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Turpan, la dolce depressione delle viti
La rinascita della Cavalletta
Blog di DODAMANTE
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Piani olimpici
del 24-02-2008

Grande paura nella stazione dei torpedoni, a sud d'Ürümqi. M'hanno fatto sdraiare su un'enorme macchina che inghiottiva borse e valigie, ci sono entrata di misura. Ho avuto paura: non tanto per quel tunnel nero che m'ha inghiottito, bensì per il fatto che mi sentivo scivolare su un terreno semovente. Ho provato a puntare le ruote, ma niente: quel nastro m'ha preso. M'ha sputato fuori quasi subito, per fortuna. Dodamante m'ha rimesso in piedi, mentre ancora scuotevo le ruote come un albero in preda al vento. Tuttavia, lì a un dipresso, sostava un torpedone vuoto di genti e di bagagli. Il conduttore ha fatto cenno alla mia cavaliera: sono stata adagiata con delicata premura nella stiva. Dodamante e Mister Oregon m'hanno legata bene ai sostegni, il portellone s'è chiuso. Ho compreso pure che, codesta volta, non avrei gravato per nulla sulla borsa di Dodamante, giacché il conduttore non ha preteso denaro per il mio trasporto; la qual cosa m'ha reso felice. Ho potuto infine distendere i copertoni e abbandonarmi al sonno, giacché la strada sembrava ottima, senza rollìo, e nella stiva avevo tutto lo spazio necessario. Sapevo però che il viaggio non sarebbe durato a lungo, giacché il borgo di Turpan distava all'incirca cento miglia. Nel dolce sopore di quel viaggio, col fanale incollato alla fessura del portello, ho potuto sbirciare il deserto e le alture rocciose in lontananza. Il torpedone marciava quasi a passo di bicicletta; ho veduto pure qualche cartello che ricordava Beijing 2008, credo si riferisse ai grandi giochi olimpici venturi. Ho sperato allora che Dodamante mi portasse a vederli, soprattutto nel turno delle mie simili; sapevo tuttavia che quei giochi tanto prossimi non erano. Ho concepito allora un piano: avrei ritardato il più possibile la nostra cavalcata cinese, affinché arrivassimo a Pechino al tempo dei giochi.
Ho potuto guardare ancora, da quella fessura, i grandi campi brulli ov'erano piantati gli alti piloni che prendevano il vento nelle pale. Abbiamo cominciato poi a scendere, nel dolce pendìo che terminava all'oasi di Turpan.

 

Una bici da locanda
del 24-02-2008

Sapevo che saremmo giunte in una specie di grande fossa arroventata: Turpan giaceva 154 metri sotto il livello del mare, benché da esso lontanissima. Ma ecco il cielo gravido di cirri, la pioggia a gocce sparse. E dire che Dodamante m'aveva preannunciato una solenne galoppata nel caldo torrido dell'oasi, ove non piove che una volta ogni dieci anni... comincio davvero a non fidarmi più della mia cavaliera. Forse m'ha portato altrove, oppure non era bene informata. E ancora, invece di cavalcarmi, come promesso a Ürümqi, ecco che mi conduce nella stanza oscura d'una locanda, ove mi lascia ai piedi del giaciglio che s'è scelta, accanto a una finestra che dà su un cortile. Ho avuto il tempo di lanciare un colpo di fanale a quegli strani cappellini che portano gli Uighuri, alle loro grandiose motociclette di cui mi sono innamorata in un istante. Ho fatto solo pochi metri, con le mie proprie ruote; la locanda era là, dietro l'angolo della stazione dei torpedoni. Dodamante e Mister Oregon hanno mollato tutto nella stanza, me compresa, e sono usciti senza tanti complimenti. Bene, se la vedrà con me. Se non mantiene la parola data, le farò la guerra. Oppure me ne andrò con qualche cavaliere cinese che mi aggrada: non ho che da scegliere.
È tornata a notte fatta; era sola. Le ho rivolto la mia ruota posteriore, ma ho sbirciato di sottecchi, dietro al parafango che mi sostiene il fanale. Sembrava preoccupata.

- Domani ti prendo tutto il tempo, m'ha detto per blandirmi; non le credo, ma non ho voluto interloquire in nessun modo. Indi è uscita di nuovo. Qualche pensiero l'affligge di certo: ha persino dimenticato, sul giaciglio a me vicino, il taccuino ove è solita segnare gli eventi del viaggio.

 

Il cavaliere di Portland
del 24-02-2008

«Sembra una persona serena, semplice. Lavorava per un'impresa di marmi, la sua ex moglie vive in Alaska. Viene da Portland, città universitaria dell'Oregon. Dev'essere un borgo abbastanza verde, pieno di biciclette». Cancellatura. «Osservando due velocipedi in sosta davanti al John's Café, ha detto che gli piacerebbe importare bici dalla Cina nella sua città, per gli studenti universitari. Al tavolo ove abbiamo consumato quegli ottimi spiedini d'agnello, mi raccontava dell'America pacifista che ancora esiste...» (www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Luglio-2007/pagina.php?cosa=0707lm16.01.html).
Sento una voce che pare quella di Dodamante. Con chi parlerà nel britannico idioma, in codesta locanda di Cina, in tale borgo ove vivono gli Uighuri? Immaginai che fosse l'uomo biondo, un po' corpulento, che con noi era venuto quivi, da Ürümqi. «Cercando l'augusto minareto d'Emin, quest'oggi nel meriggio, ci siamo spersi tra le vigne. L'intera economia dell'oasi si fa attorno all'uva: ve n'è di bianca e di nera, buonissima, e pure enormi acini – grandi come uova di quaglia – d'uva scura, dal sapore di fragola. La nera, però, non l'ho veduta nei campi, solo sui banchi del mercato. Caldo, dolce caldo secco...». La porta della stanza s'è aperta con un tonfo secco. Dodamante rientrava, sola. Sembrava ancora inquieta.

- Mister Oregon è scomparso, ha detto, gettando uno sguardo desolato al piccolo letto vuoto addossato alla parete del bagno.

Non ho saputo trovare nulla di buono da controbattere. Ho lasciato ondeggiare le sacche che tenevo ancora addosso, e Dodamante mi s'è avvicinata per sostenermi.

- Il mio quaderno! ha esclamato, raccogliendo il taccuino che giaceva accanto al mio fanale, dischiuso ancora sulla pagina del giorno che si spegneva.
- Credevo di averlo perduto.

Sapevo quanto temesse la perdita degli oggetti che rendono memorabili le occasioni del viaggio. Malgrado il mio sentimento rancoroso, fui infine lieta che tale ritrovamento potesse, in qualche modo, alleviare quell'ansia d'altra e più grave mancanza: la disparizione del cavaliere di Portland.

 

Oscuri presagi
del 24-02-2008

Dodamante si gettò infine sul giaciglio, affranta. Non ha neppure il ritegno che le permetta di consacrarsi alla scrittura, pensai preoccupata.

- Domani ti prendo dalla mattina, disse la mia cavaliera, sospirando. Sempre che non sia accaduto qualcosa di molto grave.

Mi spiegò allora che, nel meriggio nuvoloso di Turpan, s'era inoltrata col cavaliere di Portland nella vivida campagna attorno al borgo, alla ricerca dell'antico minareto d'Emin. Era costui un eroico generale che s'onorò di tale costruzione nell'anno 1777; presto fu terminata dagli architetti uighuri, benché Emin Hoja molto non ne godesse, giacché morì sei mesi dopo tale compimento. Il minareto era splendidissimo, così mi disse la cavaliera, benché di semplice fattura: mattoni seccati al sole svettavano nel cielo grigio, innalzando morbide geometrie ed essenziali decorazioni che s'impennavano, d'un tratto, nel mezzo delle vigne. A Bukhara, aggiunse, v'era un minareto di simile decoro ch'avevamo veduto assieme, benché fosse, quello, nel mezzo del grande e antico borgo.
V'era quivi, accanto al minareto d'Emin, pure una moschea assai vuota e oscura, e molte tombe silenti e deserte, che Dodamante aveva scoperto al fare della sera. Uno strano presagio l'aveva accompagnata, in tale cimitero; s'era aggirata, inquieta, tra le tombe, lasciando che la luce del dì vi si spegnesse. Il cavaliere di Portland l'attendeva di fuori, giacché il sito richiedeva il pagamento d'un pedaggio, e l'uomo non aveva forte interesse per le architetture d'Islam.
Quando la cavaliera s'era infine riaffacciata oltre l'alto portale, che sbarrava il passo al visitatore senza permesso, le bottegucce avevano ritirato la mercanzia, e i rari torpedoni disertavano il piazzale. V'era una strada che di là si dipartiva; a malapena si scorgeva, oramai, nell'ombra lunga della sera. Una giovane Han, che commerciava i lasciapassare pel sito, scortò Dodamante su di una camionetta sino al borgo di Turpan, a una spanna dalla locanda ov'ero rimasta confinata quel dì. Il cavaliere di Portland non era apparso; nessuno l'aveva visto aggirarsi, attorno al minareto. Non v'era traccia alcuna, di lui, nella ricezione della locanda.

 

Libri e pesci rossi
del 24-02-2008

Dodamante raccontava di quella strana scomparsa, mentre allungava le membra sul giaciglio. L'ho invitata a ripercorrere i fatti del meriggio, col veicolo della fresca memoria, affinché potesse trovare un indizio, un segno che sciogliesse l'arcano.

- Dopo il desinare, avrei voluto prenderti subito, mi disse la cavaliera. V'erano molte cavalcature a solcare le vie, e sapevo che m'aspettavi, quivi rinchiusa. Quel cavaliere americano, tuttavia, non mostrava di volersi provvedere d'alcun velocipede. Mi dispiacque assai; ma infine partii a piedi, con lui, tra le vigne dell'oasi.

Dodamante ha sbadigliato, e la sua voce s'è fatta un bisbiglio d'impercettibile spessore.

- Dapprima v'era un lungo pergolato, a coprire il viale ove la gente s'intratteneva passeggiando. V'erano pure banchi che traboccavano di libri; benché nulla potessi leggere, ne fui intrigata, e m'arrestai sovente a rovistare tra i volumi. Passammo una moschea con quattro minareti. Poi, non ricordo bene... ci siamo ritrovati tra edifici nuovissimi, pareva una bella edilizia popolare... v'erano canali artificiali pieni d'enormi pesci rossi, uno stagno tutto ricoperto di grosse ninfee. Il cavaliere di Portland sembrava assai eccitato, da quei pesci. S'è arrestato più volte, d'intorno ai canali, per immortalarli.

 

I misteri dell'uva
del 24-02-2008

La cavaliera s'è alzata, giacché doveva terminare la toeletta della sera. Era oramai trascorsa da tempo la mezzanotte, ed ella pareva più che mai inquieta.

- Ci siamo infine addentrati tra le case rurali dell'oasi. Il borgo m'è parso assai minuto, voglio dire la moderna cittade; all'opposto, molte dimore v'erano, disseminate tra i terreni. Ogni dimora sembrava possedere un largo cortile, riparato da un pergolato o da una semplice tettoia piana, fatta di travi e sterpi. Quivi abbiamo veduto l'uva bianca stesa a seccare, in gran filari d'alta sponda (foto più in basso), e donne uighure che molta a noi ne hanno donata, e giovani cavalieri che si pavoneggiavano su velocipedi brillanti. Avrei proprio voluto...

Dodamante m'ha accarezzato sulla canna. Aveva indossato il pigiama. Ho compreso che cercava di tirarla lunga, sperando che il cavaliere ricomparisse nella stanza della locanda. Ho apprezzato, tuttavia, quel piccolo gesto affettuoso. E ho sentito sciogliere il rancido afrore che mi pervade i raggi, quando mi pare che Dodamante non si curi di me, lontana nell'etere dei suoi pensieri che m'escludono.

- Il cavaliere americano pareva allegro, tra quei bambini uighuri. Ve n'erano sui sentieri tra le vigne, sui tetti delle case; due giovani prestigiatori ci hanno mostrato l'arte del gioco coi piccioni. S'aprivano, alle volte, splendidi portali decorati, a celare l'alcova dei cortili. Transitavano pure rari carretti, al seguito d'una cavalcatura o d'un motore, pieni d'umano carico e di fronde verdi. Pare che l'uva sia arrivata quivi, nell'oasi, duemila anni orsono, così ho letto. Gli abitanti dell'oasi vi pagavano i tributi all'imperatore cinese, ch'era a Chang'an, ch'al giorno d'oggi s'appella Xi'an, un grande borgo nel centro della Cina. Vi andremo...

 

La lunga attesa
del 24-02-2008

Divagava, o forse già sognava. L'ho sentita blaterare di certi “capezzoli di giumenta”, mi pare parlasse ancora d'uva, d'uva lunga. Poi la sua voce s'è spenta. Il chiarore del lume non s'era estinto, tuttavia. Uno schiocco è venuto dal corridoio della locanda. Ho alzato il filo del freno; ma un secondo rumore, di porta sbattuta, ha sancito la vanità dell'attesa. Doveva essere l'occupante della stanza accanto che rientrava. Dodamante s'è rianimata per un attimo.

- Siamo giunti al minareto. Il cavaliere di Portland ha preferito aggirarsi nelle campagne, ancora, mentre visitavo il sito. T'attendo fuori, m'ha detto. E così non l'ho più veduto.

Parlava rapidamente, per frasi secche. Succede agli umani, mi pare, quando lottano col sopraggiungere del sonno. Mi spiegò infine ch'era rientrata rapidamente, sperando di trovare un messaggio del cavaliere nella ricezione della locanda, o nella camera. Ma più nessuno ne aveva notato il passaggio, quel dì. Quindi era sortita di nuovo, dimenticando il taccuino sul giaciglio.

- Ho ricordato infine che voleva assistere a una serata di danze uighure, in una locanda poco lontana dalla nostra. Vi sono andata. V'erano danze e musica, ballerini apparecchiati d'abiti tradizionali, e molti avventori. Quel cavaliere non c'era. Ho cenato infine, sola, con spaghetti assai piccanti.

Dodamante ha spento il lume.

- Se non torna, domattina cerchiamo l'ufficio della polizia.

Nelle ore piccole della mattina, la porta della stanza s'è aperta con discreto fragore.

 

Una falsa partenza
del 24-02-2008

Intorno all'alba, il cavaliere di Portland è uscito nuovamente dalla locanda. Segno niuno ha lasciato, per noi, che potesse spiegare la sua misteriosa scomparsa. E dell'idee per stamane, ugualmente, nulla ha voluto lasciarci scritto. Davvero non valeva tanta pena, ho pensato, mirando Dodamante che si levava dal giaciglio, insonnolita.

- Andiamo, ora, ha proferito sbadigliando.

Siamo uscite in una luce incerta, un po' annebbiata. Di nuovo ho pensato che quell'oasi fosse un po' bislacca, con quel cielo grigio e tutte quelle viti, e pioppi, al posto delle palme. Abbiamo cominciato a galoppare per una strada lunga e diritta; il panorama non era strabiliante, in verità. Dopo un paio di miglia, la strada bruscamente finiva su di un largo vialone autostradale, del quale molto ebbi paura. Non v'era punto traffico, a dire il vero; ma sempre – dal tempo delle spaventevoli avventure d'Istanbul (vedere il blog «Istanbul, balcone con vista sui grattacieli») – ho cercato d'evitare tali percorsi, ove le cavalcature mie simili rischiano grosso: giacché quivi i motori si fanno grassi del loro rombo e quasi ci scherniscono, per l'indolente lentezza che ci guida. Dodamante pareva incerta sul da farsi.

- Andiamo nel villaggio di Tuyoq, sono circa trenta miglia. Te la senti?

Mi si sono rizzati tutti i raggi, e mio malgrado ho stretto i freni, quasi disarcionando Dodamante. Giammai avrei potuto battermi, per trenta miglia, sulla pista dei motori.

Tornando verso la locanda, Dodamante ha scorto un bel mercato di legumi. Zucche e zucchette, patate cipolle e cipolline, peperoni e peperoncini, carote gialle e arancio, insalatine e melanzane dormivano sui banchi, o su vecchie brande sottratte agli umani. V'erano d'intorno cavalcature d'ogni specie; ho compreso che la mia cavaliera m'avrebbe lasciato ancora sola stamane, nella locanda, e intendeva offrirmi qualche istante di colorato convivio coi miei simili, prima di confinarmi nuovamente nel buio della stanza.

 

La rinascita della Cavalletta
del 24-02-2008

Così è fatta la mia vita di velocipede: corro sulle piste del mondo con gioia estrema, quando la fettuccia dell'asfalto, o della terra, s'offre libera e senza asperità alle mie ruote. Talora mi trovo in compagnia d'altre cavalcature che molto m'aggrada affiancare, specie quelle che sono provviste di ruote alle mie simili. Alle volte mi figuro d'essere un carretto, che di ruote ne ha quattro, quando un'altra cavalcatura s'attaglia assai bene alla meccanica mia. Ho diverse paure, tuttavia, ma credo sia normale per un velocipede della mia fattura: che mi si rompano i freni ad un incrocio, che un inerme pedone mi si butti sotto, che un trasporto malsano mi danneggi le corone. Non temo il buio, benché non abbia fanali assai potenti, né la pioggia. Mi rattristo quando sono confinata nell'ombra, nel vano stagnante d'una cava; lo sopporto tuttavia, se chi mi conduce sa ispirarmi la fiducia necessaria affinché io possa credere che si tratti di un'attesa temporanea, a cui presto cavalcate nuove seguiranno.
Dodamante è tornata a prendermi verso le quattro del meriggio. Pareva davvero su di giri; ne sono stata lieta, infine. M'ha spinto in strada, e non era la stessa direzione ch'avevamo preso al mattino.
La via s'inoltrava diritta tra campi coltivati. La pedalata schietta della cavaliera, e il sole – che pure s'allargava in tiepido splendore – m'accarezzavano senza fallo; un'indicibile tremore di puro godimento, l'entusiasmo d'essere rinate al sole, all'aria del giorno, al verde di quella larga campagna di Cina, hanno saputo annichilire la depressione della mia attesa nella locanda. D'un tratto, una cavalcatura silenziosa come una libellula ci s'è affiancata.

- Jiaohe?

Quella giovane cavaliera Han ha detto qualcosa a Dodamante, e ci ha preceduto con il soffio elettrico del suo insetto a ruote. Ha infine svoltato a manca, facendo a noi un segno. Andate diritto di là, questo voleva dire. Cinque miglia a ovest del borgo, ha aggiunto Dodamante rivolta alla mia canna, te la senti?
Schizzai via sulle ruote, felice.

 

Il fiore sul taschino
del 24-02-2008

Pedalavamo a dolce ritmo sulla strada che conduceva alle antiche rovine di Jiaohe. Avrei desiderato ottocento miglia di cotale andatura, in quella soave ora del giorno, in siffatto sublime silenzio di campagna. Dodamante tuttavia non si teneva dalla voglia: nel villaggio di Tuyoq, quel dì, aveva assistito a tali meraviglie da riempire centinaia di miglia di pedalata. Ho dovuto così prestarle tutta l'attenzione delle mie antenne-freno, e al tempo medesimo concentrarmi sulla via; compito non troppo arduo, in verità, giacché pochi veicoli vi transitavano, e io pure ero curiosa di sapere cosa avesse visto quella mattina al termine dell'autostrada che tanto m'aveva impressionato. Il suo racconto m'è parso incongruente; ne ho ritenuto qualche frammento che, messo insieme, lascia dei vuoti ch'ancora mi parrebbe opportuno di colmare. Giacché spesso indossa, mentre mi cavalca al dì presente, quelle petites culottes dal fiore sul taschino che ivi comperò; Tuyoq! esclama con un sorriso, quando m'inforca e si dà quell'occorrenza. Lo fa, io credo, perché possa rimembrare con lei le dolci cavalcate nell'oasi, e meglio io riesca a sopportare la prosa dei percorsi che si danno, allorquando il grande viaggio si conclude e la cavalcatura torna ad impegnare le vecchie e usate piste.
Tuyoq! V'era andata infine con uno stretto torpedone degli Uighuri. La tremebonda autostrada subito s'era estinta. La via che n'era seguita si prestava al transito delle cavalcature della mia specie; ma era tardi, oramai, per correre a riprendermi.

 

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