HOME PAGE JANULA CASSINO NOTIZIE GENTE UNIVERSITA' BLOG AFFARI EVENTI AIUTO! Accesso Area Riservata Cittadini di Janula Accesso Area Riservata Operatori Aumenta la dimensione dei caratteri
Main Page Blog
Scelta dei Blog
Ultimi 100 Blog
Ultimi 100 articoli
Top 100 Blog!
Blog per Categoria
Indefinibile
Cultura
Lavoro
Passioni
Personale
Scrittura
Società
Gestione dei Blog
Crea un nuovo Blog
Scrivi sul tuo Blog
Registrazione a Janula.it
Registrazione come Cittadino di Janula


Username:  Password:  
Password dimenticata?   Registrazione Nuovo Utente 


Ai confini del Tibet
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
Consultato 8012 volte

Sulla strada dell'est
del 27-03-2008

Una sottile ansia sempre m'accompagna, quando entro in una stazione di convogli a lunga percorrenza. Mai posso conoscere in anticipo le fatiche della contrattazione con i conduttori; esse sovente mi prosciugano d'energia, ben più delle asprezze del viaggio. Stamane a Dūnhuáng, tuttavia, tali fatiche m'hanno risparmiato. Il torpedone del mattino per Jiāyùguān ci ha accolte come il seno d'una madre; il conduttore s'è fatto prodigo d'aiuto e la Cavalletta è stata presa con delicatezza nella stiva vuota. Mi sono accomodata accanto a Marianne, sugli scranni nella prima fila del convoglio. Sfilavano piano i campi brulli del deserto, e poi la verde campagna del cotone presso l'oasi d'Anxī. Parlavo con Marianne, pacificata, mentre lo schermo nel torpedone offriva gli ultimi scampoli delle danze uighure dell'Ovest. Correvamo ormai, con discreta lentezza, verso l'est della grande Cina: la Cina dei cinesi Han, il cuore dell'antico impero e il centro delle alterne fortune dell'ultimo secolo. Così almeno pensavo stamane: alla sera, a Jiāyùguān, ho dovuto ricredermi. Più di milleottocento miglia ci separano ancora da Pechino, nella bocca di siffatto impervio corridoio di terra della provincia del Gānsù. E tra le genti di codesto borgo industriale, ho veduto ancora i copricapi uighuri, nel mercato serale ove ho trovato di che sfamarmi.
La strada per Jiāyùguān s'è snodata tra le spianate ove i mulini prendono il vento e ne fanno energia (http://italian.cri.cn/241/2006/10/23/122@67595.htm). D'improvviso, le diciture d'autostrada mi sono apparse note, benché di strana risonanza: «No drunken driving», e ancora: «Do not drive tiredly». Il deserto s'è vestito d'una steppa verde, di radi cespuglietti bassi. Qualcuno ha urlato, dal fondo del torpedone.

 

Misteriosi abbandoni
del 27-03-2008

La ragazza gridava, e piangeva, divincolandosi. Un uomo le torceva le braccia, la faccia dura. Piangeva, ella, e gli astanti non parevano scomporsi. L'uomo dal ghigno incattivito, e dall'impunita violenza, s'è portato avanti nel torpedone. Lei pure s'è alzata, la borsa tra le mani, gli occhi ancora umidi. Il convoglio s'è arrestato a lato della strada. L'uomo è sceso, la donna no. Abbiamo ripreso la corsa con normale andatura.
Ho fissato Marianne, con lo sgomento che l'incomprensibile scena m'aveva procurato. Perché nessuno era intervenuto a separare i contendenti? Quale movente aveva procurato quel ghigno e quelle urla? Ora la ragazza pareva tranquilla, assisa sullo scranno del torpedone: come se la scena di cui poc'anzi s'era fatta protagonista non l'avesse riguardata. Avessi potuto comprendere una sola frase di siffatta pantomima! Marianne sembrava disgustata.

- Rapporti violenti; violenza e durezza... La mimica cinese è completamente differente da quella europea. Non c'è modo per noi, qui, di comunicare con i gesti, con le mani! Negli Stati Uniti, il sentimentalismo ha sostituito la spiritualità; in Cina, è lo scambio puro che domina. Ça me glace...

Non dissi nulla, sul momento; la scena aveva ghiacciato me pure. Sentivo però tutta l'ingiustizia di tale frettolosa conclusione, giacché il cinese idioma di Marianne molto più appropriato del mio non era. La mia elvetica compagna esprimeva un'asprezza di vedute che non m'apparteneva, in siffatto viaggio: giacché nulla di preciso cercavo sulla via, né il Buddha né altre illuminazioni che mi rischiarassero il cammino. Giacché non avevo aspettative, né attese, che fossero state disilluse sui percorsi di Cina, m'imprimevo come una lastra fotografica vergine di luce. Cercavo sì, l'amore carnale e terreno che brucia i cavalieri erranti sulle vie impervie del mondo; non l'esigevo a forza tuttavia, in quelle lande di Cina: poiché conosco ch'esso è un bene raro, che talora s'erge inaspettato nelle rade più diserte.
Marianne è scesa d'improvviso, nel borgo di Yùmén: cercava altre grotte istoriate dai fedeli del Buddha, a cui s'approssimava l'intimo suo. Ho sperato che non andasse, preferendo la mia compagnia sino a Jiāyùguān; ma così non è stato. Non la rivedrò più, ho sospirato stamane. Sul fare del meriggio, il ventre del torpedone m'ha reso, intatta, la Cavalletta. In codesta locanda di Jiāyùguān, ove sospendo il sonno in ragion della scrittura, l'aria della notte s'appunta ormai fredda sui miei gualciti fogli.

 

L'infinito
del 27-03-2008

Codesta cittade di Jiāyùguān s'immerge nell'aria pesante delle fabbriche di concimi e di cementi, del ferro e dell'acciaio; nel meriggio soleggiato e brumoso, ho sospinto la Cavalletta sull'arteria centrale di siffatto borgo, ch'assai recente pare. Dapprima la mia cavalcatura era riottosa: segno niuno d'ampi spazi v'era, ove lanciarsi al galoppo. Un ponte sormontava l'ampio groviglio delle strade ferrate; l'isola d'un tempio buddhista s'apriva a dritta, silente e odorosa di fresche architetture. Più oltre, la via s'allontanava dal borgo verso i deserti campi.

- Chángchéng?

La donna Han ci ha fatto strada con la sua cavalcatura a ruote. Ci ha condotte a un bivio: la via a manca s'inoltrava nell'ampia spianata ove correva, verso sud, il Grande Muro che i Ming vollero quivi innalzare (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Indi la donna s'è congedata con un largo sorriso; la Cavalletta, indomita, s'è lanciata allora sul cammino vuoto di mondo e immune, infine, dagli olezzi del borgo.
Cavaliere niuno incontrammo, ch'allora galoppava nel cespuglioso deserto. Era il tempo più dolce, quando s'approssima il languido crepuscolo del dì autunnale. Quel muro che discendeva verso l'orizzonte sbarrato di montagne talora si spezzava; strade d'asfalto, e la via ferrata, s'erano aperte plurimi varchi. Torri di guardia s'innalzavano in rovina. Il muro picciolo s'indorava, negli ultimi battiti di sole; benché su di un lato fosse chiuso dall'aspro morso del filo spinato. Oltre il tracciato della ferrovia, la strada piegava a dritta costeggiando il muro. V'era quivi uno sbarramento: per proseguire, un pedaggio era imposto agli umani. Pagai: e ciò che vidi poi mi risarcì senza fallo.

Terminava quel muro nella rovina d'una bassa torre. Più oltre, s'apriva l'infinito.

Sovente mi domando se a certe visioni possa darsi un prezzo; né quel biglietto tuttavia, né la compagnia della mia cavalcatura, mi salvarono dallo spaurimento che mi procurò siffatto loco. Ivi s'aggirava niuno; sole eravamo, nell'ombra della sera che copriva il muro, nello scroscio potente dell'acqua che scorreva rabbiosa sul fondo della rupe. Sotto l'ultima torre, lo scoglio precipitava nudo nella fessura profondissima ove s'accavallava il fiume Taolai. Sull'erta sponda di fronte, l'interminato spazio del deserto. Un minuscolo ponte di legno si sospendeva sul dirupo.

Corremmo via; la notte incalzava, e la paura. Ora che a Jiāyùguān s'ergono a difesa nostra le salde sponde della locanda, siffatto turbamento ancor non m'abbandona. La Cavalletta pure ne sembra scossa. Vorrei tornare, un dì, al loco spaventevole e sublime; tale visione infesta l'animo mio, in codeste ore picciole ove il cielo si fa chiaro.

 

La Cavalletta rapita
del 27-03-2008

La sera nel borgo non ha quietato tale smarrimento, benché le vie di Jiāyùguān siano serene; un poco oscure, forse. Per nulla discosto dalla stazione dei torpedoni, il mercato notturno degli Uighuri musulmani (vedere il blog “Xinjiang, i baccanali di Ürümqi”) ha saziato infine il languore aperto dalla lunga cavalcata. Zuppa di pungente aroma, e spiedi d'agnello: me ne pascevo con furore, la Cavalletta appoggiata al palo della tenda che rinserrava la minuta locanda. Era tardi; gli avventori disertavano i tavoli. La giovane uighura che serviva s'è accomodata sullo scranno a me accosto; pareva affascinata dal libretto di soccorso che conteneva gli ideogrammi necessari alla mia sopravvivenza in terra di Cina.
«Minoranza», ha indicato sul libretto, e poi ella medesima. Sfogliava le pagine con frenesia, con curiosità attenta. «Laggiù...ladro». La ragazza puntava il dito sul fondo della via delle botteghe: erano, invero, banchi protetti dalle tende, al chiarore discreto dei lumi. «Età»: ho segnato, io pure, qualche ideogramma nel libretto. «17», ha scritto lei sul mio quaderno. «Figlio», ho trovato ancora nello smilzo volume. V'era lì un bambino che ruzzava tra i tavolini bassi. La giovane uighura ha annuito col suo lentigginoso sorriso.
Quegli occhi vivi s'accanivano ancora sul dizionario; per un attimo, i miei hanno divagato verso l'ingresso della tenda. Il gelo m'ha preso: la Cavalletta era disparsa.

- La bici! ho urlato. Fuori, il passeggio nel mercato era immutato; la fioca luce della via scorreva sui banchi, come prima. Solo, la mia cavalcatura m'aveva abbandonato. Si consumava un dramma d'indicibile portata, in quell'oscuro borgo di Cina; nessuno pareva esserne cosciente. Tremavo. D'un tratto, il giovane che preparava gli spiedi ha disertato il banco; m'ha fatto un cenno.

Dietro le tende, sull'orlo d'un canale che bordava la via, giaceva un gruppo di cavalcature, ivi deposte dagli avventori delle botteghe. V'era la Cavalletta, intonsa.
Stanotte non prendo sonno, nella locanda; ne beneficia la scrittura. La mia cavalcatura s'erge nell'ingresso di siffatta, enorme stanza. Certo è inquieta, essa pure. Salva dal precipizio, presa da mani ignote nel mercato, chissà quali prove l'attenderanno l'indomani; codesto pensiero la sfiora, credo. L'affanno ancor non mi risparmia; l'alba si leva.

 

Incontri a colazione
del 27-03-2008

Marianne m'attende, domattina assai presto. Ci recheremo a nuove grotte buddhiste, con un torpedone di pubblico servizio che parte da codesto borgo di Zhāngyè. La Cavalletta resta chiusa nella locanda che quivi ci accoglie. La nostra presenza, in siffatta cittade centosessanta miglia a sud-est di Jiāyùguān, è ben fortuita: avrei dovuto essere in viaggio, con la Cavalletta, verso l'antica capitale imperiale di Cháng'ān, ch'al dì presente Xī'ān s'appella.
Nel brumoso meriggio di Jiāyùguān, tuttavia, s'è consumato un dramma ferroviario: protagonista n'era la mia cavalcatura. Molta è la materia che s'offre al racconto, in codesta accidentata via di Cina; il viaggiatore accorto sa che, talora, occorre destreggiarsi per parare i colpi delle avverse fortune. La Cavalletta assai ha rischiato, negli ultimi dì; ragion siffatta vale per la mia decisione. Domani, rimarrà essa confinata nella stanza di Zhāngyè.

Era il tardo mattino, ieri, a Jiāyùguān: sortivo dal locale della colazione, ancor presa di sonno e di restante affanno, la Cavalletta alla cavezza. Una donna, dal crine bianco e d'europeo sembiante, entrava in un'altra locanda apparecchiata per il primo pasto del dì.

- Marianne! la Cavalletta ha ruggito, i freni artigliati. L'ho deposta all'ingresso; ben legata, infine.
- Je te retrouve finalement! - Ho improvvisato una danza di gioia attorno alla tavola, ove ella attendeva la colazione. Pareva perplessa; credo non fosse avvezza a tale esuberanza di sentimenti. Ha abbozzato un sorriso. Erano chiuse, le grotte che cercava il dì d'avanti, per cui discesa era dal torpedone che proseguiva la sua corsa, con la Cavalletta e me medesima.
- Sono arrivata iersera a Jiāyùguān. Non sapevo come trovarti. Je me suis arrêtée dans un hôtel bien moche. Ho perduto ogni tuo riferimento scritto.

Neppure io avevo i suoi; così ce li scambiammo. Mi sono congedata infine, giacché Corey e Jennifer m'aspettavano sulla via. Nella locanda ove la prima colazione avevo consumato, risuonavano le loro voci del britannico idioma; al fianco loro m'ero accomodata.

 

Arcieri in libertà
del 27-03-2008

M'accompagno ai due giovani dal fresco idioma d'America: cercano un posto sul convoglio ferroviario che parte l'indomani per Xī'ān. Dall'oblò dell'agenzia, nel borgo, la voce d'una donna scandisce una salmodia cinese: Jennifer s'accosta. Sorge il miracolo della local favella dalla gola della giovane americana: certo il viso la rivela d'Asia, a dispetto del nome. Viene da Taiwan, questo comprendo, benché assai presto abbia calcato il suolo lontano degli Stati Uniti. Ella comunque non ha in uso tutte le parole di Cina: le cerca su di un libro, nel rapido agitarsi delle pagine.

- Treno... Xī'ān. Zì...zìxíngchē...è possibile...una bicicletta?

La donna stacca tre biglietti. I velocipedi, nulla osta, pare. Jennifer paga. Nulla si deve per la bici, di denaro. Rendo il dovuto alla giovane interprete. L'indomani – ovvero oggi, nel meriggio – ci ritroviamo alla stazione dei convogli. In sella alla mia cavalcatura, galoppo indi verso la fortezza.
A Jiāyùguān s'apre quel passo avito che, tra i monti, era guardato dagli uomini d'un forte di millenaria traccia: v'era già prima dei Ming. Costoro vollero aver ragione delle armate mongole, senza fallo, nel secolo quattordici dell'era cristiana. Il generale Feng Sheng sbaragliò i mongoli Yuan e li cacciò a nord-ovest, oltre il corridoio di Hexi. Quel passo segnò allora il confine occidentale delle terre di Cina, il termine del Grande Muro dei Ming, la fine del civile mondo dell'Impero cinese. La fortezza fu rifatta, imponente, a guardia dell'orrido deserto del Gobi ove demoni vagavano, e barbare armate, e altri. Dall'alta porta di Ròuyuăn – che per sommo d'ironia segnalava nel nome una conciliazione – s'involavano a ovest i viaggiatori e gli esiliati, i criminali ed i soldati della Cina dei Ming e dei Qing, a sopraffare l'aspra spianata del deserto. Le carovane che venivano d'Occidente, cariche di mercanzie e d'uomini lassi, sostavano prima di siffatta porta: talora per mesi, in attesa. V'era la Cina, all'est.
Dal maestoso bastione più esterno, ho mirato il deserto oltre la porta di Ròuyuăn. V'erano ancora, siffatte carovane in sosta. Ho voluto approssimarmi a quei destrieri, a quelle genti che rivivevano le sofferenze antiche.

- Camel, five yuan!

All'istante la fortezza m'ha riaccolto. La passeggiata sugli spalti e nelle corti si faceva talora difficoltosa: torme di visi Han s'aggiravano in branco tra le torri rifatte. Sul fianco del teatro ch'un tempo fu sollazzo della truppa, v'erano al dì presente gladiatori e gladiatrici dalle bizzarre alabarde, con cavalli e stendardi, musicanti e cammelli. S'apprestavano con fragore al giro dei bastioni, affinché i visitatori se ne intrattenessero. In codesto Colosseo cinese, ricercavo infine un angolo d'ombrosa solitudine. M'allontanai di qualche spanna dal cicaleccio dei percorsi consueti, nella corte maggiore; mi bastò poco, tuttavia, perché fossi convinta a rinculare. Frecce s'appuntavano sul molle petto di laidi fantocci, in siffatto angolo quieto. Gli arcieri della nuova Cina si esercitavano dall'alto, spietati, coi nemici di paglia: codesti s'ergevano, tristi e scomposti, nel vacuo ch'attirava i miei passi.
Fui fuori, infine; la Cavalletta m'attendeva dabbasso, serena, dietro il manto d'una siepe in fiore.

 

Congedi provvisori
del 27-03-2008

Marianne m'aspetta, domani, nel primo mattino. Il congedo nostro di stamane, alla stazione dei torpedoni di Jiāyùguān (nella foto), perfetto s'era girato. Ella era partita, con somma commozione d'entrambe: il viaggio, che disparate fortune resero a noi comune, ivi si terminava. Era diretta in codesto borgo di Zhāngyè, Marianne, ove m'appresto ora a vergare le mie pagine. A pochi passi dalla dignitosa locanda che ci accoglie, è quivi il Buddha più grande dei dormienti di Cina, nel millenario tempio che alla statua offre riparo. Non poteva ella schivare codesta tappa, nel suo pellegrinaggio; del Buddha seguiva i rimedi per liberarsi dalla sofferenza umana, e celebrava l'oceano di saggezza del Dalai Lama che tanto scomodo pare, ancora al dì presente, per quelli di Pechino.
Commovente m'è parso dunque, il congedo nostro al mattino. Non la rivedrò più, ho sospirato. Ansiosa ero d'arrivare a Xī'ān, giacché incombeva la lassitudine del lungo viaggio con la Cavalletta; sapevo che laggiù avrei trovato una dimora ove riposare. E poi era Pechino, la somma capitale, ove sovente oggi s'arresta e parte ogni pellegrinaggio in terra di Cina. Intendevo transitarvi con solerzia, senza indugio, dacché i giochi olimpici s'approssimavano; la maestà delle folle m'opprimeva, e mai avrei voluto trovarmene irretita. Fu la Cavalletta, a costringermi altrimenti. Non me ne resta il cruccio, in verità; Marianne ho ritrovato, e la sera del borgo di Zhāngyè vivace pare, di giovane mondo allegra e fresca di vivande appetitose.
Stamane, dunque, s'allontanava il torpedone con la mia compagna d'Elvezia. Gironzolai un poco ancora per le vie di Jiāyùguān, seguendo il Grande Muro dei Ming, verso nord. Picciola era, invero, codesta muraglia d'Occidente; non era quivi, forse, che si celebrava al sommo grado «la saggezza e la tenacia del popolo... la diligenza e il coraggio della nazione cinese», come legger si poteva nel museo del Grande Muro, che nel comprensorio della fortezza s'ergeva (http://italian.cri.cn/chinaabc/chapter22/chapter220107.htm). Presto tornai nella locanda, a caricare il basto della Cavalletta; andammo infine alla stazione dei convogli. Per la prima volta in terra di Cina, osavamo la via ferrata, verso Xī'ān.

 

Il gran rifiuto
del 28-03-2008

- They will not leave you pass through that «porte»!

Era minuto assai, l'uomo che mi parlava. Con serena afflizione contemplava l'ingombro della Cavalletta, silente e carica, nella sala d'attesa della stazione. Gli uomini Han delle ferrovie mi sbarravano il passo. Quel viaggiatore taiwanese, di complessione modesta e d'empatico sorriso, aveva dimorato in Francia, e meglio conosceva il britannico idioma. Interprete per me s'è fatto della malevolenza che ivi s'esprimeva per i velocipedi viaggianti. Il treno per Xī'ān era riservato agli umani; eccezione niuna si contemplava al regolamento.

- Potrei salire, e chiedere il permesso al conduttore!
- ....non ti lasceranno oltrepassare quella porta.
- Nell'agenzia, me l'hanno assicurato: le bici possono salire sul treno.
- Il capo della stazione ha rifiutato.
- Ma ho il biglietto, what can I do?
- Passerà un treno merci, un'ora dopo quello per gli umani. La bici arriverà a Xī'ān, solo un poco più tardi.
- ....non perderà la faccia, please, tell it to this man. Let's me try.
- Non ti lasceranno passare quella porta.

Il convoglio s'approssimava al binario. La porta a me davanti non s'è aperta. Con fare contrito, Jennifer e Corey sono passati dal pertugio che s'era spalancato, a me lontano. L'uomo piccolo di Taiwan pure. Forse la giovane americana non aveva saputo capire lo squittio della donna nell'oblò dell'agenzia; o s'era trattato d'un raggiro, giacché quella donna di velocipedi sui treni nulla conosceva. Il biglietto mi bruciava tra le mani; la sala d'aspetto s'è svuotata in un istante.

La Cavalletta giace, nell'oscuro fulgore del suo telaio, accanto agli scranni ormai deserti. Mai sola la lascerei, invero – lo sa bene – alla mercé del trasporto d'ignote mani: giacché essa è la mia cavalcatura, in codesta avventura d'Asia che assieme ci vide dipartire dall'italico stivale. Bramo a tornarvi con lei: sazie d'avventura, e di giunture salde, assieme.
Il funzionario della stazione m'ha rimesso il denaro del biglietto: nulla mancava, se non la commissione versata all'agenzia. Smaniavo infine d'allontanar la Cavalletta dal tristo loco del gran rifiuto, e dal borgo di Jiāyùguān, che di tanti affanni per noi era foriero: ovunque fosse, via, verso l'est. Alla stazione dei torpedoni – ove al mattino Marianne era disparsa – un convoglio si preparava alla partenza.

- Zhāngyè! ha detto il conduttore, sorridendo alla mia cavalcatura. Ho potuto avvisare Marianne, ch'ora dorme, credo, nel sereno giaciglio della sua stanza, che questa mia sovrasta.

 

Idilli quasi perfetti
del 28-03-2008

Il colorato manto delle pannocchie s'affastella al suolo, nei borghi della ferace campagna attorno a Zhāngyè. Tappeti di mais maturo, e il torpedone costeggia le terrazzature ove s'addensano i pagliai, lavorano gli yak al giogo, vagano serene le pecore e le vacche. È una tale beatitudine, codesto idillio campestre di primo autunno, benché rimirato dall'interno del piccolo convoglio che sale verso le maestose montagne Qílián Shān. Marianne pare loquace, stamane.

- Potresti leggere di Jiddu Krishnamurti (nella foto), il pensatore indiano che rifiutò d'essere detto il Buddha del futuro, e il Maestro del mondo; si sciolse dai gruppi organizzati e girò ovunque parlando con la gente (www.krishnamurti.it). Diceva d'essere interessato solo a liberare l'uomo, da tutte le gabbie e tutte le paure, senza perciò voler fondare religioni o sette nuove, originali teorie o filosofie. Fu in voga assai tra gli hippies, nel decennio dei Settanta; e molto m'aiutò quando con le mie figlie restai sola, car mon mari m'avait quittée.

Il torpedone s'arresta sulla via; al bivio per le grotte buddhiste del Mătí Sì, un taxi aspetta. L'uomo Han che sale in vettura, al fianco mio e di Marianne, rinserra tra le dita il borsello d'Emilio Valentino-Italy. Lassù, quaranta miglia dal borgo di Zhāngyè, nell'arioso paradiso ch'ancor si scalda al sol del mezzodì, fioriscono gli astragali, svettano i pini sotto le bianche cime ardite. Pure s'innalzano, invero, bassi padiglioni ch'offrono ogni ristoro alle carovane dei gitanti. Ma l'orizzonte è largo, modeste le tracce dei visitatori; le coste di tenera arenaria offrono spazio ai templi, ai segni rupestri degli artisti del Buddha. Bianco s'innalza, accosto al sentiero che avvalla, lo stupa che s'adorna delle khata tibetane (http://tecfa.unige.ch/tecfa/teaching/UVLibre/9900/bin25/page6.htm#offrandes). Sciarpe di seta, queste, la più parte di candido nitore, ma gialle pure, o arancio, talora blu. Doni devozionali, simbolo di rispetto, d'umiltà e di benedizione, offerti alle divinità, ai monaci o a freschi sposi. S'agitano al tenue vento attorno al monumento, che molto ricorre nelle terre del Buddha: giacché stupa marcarono i luoghi storici ov'egli passò, e ne raccolsero le ceneri. Vi si fa solitamente, ancora al dì presente, armonica custodia di reliquie e testi sacri; attorno vi girano i fedeli, in senso orario.
M'apprestavo a girare; Marianne mi precedeva tra le fronde, sull'orlo del dirupo, quando lo vidi. S'avvicinava di buon passo, calando dall'alta costa del monte.

 

Le gemme della montagna cava
del 28-03-2008

- Frank, c'è Frank!

Marianne non s'è scomposta, a dire il vero. L'olandese parlante (vedere il blog precedente) s'è fatto a noi accosto, rassettandosi la coda di cavallo.

- Non ho mai amato gli uomini con la coda! ha proferito Marianne, più tardi. Frank è subito partito, giacché discendevamo alle grotte che s'aprivano a pagoda sul nudo strapiombo; egli ne veniva, e non ci accompagnò. Fu un bene, credo, giacché la prospera favella di costui avrebbe turbato per certo l'aerea beatitudine del sito.

Tra effluvi d'erbe profumate, scendemmo a quelle grotte di millenaria devozione. Rinserravano esse, nei labirinti di corridoi e ripide scalette, in sette piani, le immagini scolpite del Buddha e del pantheon suo. Portavano talune addosso del denaro: tra le vesti che le ricoprivano, o tra le dita. Marianne depose quelle banconote ai piedi delle statue, contrariata. Poco capivo di codeste immagini; assai avevo galoppato nel Vicino Oriente, e avvezza ero ai segni dell'Islam. Nelle mie precedenti scorrerie, affatto m'ero imbattuta in simili presenze d'Asia. Marianne m'ha iniziato, stamane, nelle grotte del Mătí Sì. Sul balcone più alto del formicaio buddhista, m'ha parlato delle tre gemme su cui s'edifica la dottrina ch'ella segue. Per primo il Buddha, l'Illuminato che si cura degli uomini; poi i suoi insegnamenti, che trasmettono la legge universale del Dharma, le regole e i comportamenti virtuosi. Il Samgha infine, la comunità che quegli insegnamenti ognora pratica, l'assieme dei grandi uomini che hanno raggiunto l'Illuminazione, e aiutano altri a farsi illuminati. Così diceva, la mia compagna dal bianco crine; mentre l'ascesa si faceva ardua, nel ventre della montagna cava. D'improvviso ella s'è fatta cheta.

- Je descends, je ne me sens pas bien. Ti aspetto fuori.

 

 Pag. 1 di 2 [>>]



Cerca su Janula.it!
Cerca il testo


Janula: obiettivo su...

telmeway61
Gli altri Cittadini
Janula: ultimo Cittadino registrato
Lauvergne60
Gli altri Cittadini
Ultimo Blog creato
Accordo di finanziamento tra privato serio
Top 100 Blog!
Ultimo Blog aggiornato
Spazio Moderno
Top 100 Blog!

2003 - Janula.it di Officine Informatiche Srl