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Tra le dune d'oro di Dūnhuáng
La prima rivelazione del Buddha (dalle memorie di Suor Deodora)
Blog di DODAMANTE
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L'incendio dei ricordi
del 10-03-2008

Non piove da giorni, nella remota landa ove sorge il convento che m'accoglie. Una persistente umidità tuttavia si fa strada nell'ossa; il cielo spesso s'offusca, e con esso s'offuscano gli umori delle consorelle. Mi pare che poche abbiano desiderio d'intrattenersi all'aperto. Iersera ho visitato la rimessa che tiene riparata la Cavalletta, tra gli attrezzi del giardino. Sembrava sprofondare in letargico torpore, quasi non m'ha riconosciuta; la tonaca, che indosso quivi, può averla presa d'inganno. Ancorché anziana, la Cavalletta è pienamente nelle sue funzioni, tuttavia, e non v'è motivo alcuno ch'essa non mi riconosca. Dev'esser la ruggine che si deposita sull'animo, e sulle giunture, quando non s'arriva a calcare le vie del mondo come si vorrebbe. Tutto s'offusca allora; il disire più forte s'addormenta, e quasi sembra che mai abbia albergato nelle profondità delle nostre viscere. Non è il momento di rianimare quell'energia che dorme, ora; così ho pensato, contemplando la sonnacchiosa assenza della Cavalletta. Il lago si ghiaccia ancora, e la tempesta che sovente ne scuote l'acque pare anch'essa acquietata. Vorrei ritirarmi in letargo, anch'io, nella mia piccola cella nel convento; e in verità, poco separa codesto mio stato dall'incosciente sopore della Cavalletta. Solo l'opre quotidiane, e la scrittura, s'impongono alla fatica dell'inverno che persiste. Nella madia, tuttavia, conservo l'armatura e gli schinieri; di tanto in tanto mi soffermo a toglierne la polvere, sperando forse che nello sfregamento n'esca un genio, a cui chiedere senza sforzo ciò che manca. Sebbene il genio non si manifesti, nelle prime luci dell'alba s'accendono alle volte i ricordi del viaggio; mi pare allora che quella sottile angoscia si plachi, e io possa liberamente pascermi della materia vitale che accompagnò la mia erranza in Asia. S'incendia la mia cella, in quei momenti, del calore di Dūnhuáng, che c'intrise l'ossa e l'armatura, il caucciù e l'acciaio.

 

Sole sulle tombe
del 10-03-2008

Un pallido sole scavalca il muro del convento, stamane. Riverbera d'una luce che fa rabbrividire. Se è possibile scaldarsi di ricordi, il radiatore di Dūnhuáng m'accoglie ancora ai piedi di quelle dune del desertico e impervio corridoio di Hexi, nella provincia del Gānsù, ove passarono le millenarie carovane della Via della Seta. Quasi nulla ne sapevo, al tempo del mio viaggio con la Cavalletta; quei nomi risuonavano inerti al mio orecchio, come pure m'erano estranee allora la dottrina e l'illuminazione del Buddha. Capii molto più tardi la portata delle mie scoperte, in queste lande di Cina ancora remotissime dalla capitale Pechino. Fui allora una spensierata cavaliera, che molto si dilettò a sospingere il destriero sulle vie di campagna dell'oasi di Dūnhuáng, sino al limite del Míngshā Shān, la collina dalle sabbie sonanti. V'era pure un borgo ove la città moderna s'addensava; vi andai a pernottare, girovagai tra i mercati, e dovetti corrervi quando m'occorse il primo incidente che oscurò la baldanza del mio viaggio in Cina. Non fu la Cavalletta ad esserne toccata: che anzi, in quei lochi, fu ancora presa dalla beatitudine dei giri di ruota in piena libertà. Ero colla mia cavalcatura, che s'accompagnava a quella cinese di Marianne; ne aveva d'energia, quell'anziana cavaliera d'idioma franco e d'elvetici natali, che sola aveva traversato il paese dei Kirghizi e allora s'apprestava a migrare verso l'est della Cina. Il candore del crine non riusciva a spezzare la fermezza del suo proponimento: cercava il Buddha, quella donna, nei segni dell'arte secolare nascosti nelle cave, nello spirito dei templi, nella bellezza dei maestosi panorami di montagna, nella pratica quotidiana delle genti. Cercava il Buddha dentro di sé; fu un arduo idillio, il nostro, giacché – nell'epoca che Dodamante mi nomava – ero estranea a simili ricerche, benché molto ne fossi incuriosita. Ci accompagnammo spesso assieme, nel tempo di Dūnhuáng. Amava ella molto i velocipedi, e codesta passione ci avvicinò. Ne prese uno a nolo, e sovente ci ritrovammo accanto, sole, nel cimitero che sorgeva dirimpetto alle dune sonanti. Fu lì che l'incidente avvenne; Marianne era presente, benché discosta un poco, verso le dune.

 

L'oscuro suono della sabbia
del 10-03-2008

Vi arrivammo per caso, cercando il laghetto della luna crescente. Dal borgo nuovo, una strada diritta si dipartiva, verso sud; v'erano meno di quattro miglia, e la via s'arrestava d'improvviso a una barriera che chiudeva il passo alle dune. All'ultimo quadrivio prima della barriera, spronammo le cavalcature a manca; prendemmo per un sentiero che s'inoltrava tra gli orti e i pioppi. D'un tratto s'aprì, nuda, l'enorme spianata ove la terra si faceva sabbia. V'erano lapidi in luogo di colture, e bassi monticelli spogli che si raccoglievano nella calura: come tende scavate nella terra, o monticoli di talpe mortuarie. Quivi ci inoltrammo; sentivo la Cavalletta faticare alquanto, nella terra molle di quel percorso. Marianne proseguì spedita, trascinando la sua cavalcatura. S'arrestò infine; le dune sonanti erano lì a un dipresso.

- Je crois que tu vas faire une crise, disse con un sorriso.

Il sole del meriggio declinava dolcemente sulle dune. La Cavalletta giaceva serena, accarezzando con la sella il dorso d'un piccolo avvallamento di sabbia. Un sentore di morte, d'una morte lieve che veniva piano a coprirci, nel dì che si spegneva: ricordo che m'abbandonai al languore dell'ora, al piacere di quell'ultimo sole forte del viaggio. Seppi che lei, lei pure, scriveva. Nelle lunghe sere solitarie di Cina, Marianne si raccoglieva nel chiuso della sua stanza. E raccoglieva le immagini dei suoi Buddha, e d'altro, perché l'accompagnassero per via, nei quattro mesi del suo pellegrinaggio in terra d'Asia. Fui felice, allora, della franca mia compagna ch'animò quel deserto di Dūnhuáng. Mi parve che potesse essermi alleata, nelle asperità del viaggio, e m'augurai di proseguire con lei: giacché la mia rotta di Cina fissa non era, e bene poteva intonarsi a quella d'altri cavalieri erranti.
Ruzzai sulla sabbia, come il cucciolo che gioca nella melma. Volli gridare, nella crisi di dolcezza che quel loco m'ispirava. M'arrestò un bizzarro ronzio che proveniva dalla collina sonante. Capii subito, però, che vento non era, né l'oscuro rombo delle viscere d'una collina cava.

 

Nuove carovane
del 10-03-2008

Le colline di sabbia sonavano d'un brusio che veniva dall'alto, dal fondo, da presso. Dapprima non mi disturbò, e potei discorrere con la mia compagna sotto il sole; sedemmo su una bassa duna, i velocipedi lì accosto.
Scriveva dunque, ella, e mi disse d'aver finito un libro sulla balia ch'aveva avuto nella sua infanzia d'Europa. Mi disse pure d'aver molto viaggiato pel mondo; delle sue figlie, una era nata in Africa, o così almeno mi sovviene ora. Erano adulte, oramai, e madri anch'esse. Marianne verdeggiava sulle piste di Cina, e prim'ancora in India, e ancor prima nel paese degli Afghani ove montato aveva un dispensario, giacché s'adoperava sin dalla giovinezza nello spaccio dei medicamenti. Il buddhismo indiano l'aveva sedotta; nelle terre di Cina cercava quella spiritualità, quella calda magnitudine dei sentimenti che diceva d'aver trovato in India. Gridolini si levarono dall'alto della collina sonante. Un ronzio s'intese sommesso, poi più forte, infine insistente. Il rombo acuto d'un motore fischiò tra le dune basse, accanto ai monticelli del cimitero.

- On y va? Vorrei vedere il lago della luna.

Ci avviammo a piedi, trascinando con forza le cavalcature che s'infossavano nella sabbia materna dell'oasi. Un buggy s'arrampicò ferocemente sulla piccola duna cimiteriale a noi davanti; la Cavalletta ne fu terrorizzata, e s'arrestò di botto. L'allegro carico di quel carrozzino a motore non parve turbato dalla picciola carovana nostra; si dileguò in un soffio. Pure, il rombo non si spense. Veniva ora dal cielo; un feroce uccello dall'ali colorate volteggiava a noi d'intorno. Pareva aver lasciato poc'anzi la nuda terra, giacché basso e famelico s'aggirava. Capimmo d'essere a un dipresso dalla grigia colata di cemento ove s'era distaccato dal suolo, col suo carico d'umana frenesia. Passò una carovana di quadrupedi: quei cavalieri in fila montavano verso la sommità delle dune. Mi parve allora che qualcosa restasse dei tempi ove Dūnhuáng si faceva sosta beata dei traffici sulla Via della Seta. Marianne guardò quell'ascensione; mi rivolse un'occhiata di fiero disgusto, e s'arrestò. Volli scattare allora, perché quell'espressione non passasse invano. Ma il grilletto s'arrestò a metà, e l'obiettivo fotografico si ritrasse malamente. L'apparecchio restò così, offeso dalla sabbia delle dune.

 

L'incidente del formicaio
del 10-03-2008

- Marianne! ricordo che gridai, disperata di vera disperazione, giacché non disponevo d'altre macchine per immortalare gli eventi del viaggio. Ella era rimasta in piedi; fissava quelle cime ove i cammelli si liberavano dal doloroso carico d'umana specie, che lassù si dimenava – benché dabbasso poco si cogliesse di tali movimenti: forse scivolavano coloro sul mare della sabbia pendente, o v'erano attrazioni diverse che n'occupavano il tempo. Altre cavalcature riportavano a valle l'umanità appagata dal parco del deserto, cosicché le dune brulicavano d'intensi passaggi, come la costa d'un formicaio in piena attività.

- Marianne! la raggiunsi, sospinta dall'orgasmo doloroso dell'ansia. Mi vide affranta, e poco disse. Tirò fuori una bustina impermeabile, e un foulard ch'usava solitamente per i climi secchi e ventosi.
- C'est ça qu'il faut faire.

Mi passò quegli oggetti e continuò la marcia. Rimasi discosta un poco, preoccupata. Soffiai sull'apparecchio; lo protessi con delicatezza e mi diedi a proseguire il cammino, trascinando la Cavalletta sulla sabbia. Marianne era giunta sulla spianata ove s'alzavano in volo i deltaplani a motore. Ivi aveva abbandonato la sua cavalcatura, senza legarla, in un cantuccio accanto all'abitacolo ove sostavano i giovani Han che controllavano la pista. Indicai la Cavalletta a quei giovani. Dal sorriso e dai gesti sommessi che mi rivolsero, capii che potevo accomodarla lì accosto. Così feci; e corsi dietro ai passi della mia compagna.

 

L'incauta marcia
del 10-03-2008

Ansia si celava, in quella corsa. Il timore di rimanere sola, impantanata tra le sabbie, con una cavalcatura non atta a quei percorsi. Senza la doppia vista che ferma la storia dei nostri passi: quell'apparecchio che presta a noi le immagini, laddove il tempo scolora la memoria. Avrei forse dovuto ritenere tale incidente un salvifico presagio, che da simili eventi mi guardasse nel seguito del viaggio. Quando l'emergenza si spegne, tuttavia, con sé trascina sovente l'allarme e l'attenzione che l'incidente ha acceso. Ecco che ancora ci ritroviamo nei guasti che ci presero in passato; e l'umor nostro con noi s'adira, giacché sappiamo d'aver fatto qualcosa malamente, e di conoscere per giunta codesto malaffare.
Correvo, con quella macchina ferita nella borsa; vidi Marianne dirigersi con passo ardito verso il tracciato ove i cammelli arrancavano in fila. No!, pensai con un sussulto. Un buggy s'avvicinava rombando alla spedita noncuranza della donna dal crine bianco.

- Yuèyáquán?
- Vicino, dieci minuti.

Così m'avevano indicato i giovani Han della pista, segnando a dito la duna dirimpetto. Lì dietro s'apriva la dolcezza più sublime dell'oasi, il piccolo lago a falce di luna, che offriva dimora nell'ombra della sua macchia verde e perpetuava la vita col miracolo delle sue acque. Marianne laggiù si volgeva senza fallo. La raggiunsi infine, inquieta e stracca. Il rabbioso carrozzino ivi s'arrestò. Un uomo colla giubba arancione si sporse dal buggy, gridando qualcosa nel megafono d'ordinanza.

- Piào! Piào! così suonava quella tromba, forte. La mia compagna volle continuare l'incauta marcia, e l'uomo scese. L'arrestò con brusco vigore, prendendola per un braccio. Voltai le spalle, desolata, e tornai indietro.

 

Porte di servizio
del 10-03-2008

Ricordo quella fuga, e la doppia desolazione che mi prese allora, nel deserto di Dūnhuáng che ci respingeva. Talvolta, guardando la riva spoglia che s'apre al lago ove poggia il convento, rammento quelle dune frastagliate e dolci, spezzate dalla vacua evasione degli umani e dalla fatica delle cavalcature. Fu angoscia e disappunto, il mio d'allora, giacché la mia compagna d'Elvezia s'era lanciata nelle braccia della sorveglianza: sapevo – e lei con me, almeno credo – ch'occorreva pagare un pedaggio, assai salato, perché il laghetto della luna crescente fosse aperto e prossimo alla vista. Era quel sito incluso nell'immenso parco dei divertimenti tra le dune: tutto era stretto nella morsa d'un recinto, salvo il lato del cimitero.

– Biglietto! urlava l'uomo arancione con ferocia inusitata, giacché qualcuno voleva fargliela così smaccatamente, sotto il naso. Biglietto! continuò, arraffando il braccio di Marianne, mentre io abbandonavo il campo. Nulla avrei potuto opporre alla ferrea volontà di quella donna, alla ferma rabbia di quell'uomo. Mi parve che la disputa non mi concernesse, dacché altrimenti avrei agito. Se avessi ritenuto ignobile speculazione – come credo al dì presente – di pagare un pedaggio solo per contemplare l'acque d'un lago tra la sabbia, avrei trovato in silenzio la via, un poco più lontano. Giacché, così si dice della Cina, è sempre possibile entrare dalla porta di servizio. Quella porta l'avrei forse lasciata chiusa; tuttavia, mi parve assai sconsiderato di sfondare il portone principale con la bianca testa d'un ariete europeo. Seppi più tardi che l'uomo l'aveva condotta negli uffici della direzione; ella voleva infine acquistare il biglietto, ma il sole declinava. Míngtiān, aveva detto Marianne, domani. L'avevano lasciata partire, e s'era avviata infine alla locanda che l'accoglieva nella notte; mentre io cavalcavo verso il borgo, con forsennata angoscia.

 

La cura della vista
del 10-03-2008

So che fu per me un bene, infine, quel blocco tra le sabbie. Poco avrei goduto della fresca bellezza della pozza lunare, con lo sguardo mutilo che addosso mi gravava. Presa d'affanno, sulla spianata dei deltaplani domandai aiuto a un giovane Han.

- Macchina fotografica...sabbia. Dove...riparare? Indicai gli ideogrammi nel libretto di soccorso che sempre m'albergava nelle tasche. Il giovane riportò la questione nel vano del microtelefono; mi scrisse un indirizzo nel borgo.
- Xièxie! scappai, la Cavalletta alla cavezza.

Galoppai con la forza dell'angustia, bruciando in volo quelle poche miglia, sino al centro del borgo. Rammento il nitrito di protesta che si levò alto, in quella piazza tonda ove infine arrestai la mia cavalcatura. V'erano molte botteghe ch'offrivano servigi per gli apparecchi al mio simili. M'avvicinai a un banco; un uomo Han, sottile e sbrigativo, guardò la macchina offesa.

- Ci penso io, mi fece segno.

S'apprestava a smontare l'oggetto; quando una giovane, a lui seduta dirimpetto, volle saggiare la consistenza della macchina. La prese, e l'azionò. S'aperse l'obiettivo, si chiuse; la macchina scattò come sempre, beffarda e sana. S'era liberata naturalmente dei grani che la bloccavano; questo capii, e sorrisi alla ragazza.
L'uomo mi fece un altro segno: denaro, voleva, n'ero certa. Alzai le palme, e scossi il capo. Non insistette; partii, rasserenata.

 

Centauri sulla cresta
del 10-03-2008

Volli tornare ancora ai piedi delle dune che tanto avevano prodotto d'afflizione, quel dì. Marianne cercavo, sperando d'incrociarla per via: dacché uno era il cammino che dal borgo conduceva alle colline sonanti. Ma non la vidi; inquieta, all'ultimo quadrivio presi a dritta. Già l'ombre della sera s'allungavano tra le dimore e gli orti. Il vespro s'approssimava, e dalla collina dei divertimenti le stanche cavalcature si dipartivano verso i covili notturni. La luce calda del meriggio ancora resisteva; le dune ne rilucevano, avvinte. M'inoltrai sul tracciato d'un sentiero tra i pioppi ove, nella piena stagione, s'aprivano locande per i visitatori. D'improvviso s'allargò l'aia d'una masseria, e un rombo nuovo c'intrise.
I centauri s'arrestarono in quel cortile. Erano quattro o cinque; solo un profilo di Cina m'apparve, nel gruppo. Sgattaiolarono su per la costa sabbiosa della collina.

- Hey, hey! Da quella dimora un uomo tozzo uscì, col megafono ronzante. Hey! urlava quello, arrancando furioso tra le sabbie, verso l'alto.
- Hey guys! sparai lassù. Can I lock my bike with your motorbikes?
- Of course! rispose qualcuno dalla sommità della cresta.

Arrivai sulla cima assieme all'uomo col megafono. S'imbruttiva costui, nella smorfia rabbiosa che gli veniva dall'essere ignorato da codesti intrusi. Gracchiava feroce all'indirizzo dei centauri; fui loro accosto, e sfoderai l'arma. L'obiettivo miracolato s'aprì subitamente.

- Foto! gridai. Tutti buffoneggiarono. L'uomo col megafono s'acquietò d'improvviso.
- Are you looking for a way to the lake? Without the fucking ticket, I mean...
- Yes, risposi. Ma è tardi oramai, annotta. Meglio domani.

Il ragazzo biondo mi sorrise, e così fece il centauro cinese ch'a lui s'accompagnava. Scesero tutti, infine, dabbasso. Il rombo riecheggiò sul sentiero.

- Da dove...?
- London, mi lanciò l'ultimo dei centauri, e sparì dietro la curva.

Il crepuscolo d'oro di quelle dune riverbera ancora sui muri del convento, al dì presente; ne sorrido con serena mestizia. La foto non venne mai: dacché la macchina era libera infine dalla polverosa insidia, ma vuota d'energia, e nulla poté ritenere di quella pantomima.

 

Intorno alle passioni
del 10-03-2008

Di buon mattino, stamane, ho voluto scendere nell'orto del convento. Da qualche tempo, amo occuparmi delle piantagioni che ci sostentano; dalla mia cella sorveglio i rami degli ulivi e l'intreccio dei vitigni. Fu il viaggio nelle oasi di Cina, credo, che m'aperse lo splendore del mondo rurale, e rivelò a me medesima la passione nuova ch'al momento fiorisce. Ovvero, al momento languisce, giacché la morta stagione dei campi s'attaglia all'animo mio, e la frenesia dei moti ne spegne. Sorveglio l'orto, scruto il cielo e interrogo le piante; come gli aruspici, ivi cerco le tracce che guidino i miei passi all'avvenire.
La clausura m'è dolce, in verità: giacché so che finisce, quando la terra s'ammanta di nuove fioriture. Potrei restare nel convento, alle serene opre intenta, con le consorelle; m'amano infine, ne sono certa, con tutto il fardello delle mie bislaccherie. Sanno però che la mia natura è altra; che la passione terrena, nell'animo mio, non è sedata. Più a lungo nel convento la scrittura mi tiene, a volte, nel volgersi delle stagioni. Di piombo si fa allora quel sedile che m'inchioda, e la mia penna corre, affinché presto si guadagni la libertà della strada. Libertà di confondersi ancora nelle vane passioni del mondo: questo mi disse un dì la madre superiora, che sempre m'avrebbe voluto preservare nelle gallerie del convento. E sia: certo è che, se avessi infine voluto liberarmi dall'illusorietà del vivere e dalle sue sofferenze, avrei forse cercato d'estinguere le passioni nel nirvāna, nel supremo distacco del Buddha, di cui nulla sapevo prima di quel viaggio. Eppure, al dì presente, ancora credo che non solo il dolore s'erutti, dal vulcano delle passioni. Pure questo dolore sono incline a tollerare, giacché so che – in contropartita – alta si leva l'emozione, a volte, che fa stridere il cuore. Di ciò, infine, si nutre la scrittura: benché essa abbia bisogno del silenzio del chiostro, per dare la sua forma al magma della vita.

 

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