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L'incidente di Xi'an 
Cavallette (e cavaliere) nella nebbia
Blog di DODAMANTE
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Un quieto sbarco
del 16-04-2008

Quattro mani vigorose m'hanno poggiato con le ruote a terra; Dodamante m'ha addobbato col basto d'ordinanza, davanti e dietro. Debbo dire che volentieri avrei proseguito nel viaggio sull'arioso torpedone che ho condiviso con gli umani per una notte e più: m'hanno ben sistemato sul fondo, tra le file dei giacigli vuoti; mai ho dovuto temere per la mie corone, né per i miei raggi. Un vero riposo, dopo l'incidente che m'è occorso a Xīníng (vedere il blog precedente): ho creduto laggiù d'essere all'estrema avaria delle giunture, e di dover terminare i miei percorsi in quel remoto borgo d'altura. Tuttavia ho potuto constatare che, in siffatto grande paese di Cina, in ogni loco s'apre una bottega: talora senza mura, ove un uomo sia fermo a lato della via col barroccino degli attrezzi. Là ci s'occupa delle cavalcature ch'azzoppano le ruote, o d'altro danno: tutto si ripara con solerzia, così m'è parso almeno. La mia corona è tornata come nuova, benché un bullone m'infastidisca un poco. 

- Xi'an! ha sospirato stamane Dodamante, dacché il torpedone s'infilava nel ventre oscuro d'un garage. Un giovane Han dal gentile aspetto (http://en.wikipedia.org/wiki/Han_Chinese) m'ha poggiato accosto a un pilastro; quivi ora ristò, in attesa. Ricordo d'aver veduto intrattenersi quel giovane con Dodamante, al tempo del viaggio ove tutti sono scesi per il pasto della sera. M'hanno allora lasciata nel buio, entro il convoglio chiuso. Mi sentivo al sicuro, nondimeno, e comoda, e serena. Così s'è spento il fanal mio, iersera; s'è riaperto stamane, nel grigio lume del borgo nuovo ove giungere dovevamo coll'arduo treno che prendermi non volle. Avessi saputo, invero, che codesta cittade era assai moscia, la cappa del cielo sempre fitta, le strade nere di mondo, e Dodamante così melanconica – giacché quivi occorse l'incidente maggiore del viaggio – avrei puntato le ruote in quel garage, imbizzarrita. Ma nulla di ciò faceva presagire, codesto primo mattino del nuovo borgo; e quieta fui, e attesi.

 

Memorie d'antichi splendori
del 16-04-2008

- Il trasporto del velocipede, it is not free of charge, diceva il giovane gentile a Dodamante. I conduttori chiedono... è troppo per te?
- Sì... pensavo piuttosto...
- Dicono che va bene.

Dodamante ha passato la banconota ai due uomini. Sorridevano mansueti, mi guardavano compiaciuti.
 
- Chiedono dove hai lasciato tuo marito.
- Non ho marito, ha risposto Dodamante.
- Dicono se, nel prossimo viaggio, prendi uno di loro per marito.
- Va bene, ha risposto la mia cavaliera, col fresco riso del mattino.

Ci siamo incamminate fuori dal garage. Il giovane Han ci accompagnava, benché fosse solo di passaggio in quel borgo che tanto Dodamante m'aveva decantato. Xi'an, ombelico della Cina, antica capitale dell'Impero a più riprese, per oltre mill'anni; inizio e fine dei commerci della Via della Seta, culla di antichissime civiltà e di grandi dinastie sino all'apogeo dei Tang (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm): dal secolo settimo al decimo dell'era cristiana, ne fecero costoro cittade enorme e splendidissima che nel mondo lontano refulgeva. Cháng'ān allora s'appellava, e tanti di mercanti, soldati, pellegrini, saggi e vagabondi s'affollavano per le vie. V'erano poeti sublimi; molte religioni vi prosperavano, benché fosse il buddhismo a dominare infine, nel borgo ove si traducevano i sacri testi dal sanscrito al cinese idioma. La moda, a corte, era alla turca; benché presto un sentimento ostile si levasse contro la congerie ch'ivi regnava. Solo il Tao se ne salvò, nel secolo nono, giacché veniva dal cuore della Cina, e non da fuori.            
Il cielo del mattino era grave sull'andatura nostra; Dodamante mi portava alla cavezza, al giovane Ray accosto camminando.  

 

Il guscio fiammante del borgo
del 16-04-2008

Era allegro e delicato, sebbene nulla sapesse della via: si disse dunque Raymond, o meglio Ray, secondo l'uso dei giovani cinesi di cogliere un nome d'Occidente per misurarsi con l'impacciato suono dei parlanti d'alfabeto latino. Mi piacque molto, il suo fare soave, e m'augurai che volesse cavalcarmi un poco. Ma punto mi degnò d'attenzione, o forse avvezzo non era ai velocipedi viaggianti. Ci accompagnò sino alla stazione dei convogli ferroviari. Attraversammo, assieme ancora, la via che s'allungava attorno a un poderoso muro: sembrava esso antico, e tuttavia pareva lindo, perfetto di trama e d'elevato. Pensai che fosse il guscio del borgo più remoto, ove l'abitato era forse diruto, giacché vecchissimo: ma subito m'avvidi che, entro le mura, fiammanti palazzi s'ergevano, taluni in costruzione.  

- Le mura dei Ming, ha detto quel Ray a Dodamante. The wall closes the town all around, per quasi nove miglia.

Ho pensato che i signori di quella dinastia molto amassero costruire muri e muraglie: avevo contemplato il Grande Muro presso Jiāyùguān che da loro fu fatto (vedere il blog precedente); sapevo che ancora lo avremmo ritrovato verso Pechino, il muro di quei Ming. Quivi, a Xi'an, pareva intonso: certo è che assai bene portava oltre sei secoli di piogge e terremoti, l'umane alterazioni e le manovre d'attorno la cittade. Quasi piantai le ruote nel mezzo della via, presa da subitaneo stupore, e un poco da paura; Dodamante mi riscosse con delicatezza.

- Asina d'una cavalcatura mia! M'accarezzò ella il tubo del telaio. Codesto muro, in parte s'è rifatto, giacché il tempo non passa invano: che siano pietre, velocipedi o fibre d'umana natura. Tuttavia pare che bene si portasse, siffatta cinta, sino al dì presente o quasi. Quanto ai Ming, avrai capito che le Grandi Muraglie son più d'una (http://italian.cri.cn/chinaabc/chapter22/chapter220107.htm,  http://encarta.msn.com/encyclopedia_761569621/Great_Wall_(China).html). D'epoche diverse e di materiali, nel tempo hanno raggiunto vari lochi tra loro remotissimi: giacché sovente la nuova dinastia, il potere conquiso della Cina, s'apprestava a edificare un Muro nuovo. Poche tracce restano tuttavia delle muraglie più antiche. I Ming... 

Tacque d'improvviso. A un crocicchio, il giovane Ray si congedava.

 

To the homeland
del 16-04-2008

- Jiang ya jun, il mio nome cinese. Ānqìng, la mia piccola città, nella provincia di Ānhuī.

Le parole del giovane Han m'arrivavano lontane, giacché facevo attenzione alla pista, al muro, ai velocipedi piccoli e grandi ch'affollavano le vie – ve n'erano di minuscoli, e di normali che si caricavano di mercanzie e d'umani, molti di pomi che nell'italico suolo melograni si nomano.   

- Lavoro nella provincia del Qīnghăi, in Xīníng city, at the moment. D'inverno fa molto freddo, ma la gente mi piace: amichevole e gentile. Ho studiato disegno industriale, la mia compagnia produce dispositivi elettronici. Cinque giorni la settimana, dieci ore al giorno, guadagno cinquemila yuan al mese. A volte lavoro anche in un hotel, nel weekend. Ora sono in ferie per quindici giorni, e vado a casa.

Così diceva Ray; umani s'affollavano sui marciapiedi, velocipedi sulle strade, e Dodamante pareva un po' stordita. Ci siamo arrestate sull'angolo della via Xiba Lu, dirimpetto a un'altra stazione di torpedoni. 

- What do you like more, Xīníng or Ānqìng? Quale città preferisci, tra le due? La questione di Dodamante si poneva forse malaccorta, al momento del congedo.

- Ānqìng, of course, it is my homeland. Di certo, è la mia terra natale.  

Il giovane (nella foto qui accanto) è partito. Dodamante m'ha sospinto al piano alto d'un palazzo ch'ospitava stranieri, giacché il britannico idioma ho udito dabbasso, nella ricezione. M'ha legata in una stanza grande, alla spalliera d'uno scranno; indi è sortita, sola. È rientrata nel meriggio cupo, affranta. 

 

L'incidente di Xi'an
del 16-04-2008

- Quando le immagini scompaiono, è come se sparisse l'esperienza fatta, in qualche modo. Il potere della scrittura non arriva laddove giunge l'immagine, giacché quella abbisogna di traduzione, e questa intendere si fa agli occhi di tutti, senza che vi sia mediazione necessaria. 

M'inquieta, Dodamante, con tale suo sproloquio. Mi pare, invero, che qualcosa di grave le sia accaduto. Giace distesa, in siffatta camera della locanda, benché notte non sia. Mai s'è levato il sole, nel dì presente che volge nel meriggio; l'aere tetro ristà, col fosco sembiante del mattino che ci ha viste giungere nel borgo di Xi'an. Sono trascorse solo poche ore; ella rientra, s'estirpa i panni umidi con rassegnata fiacchezza. Mi guarda, mesta. Si corica, l'occhio sbarrato; le mani s'annodano sul ventre. 

- Aria, aria solfurea. Dovrei mangiare, invero, ma nulla potrei ingollare, giacché lo stomaco s'empie d'aria. Una settimana di Cina, la memoria dell'ultima luce d'estate a Jiāyùguān, e tu, cavalcatura mia, sotto le mani del riparatore di Xīníng... immagini estinte, irrecuperabili. Solo cinque sono scampate al grave scempio, giacché erano altrove. Il resto, è andato in mani ignote.

Un singulto, e parte il morso dei freni. Tremano i raggi miei, a quel racconto che si fa sconnesso. Comprendo infine ch'ella s'aggirava a piedi, con lenta svagatezza, per il grande viale del Bei Dajie, battuto dalla pioggia e provvisto d'una copiosa quantità d'umani. Click, sortiva l'apparecchio dalla tasca della giubba. Un velocipede con le bandiere, un albero abbattuto, un palazzo in costruzione, una... chiusura della tasca aperta un poco. Credeva d'averla sigillata. L'apparecchio sovente era sollecitato, e poi riposto nella tiepida alcova ch'al fianco s'accostava della mia cavaliera. Ancora un velocipede da immortalare. Le dita accarezzano la tasca vuota.

 

La lente nuova
del 16-04-2008

Si volge, disperata, per inseguire la lesta mano che siffatta macchina ha involato. Ma nulla d'essa rivela tracce, d'intorno. V'era dentro una carta picciola con le immagini di Cina, ai confini del Tibet. Non torneranno; in vece loro, d'aria s'empie nel ventre Dodamante.  
        
- Con te fossi sortita, stamane, cavalcatura mia! Di certo il ladro non avrebbe potuto destreggiarsi, dirimpetto alla sella!

Un breve tintinnio mi scuote; nulla aggiungo. Pure, sollevo l'antenne-freno, sorpresa. Ella m'ha immortalato, ora, col fiammante apparecchio che mai l'ho veduta maneggiare.  

- Su quella via, ove s'è occorso il fatto criminoso, molte botteghe offrivano codesta mercanzia. Una giovane Han all'acquisto m'ha esortato. Ecco che il terzo occhio mantengo, malgrado l'incidente che m'impastoia la vista. Non torneranno, le immagini perdute; ma almeno, so che il mio viaggio quivi non finisce.

Dodamante s'è accasciata di nuovo sul giaciglio. Codesta perdita assai la turba, lo so per certo; dacché conosco l'affezione ch'ella porta ai simulacri del viaggio, ai segni ed alle note. Dev'essere siffatto borgo antico: dall'eccelso passato eredita, forse, l'abile gioco di mano che vittima lasciò la cavaliera mia. Nella ricezione della locanda, dabbasso, molto l'hanno resa guardinga, così mi dice ora Dodamante; pare ch'una scuola fiorisca, quaggiù, d'alto virtuosismo nella ruberia che lede i viaggiatori. Rammento ora la funesta scritta, sul muro ch'adduce al piano ove s'apre l'alloggio nostro, in codesta locanda: «1 hour in Xi'an, lost 2500 yuan...», e malevoli parole contro il borgo e la mano ch'a quello scrivente un mucchio di denaro portò via.           
Malgrado il turgido dolore ch'oggi l'arresta, so ch'al mattino Dodamante si renderà di fuori; giacché prosegue il viaggio nostro, e la visione di codesta cittade che pure s'è fatta ardua, al dì presente.

 

Lo scoramento delle torri
del 16-04-2008

Non poco mi dispiace, di non aver scortato Dodamante in siffatta prima scorreria sul duro viale di Xi'an. Punto m'oppongo, quand'ella mi lascia nelle locande per allontanarsi assai dal borgo ove si sosta. Giacché so d'essere un poco debole nelle giunture; al passare delle sedici miglia difilato, il mozzo s'indurisce delle ruote mie, e arranco pure su lievissima pendenza. Stamane però, potevo ben sortire; incerta Dodamante mi guatava, e poi mirava fuori, nella strada. È andata sola, infine, nel nebbioso periglio che delle immagini l'ha fatta priva. Stesa sul giaciglio, il ventre all'aria, ella ora si libera del fardello d'aspra emozione che la grava; mi dice della pioggia, dell'umidore dei panni e del tentato cammino che ha cercato di rendere ordinario, nel primo meriggio dopo il furto.

Due torri segnavano il cuore del borgo: sull'una (nella foto) si levava un tempo, all'alba, il possente rintocco della campana Ming; sull'altra rullava il tamburo, al tramonto del dì. Ella s'è resa, mesta, ai piani alti di siffatte restaurate torri; v'erano teche sull'ombre cinesi, e musica, nell'una; nell'altra, tamburi in mostra, con le diciture loro, nel britannico idioma pure. Molti di visi d'Occidente, a riguardare le vetrinette e il borgo, dall'alto brumoso delle torri. Ov'erano i tamburi, l'edificio accostava il vecchio quartiere dei musulmani Hui (vedere il blog precedente, paragrafo “La mistura del borgo”). Dodamante s'è avviata verso nord, lungo una via ch'entrava nel quartiere; v'erano botteghe e lochi di ristoro, benché poco di mondo s'affollasse: l'aria crepitava di scrosci, e tempo non era del passeggio serale. Allor s'è sconfortata, così mi dice la cavaliera mia, lassa sul giaciglio. Benché provvista dell'apparecchio nuovo, nella locanda ha voluto rientrare; ora quivi si stende, col volume in mano che di tale amaro borgo racconta.

 

Rapimenti illustri
del 16-04-2008

- D'incidenti fu ricco, siffatto borgo di Xi'an, prima che codesto mi toccasse in sorte! Così diceva ella; e io capii ch'un filo cercava, che la sollevasse un poco nella doglia.

Mi spiacque allora di non essere umana: sull'istante nulla potevo, che quello scoramento lenisse. Giacché un destriero solo questo può fare, infine, per quanto straordinario sia, come s'attesta il velocipede: accompagnare l'andatura del cavaliere suo senza bizzarrie e impuntature, con docile destrezza. Ella, tuttavia, mi lasciò nel riparo della locanda il dì seguente, e quello ancora dopo. Nulla potei mostrarle, sul momento, del mio complice ausilio. Ma non m'opposi a quel distacco, giacché ero stanca; pure, conoscevo che Dodamante ad umano sodalizio s'accompagnava allora, e forse n'avrebbe tratto giovamento.

- Dopo il remoto splendore dei Tang, furono carestie, e siccità. L'enorme borgo di Cháng'ān cadde negletto, benché ancora Marco Polo (foto a sinistra) lo trovasse vivo di mondo e di ricchezze adorno. Coi Ming, «pace dell'ovest» si nomò, Xi'an invero, nel secolo quattordici dell'era cristiana. Mai più risorse tuttavia ai gloriosi fasti antichi; il cuore della Cina fu altrove, a est. Nell'anno 1936, di nuovo la cittade fu presa nell'occhio degli eventi: il generalissimo Chiang Kai-shek (foto a destra) si ristorava alle calde sorgenti di Huaqing, diciannove miglia dal borgo. Ne fu rapito, quel capo dei nazionalisti: giacché poco faceva contro i Giapponesi che minacciavano allora le terre della Cina, e più si curava d'opporsi ai comunisti, ch'erano cinesi essi pure.

Un poco mi s'afflosciarono le ruote; non la seguivo punto, in tale storia su cui tanto la sua attenzione si figgeva. Sapevo ch'era un sistema per non soggiacere allo sconforto; la lasciai dire. Per un tratto m'avvinsi quasi d'umani sentimenti e sensi: rizzai le antenne-freno, e feci dei copertoni miei ampie, porose spugne.  

 

Cielo d'eterni sonni e piccoli sopori
del 16-04-2008

- I suoi s'ammutinarono, e presso Xi'an lo presero, il generalissimo, sino a strappargli la promessa: cinesi non combattono cinesi, tutti uniti contro l'aggressione del Giappone. Pare ci fosse pure la mano d'acciaio di Stalin, che brigò per il rilascio del rapito. Dei Giapponesi, la Seconda Grande Guerra ebbe ragione infine; nondimeno, le fazioni dei cinesi non si conciliarono. Si ritirò quel Chiang, coi suoi, nell'isola ch'oggi s'appella Taiwan, e fu nell'anno 1949 che si proclamò la Repubblica popolare della Cina comunista.      
   
S'alzò, scostò la tenda. M'avvidi ch'annottava, fuori, benché sul cielo mai si fosse imposto il lume del sole, quel dì. V'era un'ampia vetrata, nella stanza: Dodamante m'aveva lasciato lì accosto, coll'agile fanale pronto a cogliere l'umore del borgo. La tenda era rimasta aperta, durante il dì: poco m'aveva punto, tuttavia, dello scomposto movimento nella via dabbasso. M'ero assopita, giacché di sonno m'intrideva i raggi, codesto cielo acquiginoso di Xi'an. 

- Il borgo nuovo si mantiene grande e industrioso, benché remoto dalla sovrabbondante vita delle megalopoli di Cina. Pare che fosse silente o quasi, la memoria del suo mirabile passato, quando nell'anno 1974 certi contadini scavarono un pozzo nelle campagne a oriente di Xi'an. Scopersero un tesoro di soldati e di destrieri che s'ergevano in ranghi apparecchiati alla battaglia, immoti e forti nella scabra eleganza della terracotta. L'Armata vegliava sull'eterno sonno di Shihuangdi, primo imperatore dei Qin, che pare fosse un piccolo tiranno di spietata costumanza. Quel sonno...

M'avvidi che il mio fanale era a mezz'asta. Pensai che Dodamante volesse redarguirmi per la scarsa attenzione che mostravo, ognora ch'ella d'umani attributi mi faceva. Tutta m'ingalluzzii, ed ella rise, infine. Ne fui riconsolata.

- Quanto di sangue e d'umana speme quivi ti faccio, cavalcatura mia!, proferì allora. Scendo dabbasso, a cercare del cibo, affinché d'altro che d'aria si riempia codesto stomaco mio, che tanto amaro ancor consuma. E domani, sei di riposo; spero non ti dispiaccia. Esco dal borgo, verso la campagna. La cavaliera Giovanna m'attende, nel tempio ove l'opera sua si spende. Che l'animo mio, laggiuso, si rassereni un poco. 

 

Beatitudini campestri
del 16-04-2008

Tornò, la sera fatta, l'indomani. Mi parve stanca, ma certo più serena, persino un poco euforica. La notte dopo il furto, la sentii voltolarsi nel letto; fui presa d'afflizione. Non dormivo io pure, giacché sovente le lunghe soste soporose tra le mura m'impediscono il sonno nella notte, infine. Nondimeno stasera ella sorride; so che la panacea della campagna sempre s'addice ai dolori della cavaliera mia.
 
- Povero il mio destriero, qui confinato, al buio! Così ella m'ha detto, rientrando, col lento passo del viandante affaticato al termine del dì.
- Con piacere t'avrei condotta, stamane, al tempio Shuilu’an, ove Giovanna e le consorelle lavorano solerti sull'argilla di mirabili sculture, che si disfanno alla sferza umida del tempo. Siffatto loco, nondimeno, era lontano cinquanta miglia dalla locanda nostra, e condurmi tu sola non avresti potuto. Sappi però che, laggiù, ho veduto qualche ottima cavalcatura tua pari che molto avea da travagliar colle mercanzie campestri; a un velocipede, pollame vivo s'appendeva, che la gente pel desinar volesse.   
        
Mi raccontò che il tempio s'innalzava nella campagna prospera di mais; il borgo grande più vicino s'appellava Lantian. V'era giunta con un torpedone, e infine un rapido tassì l'aveva presa, che del volto di Mao Tse-Tung si fregiava in un pendaglio. Riguardavo il mattino nebbioso su Xi'an, dalla vetrata di codesta stanza nella locanda; in quel tempo, laggiù mirava Dodamante la densa bruma che intrideva i grappoli delle pannocchie, le basse dimore di mattoni, la petrosa riviera e la montagna che dietro campi fecondi s'ergeva. Ella mi parlava con prospera favella di quel sito, ove il tempio buddhista (nella foto in basso a destra) s'ascondeva alle carovane dei turisti organizzati. Compresi che molto n'era rimasta impressionata. Xiūfù, restauro, aveva indicato la parola nel libretto di soccorso che sempre s'adduceva, nelle tasche. La donna e l'uomo Han, ch'erano sul portale, l'hanno lasciata entrare senza indugio. 

- Giovanna! Si volgeva colei alla parete, sovra al palco, accosto alle compagne. S'appressavano tutte, con sobria dedizione, attorno alle picciole statue dai mille colori, in pacifica armata schierate su quello spessore. Il muro di terra e paglia pareva forte, benché stretto dalla morsa dei secoli. 

 

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