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Xinjiang, i baccanali di Ürümqi
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Disordini uighuri
del 11-02-2008

Sono cinque, le ragazze che popolano la stanza ove regna un sublime disordine di bagagli accatastati. I giacigli sono d'egual confusione. Nerissime le chiome, o d'allegro colore inturbantate, mostrano sorrisi d'Asia centrale e nutrono la commozione del dolce Yuri con le parole dell'idioma uighuro. Ci invitano a sedere nella camera. Yuri ha spiegato la ragione di quella visita, e il mio viaggio straordinario con la Cavalletta. Alcune conoscono il britannico idioma; tutte hanno dovuto imparare a fondo la lingua dei cinesi Han nel primo anno d'università, giacché quivi le lezioni sono solo in cinese, e prima hanno studiato nelle scuole uighure. Le ragazze sono di Hotan, di Korla, di Kashgar: borghi della Cina che finisce, ove s'addensa il deserto del Taklamakan, s'aprono straordinari mercati e manifatture di tappeti, e dimora il prezioso liquido nero di cui s'occupa il colosso PetroChina.
La Regione Autonoma Uighura dello Xinjiang pare scossa, sovente, dal verbo separatista e dalla reazione più o meno forte dei cinesi Han. Drammatica è la storia dei moti d'Ili nel 1997 (http://metaforum.it/forum/showthread.php?p=70913); la tragedia dell'undici settembre sembra aver dato l'opportunità d'un giro di vite al governo di Pechino, giacché i musulmani uighuri avrebbero potuto cullare il terrore islamista. Tuttavia le ragazze non ne parlano; in verità mi pare che, nel supremo sforzo di rendere Cina il variegato pot-pourri del Turkistan orientale, il governo di Pechino abbia lasciato la briglia più sciolta alle etnie che Han non erano.

 

Coloni e minoranze
del 11-02-2008

- Dopo la Rivoluzione culturale che Mao lanciò nel 1966, moltissimi diplomati cinesi furono mandati a lavorare nelle zone di confine. Vi restarono venti, o trent'anni, o per sempre. Per le minoranze, però, la cosa era diversa. Anche in tempi più recenti...

Yuri si congeda dalle ragazze; ci siamo incamminati sul viale stretto che s'approssima al portale ove s'accede all'università.

- Non c'è il limite del figlio unico, prescritto alla grande etnia dei cinesi Han. All'università, un numero di posti assai elevato si riservava alle minoranze; così, per me, accedere alla facoltà di medicina non è stato un problema.

All'ingresso della cittadella universitaria, Yuri domanda qualcosa al custode, nell'idioma degli Uighuri. Risponde l'uomo nella lingua Han. La donna che cerca, sì, è ancora là.

 

Ore di ritardo
del 11-02-2008

Si riparte, entro la cittadella, con un indirizzo. La ricerca prende tempo; vi è qualcosa, nella strada indicata, che non è chiaro. Yuri domanda ancora, nella ricezione d'un grande palazzo ove giace in penombra il busto d'un Mao dorato. Sbarchiamo infine in un comprensorio di semplici dimore, ancorché dignitose nelle fattezze di fuori. Un cane piccolo, un pechinese, razzola accanto ai nostri passi.
La donna ci ha fatto accomodare in un salotto di sobria eleganza; ci ha porto le pianelle da indossare in casa. Pannocchie bollite, banane, fette d'anguria e caramelle hanno accompagnato una conversazione sobria di cui non ho potuto cogliere né le sfumature, né i contenuti generali. Ho concentrato l'attenzione sul cibo; e sì ch'era l'ora giusta per questo.

- Mia moglie non sta bene, e fa la dittatura in casa. I am busy with everything, cooking and daughters. Mi occupo io di tutto. E non è mai contenta. È di Pechino. Non siamo stati mai in accordo, davvero. Separarsi? Ma nella cultura cinese è difficile, è importante non perdere la faccia, e i figli ne sarebbero affetti. Viviamo da estranei, oramai, benché nella stessa casa, in Australia.

La donna ci ha salutato, infine. Abbiamo riguadagnato la via principale, fuori dalla cittadella universitaria, mentre Yuri finiva il suo racconto. Quella donna aveva qualcosa di noto, nei tratti del viso, l'ho capito poi. Assomigliava a Sasha, a Kostia.

- È una xibe, ha insegnato nella facoltà di medicina. Ginecologia. Ha fatto nascere mia figlia.

Sull'angolo, nel luogo ov'era concordato l'appuntamento con gli altri, non v'era faccia conosciuta. Certo avevamo ore di ritardo.

 

Gente da museo
del 11-02-2008

L'allegra brigata è tornata alla fiera, stamane. Quanto a me, ho deciso di dare aria alle ruote della Cavalletta; siamo scese dabbasso, presto, poiché intendevo visitare il museo regionale dello Xinjiang. Il cielo s'incupiva, nell'inoltrarsi del dì. Ho assicurato la mia cavalcatura accanto alla rampa d'accesso del nuovo edificio, che m'ha impressionato: noialtre cavaliere d'Europa sovente cerchiamo, nell'architettura d'un museo, l'impronta delle antiche vestigia che l'edificio contiene, o almeno un involucro che splenda di vetusto nitore. Quivi tutto era perfettamente lustro, asettico, e apparecchiato con serio puntiglio.
V'erano diciture nel britannico idioma che raccontavano i numeri e le credenze, le lingue e le risorse delle genti di Xinjiang, le quali «per lungo tempo sono andate collaborando, come un'unica famiglia, all'edificazione e alla salvaguardia della terra di confine». Nel vestibolo ampio, così si presentava al visitatore la galleria delle etnie, ov'erano mostrati gli oggetti d'uso corrente, gli abiti, le bardature, gli arredi delle case, gli strumenti di musica. «Sotto la gloria della politica delle nazionalità del Partito, le preziose culture tradizionali di varie etnie hanno ricevuto un'efficace protezione, eredità e sviluppo... tale esposizione... rappresenta le magnifiche condizioni e usanze delle dodici minoranze etniche nello Xinjiang...» (vedere:
www.china.org.cn/english/MATERIAL/139389.htm).
In altro loco del museo, visitatori cinesi s'assiepavano attorno allo splendido corpo mummificato della Bellezza di Loulan (in basso nella foto, con una ricostruzione): in quasi quattromila anni di sonno, persa non avea la finezza dei tratti, quel fascino pericoloso di matura donna caucasoide che poco assomigliava ai visi d'etnia Han. Trovata ai margini orientali del desertico Taklamakan, ora in dolce compagnia d'altri millenari dormienti, pareva risvegliare l'orgoglio degli Uighuri, che ne facevano il vessillo della loro primogenitura in quelle lande.

 

Gitanti in Paradiso
del 11-02-2008

La Cavalletta, quest'oggi, ha dovuto subire un'altra cocente delusione. Ho lasciato la locanda nel buio perdurante del primo mattino, giacché volevo allontanarmi di molte miglia dall'aria greve del borgo d'Ürümqi. Ho dovuto percorrere a piedi una buona parte del centro; sono scesa nella lunga via ove solitamente si tengono le prime colazioni con l'allegra brigata. Ho scoperto il momento in cui si prepara la carne a pezzi nelle macellerie, le trippe sono accatastate in strada, i legumi si dispongono sul marciapiede.
Il borgo pareva mettersi in moto con sonnolento distacco; ho attraversato il Parco del Popolo e, d'improvviso, l'incredibile alacrità di diecine di corpi in movimento m'ha trasfigurato. Lo scrigno verde del parco opponeva ritmi, colori e tempi suoi ai percorsi veloci della città industriale che allora si risvegliava dal sopore notturno. N'ero affascinata, e vi sarei rimasta se non avessi dovuto recarmi al gran Lago del Paradiso Tiān Chí con un torpedone che presto salpava, dirimpetto alla porta nord di quel parco.
La via del Paradiso è ardua, come si sa; non per le asperità della strada, tuttavia, ma per l'indole delle creature umane che sovente non riescono a maneggiare la bellezza, e il lucro che da essa può venire. Il lago blu del Paradiso era tra asperrime montagne, sessantotto miglia a est d'Ürümqi. Non ho trovato torpedoni di pubblico servizio; ho dovuto pertanto unirmi ai gitanti d'un gruppo organizzato d'agenzia. La Cavalletta ben sa quanto non siano di mio gusto i percorsi guidati ognitempo, ancor più nella speciale congiuntura che mi rende incapace d'intendere la favella della guida. Ho capito, ben tardi, che sulla strada del lago avremmo sostato in una farmacia che voleva piazzare i suoi medicamenti. Quivi, a un dipresso, v'era una grande tenda-yurta ch'essere dovea la dimora di nomadi kazaki; per andarvi vicino occorreva un biglietto, assai oneroso. Il parco del lago era cintato, e dovetti scendere nell'ingresso, per acquistare il lasciapassare.
Ho potuto infine ascendere al blu paradisiaco dell'acqua che s'insinuava tra i picchi scoscesi; enormi mandrie d'umani pascolavano quivi; per i loro servigi, tende kazake s'aggrappavano ai declivi. Giovani Han s'affacciavano sulle passerelle che lambivano il lago, che infine conducevano alle alture ove svettavano i templi. Ho portato con me del pane e dell'acqua; grazie all'atavico terrore che mi possiede, ho trascurato la comodità della funivia. Ho aggirato la collina, per accedere ai templi senza imbattermi in altro loco preposto al pagamento. Poco ho compreso di quel sito aereo, in verità; inquieta per l'abusivo mio stato, presto ne sono uscita.
Non l'ho detto alla Cavalletta, giacché so bene che m'avrebbe fatto la morale. A volte le scopro una vena di ruggine invisibile, quasi fosse un tarlo nell'anima del telaio. Ma le quattr'ore di questo affollato paradiso m'hanno risospinto con sollievo nel borgo ch'avevo abbandonato al mattino. Il torpedone s'è avviato con fatica, assai tardi, dacché attendeva sei gitanti che s'erano spersi tra le montagne.
Ürümqi ha salutato la notte lasciando che le strade s'allagassero nell'improvvisa, inopinata turbolenza del cielo. Nella locanda, la Cavalletta ha dovuto sostenere i miei panni fradici di pioggia, e la melanconia che m'aveva procurato un simile, sciancato paradiso.

 

Nei parchi delle meraviglie
del 11-02-2008

- Come in, come in! Where have you been..? la fiera era bella...

Un enorme pesce arrostito, e piatti rigurgitanti di legumi, colmano quella tavola ove l'allegra brigata si raccoglie a festeggiare la fine d'una giornata buona. Ho fatto loro compagnia, piedi bagnati e malumore fumante. L'indomani sortiranno dal borgo, verso un'altra meta amena nei dintorni. Non lascio la città, domani, ho proferito in un soffio; poi è venuto il mio racconto della gita al lago.
Scrivo ancora nella locanda; è l'ora in cui s'accende il passeggio serale nel mercato di Wuyi, e la taverna dei composimetri si satura di fumo e di giovani avventori. Stamane ho voluto tornare in quel parco, nel mattino che si faceva giorno, e l'animo mio s'è pacificato. Era il Parco del Popolo gioioso e affollato, come l'avevo visto nell'alba verso il Paradiso. V'erano rari corridori, ma molti, moltissimi che s'intrattenevano assieme danzando con le spade, o in altre forme d'arte marziale; v'era musica americana, coppie che volteggiavano nell'ombra verde, e singoli ballerini che simulavano un accompagnamento. Taluni si massaggiavano il collo, talaltri le natiche.

«Questo amore inesorabile, senza limite
non passerà la voglia che ho di te......».

E v'erano eserciti d'uomini e donne Han che si muovevano sincroni, sulle note del globo intero. I toni dei musicanti e dei cantori facevano risuonare il parco d'uno stridore celeste; uomini anziani giocavano al mahjong.
Poco lontano, il Parco Hongshan prometteva altre meraviglie. Vi sono andata attorno al mezzodì. Viottoli salivano verso la rupe rossa; lucchetti votivi s'addensavano sulla grata d'intorno all'antica pagoda, la quale propiziò – due secoli addietro, così pare – la sconfitta del vizioso dragone che straripare facea l'acque del fiume. V'erano genti di vari connotati, donne velate, e giochi per infanti di straordinarie fattezze. Una grande bolla trasparente rotolava sull'acqua due prigionieri giovani; sgargianti pavoni si mettevano in posa. D'un tratto, su di una panchina, una donna s'è alzata l'abito uighuro, tenendone le cocche con le due mani.

- S'offre al mercato della carne umana, ho pensato, sbigottita. La donna si sventagliava il viso con l'abito colorato. Mostrava le ampie cosce, inguainate d'un indumento compatto che tutto copriva e stringeva, nel rosa carne del suo tessuto.

Tale visione m'ha turbato a lungo, benché abbia voluto subitamente entrare in un tempio buddhista che a pochi passi s'innalzava. Non v'era nessuno, né raccolto in preghiera né deambulante. Soli, due operai impastavano, a mani nude nella corte del tempio, la bianca lana che doveva eternare la tenuta del cemento.

 

Do you like here?
del 11-02-2008

Nell'ora dolce del meriggio, m'è stata cara l'ascesa alla collina del Parco Yamalik. Dall'alto basamento, Mao fissava la valle e i grattacieli del borgo. All'estremo opposto del parco, una grigia pagoda segnava ancora un belvedere sugli edifici d'Ürümqi. Lisa e Alice m'hanno avvicinato; esitanti, poi sicure, il britannico idioma esercitato a scuola è venuto, integro e chiaro, come una cantilena unisonante.

- What is your name?
Al secolo, loro sono Zui Maozhi e Wu Tianjiao, di nove e undici anni. Nel corso d'inglese, tutti si rivestono d'una identità nuova, che si fa innanzitutto dal nome.
- Do you like here? Sono appena arrivata, devo ancora vedere molte cose. Quello che ho visto, mi piace.
- What don't you like? Non ricordo cosa ho risposto. Non volevo provocare un dispiacere, forse.
- What time is it in Italy? Risposta semplice.
- Do you like China? Yes.
- We are good friends now! Bye bye. Nice to meet you.
La discesa verso la locanda m'è parsa lieve. La penna, ora, corre sola sul foglio; rara beatitudine, questa.

 

Melanconie d'altri tempi
del 11-02-2008

Malgrado le straordinarie costumanze che quivi sono venuta conoscendo, uno strano effetto di déjà vu segna i percorsi, le strade e le dimore di codesta cittade. È forse questo che fomenta la mia melanconia, e m'impedisce ancora d'abbandonare Ürümqi. Non v'era la Cavalletta, allora, quando misuravo a passi di ghepardo le popolose strade d'una metropoli mediterranea, ove a lungo dimorai. V'era, lì pure, un lungo ponte sospeso tra bassi e sgraziati mastodonti; v'erano richiami di venditori ambulanti, le bottegucce dei tintori e i lustrascarpe sulla via, vecchi carretti sbullonati e smaglianti palazzi ultramoderni. E v'erano moschee, e uomini in preghiera, e diciture nei caratteri arabi che quivi ho ritrovato.
Gli sfortunati amori che laggiù furono i miei, riecheggiano costì nei racconti di Yuri, e riverberano una sottile mestizia che accompagna le mie scorribande solitarie. Forse sono, pure, i primi freddi, l'incipiente fiacchezza del viaggio, il desiderio d'un focolare e d'un corpo che m'avvolga. Certo è che stento a ripartire.
Stasera, prima di rincasare nella locanda, ho vagato nel gioioso mercato notturno di Wuyi. Avrei potuto fare onore a quel tripudio di pesci e di crostacei, di spiedini d'agnello e di castagnette arrostite, libando succo di melograno tra i commensali banchettanti in strada. Non avevo appetito, in verità. Ho preferito svicolare tra la folla che s'addensava nella via a perpendicolo, soppesando calzature e biancheria, bigiotteria e utensili per cucina. M'ha offerto riparo la taverna dei composimetri, a breve intervallo dal festoso disordine notturno. Un uomo biondo, di solida corporatura, pilotava una di quelle macchine; mi sono accomodata lì vicino.
Mister Oregon is looking for a travel-mate. L'ho capito subito. Tra un paio di giorni. Vuole tornare verso l'est della Cina. Turpan, va bene. Certo l'uomo non è provvisto di cavalcatura, e ciò non piacerà alla Cavalletta. Ma forse potrà essere un piacevole compagno di viaggio.

 

I baccanali di Ürümqi
del 11-02-2008

- Come in, come in! Where have you been..? Stasera, siamo tutti invitati a cena in una taverna qui vicino. You won't miss it, will you?

Certo non avrei potuto mancare al grande banchetto di congedo dagli amici d'Ürümqi.
Sono rientrata barcollante nella locanda; la notte era tiepida, ancora animata nei viali. Avrei voluto subitamente immortalare con la scrittura la profusione di suoni, i gorgheggi sinuosi della cantante xibe (nella foto) e di quella russa, le vibrazioni della fisarmonica del kazako Andrey, gli ultimi racconti di Yuri e di Boris; ma la penna non stava su. Stamane, la Cavalletta mi fissava col suo unico fanale; ho capito ch'era ansiosa, giacché non m'aveva mai veduto in quello stato. I fumi della grappa, tuttavia, m'hanno lasciato allegra; stamane reggo la penna, e pure il dispiacere per la dipartita dell'allegra brigata.

- Domani ci rimettiamo in strada noi pure, le ho detto.

La mia cavalcatura continuava a piantare una ruota nel mezzo della stanza, verso il giaciglio che finalmente s'empiva dei fogli che vergavo. Il freno, kanieshna! D'improvviso mi sovviene che la Cavalletta, ieri, s'è imbizzarrita scavallando un marciapiede, e il morso che solitamente ne arresta il moto s'è tranciato di netto. M'occorre un riparatore, stamane, al più presto.

- Tu quoque, cavalcatura mia! ho sospirato.

Non dunque della mia ebbrezza era inquieta, bensì dell'integrità della meccanica sua. Non me ne faccio un cruccio, tuttavia; giacché la buona andatura della Cavalletta s'unisce sempre col benessere della sua cavaliera. Deve avermi veduto dormire con pieno vigore, stanotte, e aver vegliato sul mio sonno ch'era immemore di tutto, persino dei suoi freni.

- Diciassette anni, sì, ho lavorato come medico chirurgo in un ospedale di campagna, non lontano dal deserto del Taklamakan. Poi ho chiesto d'essere trasferito a Ili, vi sono rimasto ancora qualche anno. Quando ho deciso di lasciare il lavoro e la Cina, non ho toccato liquidazione. Ho provato a commerciare a Hong Kong, ma... in Australia, alla fine ho lavorato in fabbrica.

La ruota delle vivande, al centro della tavola tonda, s'arresta dirimpetto al piccolo Yuri. Les jeux sont faits. Con le bacchette, vi pesca un vigoroso tocco di carne d'agnello – non v'è maiale, in tale desinare, giacché il proprietario della locanda è musulmano.
Il canto di Guan si leva, nella piccola sala chiusa che c'è stata riservata nella locanda. Ora che la sobrietà m'appartiene, riconosco lo stesso brivido che m'è disceso giù fino al midollo, iersera. V'era una passione sfrenata, in quel gorgheggio accompagnato dal lamentoso soffio del mantice kazako. D'improvviso, la porta della piccola sala s'è aperta.

- Isvinitie, isvinitie, siamo qui accanto, e queste voci, questi canti... anche in russo...

Jana dal generoso petto conduceva un drappello di nuovi oriundi russi; tutti si sono accomodati presso la tavola delle vivande. V'era una giovane coppia con un fanciullo d'una diecina d'anni, una donna matura e due giovani bionde. L'una, assai prosperosa, s'è avvicinata a Guan; l'altra, stringendo con nervosa eleganza una sigaretta smilza, ha preso posto accanto a Boris.
Il canto s'è fatto struggente, i bicchieri sempre colmi. Era una libagione per l'appassionato gorgheggio xibe, per il languido tremore delle voci russe; la ruota delle vivande girava e girava. Non amo nutrirmi dai piatti comuni, com'è d'uso in Cina – e come s'usa, altresì, in molti lochi del Mediterraneo ove dimorai – giacché le salive possono mescersi, e qualche batterio morboso trasmettersi a tutti i commensali. Ho dunque sorbito, nella mia propria scodella, un'enorme quantità di zuppa che un mestolo serviva, e alquante polpettine fritte d'un pasticcio di zucca dolce. E grappa, giacché solo un serissimo impedimento avrebbe potuto sottrarmi alle mille libagioni del banchetto d'Ürümqi. In fondo al ballatoio, nella locanda, la toeletta alla turca era deserta; ne ho fatto un loco d'uso privato, iersera. È stato un bene, credo, giacché la minzione m'ha snebbiato più in fretta dai vapori dell'ubriacatura.

Les jeux sont faits. Boris bisbiglia alla giovane russa magra, che ha consumato infine la lunga sigaretta. Anja s'è lanciata nel ballo, Kostia la segue, barcollando. Il bambino sonnecchia; il boss della cantante xibe sembra contemplare la scena con sobrio distacco; il suo bicchiere ospita solo acqua, e la ruota delle vivande non s'è fermata quasi mai, a lui dirimpetto.

- Ha un figlio piccolo in Russia, è qui per lavorare. Non so che lavoro, non ho chiesto. She is a good girl. Boris ha l'occhio lungo del bevitore che ha raggiunto il limite della capienza. Plaude la magra Natasha, mentre l'amica Jana duetta con l'altra cantatrice.

- Ya liubliù tibià!
- I love you!

Esplodono d'un tratto i baci, come fanno le gragnuole dei fuochi d'artificio al termine della festa. Jana bacia Guan. Il largo viso di Kostia s'è stampato sulla mia bocca. Rien ne va plus.

Stamane la Cavalletta è stata riparata. Cinque yuan pel morso del freno nuovo; i materiali erano meco. Boris e Yuri sono partiti. Domattina, Mister Oregon ci attende presso la locanda dei composimetri. È l'ora più dolce della sera d'Ürümqi. Il basto della Cavalletta è montato, avanti e dietro. I Vangeli, nel russo e nel britannico idioma, sono il pegno che Boris ha voluto donarmi, perché m'accompagnassero per via.

- Ma io non sono...
- Non è importante.

M'hanno abbracciato, i due fratelli. Ho immaginato, allora, di cavalcare nel continente australe con la Cavalletta; giacché gli affetti, infine, sono il motore più potente d'un viaggio.

 

Note tecniche
del 11-02-2008

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le “Note tecniche” del blog precedente.

L'accesso individuale al Lago del Paradiso Tiān Chí costa 100 yuan; gli autobus dei gruppi organizzati partono dall'ingresso nord del Parco del Popolo di Ürümqi alle nove di mattina (ritorno: ore 17/18). È meglio concordare con l'agenzia un prezzo unico che comprenda trasporto (andata e ritorno) e ingresso alla zona del lago: un prezzo corretto non dovrebbe superare 150 yuan. Per altre informazioni più dettagliate, scrivere a: dodamante@gmail.com.

Nella foto: scene di vita quotidiana a Ürümqi. Nel biglietto da visita in basso a sinistra, tutti i riferimenti utili per l'albergo (stanza singola con bagno: 60 yuan). La cosa più semplice da fare è mostrare ai passanti, o a un tassista, una copia stampata di questo biglietto. In basso a destra, i riferimenti del riparatore che si è preso cura del freno della Cavalletta.

 

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