non furono più nomadi, molti morirono o se ne andarono via nelle terre vicine. E ora? La terra dei Kazaki era ormai indipendente da sedici anni; da allora solo un presidente ne aveva regolato le sorti, e così sarebbe stato ancora per un lustro almeno. Nursultan Nazarbaev non si vedeva nelle icone stradali d'Almaty, che inneggiavano a banche, dimore e auto in vendita; ma costui teneva ancora il pugno fermo, aveva favorito il ritorno di quasi tre milioni di Kazaki, e il nuovo paese sembrava prosperare sui proventi del petrolio. Tuttavia le facce russe non s'erano estinte, così mi parve, almeno a giudicare dalla città d'Almaty che russa era nata nell'anno 1854. Non era antica né esotica, temeva i terremoti, le moschee erano quasi vuote e le chiese piene, così mi raccontò Dodamante che vi potè entrare (nella foto: il parco Panfilov con la cattedrale Zenkov).

 

I ritorni
del 30-12-2007

Una di queste chiese la vidi anch'io, dall'esterno, e fui abbagliata dalla bellezza di quelle cupole colorate che lanciavano l'oro verso il cielo. Era la cattedrale Zenkov nel mezzo del parco Panfilov, ove nel meriggio sereno s'addensavano i giochi dei bambini, i karaoke dei ragazzi e le mani tese di donne dal russo aspetto che quivi mendicavano. Nata al tempo degli zar e risparmiata dal feroce morso della terra in subbuglio nel sisma dell'anno 1911, la chiesa era tornata da poco all'antico suo uffizio che fu obliato all'epoca del Soviet, quand'essa fu museo e sala per concerti. Dodamante fu colpita dal grande affollamento di fedeli salmodianti, che vide pure nella cattedrale di San Nicola (nella foto qui sopra), brillante di turchese vivo e nuovo. Nulla rimembrava l'odore della stalla che ospitò la cavalleria bolscevica, in tale chiesa tornata al culto nell'anno 1980. Qui pure aspettai Dodamante nel giardino, e l'attesa mi fu dolce.

 

La dura vita dei velocipedi
del 30-12-2007

Com'è noto, i musei di norma non accettano velocipedi nelle sale, salvo quando non si tratti di esemplari in mostra; lo stesso vale per i supermercati ove, una volta vendute, non possiamo più accedere. Una vera ingiustizia, ma ormai vi sono abituata. Così molti luoghi d'Almaty non li vidi col mio proprio fanale, e debbo riportare quel che me ne raccontò la mia cavaliera. Non che mi fidi ciecamente delle sue storie, ma tant'è: sono curiosa di conoscere i luoghi ove non riesco ad arrivare, e altra possibilità non ho. Quando sono parcheggiata all'esterno d'un grande palazzo, mi figuro la vita che pulsa dentro i corridoi, dietro i vetri schermati, e tutte le storie che vi si intrecciano ogni giorno. Per questo, solo per il potere che hanno di osservare da vicino quelle storie per poi raccontarle, solo per questo a volte invidio gli umani.
Quando Dodamante si recò al museo centrale di Stato (nella foto), mi lasciò nella locanda ove Victor ci aveva condotto il dì del nostro arrivo. Non mi opposi, né mi sentii abbandonata: avevamo transitato davanti all'edificio del museo nella dura ricerca d'un alloggio e non avevo provato alcun fremito d'emozione. Non pensai per nulla che potesse contenere le testimonianze preziose d'un ricco passato: era un enorme palazzo candido e pulito, decisamente nuovo. In più, non m'ero ancora ripresa dalla fatica del primo dì, e la locanda di Victor era davvero accogliente. Dodamante e il giovane anglofono m'avevano introdotto di soppiatto, sollevandomi per le ruote in corridoio e infilandomi in gran fretta nella stanza: giacché la mia espulsione avrebbe comportato il rischio di ritrovarmi in strada nella notte d'Almaty, sola o insieme alla mia cavaliera. Tuttavia le dame della locanda mi videro a più riprese, e non dissero nulla che mi dispiacesse. Potei dunque riposare in una piccola stanza dalle pareti immacolate, e finalmente rilassai le mie camere d'aria. Ripensai all'albergo Stella Rossa, e sospirai di sollievo. Dodamante m'aveva raccontato che, in quelle stanze trasandate e vetuste, avrei dovuto dormire come il monoruota degli equilibristi, giacché non v'era spazio per una bicicletta. Era stata incerta, ma alla fine aveva rinunciato.

 

La fiera del museo
del 31-12-2007

Il museo centrale di Stato sorgeva tra i giardini. Poco lontano svettava il mastodonte del centro commerciale Ramstor (nella foto), ove Dodamante mi raccontò d'aver visto un enorme supermarket con le cassette di sicurezza per custodire le borse degli umani. V'era nel Ramstor pure una pista di pattinaggio su ghiaccio, disse, e pensai con stupore a come doveva essere Almaty nel tempo che mi vide nascere, trent'anni or sono.
Poi il mio campanello tintinnò allegramente, quando Dodamante aggiunse che nel museo erano in mostra, nel piano dell'entrata, nuovissimi vestiti da sposa, tutti bianchi e vaporosi. Mai ero stata in un museo-fiera e provai, tra i raggi, una fitta d'acuta invidia. V'erano libri sulla terra dei Kazaki esposti in vetrina, gli stivali dei nomadi che non avevo visto ad Almaty, animali impagliati e vecchie armi e, nei piani alti, gli oggetti che rendevano memorabile la storia del nuovo paese indipendente. Quivi erano delle scritte nel britannico idioma che raccontavano come quella terra fosse stata sgombrata dalle armi nucleari e come il presidente Nazarbaev fosse stato eletto e riconfermato tre volte. V'erano le sue foto a pesca (col commento: un buon inizio prepara una buona fine), sugli sci (la curva stretta), impegnato nel gioco del tennis (il momento di relax), con la famiglia. E v'erano esposti regali e riconoscimenti d'altri paesi al nuovo Stato dei Kazaki, pure la statuetta d'una piccola lupa capitolina. Il racconto delle risorse naturali dell'enorme paese non eclissava le magnificenze della nuova economia: Dodamante mi disse d'aver visto dei telefoni cellulari esposti nelle vetrinette del museo per illustrare lo sviluppo delle telecomunicazioni, accanto ai libri su cui si costruiva l'educazione dei nuovi bambini kazaki. Quel dì il cielo era grigio e piovve un poco, sul far della sera. Dodamante tornò nella locanda e mi parve allegra. Subito uscì di nuovo, con Victor.

 

Parigi a domicilio
del 31-12-2007

Victor sembrava assai contento, e ne fui lieta poiché m'era molto simpatico. Lo avrei portato in sella volentieri, fosse stata un'altra città; ma il giovane non mostrò mai di volersi accompagnare con me sulle strade d'Almaty. Gliene fui grata, giacché il mio sforzo sarebbe stato enorme. Dodamante non rientrò molto tardi, quella sera. Victor aveva fatto il suo esame, mi comunicò la mia cavaliera prima d'addormentarsi, gli era parso difficile ma riteneva d'aver compiuto un buon lavoro. Avevano cenato dietro l'angolo, in un supermercato ch'era pure ristorante. Nella notte serena d'Almaty, Dodamante e Victor erano andati camminando nelle vie buie e fruscianti di giardini, accese dalle luminarie di caffè e ristoranti, finalmente sgombre dal transito abnorme dei motori. Avevano costeggiato il panorama cangiante di luci gialle, rosa e verdi che accendevano la piccola Tour Eiffel ov'erano ospitate vetture in vendita. S'erano lasciati alle spalle l'obelisco in miniatura che segnava l'ingresso del ristorante Cleopatra; erano arrivati sino a Respublika Alangy, la piazza dei cerimoniali, che ospitava su un lato il monumento all'Indipendenza.

 

Mani fatate e cieli sporchi
del 31-12-2007

Quivi, nella luce del giorno, le giovani coppie appena sposate amavano farsi immortalare dai fotografi. Sotto al monumento all'Indipendenza v'era pure uno strano libro aperto, di metallo, con l'impronta del palmo d'una mano. L'avevamo visto insieme, Dodamante e me medesima, e molto m'ero interrogata sul significato di tale opera. Victor non ne era a conoscenza, e Dodamante non seppe darmi spiegazioni certe, quella sera. Ella si giustificò dicendomi che la città cambiava a vista d'occhio, benché non fosse più la capitale da un decennio, e nei suoi libri di ciò non v'era traccia. Disse ancora che nella nuova capitale Astana v'era, sulla cima d'una torre, l'impronta della mano del presidente Nazarbaev e gli umani, che vi ponevano la propria, avevano fortuna. Era probabile che altrettanto fosse e provocasse quell'impronta d'Almaty.
Il giovane Victor voleva far baldoria tutta la notte, mi comunicò con un sorriso Dodamante quando rientrò nella locanda. Doveva festeggiare l'esame, e di certo amava aggirarsi per le strade calde di luci della vecchia capitale, prima di rientrare a Ust-Kamenogorsk che molto più piccola era, e piena di miniere nelle vicinanze. Mi figurai una città dal cielo sempre grigio, affumicato dalla lavorazione del rame e del piombo, dell'argento e dello zinco, con gli abitanti sempre catarrosi e raffreddati. Ricordavo che Victor aveva parlato della sua città, uno dei primi dì, a Dodamante; sua madre, che era medico, aveva scelto di abitare davanti al fiume ove l'aria era migliore. Sapevo che Ust-Kamenogorsk era pure abbastanza vicina a Semey, ed ebbi un brivido pensando al mio amico Victor colpito dalle radiazioni nucleari. Tuttavia, in quel tempo ad Almaty, Victor sembrava scoppiare di salute, e godeva allegramente dei piaceri della vita notturna a cui Dodamante non era molto abituata. Ella rientrò dunque presto, quella sera, e m'annunciò che il successivo dì avrei potuto ancora riposare nella locanda, giacché ella intendeva andarsene in montagna.

 

Beatitudine in quota
del 31-12-2007

Non amo le montagne, come ho detto, e fui lieta di restare quel dì al riparo, nella stanza della locanda. Sapevo poi che Victor avrebbe dormito tutto il giorno nella stanza adiacente, e ciò mi tranquillizzò ulteriormente. Dodamante doveva sentirsi un poco in colpa per avermi confinato così a lungo tra le mura della locanda, giacché mi promise una grande pedalata per il dì successivo. Ti condurrò al mercato verde, disse, e mi rinserrò addosso tutti i chiavistelli che avevo. Sapevo bene che era una mossa esagerata, ma fui contenta di vedere quanto la mia cavaliera si preoccupasse di non perdermi.
Tornò a notte fatta. Aveva gli occhi stanchi, però mi sembrò ardere di quell'energia luminosa che le avevo visto, a volte, alla fine di certe lunghe pedalate, quando a stento restavamo ritte sui piedi e sulle ruote. Si buttò sul letto, e aspettai di sapere. Non mi raccontò molto; credo volesse tenersi al caldo la sensazione di benessere che le veniva dall'aver camminato per molte miglia sulle vette colorate di Shymbulak (http://en.wikipedia.org/wiki/Shymbulak). Sì, colorate, disse proprio così, e capii a stento – bofonchiava, e subito si addormentò – che era salita a piedi sino al passo Talgar, a oltre tremila metri d'altitudine, ignorando le tre funivie che ivi conducevano; giacché, come ben sapevo, odiava l'aereo distacco dal suolo. Ugualmente ne era discesa, camminando sino al paese di Medeu, ove un pubblico torpedone l'aveva ricondotta nella città d'Almaty, poco lontana.

 

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