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Tra le dune d'oro di Dūnhuáng
La prima rivelazione del Buddha (dalle memorie di Suor Deodora)
Blog di DODAMANTE
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La cavalcata di Mògāo
del 10-03-2008

La macchia verde d'un campo di cotone s'aprì lungo la via che conduceva alle grotte di Mògāo. Addossai la Cavalletta al tronco d'un pioppo e m'infilai tra i morbidi cespugli. Sublime ne fu la carezza sulla pelle nuda; riemersi, paga. La cavalcata che ne seguì, nell'aria tremula del primo sole, fu d'ordine celestiale. Benché a un'autostrada somigliasse, la lunga striscia d'asfalto si snodava tra i campi; v'era dapprima una larga pista sui bordi, ch'alle cavalcature si riservava: così compresi almeno. Galoppai serena, beandomi del fresco umore che in tali campagne s'addensava. V'erano sedici miglia, dal borgo di Dūnhuáng sino alle grotte; dapprincipio la dolcezza dell'ora m'avvinse. La strada s'allungava piana; la Cavalletta trottava con trepida baldanza. Velivoli s'approssimavano al terreno, benché del rombo loro non conservi memoria alcuna. Ciò invero è strano; credo che troppo la beatitudine campestre mi distogliesse dai turbamenti del cielo. Vidi l'alta barriera che chiudeva infine quella strada, prima dell'aerostazione. Volli scongiurare la circostanza del pagamento d'un pedaggio: mai conobbi se ivi ai cicli pure s'imponesse, giacché a dritta scantonai pei campi, su sentieri sterrati. Riemersi sull'asfalto più stretto d'una via che lieve saliva, nel nudo del deserto.

- Mògāo?

Il conduttore d'un tassì mi salutò col suono delle trombe, e fece segno: diritto, segui la strada. Indi, per molte miglia, restai sola con la Cavalletta, nel terso orizzonte del deserto che piano s'approssimava alle dolci asperità delle colline. Laggiù erano ascosi i magazzini rupestri di dieci secoli d'arte buddhista. Ricordo che assai mi piacque d'arrivarci così, nella mite lentezza di quella pedalata che infine si fece ardua, giacché il vento dell'aperta spianata era padrone.

 

La prima rivelazione del Buddha
del 10-03-2008

Ai piedi delle alture brulle s'agglutinava il verde di Mògāo. Ricordo bene quella chiazza d'ombra ove ci infilammo, e il termitaio delle cave che forava lo sperone della roccia. Volli galoppare con la Cavalletta sino all'entrata; ma un giovane soldato ci sbarrò il passo con ruvida fermezza. Segnò a dito il parcheggio dei veicoli; vi giacevano, riverse ed infelici, quattro o cinque cavalcature a ruote, dirimpetto alla cabina del custode. Attorno, alquanti torpedoni erano in sosta; altri ne giungevano. Stormiva più delle fronde il cicaleccio degli idiomi Han: d'improvviso, dopo miglia di solitaria beatitudine, la stirpe degli umani ivi si rapprendeva in quantità.

- La Cavalletta qui, giammai! sbottai feroce sull'inflessibile muso del soldato.

Non avessi temuto la fiera forza del vento con cui poc'anzi m'ero battuta, avrei forse subito ripreso la via pel borgo di Dūnhuáng. Un giovane arbusto svettava, tenero e forte, a lato della strada maestra. Mi parve un segno; pensai che quella morbida corteccia avrebbe potuto a meraviglia accompagnare l'attesa della mia cavalcatura. La legai bene, e a piedi raggiunsi l'ingresso delle grotte.

- Enfin! gridò Marianne, che dalle grotte usciva allora. Tu y arrives! C'est bien passé?
- Oui, risposi, calma.

Mi parve allora che la mia galoppata avesse già glorificato il dì, e quella visita quasi ne risultasse accidentale. Entrai nel sito, e m'aggregai a una carovana di cinesi: giacché l'accesso non spettava punto ai viaggiatori solitari. Ciò che vidi, nei favolosi antri di quel monte, fu materia di studio, di pellegrinaggi e di razzie. Nei tempi d'oro di Mògāo, diciotto monasteri vi sorgevano; vi furono migliaia di monaci e calligrafi, ricchi benefattori e antichi viaggiatori che quivi le lunghe traversate propiziavano. Dal secolo quarto dell'era cristiana, per mille anni, l'alveare del monte racchiuse l'operosa vita degli artisti di Buddha: statue colossali e raffinate pitture murali, preziosi manoscritti negli idiomi più rari d'Asia, testi originali degli antichi calligrafi cinesi (nella foto a destra, l'interno della grotta 96). Tale messe straordinaria, tuttavia, poco elevò nell'estasi i moti dell'animo mio. Ancora al dì presente, quando nell'uggia del tempo immoto mi sovviene la lontana meraviglia di quel viaggio in Asia, mai ricordo lo splendore delle cave di Mògāo. Credo d'averne compresa la ragione, infine, nella meditazione ch'esercito talora nel convento. Non è propriamente una pratica buddhista, questa mia, né tantomeno mi viene dalla regola che quivi regna. Medito distesa sul giaciglio, nelle prime ore dell'alba, quando la mente è sgombra dai gravami dell'ultimo dì. Non mi concentro sull'intensità d'un colore, né sui ritmi del respiro. Piuttosto sull'oggetto d'un problema che non ha trovato soluzione: s'impone esso, solo, in verità, agli occhi della mente. Il primo mattino è vergine dai dogmi; sovente, allora, lo scioglimento del quesito si fa strada. È forse l'ultimo Assorbimento del metodo di Buddha, giacché l'oggetto del mio meditare diventa per un attimo l'unica mia coscienza, in quei miracolosi risvegli. Non so quanto ci fosse dell'ignoto fascino che mi ispirò il ventre di Mògāo – benché mai scientemente lo ricordi – o quanto mi venne dalle storie che Marianne mi raccontò. Fu a Dūnhuáng, nondimeno, la prima volta che s'affacciò nell'alba codesta pratica che ancora perdura, al dì presente, nel convento. Nella modesta locanda che occupai allora, volli celebrare quel lampo di mattutino genio, e lo nomai la prima rivelazione del Buddha.

 

Il saccheggio della solitudine
del 10-03-2008

Mai ricordo lo splendore delle cave di Mògāo, quando la mente vaga cercando il conforto d'antiche beatitudini che possano alleviare la fatica del dì presente. Stamane all'alba, nel duro giaciglio della mia cella nel convento, ne ho colta la ragione. Codesta tardiva rivelazione m'ha procurato un certo sollievo, bisogna dire; benché non abbia estinto quell'affanno che mi scuote, quando l'antica bellezza è sottoposta all'assalto belluino delle torme, o al perfido corteggiamento di chi in essa distilla profitti e glorie.
La bellezza dell'umano ingegno, o dell'imperscrutabile natura, mi procura sublime godimento solo quando io ne possa profittare in piena solitudine; solo così i moti dell'animo mio «si fanno» quell'oggetto. Nel silenzio d'un antro, nella fioca luce che filtra dai pertugi della roccia, il respiro si fa corto dinnanzi alla maestà delle statue antiche. Così m'accade, pure, nelle aperte spianate e negli aspri paesaggi di cui l'inaccessibile natura ci provvede. Quivi, però, sovente mi monta la paura; mi viene in soccorso, allora, la cavalcatura che ivi m'accompagna. Giacché un destriero di tal fatta a molto serve, non al trasporto dell'umane membra solamente. Nelle cave di Dūnhuáng v'erano dunque inestimabili tesori, mirabolanti immagini del Buddha e dei suoi accoliti. Nondimeno, quasi mai potei restare sola nella contemplazione eccelsa. La solitudine ivi era negata: gruppi di varia taglia e forma, d'idioma Han e d'altri, s'arrampicavano per i ballatoi, s'infilavano nei buchi della roccia e assieme ne uscivano in starnazzante sintonia. Dei manoscritti antichi seppi il destino da una guida (Guan Jin Fang: guanjf5188@163.com), e m'attristai. Era l'inizio del secolo ventesimo; il guardiano Wang Yuanlu aprì agli archeologi stranieri la grotta-biblioteca che sigillava quei tesori (www.sapere.it/tca/minisite/geografia/via_seta/id32.html). A loro ne vendette, per un guadagno misero. Migliaia di manoscritti partirono per l'Inghilterra e per la Francia; arrivarono poi i giapponesi e i russi. Gli americani giunsero tardi: staccarono in ultimo poche pitture murali. Altri manoscritti finirono a Pechino. Il sito di Dūnhuáng si vuotò della sapienza antica, e offrì dimora infine alle nuove schiere dei visitatori per diporto.

 

I ritorni
del 10-03-2008

Ci rimettemmo in strada nella tiepida ora del meriggio. Ricordo che la pedalata si faceva sciolta; il vento doveva essersi placato, e la via s'apriva in morbida discesa nel largo del deserto. Ancora m'esaltarono la dolce assenza di vita umana, la luce che già faceva lunghe l'ombre sulla sabbia, e i campi del cotone. Passarono due mezzi roboanti, e vi aggiunsero il frastuono dei sonagli: di certo chiamavano qualcuno.

- Ehi! Due uomini agitarono le braccia all'indirizzo nostro.
- Ehi!

Fu la Cavalletta a rimembrarli, ancor prima della sua cavaliera. Sorrido a codesto pensamento, quest'oggi nell'orto del convento, ove giace una vecchia ferraglia ch'un dì poteva dirsi motociclo. La Cavalletta invero non aveva perduto la memoria dell'agile Hyundai a cui l'avevo avvinta, il dì d'avanti, sotto la duna dei centauri. Assai lieta mi parve di ritrovare quel fugace idillio. Cavaliere n'era Leon, così s'era nomato il giovane cinese di Guangzhou, come un fascinoso cantante nato a Pechino (http://en.wikipedia.org/wiki/Leon_Lai). S'era accompagnato per via al biondo Scott, che nel sangue sposava l'impronta germanica alla terra d'Australia; benché la sua cavalcatura cinese fosse. Poco tra loro parlavano con parole, nel viaggio che in Cina li accomunava, giacché Leon quasi nulla conosceva del britannico idioma. Ciò malgrado, o grazie al prezioso corpo del silenzio, solido era il loro trasmigrare assieme. Quel dì anch'essi erano giunti alle grotte di Mògāo; turbati dal pedaggio, n'erano rimasti di fuori. S'erano infine lanciati sui dirupi dell'aride colline: quivi un altro monastero s'apriva, ignoto ai più, per nulla visitato, ove – così compresi – v'erano ancora monaci viventi. Un poco n'ebbi invidia; li avrei seguiti volentieri su quei fianchi scoscesi e punto battuti. Ricordo che guardai, in quell'attimo, il fragile telaio della Cavalletta che con la Hyundai amoreggiava. E mi dissi, serena, che mai avrei potuto sospingerla così in alto senza danno.
La coppia dei centauri partì verso il borgo; e noi con loro, sebbene rimanessimo indietro in un secondo. Costeggiammo un grande deposito di mattoni; arrivammo infine alla locanda nostra ch'annottava. Marianne, quella sera, rientrata non era ancora nella sua. Era con me un libro sulla Via della Seta, ch'ella m'aveva dato in prestito: non potei renderlo quel dì, e il dì seguente, giacché per fortunose circostanze non ci incontrammo. Una piccola angustia me ne derivò, benché nell'indomani molto mi piacque di ritornare accosto a quelle dune ove i centauri s'erano arrampicati.

 

L'eremo della scrittura
del 10-03-2008

Spolverando le carte del mio viaggio con la Cavalletta, allorché Dodamante m'appellavo, ho rinvenuto la picciola scrittura mia del tempo, nelle pagine vergate in quel campo che s'allargava ferace ai piedi delle dune. Sapevo che lì oltre, dietro le sabbiose colline, doveva aprirsi l'ampia vista sulla pozza d'acqua della luna che m'era stata inaccessibile. Codesto campo, ove sovente m'arrestai, si trovava a dritta della duna dei centauri, venendo dal borgo. Ricordo che non volli subito salire sulla duna: vidi arrancare giovani e fanciulli, in alto sulla cresta; ne ascoltai i trepidi richiami. Ma ritardai l'ascesa mia sino all'ultimo dì. Trovai in quel campo una solida corteccia che giaceva riversa tra le frasche: ne feci uno scrittoio e lì ristetti, assorta e sola.
«La prospera campagna di Dūnhuáng di succosi frutti s'ammanta», così scrivevo allora. L'inchiostro si fa sbiadito sulla carta giallastra. Annotta sul convento; accosto il lume alle mie carte. «Mele e pesche, e i richiami delle fagianelle – tali mi paiono – che s'alzano in volo; i tonfi delle pere mature mi fanno sobbalzare il cuore. Il ronzio dei deltaplani arriva quivi assai sommesso; rari giovani transitano verso il sommo della duna. L'aria si scalda ancora, nell'autunno dell'oasi, ma le notti sono fredde. Secco i miei panni umidi tra i rami del frutteto, nell'ore del meriggio. Miracolosa campagna, che si sottrae all'incalzare del deserto!».
M'è parso che un vano mugolio s'innalzi dall'angolo del chiostro ove la mia cella affaccia. Le vecchie carte s'abbattono sulle ruvide lastre sotto lo scrittoio. Dev'essere il respiro mozzo della badessa nel suo giro serale; credo non le siano grati i lumi che restano accesi sino a tardi. Conosce tuttavia le ragioni della mia clausura e mai prescrizioni m'ha inflitto, salvo consigli d'umile decenza che rendano serene l'opre quotidiane delle suore.

 

Pan e l'olandese parlante
del 10-03-2008

«Sono forse queste dune ch'evocano altri deserti, altre oasi, nel Mediterraneo». Raccolgo la pagina più gualcita del tempo di Dūnhuáng. «Nostalgia di deserti che mi sono noti, laggiù. O forse solo vorrei una dimora che possa dirsi fissa, ove tornare al termine del viaggio». S'ode il rumore d'una persiana che non chiude; dev'essersi levato il vento. «Oggi ho perduto gli occhiali; un ramo me l'ha strappati dal naso. A lungo l'ho cercati tra le fronde, sulla terra aggrovigliata di sterpi. Partivo ormai, prostrata ed infelice, ancora colla vista corta, quando un provvido mio calcio l'ha snidati. Una donna anziana che lì accanto dimorava, silenziosa e soave, m'ha permesso di lavarli nel vano della sua casa. Se la favella cinese possedessi! Quanto sarebbe diverso cotale senso di Cina...».
Quel rumore, ancora, e un bisbiglio sommesso che viene dall'ingresso del convento. Non è la badessa, dunque, né un gatto: di certo s'accoglie un pellegrino tardivo. «Sola, libera come un piccolo Pan, felice di perdermi nelle campagne prospere e silenti dell'oasi...». Passi d'uomo risuonano nel chiostro; non sbaglio. Nessuna tra le consorelle s'agita così scompostamente sul fine selciato del cortile. Alla finestra m'abbranco: è forse il cavaliere che s'accompagnerà alle avventure mie prossime, che quivi giunge in codesta notte di fine inverno? È troppo presto, invero, giacché non ho finito di narrare le avventure che m'occorsero nel lungo viaggio in terra d'Asia con la Cavalletta. Là fuori è buio; la badessa tutto ha spento, all'ora consueta. Odo solo quel passo, e la macina d'una favella di cui ora distinguo le parole. Frank! Mio dio, è proprio lui! M'accascio in volo sul giaciglio. Eppure le straordinarie circostanze di quel viaggio dovrebbero avermi insegnato che sulle vie del mondo s'avverano mirabolanti ricorrenze.
Diciotto mesi sul cammino da Amsterdam all'Australia (www.amsterdam-capeyork.nl), col suo veicolo accessoriato e l'umana guida Han che dal governo cinese gli era imposta, Frank l'olandese fu a Dūnhuáng nel tempo del passaggio mio e di Marianne. Lo avvicinai un dì sulla strada maestra, giacché mi parve che potesse caricare me e la Cavalletta sino al successivo borgo di Jiāyùguān. Ivi era diretto poi, ma spazio per noi non aveva; così ci disse almeno. La mia cavalcatura ne fu offesa; per nulla fraternizzò col velocipede che Frank cavalcava, quel dì sotto la duna, quando venne a posarsi sul rugoso scrittoio che m'ero fatta. Quell'uomo infranse il mio gioioso eremo col fiume di parole del britannico suo idioma. Quando infine ascese sulla duna, il sole ormai calava. Frank! Prezioso mi fu il composimetro suo, dacché incise per me tutte le immagini del mio viaggio di Cina sulle tracce indelebili dei dischi. Ma la favella sua turbava l'etere come un torrente in piena; non esco dalla cella, domattina.

 

Sonni celestiali
del 10-03-2008

Vidi Marianne, infine, nella sera dell'eremo guastato dall'olandese parlante. A due donne s'accompagnava, nella stretta corte del John's Café sulla strada maestra di Dūnhuáng.

- Hello, salut! Mon livre? Dov'eri?

Le resi il libro. Le spiegai che molto l'avevo cercata nella sua locanda, che un messaggio avevo infine rimesso per lei nella ricezione di quella.

- Non hanno dato niente per me. Mon livre!

Sedetti. Le due americane si fecero indietro con gli scranni, per farmi posto. Marianne palpeggiava il volume dalla copertina scura, contenta.

- Je ne savais plus où te chercher. J'ai pensé que tu étais partie, avec mon livre. Ho pensato che tu fossi partita, col mio libro.

Non dissi nulla; m'alzai, giacché Frank m'attendeva nel bugigattolo d'un ristorante cinese, a pochi passi, sull'opposto fronte della via. Non amo le locande di cibo occidentale, in Cina, così mi scusai. Marianne mi diede appuntamento per il dì seguente: avrebbe visto le cave occidentali dei mille Buddha, a ventidue miglia dal borgo. D'accord, risposi.
Lo stretto torpedone ci scaricò l'indomani nel mezzo d'un deserto battuto dal vento. Fui incerta, invero, se accompagnarmi piuttosto con la Cavalletta, che tanto bene aveva cavalcato nel tempo di Dūnhuáng. Ma il cielo sembrava promettere burrasca, la distanza era notevole e le asperità della strada sconosciute. Le cave dei Buddha giacevano nel fondo d'una gola; quivi doveva esservi il corso d'un fiume che l'opra umana aveva deviato. Se ne vedeva il letto antico, vuoto d'acque, a lato della stretta oasi frondosa che s'arrestava contro la parete delle grotte. Ricordo che non fu la grandiosa magnificenza della statue e delle pitture di Mògāo, e che ancora poco capii dell'empireo buddhista. Volavano le ninfe celestiali delle Apsara; l'essenze illuminate di secolari Bodhisattva s'alzavano nell'ombra del cavo dirupo. Marianne mi parve rapita; io lo fui dal sublime abbandono di quel silente loco. V'era una coppia di visitatori, dal viso Han e dalla sobria favella. Presto partirono, e fummo sole in quella gola verde scossa dal vento dolce del meriggio. Dormii, infine, sulla salda durezza dei tavoli diserti di gitanti, le fronde dei noci a farmi ombra. Marianne sostava lì accosto. Leggeva, o forse meditava. Tornammo al borgo sul fare della sera; un potente veicolo d'uomini di Cina ci prese sulla via, giacché di torpedoni non v'era traccia. Turbinavano le polverose sabbie nel cielo che si faceva scuro.

 

La passione del cavallo bianco
del 10-03-2008

Quale miracolosa potenza la scrittura, quando perturba la visione delle cose d'intorno piegandole al solido ricordo, o alla vaga forza del tema e del disire! Quell'uomo, quel brusio della macina olandese che cotanto m'impressionò iersera, eccolo comparire al mattino nello slavato chiostro. Un cavaliere glabro s'infossa nell'armatura larga, le lunghe chiome sparse e sottobraccio il cimiero. Di certo non è Frank, benché con trepida baldanza l'uomo discorra, nell'atrio del convento, con la madre badessa. L'oblò della mia cella pare il fondo d'un caleidoscopio: il passo e la favella, che scomposti dimoravano nella memoria di Dūnhuáng, si rifanno quaggiù nell'immagine nuova che codesto stretto oblò mi procura. Costui non è venuto per cercarmi; ecco che saluta la badessa, e corre a sellare il suo destriero.
L'uggia d'autunno ci risparmiò per qualche tempo ancora, in quell'oasi ove giunse una propaggine della Grande Muraglia, che ai tempi della dinastia Han quivi segnò l'estremo Occidente dell'impero cinese (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Volli ancora condurre la Cavalletta nella gioiosa perdizione delle campagne di Dūnhuáng; tra freschi campi di mais, un'antica pagoda s'ergeva, dolce di forme e di sublime storia. Si diceva dedicata a un cavallo bianco che accompagnava il monaco buddhista Kumarajiva verso l'est della Cina, nel quarto secolo dell'era cristiana. Fu costui traduttore di molti testi del buddhismo dal sanscrito al cinese idioma; ma il suo destriero non lo seguì sino alla fine del viaggio. S'ammalò nell'oasi di Dūnhuáng; in sogno rivelò al suo cavaliere d'essere un dragone, che ne curava invero la salvezza sull'asperrima rotta. Giacché oltre Dūnhuáng la via senza perigli s'apriva, il cavallo si congedava ivi dal padrone. Morì; Kumarajiva pianse, e volle innalzare la pagoda sulla tomba del suo destriero.
Guardai la Cavalletta, che mite pedalava con lieve cigolio delle corone; l'accarezzai sul tubo del telaio.

- Destriero mio, le dissi, seppur la via dell'est dovesse farsi piana e sgombra di perigli, voglio che tu non m'abbandoni sul cammino, né qui né poi.

Pacato rispose il fremito dei raggi; un refolo di vento ci accompagnò al capezzale antico.

 

Sui laghi
del 10-03-2008

Salii infine sul sabbioso dorso che rinserrava ascosa la pozza della luna. Dabbasso lasciai la Cavalletta, ben avvinta a un tronco nel frutteto. La duna s'era aspersa di pioggia, nella notte, e l'ascesa mi parve agevole. Poco affondai nel manto della morbida collina; mi volsi indietro e riguardai quel campo. V'era una donna a mietere fascine; il mio cavallo s'ergeva sano tra le fronde. Ebbi una fitta breve e dolorosa; l'indomani per noi finiva, il campestre paradiso di Dūnhuáng. D'accordo con Marianne, avremmo preso il torpedone per la bocca della Cina che si spalancava a Jiāyùguān. Siffatto loco sempre marcò la porta occidentale dell'impero cinese, benché il Grande Muro sino a Dūnhuáng s'avanzasse. Nell'oasi ch'allora rimiravo dall'alto di quel colle, le antiche carovane dovevano arrestare, con sollievo, la lotta spaventevole coi demoni del deserto. M'ero fermata tanto, su codesto orlo di Cina; era tempo d'andare. Volsi le spalle al campo.
Un'altra pozza disvelò, la cresta della duna: non era l'astro argenteo che ivi si specchiava. Il piccolo lago della luna crescente pure s'aprì, infine, a manca, assai discosto. Quivi l'allegra solitudine dei pioppi; laggiù, lo scomposto movimento delle formicole umane, e i torpedoni in fila. Dietro le dune v'erano i laghi, più d'uno, battuti o diserti dall'umana specie. Dalla mia torre di sabbia, tutto contemplavo di quel mondo, e molto m'allegrai d'essere prossima al solitario lago.
Il mattino s'inoltra; il franco cavaliere ch'olandese mi parve ha sellato il cavallo. L'ho visto allontanarsi sul sentiero che borda il tempestoso lago ove sorge il convento. La procella è quieta, ora, sotto i ghiacci; l'inverno perdura. Poco mi scalda ancora quel sole di Dūnhuáng: la Cina che seguì s'oscurò ai primi freddi. Ovvero, fu quell'incidente maggiore che m'occorse, a renderla più oscura. Certo è che, di rado, al viaggiatore male niuno incoglie; benché siffatto pensamento tenermi non possa al perpetuo riparo tra i muri del convento.

 

Note tecniche
del 10-03-2008

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

La via di Dūnhuáng a cui si fa riferimento nel blog come “strada maestra” è Mingshan Lu, dove si trovano l'autostazione principale, molti ristoranti e alberghi. Pure su Xinjian Lu ci sono vari servizi utili per i viaggiatori, tra cui l'albergo scelto per il pernottamento (una camera doppia con bagno: 50 yuan, costo negoziabile). Gli alberghi a Dūnhuáng sono molti, di vari livelli e prezzi. Nell'autostazione principale si trovano mediatori che propongono sistemazioni negli alberghi ai viaggiatori in arrivo.

Le grotte occidentali dei mille Buddha (Xī Qiānfó Dòng) sono raggiungibili con gli autobus diretti a Nánhú che partono da Dūnhuáng (al mattino) sull'incrocio tra Heshui Lu e Yangguan Zhonglu.

Il libro dalla copertina scura a cui si fa riferimento nel blog è: Judy Bonavia, Route de la Soie, Genève, Guides Olizane, 2006, 320 p.

Sul buddhismo si possono leggere in italiano:
- Michael Carrithers, Buddha, Torino, Einaudi, 2003 (1983), 110 p.

- M. Raveri, «Buddhismo» (p.335-368) e «Buddhismo cinese» (p.369-377), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p.

Nelle foto: velocipedi, riparatori e passeggiate notturne a Dūnhuáng.

 

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