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Cose turche di Cina
Da Khorgos a Ürümqi, le sorprese dell’estremo Occidente (dalle memorie di Suor Deodora)
Blog di DODAMANTE
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Parole comuni
del 23-01-2008

Sedemmo in una locanda uighura. Galimzhan ordinò due ciotole enormi di tagliatelle con la salsa, prelibato miscuglio di pomodori, peperoni, aglio e carne di montone. Appog- giammo la Cavalletta contro lo stipite della porta, affinché fosse visibile dall’interno, con tutto il suo carico. Misi il biglietto del torpedone in una tasca aperta; ma non riuscii a perderlo.
Girovagammo un poco per la via principale (nella foto), cercando una di quelle locande ove i composimetri consentono di inviare lettere e immagini in tutti i luoghi del mondo. Mi stupii non poco di trovarla subito, tale locanda, nel piccolo e remoto villaggio di Khorgos. Prendemmo posto davanti a uno schermo, e guardammo qualche immagine.
Galimzhan s’alzò d’improvviso. Tornò dopo qualche minuto; non era solo. Una giovane donna, ne rammento solo la lunga chioma e liscia, lo seguiva a passo svelto nel locale. Mi lanciò un nome che nulla aveva di cinese. Il riposante silenzio ch’era stato mio col giovane kazako si spense. Furono parole, molte parole che corsero allora tra di loro, in quel comune idioma di kazaki che non m’apparteneva; che m’escludeva.
Rimasi sola, con la Cavalletta, in attesa del torpedone per Ürümqi.

 

Il sole del governo
del 23-01-2008

Annotta oramai sul convento; la giornata è stata calma. La procella risparmia il lago da molto tempo; ma non diserta l’animo mio, quando ricordo certi incontri di quel viaggio. Mi piacerebbe, a volte, raccontare alle consorelle quel ch’annoto ogni giorno nella cella; giacché la scrittura resuscita l’ardore del corpo, ma pure la pena che nasce dall’ardore castigato. Temo però di suscitare scandalo, e d’essere messa alla porta. Al momento presente, sarebbe una sciagura: non ho altro luogo ove farmi accogliere, né reputo d’essere pronta a cavalcare di nuovo sui sentieri impervi del mondo. La Cavalletta, quanto a lei, m’ha già annunziato che non intende seguirmi, giacché ha bisogno di molto riposo. Credo che la morsa della vecchiaia la stringa, oramai, e abbia desiderio di restare al caldo nel fienile del convento. Devo dunque serbare i miei scritti con attenzione, senza farne cenno alle consorelle; a volte è un grave peso, ma tant’è.
A Khorgos vi fu ancora il giallo dell’orario. Nella Regione Autonoma dello Xinjiang vigeva ufficialmente l’ora della capitale Pechino. Ma il sole della regione non era d’accordo, giacché seguendo l’ora della capitale, su Khorgos si sarebbe levato assai tardi. Così nello Xinjiang sembravano esistere due tempi, quello del sole e quello del governo centrale, con una differenza di due ore. Il mio torpedone partiva alle sette e mezza del meriggio: quale orario avrei dovuto seguire?
Il mio orologio segnava le cinque, ora del Kazakhstan e del sole di Khorgos. A Pechino erano già le sette, e il mio torpedone si preparava alla partenza. Ve n’erano due, che sostavano nel cortile interno dell’autostazione. Mi portai davanti al primo con la Cavalletta. Vidi gli ideogrammi cinesi della destinazione; non ebbi il tempo d’esserne scoraggiata, giacché subito una scritta in caratteri arabi, lì accanto, si rivelò comprensibile al mio sguardo. Ne fui sbigottita: Ürümqi, in lettere arabe, in terra di Cina! Seppi più tardi ch’era quella la scrittura in uso presso gli Uighuri nell’ultimo ventennio, come già fu nei tempi antichi, benché vi fossero taluni cambiamenti. Nel mezzo, il governo cinese volle introdurre per loro i caratteri latini, ma questi non ebbero fortuna (www.omniglot.com/writing/uyghur.htm). M’avvicinai all’uomo che controllava i biglietti; la Cavalletta era con me, ritta sulle ruote, carica di tutto punto.

 

Le fatiche della negoziazione
del 23-01-2008

L’uomo m’indicò una banconota da cento yuan, e poi la Cavalletta.
- Niet! Saltai su, come punta da uno sciame di vespe. Nella terra dei Kazaki mai m’avevano domandato del denaro per il trasporto della mia cavalcatura, e il prezzo richiesto allora mi sembrò abnorme, dacché l’umano passeggero ne pagava centosessanta.

- Eta velasipied, nie celaviek! dissi nel russo idioma, rabbuiata in viso.
L’uomo non si scompose e guardò altrove. Sentii montare una sorda furia nel petto. Presi la Cavalletta, la denudai delle sacche e la sdraiai sul pianale del bagagliaio. La legai strettamente ai puntelli di sostegno, e chiusi il portello. L’uomo terminò di caricare i bagagli degli altri, e poi mi fece un segno.
- Niet, ripetei.
Vidi quegli occhi Han stringersi un poco. Via, fece segno con le due mani. Ora la butto fuori, voleva dire. Le sette e quaranta. Capii che il torpedone ritardava a causa dell’aspra, benché semimuta, nostra negoziazione. Tirai fuori un biglietto da venti yuan.
- Prendilo, gli dissi. Prendilo.

L’uomo dapprima rifiutò, quasi sdegnato. Tutti salirono. Sudavo, la banconota in mano. Non ricordo come fu, ma alla fine il suo viso s’allargò in una strana espressione ch’avrei detto un rabbioso sorriso. Prese quei soldi; salii infine, stremata.

 

Trasporti straordinari
del 23-01-2008

Sorrido, al tempo d’oggi, quando rammento quella prima ingenua contrattazione di Cina. L’uomo che mi fronteggiò dovette ben comprendere, allora, che nulla sapevo delle costumanze del luogo. Seppi più tardi ch’era prassi comune il pagamento per la mercanzia che i torpedoni portavano, per centinaia di miglia, da un borgo all’altro delle immense terre cinesi. Spesso i torpedoni viaggiavano in guisa di cargo, e mi sembrò di capire che i conduttori ingrassassero il salario con le quote versate dai proprietari delle merci. La condizione della Cavalletta era tuttavia ambigua: doveva essa considerarsi un grande bagaglio d’una modesta cavaliera in viaggio, o la grassa cavalcatura che una ricca straniera portava in terra di Cina, forse a scopo di lucro? Capii in seguito che i velocipedi cinesi non viaggiavano così facilmente, da un borgo all’altro. Nessuno ne incontrammo mai, nel ricettacolo dei bagagliai o nel vento che sferzava in alto la groppa dei torpedoni. Non v’era dunque una regola precisa, che definisse il trasporto delle cavalcature di tale specie sui torpedoni. Pertanto, ogni spostamento ebbe la sua storia, e ogni viaggio fu diverso dall’altro. Mai restammo a terra, tuttavia, sino a quando non decidemmo di tentare la via ferrata della Cina.
Il torpedone infilò una strada tra campi verdissimi e rigogliose piante di mais. Poi furono picchi montagnosi, benché non d’altissima vetta. S’approssimava l’imbrunire: la via si fece assai dissestata, e temetti per l’incolumità della Cavalletta. Nulla potevo fare, tuttavia. M’acquattai nella mia conigliera che si faceva buia. Molto ero sorpresa da quel primo autobus cinese: mai avevo visto, in quel viaggio o prima, un tale bizzarro assortimento di letti ambulanti a doppia altezza. Il mio era nel basso, e in verità mi parve straordinariamente comodo.

 

Segni nell’oscurità
del 23-01-2008

Sulla moquette del torpedone si poteva accedere solo a piedi scalzi. Il conduttore fornì a tutti i passeggeri un sacchetto di plastica ove riporre le proprie calzature. Ciascuno prese posto in una piccola ottomana, accessoriata di tutto punto per il sonno. Distesi infine le membra; la tensione di quel primo trasporto in terra di Cina si sciolse.
Vidi allora sfilare i campi e le montagne nel crepuscolo arioso, mentre m’abbandonavo al languido torpore che quel letto ispirava. Il buio prese infine la semovente locanda, giacché non v’erano lumi a rischiarare le singole ottomane. Volli scrivere ancora, e accesi il lume a torcia che sempre era riposto nella mia sacca. Fu breve, tuttavia, il tempo che potei consacrare alla scrittura; giacché lo stomaco languiva, la via restava impervia e la mano tremava sulla pagina oscura.
Ci arrestammo infine ove il buio si rischiarava all’improvviso. V’erano altri torpedoni in sosta, e una tettoia brulicante di festoso clangore riparava dalla notte decine d’avventori. Mi rintanai nell’angolo più fosco e con la torcia illuminai il terreno. Trovai le tracce umide d’altri passaggi, e vi lasciai la mia. Toeletta non v’era a bordo.
Mi ricongiunsi alla festante orda. Mangiai, e non ricordo d’aver pagato. Due uomini mi si fecero accanto; visi non avevano di Han.

- Where are you going? M’interpellò il più alto.
- Ürümqi, risposi.
- Very good, we too! concluse l’altro.
L’uomo più piccolo scribacchiò qualche ideogramma su un pezzo di carta.
- Noi andiamo qui. È una buona locanda.

I due uomini ripresero la via. Il loro torpedone partì, da quel bivacco, prima del nostro. Quando infine ci rimettemmo in strada, la Cavalletta sempre nel vano dei bagagli, sentii il corpo di Galimzhan nella mia alcova che rollava, ed ebbi un fremito. Ne venne un sonno fondo, da cui riemersi all’alba nell’autostazione della grande città. Ora che’l muro del convento si fa chiaro, e l’intero della mia storia cinese s’è compiuto, so per certo che quell’incontro notturno sulla via d’Ürümqi, nel bivacco, fu un segno della provvidenza. Fossi stata pagana, v’avrei visto il segno della benevolenza degli dei per il mio viaggio.

 

Note tecniche
del 23-01-2008

1 euro = circa 10 yuan renminbi (sul confine tra Kazakhstan e Cina sono stati cambiati dollari. Per informazioni aggiornate sul cambio, consultare: www.viaggiatori.
net/turismoestero
/Cina/moneta).

Molti alberghi sono disponibili a Khorgos. Il costo è variabile, intorno ai 100 yuan per una stanza doppia con bagno in un albergo economico.

Nella foto: cavalcature in sosta nella via principale di Khorgos.

 

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