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Cose turche di Cina
Da Khorgos a Ürümqi, le sorprese dell’estremo Occidente (dalle memorie di Suor Deodora)
Blog di DODAMANTE
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Buio sul confine
del 23-01-2008

Ricordo quell’ingresso in Cina con tutto lo stupore che la mia giovane età d’allora conferiva alle avventure in terre sconosciute. Negli anni che seguirono, quando potei ritirarmi nel silenzio del chiostro e meditare sulle storie occorsemi, mi gettai a capofitto nella lettura di tutte le opere sulla Cina che fui capace di trovare. Quel viaggio accese una nuova passione, moltiplicò le mie curiosità, e mi permise di misurare in centinaia di miglia l’ampiezza dei miei movimenti con la Cavalletta. Non che pedalassimo assai, in verità; tra un borgo e l’altro ci servimmo sempre dei torpedoni. Ma nelle città cinesi, e intorno a queste, la mia cavalcatura galoppò felicemente; mi sembrò smagliante e sempre pronta ad infilarsi nell’allegro stridìo degli sciami a due ruote che popolavano le vie. Allorché il mondo mi nomava Dodamante, tuttavia, e prima di quel viaggio, mai pensiero mi sfiorò di misurarmi con l’enorme maestà delle terre cinesi. Quasi nulla ne sapevo, la lingua m’era ostica; molto avevo studiato dei luoghi d’Asia centrale, ma la Cina – la Cina! – era sì un altro mondo, e il tempo di studiarne le usanze, i modi ed i governi non v’era stato. Quasi nulla portavo con me – la groppa della Cavalletta era ben carica – che potesse aiutarmi nell’esplorazione. Una mappa, un piccolo dizionario e una guida nel britannico idioma che buona non era, bensì leggera a sufficienza affinché la Cavalletta non avesse a soffrirne. In quel villaggio di confine che Khorgos era, ci ritrovammo subito nel buio: buio di luce – la strada che conduceva al valico di frontiera non era illuminata, quella sera – e buio di notizie: nessuna locanda ci era nota, nessun cavaliere amico abitava quella landa. E la capitale Pechino, ove pure saremmo dovute arrivare, s’innalzava lontanissima, quasi tremila miglia a est.

 

La fiducia della Cavalletta
del 23-01-2008

Il gruppo sparuto che con noi era sbarcato in Cina, quel dì, s’era dissolto. Spinsi la Cavalletta avanti, nella strada inghiottita dall’ombra della notte, e subito una piccola folla ci fu attorno. Malgrado il pallido chiarore del cielo, fu subito evidente che la siepe di teste che a noi s’affiancava non avrebbe potuto dirsi d’etnia Han. Visi larghi, e grandi pupille nere, ci puntavano con fare interrogativo. Un uomo sventolava un mazzo di banconote; ne comprammo per venti dollari americani. I banchi di cambio erano chiusi oramai, avremmo dovuto mangiare e trovare una locanda per trascorrere la notte.

- Kushat? domandò qualcuno. Gastiniza?

Non mi stupii poi troppo d’ascoltare il russo idioma in quella strana terra di Cina. Tre uomini ci scortarono verso il centro del villaggio, ove baluginava il chiarore dell’illuminazione stradale. Non capii chi fossero, dapprima, e perché si mostrassero così solerti nell’aiutarci a trovare un luogo ove ristorarci e dormire. Fui incerta, viziata dall’antico pregiudizio degli Europei che sempre sospettano un doppiofondo d’interesse nell’offerta spontanea d’aiuto da parte d’ignoti. Ma la Cavalletta non ebbe esitazione alcuna: senza interpellarmi si lanciò al seguito di quegli uomini; ed io l’assecondai.

 

I passi degli altri
del 23-01-2008

Il turbamento di quella prima sera di Cina, la notte che ne seguì e il concitato risveglio del mattino seguente, echeggiano ancora in certi miei attimi silenziosi nel chiostro. Alle volte sorrido a quei ritorni, e le consorelle s’interrogano dubbiose, pensando che in quel moto strano del viso si celi uno spasmo nervoso, o forse una vena di latente manchevolezza della mente. Potrei loro spiegare che il tempo del secolo non m’abbandona, e spesso torna a tirarmi il lembo della tonaca. Credo che un dì quest’invisibile mano mi denuderà, e sarà allora luogo d’abbandonare il convento per ripartire di gran carriera sulle mulattiere più impervie. Ma ora non ho finito di riportare le grandi meraviglie di quel viaggio; benché il racconto mi costi fatica, e spesso m’impedisca di dedicarmi appieno all’opre quotidiane delle suore. Le consorelle attribuiscono le mie assenze, e quello strano sorriso che talora mi dipinge i connotati, alla medesima strana attitudine che mi portò, una notte, a bussare alla porta del convento in sella a una vecchia bicicletta. Sanno che ho visto il mondo; credo che l’aver deciso di ritirarmi in questo convento sia per loro motivo d’orgoglio. Pensano forse che abbia meditato a lungo prima d’arrivare fin qui, e abbia potuto scegliere fra tanti luoghi di clausura, e di diversa fede. So ben io che s’è trattato d’un caso, benché poi ne abbia avuto la serenità necessaria per redigere le mie storie.
Il borgo di Khorgos, o Horgos o anche Korgas nella trascrizione latina, s’apriva semibuio davanti ai nostri passi. Poco vidi della brulicante vita che sempre s’immagina di Cina; lanterne rosse illuminate, e strane piccole vetture a tre ruote che mi fecero pensare a uno sbarco lunare. Qualche cavalcatura s’infilava, senza fanali, sui lati delle strade, in silenzio. Gli uomini ci condussero in una locanda illuminata a giorno; ove fosse non saprei dire. Ricordo che mi sentivo come un cieco quando viene sospinto fuori dalle abitudini dei percorsi noti. M'abbandonai ai passi degli altri. La Cavalletta fu appoggiata a una parete, all’interno della sala, con tutto il carico addosso. Sedemmo in quattro, e finalmente potei vedere i volti dei miei commensali.

 

La sorpresa dei commensali
del 23-01-2008

Uno doveva essere il cambiavalute: stempiato, la camicia bianca lasciava scoperte le braccia un po’ molli. Gli occhi neri s’aprivano spesso in un placido sorriso, e il suo idioma non mi parve così astruso. Mi sedeva davanti un giovane che, nell’oscurità, m’era parso sinistro. Una certa sfumatura di volgarità sembrava distorcere quel viso, e dapprima m’intimorì.

- Minià zavut Galimzhan, mi disse nel russo idioma, porgendomi la mano.

Il terzo m’era seduto accanto, ma i suoi connotati non lasciarono traccia nella mia memoria. Ricordo solo che, nel seguito, ci accompagnò a cercare una locanda ove trascorrere la notte.

- Huojia! Huojiaaa! gridava come un ossesso, all’indirizzo della donna che doveva mostrarci una camera. Guardai Galimzhan che m’era accanto, sembrava sconcertato quanto me dalla villania della richiesta. La donna arrivò senza scomporsi, e ci mostrò la camera. Era una stanza sobria, non impeccabile ma dignitosa, con un grande thermos d’acqua calda per fare il tè, un enorme televisore e due letti singoli, molto vicini. Il bagno aveva una doccia, e un filo aereo univa due pareti, per il bucato.
La Cavalletta trovò spazio ai piedi del mio letto. Galimzhan uscì fuori, a fumare.

 

La cena di Babele
del 23-01-2008

Credo che le consorelle oggi abbiano cercato di leggere le mie pagine. Ho trovato un cassetto semiaperto, quello ove ripongo il composimetro quando termino le lunghe sedute della scrittura. Tutto era intatto, nulla mancava. Le pagine scritte sono riposte al sicuro. Eppure, sono certa che qualcuno sia entrato nella mia cella, nell’ora della mia passeggiata mattutina lungo il lago che lambisce le mura del convento. Devo fare più attenzione. Quando scrivevo della mia prima storia cinese, del turbamento e del desiderio che mi provocò, ho provato lo stesso fremito di quella mattina, quando aprii gli occhi sul corpo nudo di Galimzhan che m’era a una spanna. Ho voluto risognare quel corpo, mentre scrivevo, e l’orgasmo che n’è venuto deve aver risuonato sulle pareti silenziose del convento.
Il banchetto di quella prima sera fu un’incredibile acrobazia linguistica. Eppure tutto fu molto chiaro: domandai una minestra e del tè. Mangiai svogliatamente, avevo già cenato sul confine (vedere il blog precedente). I miei commensali parlavano una lingua a tratti aspra, di cui coglievo alcune parole. Tutto era, fuorché cinese. Assomigliava al turco, benché il giovane Galimzhan si esprimesse con un accento diverso; a me si rivolgeva in russo. I due uomini più anziani dovevano essere uighuri, la grande minoranza di quella parte di Cina che al tempo d’oggi è nomata Regione Autonoma dello Xinjiang. Mangiarono rumorosamente una ciotola di spaghetti. Guardai Galimzhan, e mi parve che quella smorfia un po’ volgare che gli avevo attribuito nel buio fosse solo l’effetto di tratti somatici marcati, che nulla avevano in comune con l’eburneo sorriso dei cinesi Han.

 

Problemi di frontiera
del 23-01-2008

Fu allora che seppi d’aver imparato il russo idioma, in quell’angolo remoto di Cina, a tavola con due uomini uighuri e uno kazako. E capii pure che la mia caparbia necessità d’entrare, quel medesimo dì, nel nuovo mondo cinese con la Cavalletta (vedere il blog precedente), fu la salvezza del mio lasciapassare, e forse dell’intero mio viaggio.
Galimzhan ora fumava. Mi sembrò strano che non avesse bagaglio con sé, solo una borsa a tracolla nera; così era – nero fondo – tutto ciò che portava indosso. Veniva da Ürümqi, il capoluogo della regione dello Xinjiang, ove saremmo andate nel seguito del viaggio, la Cavalletta e me medesima. S’era recato nella città cinese a trovare un amico, così mi disse, e quel dì contava di rientrare nella terra dei Kazaki, ad Almaty, ove studiava. Canto e recitazione. Ma al posto di frontiera era arrivato troppo tardi per passare quel giorno, e l’indomani. E per tre dì, ancora, il confine di Khorgos (nella foto) sarebbe rimasto sbarrato al passo d’uomini e veicoli, cavalcature e torpedoni. Si celebrava, l’indomani, il dodicesimo anniversario della nuova Costituzione del Kazakhstan indipendente, e anche i funzionari di frontiera seguivano la festa. Rabbrividii, malgrado il caldo perdurante di quella serata ancora estiva. L’indomani il visto kazako sul mio lasciapassare sarebbe scaduto; se avessi assecondato la stanchezza della Cavalletta, indugiando una notte in più in terra kazaka, saremmo risultate clandestine, benché in prossimità della frontiera. Forse saremmo dovute tornare ad Almaty, o ci avrebbero fatto pagare una multa. Magari m’avrebbero rispedito in Europa col primo volo, senza la Cavalletta. Eravamo passate dalla terra dei Kazaki alla Cina, quel dì, quindici minuti prima che il confine chiudesse per quattro inesorabili giorni.
Pure Galimzhan non sapeva, e arrivò tardi. Non sembrava questione di lasciapassare, per lui, bensì di denaro. Ne aveva poco, e non poteva permettersi un albergo dignitoso, da solo, per quattro notti.

 

Il sonno di Galimzhan
del 23-01-2008

- La vostra borsa…dov’è? chiesi al giovane nel russo idioma, quando ci accomodammo nella stanza della locanda. Capii che doveva esserci un deposito per i bagagli sulla frontiera; per qualche strano gioco della sorte, il suo bagaglio era rimasto prigioniero del confine, e lui stesso chiuso nella terra dei cinesi con i soli abiti che aveva indosso.
Quando finì di fumare, Galimzhan rientrò nella camera.
Uscii dalla sala da bagno con quel lacero vestito blu a fiori che ancora perdurava nelle mie sacche da viaggio (vedere il blog “I turbamenti di Dodamante a Baku”). Ricordo che mi sentii trafitta da quegli occhi, e una morsa d’imbarazzo mi prese sul fondo dello stomaco. Entrò in bagno, e respirai. Vi rimase a lungo. Ancora oggi, nel convento, quando le onde di questo lago si fanno turbinose, e la notte ci inghiotte con l’ansimare dell’acqua in tempesta, ricordo l’ansia che mi prese ad ascoltare quello sciabordio che proveniva dalla sala da bagno della locanda cinese.
M’infastidiva, quella vicinanza forzata; non ch’avessi paura del giovane kazako. Era piuttosto il timore d’una mia pulsione che stentavo a riconoscere, di cui ebbi coscienza appieno solo al mattino, quando aprii gli occhi sul corpo nudo che m’era accanto. Allora compresi, e in un attimo mi figurai tutti i possibili scenari di quella strana alba di Khorgos. Volli fotografarlo, inconsapevole e bello, nel lenzuolo che disvelava la sua erezione. Allungai il braccio verso la sacca che conteneva l’apparecchio fotografico; si girò allora, ancora avvinto dal sonno, e mi nascose il membro. Il tergo bruno che mi rivolse, nei movimenti scomposti del risveglio, mi turbò anche di più. Era ormai tardi per prenderlo in foto; aprì gli occhi, e fui io allora a girarmi sul fianco, per non doverne subitamente incrociare lo sguardo.

 

Notte nella locanda
del 23-01-2008

Nell’oscura sala da bagno, Galimzhan aveva lavato e appeso tutti gli abiti che portava con sé. Uscì infine nella stanza, i fianchi avvolti nel telo della locanda. Si sedette sul letto. Convulsamente mi concentrai nella scrittura.

- Shto pishete? mi domandò a bruciapelo.
- Scrivo la storia del mio viaggio con la bicicletta, risposi. Volle sapere quali paesi avessimo attraversato, e dove fossimo dirette esattamente. Non potei continuare a rivolgergli la parola senza alzare lo sguardo. Puntai i suoi fianchi, ancora fasciati dal telo da bagno della locanda. Il vecchio drappo era macchiato di rosso; forse ruggine, forse sangue. Glielo mostrai.

- Sdies, eta nie cista! dissi, con piglio disgustato.
- Sono solo vecchie macchie, rispose. Ma si fece perplesso, e rientrò in bagno.

Ne riemerse quasi subito. Il telo da bagno era scomparso. Indossava gli slip appena lavati, ancora zuppi d’acqua. Il suo corpo sarebbe stato meno esplicito, se si fosse mostrato completamente nudo. S’accorse, troppo tardi, dello scenario che offriva alla mia vista. Ebbe un sussulto – chissà cosa si dipinse allora tra le pieghe del mio viso, e cosa ne lesse il mio giovane compagno di Khorgos.
Quel suo imbarazzo mi piacque molto. Abbassai gli occhi, e gli permisi allora di coricarsi, nudo, tra le bianche lenzuola della locanda.

 

La nostalgia dell’usignolo
del 23-01-2008

Quel mattino uscimmo tardi. Galimzhan m’aiutò a sellare la Cavalletta e a trasportarla dabbasso. Al banco d’accoglienza ci resero il denaro della cauzione, giacché in Cina è così d’uso nelle locande, di pagare in anticipo per la notte e aggiungere una quota in deposito, che serve allorquando gli ospiti danneggiano qualche suppellettile ch’adorna le camere.
Scendemmo lentamente sui viali di Khorgos. Nel sole forte del mezzodì, il villaggio mi sembrò assai piccolo. Una via larga proveniva dal posto di frontiera; l’avevamo percorsa nella notte. Sui due lati v’erano alberelli, e comode e larghe piste ove vedemmo circolare tante cavalcature a due ruote. Ghalimzan volle pilotare la Cavalletta.

- Va bene, gli dissi, ma non si sputa dall’alto della sella.

Il giovane kazako inforcò la Cavalletta, e li vidi ondeggiare pericolosamente con tutto il carico. D’altezza modesta, sembrava in bilico sulla pedaliera, quel mio compagno di Khorgos; fortuna volle che, nell’attimo del caracollante avvio, transitasse l’uomo cambiavalute ch’aveva cenato con noi la sera prima. Si fermò e ci salutò con calore, consentendomi di recuperare la mia preziosa cavalcatura.
Rammento quella prima giornata di Cina con uno strano sentimento che potrei assimilare alla nostalgia. La scorsa notte, mentre scrivevo nel silenzio tombale del chiostro, il canto improvviso d’un usignolo m’ha colpito col punteruolo d’altri canti: la bella voce di Galimzhan che si levò, nell’italico idioma, contro il sole di quella mattina cinese.

 

Un biglietto per Ürümqi
del 23-01-2008

Sulla via principale di Khorgos v’erano tutti i servizi necessari per i viaggiatori: banche, locande, un ufficio postale, banchetti stradali ove estinguere la sete. Ci accompa- gnammo d’attorno, senza parole, Galimzhan e me medesima, con la Cavalletta, sino all’inoltrato meriggio. Chiamò qualcuno in Almaty, il giovane kazako, con l’apparecchio telefonico che trovò sulla pubblica via. Chissà chi gli premeva d’avvisare dell’involontaria prigionia in cui versava in Cina. M’accompagnò al banco di cambio, e poi alla stazione dei torpedoni, ove intendevo acquistare un biglietto per la città d’Ürümqi, che distava più di quattrocento miglia a est. Molti s’intendevano con lui, giacché il suo idioma era di ceppo turco, come quello degli Uighuri. Vidi tuttavia, quel primo dì nel sole di Khorgos, tanti visi di Han, l’etnia dominante della Cina. Nugoli di bambini in libera uscita, e gli impiegati del banco di cambio, con cui tuttavia Galimzhan apparecchiò un discorso.
La macchina della partenza era lanciata. V’era un torpedone che partiva per Ürümqi quella sera stessa. A volte, quando rileggo le mie pagine nella luce tenue di questa cella nel convento, vi scopro una riga quasi invisibile che marca il rimpianto per ciò che non è stato. Cerco di cancellarla con i mezzi a mia disposizione, ma rispunta beffarda più in basso nella pagina, o nella pagina seguente. La letteratura mi viene in aiuto, allora: mi fornisce la conclusione che più mi piace, o quella che fa sorridere chi legge. Ma quella riga non s’estingue mai del tutto. Ghalimzhan m’aiutò a comperare il biglietto per quella sera. Uscimmo fuori dalla stazione, sulla via. L’usignolo kazako intonò un canto che mi parve straziante, benché perfettamente giusto di toni.

- Che confusioneee, sarà perché ti amo
è un’emozione, che cresce piano piano….

Mi spiegò che la cantava, a volte, nei locali d’Almaty, nelle serate che faceva per mettere insieme un po’ di denaro. Non gli chiesi se fosse a conoscenza del significato delle parole.

 

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