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Ai confini del Tibet
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Maestro Oceano
del 28-03-2008

Immota, tra l'erbe odorose di siffatta costa, Marianne pareva sana, ancorché inquieta, in attesa. Nulla mi disse del malessere che l'aveva forzata alla discesa; sortì infine dalla silente posa, e volle mostrarmi qualcosa, lì accosto.

- Codesto rudere sublime, j'en voudrais faire ma maison, vorrei che la mia casa fosse!

Non fui grandemente impressionata, a dire il vero, dai diruti blocchi ivi giacenti. Chissà per quale via si dirottarono i pensieri suoi, giacché – sul cammino che allo stupa risaliva – del Maestro Oceano mi narrò, ch'ella seguiva. Debbo confessare che quasi nulla ne sapevo, sino a stamane, del Dalai Lama e del grande Tibet che dai cinesi di Pechino fu diviso nella Regione autonoma, e in altre province d'intorno. Era il quattordicesimo dei Dalai Lama, Tenzin Gyatso, ch'ella aveva sovente ascoltato nei viaggi di lui nel mondo occidentale. Doveva essere l'essenza illuminata del Bodhisattva della Compassione, che aveva scelto di posporre il suo proprio nirvana per propiziare la liberazione degli uomini dalla sofferenza del vivere. Leggeva di tutto, sin da bambino, tutto ciò ch'era possibile trovare: così Marianne mi disse. Giovane uomo, era fuggito in India, giacché all'autorità spirituale legava, per tradizione, nel Tibet, il potere decisionale d'un capo politico: siffatto ruolo non piaceva ai cinesi. Alterne e secolari erano state le relazioni con le dinastie di Cina, che mai s'erano mostrate indifferenti alle lande tibetane. L'Armata della Cina popolare – al tempo che fu di Mao Tse-Tung – si fece avanti, e più non arretrò. Nel 1959, il Dalai Lama fu dunque in India: ventiquattro anni aveva, Marianne diciannove.

 

L'aspra passione di Marianne
del 28-03-2008

Assai più tardi, Marianne approdò alla scuola buddhista dei virtuosi Ghelugpa dai berretti gialli – il ne s'agit pas d'une secte, non è una setta come sovente è scritto!, diceva la mia compagna d'Elvezia, mulinando il passo sul sentiero. Codesto lignaggio riconosceva la suprema autorità del Dalai Lama; ed ella pure vi si consacrò. Per il Maestro Oceano erano la compassione, il perdono e la tolleranza, i valori primi; i secondi, l'armonia e la comprensione tra le maggiori tradizioni religiose del mondo, giacché esse, tutte, sono atte a creare buoni esseri umani. Infine v'era la causa tibetana, di cui il Dalai Lama si rendeva portavoce in esilio, sino al dì che avrebbe celebrato la soluzione mutuamente benefica per Tibetani e Cinesi (www.dalailama.com/page.2.htm).
Mi sembrò allora di comprendere la ragione di certe asprezze della mia compagna d'Elvezia; capivo ch'ella si dibatteva, nel sommo tentativo d'essere libera dal dolore e dalle passioni che la vita le aveva riservato. Nondimeno, l'illuminazione ancora le sfuggiva; si lanciava talora nelle avventure del viaggio con un coraggio cieco, con l'assoluta dedizione alla disciplina del percorso che s'era fabbricata. Sovente, però, le cose non andavano come avrebbe desiderato: certi lochi le erano interdetti, le grotte chiuse, i prezzi più alti – giacché non sopportava la negoziazione, questo capii ben presto. Parve dunque, Marianne, appuntare quell'asprezza sui visi degli Han, che pure avevano cacciato il Dalai Lama dal suo palazzo tibetano, nell'alto borgo di Lhasa. Temo che sia vieppiù inquieta, nel seguito del viaggio in terra di Cina; come lo è stata oggi, in specie verso sera, al rientro nella locanda ove la Cavalletta m'attendeva, in buona forma.
Il sentiero, nell'aureo paradiso del Mătí Sì, scendeva a valle un poco. Ivi si vide un tempio. Entrammo nella corte.

 

Il peso del denaro
del 28-03-2008

A dritta dell'ampio portale, nella corte, Marianne s'arrestò davanti a un cerchio dipinto di colori gioiosi, ove il Buddha s'ergeva trionfante sullo splendido seggio, tra gli accoliti e le bianche cavalcatu- re, il manto verde di feconde colline e le candide cime d'asperrime montagne.

- Un mandala! esclamò, rapita. C'est qu'il faut pour la méditation.

Pensai che volesse meditare, di fronte a codesta immagine dell'infinite forze dell'universo. Sapevo ch'era avvezza a siffatta pratica; ad essa aveva introdotto le figlie, al tempo dell'infanzia loro. La lasciai sola e m'avvicinai al tempio che s'addossava al placido pendio. Quattro monaci sedevano a lato dell'ingresso: purpureo il panneggio dell'ampia tonaca, rasato il crine, affastellavano le banconote delle offerte, pescando i tagli grandi. Contavano e contavano con energico vigore, per nulla intimiditi dalla presenza mia lì accanto. La porta del tempio era sbarrata; m'allontanai, turbata un poco da tale terrestre accanimento. Marianne pure li vide, infine; e nulla disse.
Calava del crepuscolo l'ora trepida, sul borgo di Zhāngyè; rientrava il torpedone del Mătí Sì, ancorché tardi perché il Buddha dormiente si mostrasse agli umani. La grande statua, che molti richiamava in codesta animata cittade del Gānsù, ai visitatori presto s'ascondeva. Oggi l'ho mancata, dunque; e domani pure, giacché all'alba partiamo per l'alto borgo di Xīníng, nella montana provincia del Qīnghăi che fu già Tibet: ove nacquero l'ultimo Dalai Lama, e il fondatore Tsongkhapa della scuola dei Berretti gialli.
Pure, potrei restare ancora con la Cavalletta, nel sereno borgo di Zhāngyè che s'anima di vita nella notte, e contemplare il Buddha nel dì che si farà, domani. Marianne andrà a Xīníng, senza il mio seguito. Eppure, ho già deciso di riporre codesto Buddha nel loco delle mancanze del viaggio; quel parco ch'alberga nell'animo mio, ombroso di placidi rimpianti, turgido dei percorsi non fatti, dei sentieri non battuti. Credo ch'ora m'attanagli l'oscuro timore del viaggio in solitudine, della contrattazione per il trasporto della Cavalletta; perciò voglio partire con Marianne, domattina. Oppure di profonda affezione per lei si tratta, benché la mia compagna d'Elvezia talora s'inasprisca verso me pure. Stasera, nello slargo vivace apparecchiato di vivande, di spiedi d'agnello e yogurt ci nutrimmo; di picciola moneta ella mancava, e pagai per lei pure.

- Potresti rendermi il dovuto, giacché temo d'obliare il fatto? le chiesi a tarda sera, prima di coricarmi.
- L'argent, toujours l'argent! rispose, piccata. Est-ce que tu as peur que je te vole? Pensi che voglia derubarti?

M'ha reso il denaro. Domattina, all'alba, assieme ci rendiamo a Xīníng.

 

Passaggi di quota e d'umore
del 28-03-2008

La strada sale e sale, fior di tornanti senza parapetti, e ancora il passo del monte si fa sullo sterrato, benché una nuova galleria appaia in costruzione. Penso alla Cavalletta che s'erge tra i bagagli, sull'ardua cima del torpedone, e m'auguro che sia bene assicurata al tetto: un decollo le sarebbe fatale. Debutta la discesa, sull'opposto versante; leggo il passaggio a quota tremilasettecento, e quasi mi pare che sia fallace, codesto pannello stradale. M'auguro che la via sia sgombra d'alte cime, per il seguito, sino a Xīníng: poco più di duecento miglia, dal borgo ameno di Zhāngyè al capoluogo del Qīnghăi, la terra accidentata che fece parte dell'Amdo tibetano. Il convoglio rallenta, benché non fermi quasi mai, nella lunga mattinata di siffatto viaggio. Si scende verso valle, senza dubbio; nondimeno, il borgo di Xīníng giace oltre i duemila. Codesto torpedone si stringe di mondo; il corridoio s'accatasta di scarti. Marianne s'è chiusa in un silenzio grave, che la ripara. La giovane Han che siede a noi davanti soffre di gola; apre il finestrino. Un bolo di saliva espelle, e ancora, e ancora filamenti di catarro s'eruttano da quella bocca senza fondo, voragine di orca. Il freddo sale nel catafalco immondo; l'indifférence, ça me sidère! urla quasi, Marianne, raccapricciata, e scuote il capo della ragazza-orca.
S'arriva infine, sul fare del meriggio, nel faticoso parcheggio dei torpedoni di Xīníng. Sul tetto del convoglio, libero la Cavalletta dalle pastoie miracolose che l'hanno trattenuta per via. Si porta bene. Mani di sicurezza l'afferrano dal basso; un uomo dal sembiante del Tibet l'accompagna nel breve volo sul tiepido asfalto. M'avvicino alla stiva per cercare il basto della mia cavalcatura. Marianne vi trovo, gli occhi segnati dall'umido affanno che ivi la trattiene.

 

Ruggini allo sbarco
del 28-03-2008

- Une salope... lo sportello... la donna ha preso il suo bagaglio e l'ha lasciato andare, lo sportello! J'étais là-bas...ero sotto.

La stiva del convoglio s'apriva come il bagagliaio d'una vettura; un fermo non v'era, che quel peso sostenesse. Marianne n'era stata investita. Restava in piedi, attonita, sotto quel colpo estremo ch'era sferrato ai sogni suoi di Cina; non pareva ferita, se non nell'intimo suo.

- Forget it! mi venne solo; dimentica, andiamo via.
- Tu ne penses jamais aux autres! è esplosa lei, partendo d'improvviso, sola. Camminava senza volgersi indietro, nella via piena di mondo che scavalcava un fiume limaccioso. Tu non pensi mai... la vedevo marciare senza posa, senza appuntare lo sguardo su cosa alcuna. Le fui a una spanna, con la Cavalletta; l'accostai. Restò in silenzio.

- Can you tell me where the Post Hotel is? L'uomo Han ha scosso la testa; nulla capiva dell'idioma che la donna dal crine bianco gli indirizzava. Ella ha proseguito, smarrita. Le ho fatto cenno: a manca, la locanda s'ergeva, oltre la via brulicante di motori.

- A single room! Marianne s'è rinserrata dentro. Credo che la vedrò stasera, per il desinare. Qualcosa s'è ossidato, tuttavia, nel ferreo smalto del mio sentimento.

 

La mistura del borgo
del 28-03-2008

È andata al Tă'ĕr Sì, stamane, il monastero dei Berretti gialli che i Tibetani appellano Kumbum, diciassette miglia a sud di Xīníng. Resto nel borgo, oggi, con la scrittura e la Cavalletta, le ho detto. Pare piuttosto grande, siffatto capoluogo del Qīnghăi, che fu avamposto dei cinesi Han e centro di scambi dal secolo sedici dell'era cristiana. Fosse per l'architetture, si direbbe un borgo come tanti della Cina; eppure v'è un quartiere, accosto alla stazione dei convogli a ruote, ove il sembiante delle genti quasi per nulla appare Han. S'ergono affollate moschee, e botteghe di succulenti dolci – donne dal velato capo servono dietro il banco; uighure non sembrano, e gli uomini indossano i copricapi bianchi dei musulmani Hui. Sono costoro cinesi che seguono l'Islam, d'origini diverse; molti degli avi loro furono mercanti arabi e persiani, che giunsero nelle terre di Cina per la Via della Seta. Nei secoli ivi si stanziarono, e comunemente s'espresse la progenie, infine, nel cinese idioma. Lungo la strada ove Marianne ieri marciava, astiosa e sola, s'agitano pure le palandrane rosse dei monaci buddhisti, e ancora visi tibetani. La Cavalletta sale e scende, e pedalar m'è dolce in questo borgo; benché l'altura raffreddi l'aria, e come di nebbia sia fosco il cielo.
Sulla panca d'un minuto giardinetto pubblico, m'attardo a scrivere, la mia cavalcatura al fianco. Un gruppo di bambini Han s'accosta, a contemplare siffatti strani caratteri latini. Siede una donna anziana. Mi parla, e la favella suona come familiare: sei sola? Sono sola io pure; adesso siamo due. Trottano carrozzine e infanti dall'incerto passo; un uomo anziano s'esercita nel corpo, piegato sugli attrezzi al bordo d'una lacustre melma. Dal fondo, una remota musica e il trillo dei martelli s'alzano sui palazzi in costruzione. M'avvio, alla ricerca dell'alto tempio della Montagna del Nord, ove s'apre la vista sull'assieme del borgo (foto sotto). Il tempo del vespro s'avvicina; la Cavalletta è stanca, e infine sento che s'intralcia il moto dei pedali. M'affaccio con timore verso il basso delle ruote: la picciola corona, che regge la catena, come il foglio di tenera carta s'è piegata. Non salgo al tempio. Poco discosto, un uomo Han apparecchia il carretto tra velocipedi di malandata forma.

 

Sulla via della collina
del 28-03-2008

A poco serve la favella, quando la necessità si manifesta nell'evidenza d'un ingranaggio che non marcia. L'uomo subito capì che la corona andava ribattuta sull'incudine, affinché riprendesse la forma consueta, e indi le funzioni. Si mise all'opra; s'alzava allora il vento freddo della sera. Tremavo già, scossa dall'aria e dall'affanno di codesto sciagurato evento. L'uomo batteva e armeggiava, batteva e rimontava, mentre la corte d'intorno si faceva spessa. La gente del quartiere s'incuriosì alla malattia del velocipede straniero. Vennero bambini e ragazzi, e donne anziane, e altri. Due ore passò l'uomo, chino sulla Cavalletta. Fu largo il suo sorriso, quando la mia cavalcatura fu rimessa in piedi, sanata e lesta. Volle, per quel lavoro, il denaro che in Europa vale la gazzetta d'ogni giorno, o il caffé del dopopranzo.
Nella locanda trovai Marianne, assisa nel salotto di faccia a un uomo giovane. V'era la notte ormai, di fuori. Ella mi raccontò serena di rare beatitudini nello spirito eccelso del monastero di Kumbum; molto ne aveva apprezzato il pellegrinaggio verace dei fedeli, che ivi si faceva. Intendevo andarci l'indomani; Marianne mi diede le notizie necessarie. Ella s'apparecchiava invece a visitare il lago del Qīnghăi, ove gli uccelli si radunavano a Niăo Dăo, l'isola della riproduzione, benché il tempo dell'anno non fosse adatto a quella vista. Niu Xiao Jun, l'uomo che dirimpetto a lei sedeva nella ricezione della locanda, le avrebbe procurato gli opportuni mezzi, giacché dal borgo il lago era lontano.
Mele, convogli di mele gialle e rosse; la strada polverosa sale dolcemente, verso il monastero di Tă'ĕr-Kumbum. Il torpedone s'affolla di visi tibetani; la luce uggiosa del tardo mattino accompagna gli astanti sino alla discesa nel borgo di Huángzhōng. La Cavalletta stamani è rimasta al riparo: la strada temevo accidentata. Il monastero s'allarga di botteghe ch'offrono souvenir; prendo la via della collina, e tra i silenti campi s'apre senza pedaggio la porta dei fedeli, dei monaci buddhisti e degli avventurieri.

 

Nel monastero
del 28-03-2008

Giovani pellegrine ascendono sull'alto colle, sopra la cittadella del monastero di Tă'ĕr-Kumbum, nella continua successione d'agili piegamenti che le portano a terra, prostrate e umili, e poi ritte di nuovo, e ancora a terra. Tre monaci curvano il rosso delle tonache sul tetto d'un tempio che si rifà al fragore dei martelli. Un canto salmodiato s'espande: viene dalla porta d'una dimora ove s'erge un cucciolo di cane, in attesa. Una fragranza dolce, come di burro, impregna l'aria.
Nel fondo della valle, i templi più lontani s'empiono di fedeli, di genuflessioni e di fiammelle, di giri rituali intorno alle mille dorate immagini del Buddha; ancora quel tenero odore, e banconote offerte in voto, e mele. Le fiammelle ardono nel burro di yak, da cui tale fragranza; almeno credo. Una madre solleva il suo bambino, la picciola fronte poggiata sul pianale delle offerte. Nella corte dei templi, le ruote delle preghiere girano e girano, sospinte dalle mani dei fedeli; metallico stridore ne deriva, ch'al vento lanci quelle invocazioni e le sospinga ovunque.
Ecco quei fiori e cavalieri, elefanti e destrieri nel burro costruiti. Nel tempio più discosto d'una fila, un monaco brusche parole mi grida; che io esca, subito, giacché la porta ora si chiude.
Ancora un tempio, ove al gigante rullo lancio la mia preghiera: che trovi io un grande amore in questo viaggio. Se l'auspicio ovunque si disperde, sulla rotta dei venti, è possibile invero che il viaggio si prolunghi, sino al compimento di tale cura.
D'improvviso rammento il culto teatrale, le mille fiammelle e la voluttà delle icone che vidi in Georgia. Benché quivi tutto appaia ferace, sovrabbondante di frutti e di denaro, di granaglie e fiori artificiali. Nondimeno s'avverte l'aura del loco sacro; le monacali litanie sovente si mischiano, invero, con lo squittio dei visitatori di gruppi organizzati ch'alto si leva, come non fu in Georgia. Ciò in specie nel sito più sacro del Tempio Maggiore, dal fulgido tetto che risplende di bronzi e di ori, che s'innalza ove fu detto nascere il grande fondatore Tsongkhapa nel secolo quattordici dell'era cristiana. Sulla via centrale della cittadella, ove s'apre la più parte dei templi, il passaggio dei visitatori si snoda tra l'ali dei mendìci tibetani.

 

Ai confini del Tibet
del 28-03-2008

Piove, stamane nel borgo di Xīníng. L'uggia del cielo bluastro procura il sonno. Non mi disturba, tuttavia: giacché mi culla il mite sciabordio del torpedone che s'avvia per la lunga rotta di Xī'ān. Marianne è andata pure, presto nel dì, ancor peregrinando per altri monasteri. Non la rivedrò più; non ne sospiro, infine.
Breve è la strada che per noi si snoda ancora nella provincia del Qīnghăi, madre del grande lago degli uccelli, dell'acque del Mekong, dell'Azzurro Yangzi e del Fiume Giallo. Landa di monasteri tibetani, ricetto di scarti nucleari e confino di cinesi in esilio; sfilano i campi di granturco, annacquati dal rivolo di pioggia che irriga la vitrea membrana del convoglio. Montagne dalle rosse venature, e la vegetazione si fa rada; distesi sulle mobili ottomane, pochi viaggiatori contemplano il liquido mondo di fuori. Tutti uomini Han; un solo viso cinese di donna ai conduttori s'accompagna. In tre s'esprimono nel britannico idioma, e la favella loro mi pare eccezionale. Così pure risulta d'eccezione la cura dei conduttori per la Cavalletta: dacché il torpedone nella stiva bestie macellate porta, loco non v'era sotto per la mia cavalcatura. Viaggia essa dunque al rango degli umani, nel corridoio vuoto accanto ai letti; obiezione alcuna si leva. I conduttori l'hanno disposta con delicata tempra. Dolce sopor mi prende; l'aria serena di siffatto viaggio mi conforta, e m'abbandono al sonno nell'ora tarda del meriggio. Tutta una notte ancora, per cullarsi al trepido rollìo che finirà a Xī'ān.
Il viaggio nostro s'avvolge verso l'est; nell'indolenza che mi stringe, vaga il moto del pensier mio per l'ovest tibetano, verso il mito di Lhasa, l'alta città che fu del Dalai Lama. Non posso dire d'averla mancata, dacché giace a più di milleduecento miglia di strada ferrata da Xīníng. Molto invero m'incuriosisce, quel remoto borgo, e la storia del Tibet per secoli conteso, protetto e dominato già dalle armate della Cina imperiale, sottoposto alle mire d'espansione dei Britannici e dei Russi all'inizio del secolo venti, ufficialmente incorporato nella Cina popolare nel 1951 (http://en.wikipedia.org/wiki/Tibet), sostenuto dai rami antichi e più recenti della politica statunitense (www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=6530). Un mondo ch'era feudale quasi, ove resisteva il servaggio, che fu abolito allora dai cinesi: così dicono quelli di Pechino. Il servaggio sarebbe sparito, giacché il Tibet s'avviava nell'era moderna pur senza i cinesi; così si dice dai tibetani in esilio. Comunque sia, il groviglio della storia non s'appiana: l'antico Tibet si frammenta nelle nuove carte di Cina; «divide et impera», così si fa qui pure.
Piove e annotta quasi, mentre il Tibet s'allontana; passa la via accosto al Fiume Giallo (nella foto), laddove sorge il grande borgo di Lánzhōu; si vede la città, benché quivi non fermi il torpedone. La serena brigata s'arresta più tardi sulla via; a cena m'invitano, i miei compagni Han. Nel viaggio, risento talora come un'adozione, quando molti s'adoperano d'intorno perché la mia strada agevole si renda; il mio stato di cavaliera solitaria, e il buffo mio destriero, sovente m'accrescono l'umana simpatia. Il sonno sopraggiunge, e m'abbandono.

 

Note tecniche
del 28-03-2008

Per le foto di questo blog, si ringraziano Anne-Lise Vodoz e Valentina Mencarelli.

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

Per una carta del Tibet (con la città di Lhasa), vedere: www.vwmaps.com/tibetdetail.html. La carta qui indicata è stata commissionata dall'organizzazione non-profit ICT (International Campaign for Tibet), basata a Washington DC, Stati Uniti (www.savetibet.org/us/index.php). Per le relazioni tra questa organizzazione e la politica statunitense, vedere: www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=6530 (‘Democracy Promoters’ and Tibet).

A Jiāyùguān, parecchi alberghi, ristoranti e il mercato serale degli Uighuri si trovano attorno all'autostazione di Lanxin Xilu. L'albergo scelto per il pernottamento è su questa via, scendendo a destra con le spalle all'autostazione, quasi all'incrocio con Xinhua Zhonglu (un'ottima camera doppia con bagno: 100 yuan, costo negoziabile).

A Zhāngyè, un buon albergo si trova presso la torre del tamburo (gŭlóu), al centro della città: Liángmào Bīnguăn (tel.0936-8252398, Dong Jie Shizi, circa lo stesso costo del precedente per una camera doppia con bagno).

A Xīníng: Post Hotel (Yóuzhèng Bīnguăn, tel.0971-8133133, 138 Huzhu Lu). Camera doppia con bagno: 80 yuan, costo negoziabile.

Per spostarsi a Jiāyùguān, la cosa migliore è noleggiare una bicicletta. Ci si può rivolgere alla reception del Jiŭgāng Bīnguăn (hotel, in Xiongguan Xilu; costo del noleggio: 6 yuan al giorno, con una cauzione di 300 yuan).

Per andare da Zhāngyè alla zona del Mătí Sì, dall'autostazione sud (nán zhàn) parte al mattino intorno alle 8.30 un autobus per il villaggio di Mătí Hé. Bisogna chiedere di scendere al bivio per il Mătí Sì, dove in genere si trovano taxi in attesa (restano da percorrere ancora 9 chilometri circa, costo 10/15 yuan a persona). È meglio accertarsi che ci sia un autobus per tornare a Zhāngyè (l'ultimo dovrebbe partire da Mătí Hé alle 16) perché la strada non è molto frequentata dalle autovetture ed è difficile trovare un passaggio.

Per andare da Xīníng al monastero di Kumbum (in cinese: Tă'ĕr Sì), partono autobus urbani dal piazzale antistante la stazione ferroviaria che conducono alla zona della Porta occidentale (Xī Men). Qui si trovano piccoli autobus per il villaggio di Huángzhōng dove c'è il monastero. Per le indicazioni esatte, si può domandare nella reception del Post Hotel oppure contattare Mr. Niu Xiao Jun (tel.13195791105). Il ritorno a Xīníng in autobus non dovrebbe presentare problemi.

Nelle foto qui sopra: moto al monastero di Tă'ĕr-Kumbum; la Cavalletta dietro lo sbarramento che chiude la Grande Muraglia presso il fiume Taolai (Jiāyùguān).

 

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