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Xinjiang, i baccanali di Ürümqi
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Sbarco nella città
del 11-02-2008

I primi freddi, in codesta grande città di Cina, s'accompagnano a una certa, insolita melanconia, che m'è nuova in siffatto viaggio. Eppure non m'è stato difficile trovare la locanda che Boris e Yuri m'hanno indicato, l'altra notte (vedere il blog precedente). L'autostazione d'Ürümqi m'è apparsa un tantino squallida, stamane: un cortile semivuoto, e un uomo curvo che faceva la questua presso il nostro torpedone fresco d'arrivo. Gli ho dato uno yuan intero; penso che gli sia sembrato troppo, giacché si è prodigato ad aiutarmi con la Cavalletta, che infine, nel bagagliaio, non pareva aver patito le asperità della strada. Era sufficiente ricollocare il basto, avanti e dietro; l'uomo della questua teneva fermo il manubrio, e io montavo il carico. Sono uscita dal piazzale, sulla via, spingendo la Cavalletta a mano.

- Ürümqi? ho chiesto a un Han che stazionava vicino a un camion, subito oltre la grata dell'autostazione.

- Wūlŭmùqí, ha risposto quello, e mi è rimasto il dubbio d'aver sbagliato il luogo della discesa. Poi, però, gli ho mostrato il pezzo di carta ove Yuri m'aveva disegnato gli ideogrammi con l'indirizzo della locanda. Ho visto il profilo di quegli occhi allungarsi; un cenno del braccio, e mi sono avviata a manca, con la Cavalletta.

L'aria del mattino era già fresca d'autunno; tutte le botteghe ancora chiuse, le strade pressoché vuote. A un crocicchio, ho mostrato il biglietto di Yuri a una coppia di ragazzi, poi a una signora assai minuta.

 

Malumori d'autunno
del 11-02-2008

Dapprima sembrava che l'indirizzo corrispondesse a un palazzo dall'androne piuttosto elegante. M'hanno fatto incamminare, infine, sul fondo del viale Huanghe Lu, ove s'ergeva una coppia di mastodonti colorati dai molti piani. Quivi ho rinvenuto la locanda ove compilo ora il mio diario; s'approssima la sera. La melanconia del giorno perdura tuttavia, benché abbia trovato una salda e lieta brigata, che sembra occuparsi finanche della mia propria felicità. La Cavalletta è ben accomodata nella piccola e immacolata stanza della locanda, a un palmo dal mio giaciglio. S'ode arrivare, dalla sala accanto, il chiacchiericcio senza sosta dei giocatori di mahjong, il rimestìo delle tessere, qualcuno che si schiarisce la gola, e uno scaracchio che parte. Nella mia piccola stanza in codesto piano alto, così candida d'asettico nitore, mi raccolgo in uno strano malumore d'autunno, e lo trasformo in sonno.
La colazione è la perla del giorno: non posso farla senza Boris e Yuri, e loro non la farebbero senza di me. Diventa una preziosa abitudine che sa di casa, ha il sapore d'una dimora che non ho più. I cittadini sedentari, o quelli che viaggiano solo per diporto, sognano spesso di trasformare i percorsi quotidiani in una cavalcata senza ritorno, quella che i cavalieri e le cavaliere erranti dovrebbero fare senza fallo, sempre smaglianti d'energia e d'entusiasmo. Ma ahimé, non è così, almeno in codesto mio viaggio che perdura ormai da mesi. La memoria d'altri tempi, di luoghi ove amai esser di casa, accarezza i miei sonni, e infesta le mie peripatetiche giornate. Le colazioni e le cene, questi memorabili convivii con l'allegra brigata d'Ürümqi, rendono tuttavia giustizia alle specialità del singolare capoluogo dello Xinjiang. Ciò che v'è nel mezzo, sono lunghe giornate in solitaria, o con la Cavalletta. Sono io che lo voglio, a dire il vero. Boris e Yuri m'invitano più volte nei loro percorsi quotidiani; ma desidero scoprire da sola codesto primo grande borgo di Cina. E voglio forse crogiolarmi un poco nell'ineluttabile smania di casalinghitudine che m'ha preso.

 

Colazione da marciapiede
del 11-02-2008

Stamane, assieme ai fratelli Boris e Yuri, v'era un terzo uomo dal viso largo e piatto, la dentatura perfetta, gli occhi piccoli dei cinesi. Siamo scesi dabbasso, abbiamo attraversato il vicolo ove s'appoggiano i venditori di legumi – v'erano stuoie con cipolle grandi e sottilissimi steli verdi, pomodori e patate dolci – e siamo usciti su di un largo viale, davanti a una scuola. La parata dei bambini riempiva l'ampio cortile d'uniformi blu e bianche. Li ho veduti per un attimo, immobili sulle file rigide dello schieramento mattutino. Dall'altro lato della strada, i tre uomini si sono accomodati intorno a un tavolino rettangolare, su tre sgabelli tondi, sul marciapiede. Il quarto sgabello mi spettava; li ho raggiunti d'un soffio, giacché il languore dello stomaco montava.
Nei fagotti di quel pane chiaro, spugnoso e quasi insapore, si insinuavano steli verdi tagliati a pezzettini. Bagnati di salsa di soia, innaffiati dal caldo sapore della minestra di grano, sono un piccolo banchetto prelibato, ancorché assai poco oneroso per la borsa. I miei tre commensali discorrevano in russo tra di loro, domandavano in cinese le pietanze. Boris e Yuri traducevano per me nel britannico idioma, ch'era per loro il più nuovo, benché oramai d'uso corrente, nella lontana landa d'Australia ove entrambi dimoravano d'alquanti anni. Nella fresca mattina della prima colazione, ho cominciato a incastonare tutte le preziosità di quell'incontro notturno con i due fratelli.

 

Il bozzolo della locanda
del 11-02-2008

Il luogo più lontano del globo da un oceano – millequattrocento miglia all'incirca – e quasi nulla che possa trattenere a lungo i viaggiatori nell'affollato borgo d'Ürümqi, ove si suol partire per amene escursioni nei dintorni. Una brutta distesa industriale, ove gli Uighuri rischiano oramai d'essere una vera minoranza, giacché il governo di Pechino vi ha sospinto l'arrivo in massa dei cinesi Han, per fare del borgo un baluardo di Cina in occidente. Il capoluogo d'una regione ricca di petrolio, ove si sosta giocoforza negli spostamenti verso l'Asia centrale, o verso il cuore della Cina stessa. Così ho trovato dipinto il laido borgo, in qualche pagina di britannico idioma. I giorni passano, la melanconia non m'abbandona, il cielo è sovente d'umor cupo; eppure non mi decido a sellare la Cavalletta e a salpare verso l'est. Sarà forse il bisogno di dimorare al chiuso che m'ha preso, e il desiderio del caldo bozzolo della mia piccola stanza nella locanda. O la scrittura che posso esercitare giorno e notte, giacché vi sono taverne con i composimetri che non chiudono mai. Certo è che nulla vi trovo di deprimente, nel borgo d'Ürümqi, che non scaturisca da certi miei desideri inappagati. Scrivo apparecchiata sul mio candido lenzuolo, il dorso appoggiato alla parete, giacché la stanza è troppo angusta per porvi uno scrittoio. O meglio, lo spazio residuo è stato consacrato a un enorme apparecchio televisivo, che uso come appendiabiti; il piccolo disimpegno accanto alla porta offre spazio alla Cavalletta. Un tramezzo trasparente separa la camera dal bagno, che ha una toeletta pulita, una doccia semplice e un piccolo lavabo. La locanda si dirama a labirinto per tutto il piano; la porta di Boris e Yuri è spesso aperta, nel tardo pomeriggio.

 

Banchettando sul comò
del 11-02-2008

- Come in, come in! Where have you been..? abbiamo bussato alla tua porta, stamane, ma non ti abbiamo trovato, peccato, la fiera era piena di belle cose a poco prezzo.

Boris ha una espressione gioviale, assai dolce; la fronte alta, stempiata, pare sostenuta dalla montatura degli occhiali. Si direbbe un maestro in pensione; anche se il suo nome non lo tradisse, nessuno potrebbe dirlo cinese; e ancora, nessuno potrebbe dirlo altri che russo. Il fratello maggiore Yuri è assai magro, piccolo di corporatura; sembra possedere un temperamento nervoso. Non si potrebbe scommettere, al contrario, sulla sua etnia. Non per i connotati, che certo potrebbero farne anche un europeo. È forse nel modo di muoversi, o piuttosto di camminare; o qualcosa di indefinito che ci si incolla addosso quando un luogo ci possiede, l'impronta inequivocabile che plasma la nostra appartenenza. Seppure non m'avessero raccontato la loro storia, l'avrei detto, Yuri, il fratello cinese. V'erano ancora quell'uomo dalla faccia larga, che già avevo visto più volte a colazione, e una donna che pure parlava russo. Tutti erano allegramente dispiegati attorno al comò della stanza, ove s'accendevano l'arancio pallido d'un melone, e il rosso più vivo di un'anguria.

 

La bella gioventù di Ili
del 11-02-2008

M'hanno fatto posto sul letto, hanno scelto per me una grande fetta rossa. Pareva la merenda d'un circolo di giovani collegiali prossimi agli esami. Era invece la rimpatriata d'un gruppo d'allegri sessantenni che da qualche anno si ritrovano in quell'angolo estremo di Cina, per ricordare assieme la bella gioventù di Ili, ove sono nati, o assieme hanno studiato alla scuola russa. Era Ili un fiume, e la sua valle, e così pure si nomava la prefettura autonoma kazaka che – in Cina – confinava coll'altro grande paese dei Kazaki, che un tempo fu terra del Soviet. Persino il borgo più grande della zona, Yīníng, sembrava chiamarsi sovente con quella svelta locuzione d'Ili. L'allegra brigata della locanda l'evoca senza posa; e molto mi dispiace d'averne mancata la visita. Lontano non è, duecentoquaranta miglia a ovest d'Ürümqi, ma nel mio viaggio con la Cavalletta si procede verso oriente, e non andremo. Tuttavia l'immagino, il borgo che non ho veduto, e la sua icona mi tenta. Potrei inventarla, la città invisibile dalle mille etnie d'una terra per secoli contesa. Ma esiste già, nella mia geografia degli affetti: giacché contiene i percorsi di Boris e di Yuri, di Anja e di Kostia, e del bel Sasha la cui prima comparsa a Ürümqi non mi sovviene.
Esiste un viaggio pure tra i luoghi che abbiamo mancato – per incuria, per disinformazione, per eccesso di fatica, provata o presunta. Ve ne sono molti, nel mio viaggio con la Cavalletta. Sono luoghi che vivono nel viaggio parallelo della fantasia: un dì saranno forse bruciati dal passo mio nuovo di viandante, che per vederli ne mancherà altri.

 

Il crocevia dell'Asia
del 11-02-2008

Al tempo dei Qing, la dinastia fondata dall'etnia Manciù nel secolo diciassette (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/qing2.htm, http://it.wikipedia.org/wiki/Dinastia_Qing), migliaia di Xibe furono inviati dalla Manciuria, presentemente nel nordest della Cina, a difendere le nuove zone di frontiera dell'ovest. Era la fine del secolo diciotto; quivi restarono i figli dei figli, a sud del fiume Ili, sino a codesti tempi che mi vedono passare con la Cavalletta. Kostia e Sasha discendono da cotale etnia, la quale sembra aver conservato solo qui – nelle remote terre di Xinjiang – l'antica lingua dei mancesi, che altrove oramai estinta pare (http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_mancese). Vivono da molti anni, Kostia e Sasha, nei grandi borghi della Cina del centro e dell'est: a Xī'ān l'uno, a Nánjīng l'altro; ma tornano sovente nell'ovest che li vide crescere, e ancor più sovente da quando gli amici d'Australia sono riapparsi. Anja la russa, quanto a lei, dopo la morte del marito ha deciso di vivere stabilmente nella Cina d'Ürümqi; vi ha preso dimora e ha un impiego in ospedale.
Boris insegnava a Ili nella scuola russa; Yuri era medico. I nonni arrivarono in queste lande dopo la rivoluzione bolscevica, come molti altri russi. L'antico Turkistan era già nomato Xinjiang, allora, ma la nuova frontiera cinese s'ergeva inglobando un nugolo d'etnie diverse: i cinesi Han erano, all'epoca, una ristretta minoranza (http://en.wikipedia.org/wiki/Xinjiang, vedere: Demographics). Boris e Yuri sono nati a Ili; in casa parlavano russo, fuori la lingua degli Uighuri. Hanno imparato a parlare la lingua Han, e Yuri ne ha appresa pure la scrittura, giacché era necessaria per studiare medicina all'università d'Ürümqi.
Fu il primo a partire, Boris, nel 1976. Non mi ha detto perché volle lasciare quella terra di Cina, allora. Fu forse l'incertezza politica che seguì la morte del Grande Timoniere Mao Tse-Tung. Dopo un lustro, Yuri calcò le orme del fratello. Approdarono in Australia, in due città diverse.

 

Alla fiera dell'ovest
del 11-02-2008

Stamane Boris e Yuri m'hanno condotto alla grande fiera che Ürümqi ospita in questi giorni. La Cavalletta mi tiene il broncio, e quasi m'impediva di uscire. Ne ha abbastanza, credo, d'essere usata come attaccapanni e stenditoio per la biancheria. Le avevo promesso strabilianti galoppate per i borghi di Cina ma sinora, a Ürümqi, ha potuto lanciare le sue ruote solamente intorno all'alta torre della locanda. Temo che abbia non poco rancore verso i miei amici, giacché m'inducono a sortire con loro a piedi, o talvolta con i mezzi a motore. Comunque sia, ho dovuto prometterle che nel prossimo borgo l'avrei presa ogni dì senza fallo; solo così m'ha permesso di lasciare la locanda per recarmi alla fiera.
Pareva essere una grande esposizione di macchinari per l'agricoltura; Sasha vi lavorava, gli altri attendevano un lasciapassare gratuito. La folla s'assiepava sulle grate d'accesso; una parata di giovani Han in verde, poi una fila di cartelloniste in rosso, hanno d'un tratto riempito il breve spazio che restava vuoto sul marciapiede. Sono rimasta presa nel mezzo della folla; Yuri m'era accanto.
V'era lì oltre un piccolo parco dei divertimenti, ove s'ergeva un favoloso miniborgo gonfiabile, colorato come un arcobaleno. L'abbiamo costeggiato, sino a uscire su un grande viale ove un sobrio palazzo moderno, vagamente classicheggiante, innalzava una cupola verdina nell'orizzonte chiaro. V'era un ampio e candido portale, con una doppia scritta d'ideogrammi cinesi e caratteri arabi.

- Ci ritroviamo, con Boris e gli altri, in questo punto tra un paio d'ore, ha detto Yuri nel britannico idioma. Devo cercare qualcosa qui, nella città universitaria. Forse ti piacerà d'accompagnarmi.

 

Tetti dell'URSS
del 11-02-2008

I larghi viali della città universitaria nascondono una quantità di storie. Non ho rimpianto la mancata visita alla fiera, stamane, benché molto fossi curiosa di vedere quei macchinari che fortificano l'agricoltura della Cina. Yuri m'ha condotto in quell'incredibile borgo nel borgo ch'è la cittadella della medicina, e il suo racconto ha guidato i miei passi indietro di oltre quarant'anni. Tuttavia non v'era nulla di stantìo, in quella storia che ancora si rifà nelle mie orecchie, o piuttosto nei recessi della memoria che ospitano le avventure più vibranti, gli incontri d'emozione più rara.

- L'ultima volta che sono venuto qui, nell'università in cui ho studiato, stavano demolendo tutto, per ricostruire tutto. Cioè, alcuni edifici sono rimasti come allora, solo, l'hanno restaurati. Ma una volta, quando i sovietici costruirono i palazzi di questa facoltà di medicina, negli anni cinquanta, i tetti, visti dall'alto, formavano la scritta URSS.

Camminiamo rasente i muri rosa e azzurro dei piccoli edifici ridipinti, tra fronde d'alberi giovani. Russian style Building 4, si legge su una targa, accanto ai caratteri cinesi e a quelli arabi dell'idioma uighuro. Poco distante, svettano i palazzoni multipiano d'un policlinico, e delle abitazioni di chi vi lavora. Yuri m'ha guidato verso uno dei più antichi padiglioni rosa.

- Voglio vedere la mia stanza nel pensionato studentesco, ci sono rimasto per sei anni.

Saliamo ai piani. Qualche buona norma di comportamento si mostra sui colorati pannelli che ornano i muri, sopra l'ascesa delle scale immacolate.

 

Amori difficili
del 11-02-2008

«Essere diligenti negli studi, realistici e... decelopif».

Cosa mai vorrà dire, quell'aggettivo che traduce nel britannico idioma gli ideogrammi rossi sul muro. Avrei potuto chiederlo a Yuri, ma la salita, nel pensionato studentesco, produce un'altra storia che non ammette interruzioni. Interloquire, nel racconto degli amori, è sovente un dannoso peccato non richiesto, specie se la materia è viva, ancorché sedata dal drenaggio degli anni trascorsi. Era una giovane uzbeka musulmana, molto bella, compagna di studi e di passione per quasi tutto il tempo dell'università. D'improvviso partì per il borgo natale, giacché la madre s'era ammalata. Così gli disse, e Yuri le prestò fede. Andava tuttavia a concordare il matrimonio con un giovane musulmano che la famiglia voleva.

«Rivolgiti allo studente con apprezzamento, tratta l'insegnante con rispetto».

- Non fu leale con me, ha sospirato lui, infilando il corridoio del primo piano. Ho scoperto infine la verità, ho parlato con quell'uomo. Siamo stati insieme quattro anni all'università, gli ho detto. Ne sono innamorato, io. He broke up with her. Ha rotto con lei. Allora lei m'ha accusato di averle rovinato la vita. Certo è che lei, lei pure ha rovinato la mia.

L'eco di quei vecchi dolori risuona ancora sulle pareti messe a nuovo del lungo corridoio ove s'affacciano tante porte, alcune aperte.

- Ha poi sposato un uomo da cui ha divorziato subito, e ancora un altro con cui non è felice. Qui c'era la mia stanza di studente.

«Love motherland, love people, love labor, love science, love socialism».

 

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