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Turpan, la dolce depressione delle viti
La rinascita della Cavalletta
Blog di DODAMANTE
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Centaure uighure
del 24-02-2008

- V'era a manca un'enorme montagna che profilava la strada; l'ho ritrovata pure alle spalle del borgo di Tuyoq. Credo che siano nomate Montagne fiammeggianti, giacché splendono nel sole come lingue di fiamma... ma vi sono pure molte leggende... cioè stamane non splendevano affatto, giacché il cielo era offuscato. La donna che m'era seduta accanto, sul torpedone, portava dei pani larghi in una borsa, un profumo sublime di forno.

Il racconto di Dodamante s'è interrotto alquante volte; sembrava cercasse qualcosa nei campi, sui due lati della via che conduceva a Jiaohe. Ho compreso che la donna del pane le aveva indicato ove sbarcare dal torpedone. E che, per prima cosa, la cavaliera s'era seduta al desco apparecchiato nel cortile d'una locanda uighura; in compagnia di molti uomini, s'era nutrita d'ottime tagliatelle dalla salsa appetitosa. A un crocicchio, aveva inforcato a piedi un cammino lungo tra le case; poi, d'improvviso, la storia di Tuyoq saltava alle pendici del monte, laddove due centaure avevano perduto del denaro dirimpetto al santuario del primo uighuro musulmano (nella foto, a destra). Ehi!, s'era sbracciata Dodamante. Le donne avevano arrestato il rombante triciclo a motore; l'avevano lasciata salire sul pianale del retro, ov'erano masserizie e due bambini.
La cavaliera aveva fatto per restituire le banconote raccolte sull'asfalto, ma quelle avevano scosso la testa.

- Si trattava d'una specie di voto, chiaro... avrei dovuto capirlo da sola. V'erano pellegrini, al santuario, pare che sia come una piccola Mecca per gli Uighuri. Mi sono arrampicata sulla nuda roccia: era tutto così caldo, così aspro. Quelle piccole architetture di mattoni cotti al sole... parevano infilarsi nella roccia del monte, quasi ne fossero nate, spontanee e incredibili concrescenze.

Le donne l'avevano condotta sul triciclo per un lungo tratto, indietro, sulla via che Dodamante aveva già percorso a piedi, cercando il santuario. S'erano fermate in prossimità d'un mercato in piena animazione. Quivi la cavaliera aveva acquistato le culottes dal fiore sul taschino. La venditrice le aveva dato il resto: s'era alzata la veste, tranquillamente, pescando qualche banconota da quel taschino nella calzamaglia che l'inguainava.

 

Le risonanze di Tuyoq
del 24-02-2008

La strada per Jiaohe ora divallava, il sito doveva essere assai vicino. Tuttavia cercavo ancora di figurarmi quelle donne, quei taschini – Tuyoq! – e quello strano mondo degli Uighuri di Cina, di cui mai avevo sospettato l'esistenza. Nel racconto di Dodamante, pur così frammentario, leggevo l'insospettabile mosaico d'etnie che animava l'immenso pianeta cinese. E scoprivo, prima dei templi del Buddha, le innumerevoli moschee ch'erano ivi, vecchie e nuove, talune divelte all'epoca della Rivoluzione culturale e di recente rinnalzate. D'istinto mi piacevano, quelle donne e quegli uomini uighuri, i loro cappellini, le loro cavalcature a ruote. Ancora al dì presente, erano di certo loro a dominare nel numero, in quella depressione nel deserto. Tuyoq! Tale piccolo borgo di campagna (nella foto) molto era piaciuto alla mia cavaliera, infine; era tutto così semplice e un poco aspro, ha concluso. Alle volte, certi lochi entrano in risonanza con la trama sottile delle fibre degli umani: questo ho compreso infine, giacché quei lochi esprimono delle forze vive che bene – o affatto – s'accompagnano ai diversi tessuti d'umore che fondano l'umana natura. Dodamante a Tuyoq assomigliava; non poco ho provato meraviglia, dunque, che fosse tornata così presto a prendermi nella locanda. Credo che si sentisse un poco triste per non avermi condotto con sé, stamane, e abbia voluto offrirmi infine la passeggiata a lungo promessa.

- Le dimore di Tuyoq sono simili a quelle rurali di Turpan, certo... tuttavia ho potuto vedere che molte hanno sopra come una piccionaia dalle pareti forate: sono i cellai ove si secca l'uva, credo. M'è parso che, a Turpan, essi siano piuttosto sparsi nelle campagne, quando l'uva non secca nei cortili delle case. E le moschee... ve n'era più d'una, a Tuyoq, a parte il santuario. Belle, di semplice fattura... sono potuta entrare, salire sui tetti, ho guardato da vicino i minareti. In una v'era il muezzin, che dal tetto chiamava alla preghiera: un uomo piccolo, un po' afono. M'ha veduto lì sotto, nel cortile, avevo testa e braccia nude. Pensavo mi scacciasse.

 

A gesti in moschea
del 24-02-2008

La discesa verso Jiaohe si fa ripida, Dodamante m'attanaglia i freni. Non noto dispiegarsi d'antiche rovine.

- M'ha fatto un cenno. Certo non sapevo quale idioma impiegare, con quell'uomo; poco mi ricordavo, di turco. Ho indicato i miei occhi, e poi d'intorno, nella moschea. Un suo gesto m'ha aperto allora ogni via: la terrazza m'era accessibile, e la sala di preghiera ch'era in un loco sotterraneo. Basso il soffitto, da massicce colonne sostenuto, due uomini vi si raccoglievano in silenzio, inturbantati di bianco. Sono rimasta qualche istante, in pace.

La strada per Jiaohe termina bruscamente sul piazzale d'un parcheggio per i veicoli a motore. Diversi torpedoni sono in sosta; non vedo cavalcature mie simili.

- Il muezzin uighuro m'ha fatto un altro gesto, di saluto. Sulla via, poco lontano, un uomo intabarrato trascinava i suoi stracci sul selciato (foto sotto). Strana apparizione, in quel borgo di campagna. Giacché solitamente ci si aspetta di trovare folli e indigenti sulle strade di città. Forse si recava al santuario.

Dodamante s'è fatta accosto all'ufficio dei lasciapassare. Due ore ancora, e l'antico borgo di Jiaohe avrebbe sbarrato il passo ai visitatori, per quel dì.

 

Devozione per tutti
del 24-02-2008

- Tutta quella profusione di moschee, e il santuario, m'hanno fatto dimenticare d'essere in Cina. V'erano pure, più in alto sulla montagna, antiche grotte consacrate al Buddha. N'ero a conoscenza, in verità; ma sul momento m'ero presa d'emozione per le meraviglie del borgo uighuro, e le ho mancate. Certo è che, in codesto paese della nuova Cina, la religione musulmana mi pare viva. Tuyoq! Ho letto da qualche parte che, negli ultimi vent'anni, la religione sta tornando ovunque a essere praticata in Cina, giacché sono finite le persecuzioni. Purché le chiese, tutte, obbediscano all'autorità politica centrale. La religione non più da abolire ma da governare, affinché aiuti lo Stato a inculcare la devozione di tutti per l'unità nazionale. Questo...

Non ho mai saputo cosa Dodamante avrebbe voluto aggiungere, a quel discorso. Ho sentito le mie valvole sbuffare un poco. Mi prende per l'uditorio d'un simposio, talora, quando non ha un interlocutore umano che possa darle ascolto.
Ci hanno fatto entrare nel sito. La cavaliera m'ha infine legato alla barriera di metallo che segnava l'ingresso a Jiaohe. Torno presto, m'ha detto con il triste languore dell'abbandono forzato. Sapevo, ahimé, che non m'avrebbero permesso d'accedere a quel sito riservato alle passeggiate degli umani. Mi sono disposta all'attesa, di buon grado.
Assai più tardi, durante il viaggio, in un altro di quei simposi a me indirizzati, Dodamante m'ha mostrato un libro verde ch'aveva appena acquistato. «Islam in China», v'era marcato sopra. Avevo allora perduto il mio unico fanale; tuttavia i sensori delle mie antenne-freno erano ancora assai efficienti, e ho potuto così ritenere le informazioni ch'ella mi leggeva. V'era scritto pressappoco questo: che l'Associazione Islamica di Cina avrebbe motivato l'Islam ad adattarsi alla società socialista, si sarebbe opposta fortemente al separatismo etnico e all'estremismo religioso, e avrebbe dato il suo pur piccolo contributo all'armonica unione della madrepatria.

 

Tra i fiumi
del 24-02-2008

Quella città antica doveva essere straordinaria di forme e d'estensione; dacché il racconto che Dodamante ne ha prodotto, sulla via del ritorno, aveva assai di mirabolante. M'è sembrato che volesse colmare, nuovamente, la mia forzata assenza con il vigore delle sue descrizioni.

- Ho dovuto fare in fretta, un peccato... ho forzato il passo su di un tracciato perfetto, che segnava la via ove muoversi. V'erano ovunque cartelli: non salire, pericolo, non entrare. E spiegazioni, e tempi di percorrenza, in cinese, uighuro e britannico idioma. Era tutto così splendidamente apparecchiato da sembrare irreale. Pochi, pochissimi visitatori, e quasi tutti in gruppi. Quando infine ho voluto trasgredire le consegne dei cartelli, s'è spalancata a me davanti, maestosa e verdissima, l'ampia valle del fiume ove tu m'attendevi. V'erano ancora pioppi, e filari di viti, e altri appezzamenti. La drammatica intensità di quella gola verde m'ha preso, e un subitaneo stupore m'ha distolto a lungo dalla via segnata. Così ho dovuto correre per arrivare in fondo alla città, giacché il sole declinava; quivi s'ergeva la secolare imponenza dei templi, e d'altri segni, che di Buddha celebrano l'eccellenza. T'avessi avuto, su quel vialetto esangue! Avrei con comodo tutto visitato, senza affrettarmi, di quell'antico borgo, che fu dapprima una guarnigione di soldati cinesi della dinastia Han. L'abbandonarono nel secolo quattordici; la vera ragione resta ignota.

Certo è che non aveva molto compreso, Dodamante, della storia di quel sito: giacché poco ne sapeva, allora, delle dinastie cinesi (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm) e delle loro costumanze. Il borgo di Jiaohe innalzava le sue maestose rovine su di un terrapieno, formato dalle gole scavate da due fiumi che quivi confluivano. Ero rimasta, in attesa, presso uno dei fiumi: per quanto avessi sforzato il mio fanale, giacevo troppo in basso per capire la struttura della città, i suoi nodi centrali, la complessità delle sue architetture. Con i miei propri mezzi, ho potuto cogliere solo la luce: il cielo s'offuscava d'ombra e di cirri, e il giallo solido di quel sole ancora estivo sembrava perdurare sul caldo bruno delle murature. Ho capito tuttavia che il sito era assai grande, e che Dodamante non sarebbe tornata presto. È ricomparsa quando quel giallo s'era ormai estinto; la via del ritorno s'immergeva nel buio. Era a noi già nota, tuttavia, e non m'è parsa ardua. La schietta cavalcatura d'una giovane centaura ci ha oltrepassato d'un tratto, sventolandoci accanto la macchia rossa del suo vestito. All'ingresso del borgo di Turpan, la notte s'è infine illuminata.

 

Sorprese di luce e d'America
del 24-02-2008

Dirimpetto alla nostra locanda, sul lato opposto della via, uomini e donne sedevano festosi, davanti a tavolini fumanti di carni allo spiedo e tazze di brodo. Ivi v'era un giovane dall'incarnato più scuro della notte, solo. Pareva pensieroso, e con meccanica inquietudine portava alla bocca la bottiglia che a lui stazionava davanti.

- Un'altra birra! Il giovane aveva alzato il vetro vuoto verso l'uomo che serviva.

Dodamante m'ha accostato delicatamente a quel tavolino.

- Can I seat here?
- Please! ha ribattuto il tipo tutto nero, e ha riordinato le cose sul pianale, affinché Dodamante avesse spazio sufficiente per bere e per mangiare.

La cavaliera s'è accomodata. Aveva appetito, l'ho ben veduta io divorare le vivande su quel desco notturno, davanti all'uomo che beveva. Dal mio cantuccio, coglievo l'aria gioiosa della sera, il chiacchiericcio diffuso degli astanti; le parole di Dodamante e del suo commensale m'arrivavano poco chiare, tuttavia.

- André...United States..., ho colto in un soffio. M'è parso stanco, parlava sottotono, quell'uomo. Ho compreso tuttavia che conosceva Mister Oregon: s'erano incontrati quel dì, nel borgo di Turpan, e avevano trascorso insieme le ore del meriggio che si faceva notte.
- Vietnam... ho studiato fotografia. Insegnavo l'inglese. In Cina... it is hard to me. Ho sempre paura d'essere aggredito.

La cavaliera pareva presa da stupore. Ho rizzato le antenne-freno.

- Sono nero. In Cina, non ci sono neri... molti cinesi non hanno mai veduto dei neri. Mi guardano, mi fissano... I am really afraid, sometimes, here.

Mi vibravano i raggi, per quell'uomo. Ho sentito che diceva ancora a Dodamante:

- Hai veduto la fontana cantante? Alle spalle di quegli edifici... no, sono stanco, vorrei rientrare nel mio ostello.

S'è alzato, di lì a poco. Dodamante indugiava ancora, pigramente, dirimpetto al desco ormai vuoto di vivande.

- Mister Oregon? ha domandato ella infine, mentre André s'apprestava a partire.
- Abbiamo cenato assieme, qui. Era molto stanco, non si sentiva bene. Lo troverai nella locanda.

La fontana cantante era un tripudio d'acque colorate che s'innalzavano a sprazzi, sulle note di musiche d'Oriente e d'Occidente.

- Ritorna vincitoor!... E dal mio labbro uscì l'empia parola! Vincitor del padre miooo...

Così m'è parso venisse, a un tratto, da quell'ampio bacino che colmava la piazza dietro la stazione dei torpedoni. Uno strano tremore m'ha preso. Gialle colonne d'acqua, e blu cobalto, e rosa. Un gruppo danzava, a una spanna dal vigoroso altoparlante.

- Korea, photo please! Dodamante ha scattato.

 

L'empireo dei velocipedi
del 24-02-2008

Stamane Mister Oregon dormiva ancora, quando abbiamo lasciato la stanza della locanda. Dev'essere qualcosa che ha mangiato. L'ho sentito alzarsi, durante la notte. Ho schiuso il fanale, e l'ho veduto così, in piedi, coperto con lunghe braghe che gli scendevano sotto i ginocchi. Forse è davvero ammalato; pensavo che, in cotale stagione dell'anno, gli umani maschi volentieri dormissero senza vestimenti. Dodamante, al contrario, pare davvero in buona forma. Nella ricezione della locanda, un giovane uighuro ci ha salutato, cordiale.

- Hi, how are you? Fine? Good trip? Very well...

Ho riconosciuto quella voce, ecco, sì. Nel dì del nostro arrivo, quando Dodamante cercava il cavaliere di Portland, ch'era disperso. Credo sia una guida per i visitatori che necessitano d'essere accompagnati.

- Karez? Dovete prendere a destra, sul viale. C'è anche un museo...

Ho vibrato tutta, tra le mani di Dodamante che mi portava in strada. Il museo, no! Ancora, ferma in sosta davanti a un cancello chiuso, no! Me ne vado...

- Niente museo, ha proferito la cavaliera, tranquillamente. Stamane ci perdiamo tra le vigne.

L'empireo dei velocipedi, nei miei trent'anni di cavalcate per le vie del mondo, l'ho raggiunto quel dì, tra le viti dell'oasi di Turpan.

 

Uva, ora e sempre
del 24-02-2008

Cotone tra le ruote, e uva sul manubrio, ce ne siamo andate ove il borgo nuovo terminava. V'era una piccola moschea in costruzione, e poi s'addensavano i filari, schietti e vivi. Mi sono infilata lì dentro, ebbra come una puledra alle prime sgambate. Alti pioppi bordavano i canali che d'acqua nutrivano le vigne; un uomo dal viso secco, col falcetto, ci s'è fatto accosto.

- Karez? ha proferito Dodamante, un poco inquieta per quell'arma che vedeva, nella ferace e deserta campagna. L'uomo ha fatto un cenno, ed è passato oltre.

Mi sono affrettata per quella direzione che segnato aveva l'uomo. Un foro a cilindro nel terreno, che sul fondo d'acqua si riempiva, s'è parato d'improvviso di fronte alle mie ruote.

- Ecco quel pozzo, dunque! Dodamante m'ha spiegato che sempre lo cercava, nei giorni di Turpan, per la campagna.

Un pozzo! Quel dì, il sole forte della Cina uighura doveva avere ben agglutinato la materia grigia degli umani. Di tanto splendido vigore e sublime armonia campestre, ella si perdeva nella contemplazione d'un vecchio buco, che allora mi pareva d'importanza niuna. Eravamo passate senza posa, o quasi, accanto a un piccolo santuario tra le viti: molto m'era piaciuto, benché la porta fosse murata e, a un dipresso, vi s'appoggiassero cumuli di sterpi secchi. V'era poi stata la promenade sublime nel quartiere dei cellai, ove l'uva era stesa a seccare su pertiche spinose, o sulla nuda terra. Dodamante se n'era saziata, in verità, pascendosene a piene mani. Ma nulla aveva potuto avvincere la cavaliera quanto quel foro, ove la sosta s'è fatta lunga.
Eravamo di nuovo ai margini del borgo, quando Dodamante infine è sortita dal lungo silenzio che l'aveva rapita davanti al pozzo.

- Non capisci, tu, che se oggi hai potuto godere di tale beatitudine, essa viene dall'uomo che ha potuto condurre l'acqua, nell'oasi, dalle pendici dei monti vicini. Umani come talpe hanno scavato canali sotterranei in pendenza, per decine e decine di miglia, e pozzi verticali per accedere all'acqua che, là sotto, non evapora con il calore. È un sistema antichissimo che ancora perdura, forse d'origine persiana, diffuso in molte zone d'Asia centrale.

Ho abbassato le code del manubrio, un poco vergognosa. Volevo controbattere che in quei canali sotterranei non avrei potuto galoppare, giacché l'acqua mi trapassa i raggi e le mie ruote non sono zattere. E che capisse anch'ella, Dodamante, ch'ero e sono una bicicletta, e non l'umana compagnia d'un viaggio in Asia. Non poteva pretendere ch'ovunque l'affiancassi col pensiero e colla teoria, né che sopportassi a freni stretti le lunghe giornate d'una stanza chiusa. Correre, volevo, sui sentieri di campagna, sui viali dei borghi, ovunque ci fosse spazio sufficiente, e aria. Correre; in fondo mi bastava questo, per sentirmi placata. Rimuginavo simili pensieri, quando, sull'entrata d'una masseria, incrociammo un velocipede nero, bello ed elegante. A volte anche l'amore mi placa, benché sia un bene raro; quasi mai la cavaliera mi conduce in branco. Stavolta però m'ha poggiato lì a un dipresso, giacché dal cortile della masseria la chiamavano a gran voce, e con gesti l'invitavano a sedere dentro.
V'erano tre donne: una doveva essere la madre. Intabarrata nello smilzo vestito a fiori, col nero fazzoletto appoggiato sulle ciocche nere che ne trionfavano senza tema, impastava una massa gommosa, bianca, nell'angolo del cortile. Una ragazza giovane, dal largo sorriso, sgusciava baccelli verdini di legumi. La terza era in tuta sportiva, biancovestita, gli occhi neri profondi, i capelli raccolti a chignon. Sedeva in terra, dirimpetto a un tavolino di semplici vivande, assieme a uomini che s'apprestavano al desinare. Altri uomini sedevano sul giaciglio a piattaforma del cortile, fumando e discutendo. Uno s'è allungato verso il pergolato che faceva ombra a quella corte. Uva e pane, bizzarre melucce dal guscio marrone, e scodelle d'uno strano liquido che non ho veduto bene, giacché sostavo non vicino al desco apparecchiato. Uva bianca, di tutte le misure; d'uva si nutriva ancora Dodamante, quel dì dell'uva, mentre il velocipede nero m'annusava. Ecco l'antico piacere che sale, l'incanto di quella vibrazione unisona dei raggi, il refolo di vento che stormisce nella cassa doppia del telaio; ed ecco il dolore che m'ha preso, inopinato e subitaneo, dacché quel cavaliere uighuro, col mio compagno nero, s'è presto allontanato sulla via. Dodamante deve aver compreso tale mio sconforto; giacché quasi subito m'ha risospinto fuori, verso le campagne.

Corriamo, infine, sull'asfalto stretto delle vie ove s'aggirano uomini in turbante, s'aprono sobrie cupole di cimitero, scende la musica soave dall'alto dei pali che illuminano gli orecchi degli umani: v'è il sole, ancora, e quegli altoparlanti accompagnano il ritmo del viandante e la dolce galoppata delle cavalcature. Corriamo sino al grande mercato di Turpan, ove l'animazione arresta ogni moto forsennato; il passaggio tra i banchi e le botteghe non è arduo, tuttavia, per le mie ruote. L'Asia centrale, e la Cina, quivi s'incontrano nei prodotti e nella mescita dei visi.
Fui impressionata, non da quel mercato ove l'uva passa s'offriva, sui banchi, d'ogni misura e tinta; bensì da una strada lunga che s'apriva sul fondo del mercato, ove le donne a decine sostavano, rannicchiate sul selciato, a gruppi. Nulla vendevano che fosse carnale commercio; correvano i bambini, tra vesti e calzamaglie delle madri uighure. V'erano velocipedi, e tricicli a motore, in attesa. Donne grasse col fazzoletto in testa, giovani visi gatteschi e furbi, nodose anziane dalla vista corta s'incurvavano sui monticelli d'uva, a spulciarne i raspi – così mi parve – e ciò che non poteva essere venduto. Ci sorrisero, quelle donne, felici che qualcuno contemplasse simile fatica di stagione.

 

United Travellers of China
del 24-02-2008

L'empireo finì d'un tratto, in modo brusco. Mi ritrovai sbattuta nel ventre fondo e gravido d'un torpedone che non potei quasi vedere, da fuori. Dodamante mi prese a tradimento, quella sera. Di certo la cavaliera avrebbe voluto restare ancora nella dolce depressione delle viti; ma, chissà per quale recondita ragione, aveva acquistato con molto anticipo un biglietto per il borgo di Dūnhuáng, ove iniziava – così mi disse – la vera Cina dei cinesi Han. Il conduttore capo di quel torpedone non amava punto i velocipedi. Mi guardò subito con disdegno; gli occhi scomparvero in quegli zigomi grassi. Scosse la testa, con fare perentorio. Dodamante fu ferma; mi spinse dentro. Non so come finì quella contrattazione, giacché il portello presto si chiuse. Rimasi immobile nel buio, incastonata tra i bagagli. Fu un bene, in fondo: giacché la notte si faceva fredda, e non rischiavo d'urtare sulle pareti dure della stiva. Quel conduttore tuttavia non m'ispirava affatto; e al mattino, quando infine sbarcammo sul piazzale di Dūnhuáng, mi parve che volesse tenermi prigioniera là sotto, dacché il portello non s'apriva. Dodamante urlava:

- Apri, canaglia, apri!

Fui presa dal terrore, pensando che il conduttore m'avrebbe trascinato con sé, in qualche remota landa di quella terra di Cina. Pensai che Dodamante non gli avesse dato sufficiente denaro, o che qualche mio simile avesse attentato alla salute di quell'uomo. Non potevo comprendere, infatti, per quale motivo non mi lasciasse andare.

- Apri!

Venne la luce, infine. Mi prese un tintinnio di raggi, mentre Dodamante m'accompagnava verso una parete bianca, ove m'appoggiò con tutto il basto. Tremavo ancora, e traballai per la sorpresa, quando li vidi. Mister Oregon il biondo e André il nero sostavano sul piazzale, accanto al torpedone, con le loro masserizie di viaggiatori americani. Credo che mai Dodamante abbia saputo ove fosse scomparso il cavaliere di Portland, quel dì a Turpan. Almeno, nulla di ciò mi disse ancora; del resto, i due subito partirono assieme alla ricerca d'una locanda, e più giammai si pararono davanti alle mie ruote. Una donna ch'era lì pure quel mattino, dal crine bianco e dall'algido sorriso, vidi invece sovente nei giorni di Dūnhuáng, e pure nella Cina che seguì.

 

Note tecniche
del 24-02-2008

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

Per l'alloggio a Turfan – Turpan in lingua uighura, Tulufān in cinese – vi sono molti alberghi in prossimità dell'autostazione (Laocheng Lu, davanti al grande bazar). Nell'albergo della foto qui accanto, una camera doppia con bagno: 100 yuan (il costo è negoziabile).

Il villaggio di Tuyoq è raggiungibile con gli autobus in partenza dall'autostazione principale di Laocheng Lu.

Il libro dalla copertina verde citato in questo blog è: Mi Shoujiang & You Jia (traslated by Min Chang), Islam in China, China Intercontinental Press, 2004, 205 p.

Un'altra lettura utile, in italiano, sulla religione in Cina: Federico Rampini, «Il ritorno del sacro», p.308-312, in: Il secolo cinese, Milano, Mondadori, 2005.

Nelle foto: ciclisti e riparatori a Turpan.

 

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