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L'incidente di Xi'an 
Cavallette (e cavaliere) nella nebbia
Blog di DODAMANTE
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Nuove scorrerie di Cina
del 16-04-2008

Dodamante s'è stesa sul giaciglio; credo sia stracca, e non disfatta dallo scoramento, ora. Quella Giovanna, novello nome si fa per le mie antenne-freno. Vibrano i raggi miei, dacché sono curiosa di sapere: come la cavaliera mia conoscer puote, una donna gentil di tale nome, nel cuore della Cina che dall'italico suol si fa remota? Ella mi spiega infine che in antiche scorrerie, d'attorno al mediterraneo lago, vide Giovanna che s'affaccendava in trepido travaglio, in un complesso antico, diruto in parte. Le piacque la cura che colei spendeva, allora, in quel sito che fu di musulmani mistici (foto grande al centro, www.cfpr.it/pharaon/dervisci.pdf), nella grande metropoli d'Egitto ove speme di gioventù tanta profuse Dodamante.
 
- Perché non ero ivi, allora? le chiesi, un poco afflitta. Eppure già m'avevi come tuo destriero, lo ricordo. Per mesi, per anni pure, restai chiusa nel cavo d'una rimessa buia. Di ruggine si fecero le giunture mie...

- Laggiù, mia cara, le cavalcature a ruote di tua specie rischiano la cavezza, giacché i motori sono ubiquitari; le strade ai velocipedi atte non sono, e il cielo sovente si fa scuro di bruma velenosa. Questo nella città; fuori sono i deserti, ove per te è dura, parimenti. 
   
Non mi convince, Dodamante, invero. Campi di verdi fronde, e strade lisce nei deserti, devono esserci là pure; forse dimentica le nostre scorrerie d'Asia centrale, ove talora non poco faticai, sospinta dal calore furente della brezza. Eppure sana sempre la condussi.     
  
Nel tempio cinese, Giovanna s'apparecchiava attorno a quelle statue: erano il Buddha, e altri degli accoliti, che la cavaliera mia conobbe nelle cave di Mògāo e sul cammino ai confini del Tibet (vedere i due blog precedenti). 

 

Aerea solitudine d'umori
del 16-04-2008

Molte mani s'adoperavano attorno a quell'argille d'alto rilievo e di fattura eccelsa, che risalivano al secolo quindici dell'era cristiana; così mi lancia Dodamante, dal vano ove s'appresta alla doccia serale. Pulivano, nettavano i colori, e ancora infarcivano il forte muro occidentale d'altra argilla, che meglio sostenesse codeste statuette. Giovanna, Francesca e Valentina, un cavaliere giovane dal britannico idioma, quattro ancora d'alemanno verbo, e un capomastro che cinese era: sulla parete, tutta una squadra s'affaticava, ivi giunta dalle antiche accademie della remota Europa, da Monaco della Baviera e dall'alma Bologna (www.magazine.unibo.it/Magazine/Attualita/2007/12/18/Il_ mal_di_Cina.htm).     
Non tutto l'arco del dì aveva speso Dodamante nel tempio, così mi disse quando sortì dal bagno. Quella Giovanna l'aveva scortata sul pendio ch'alto saliva tra le nubi acquose. V'era un borghetto lungo la riviera, ove grappoli di pannocchie pendevano dagli aerei balconi, e dagli stenditoi. Ai piedi della costa che montava, Giovanna s'era ritornata per l'usato travaglio. La cavaliera mia era rimasta sola, tra le fronde che bordavano l'umido sentiero.
 
- Ho amato codesta ascesa solitaria, così mi dice ora Dodamante, mentre s'asside sul giaciglio a me accanto.
- La cavaliera che m'accompagnava m'ha lasciato il suo ricevitore, perché potessi, in caso di bisogno, chiamare qualcuno ch'era dabbasso, al tempio.

Ella di niente aveva abbisognato. Nuvolaglie stringevano il sentiero, che talora d'acqua s'intrideva; più in alto v'erano gradini, che il passo agevolavano. L'uggia del tempo affatto la salita aveva disturbato; in cima al verdeggiante colle, s'avvide Dodamante che il sentiero proseguiva lontano, girando per la costa. La bruma scendeva tra i dirupi; d'improvviso s'aprì il baratro del fondovalle. Rimase senza fiato: quegli aspri fianchi erano pur conquisi dall'umana possenza, giacché un ponte laggiù si sospendeva, e nella valle echeggiava la marcia dei convogli. Non era una visione d'infinito, come siffatta che la spaurì dinnanzi al fiume Taolai (vedere il blog precedente, paragrafo “L'infinito”); ma l'aerea solitudine d'umori, che la prese allora, le diede una quiete dolorosa, il senso panico d'appartenenza al cosmo. Esso, nel corpo di lei, segnava la sua immagine: i polmoni erano quelle nuvole, il fegato era quel bosco.
       
- Mi parve che, se più a lungo fossi rimasta, le piante mie, che al suol m'equilibravano, si sarebbero avvinte a quelle rocce. Così le mossi, e rapida discesi. 

Fui colpita da siffatte parole; ella pareva colta da mistici furori. Forse se ne pasceva per estinguere l'afflizione che il furto le aveva provocato. Temetti che il viaggio nostro di Cina più non terminasse; mi riproposi allora, nella locanda di Xi'an, d'alleviare gli stenti del percorso, all'avvenire, per quanto possibile mi fosse. Benché fretta non avessi, come si sa, d'arrivare a Pechino.  

 

La nuova Armata
del 16-04-2008

Sola, nuovamente, nella locanda: il mattino ancor si fa di bruma, oltre la vetrata della stanza. Forse il cielo di codesto borgo altro color non ha, già mai. Comunque sia, Dodamante è sortita col torpedone di pubblico uffizio, stamane; così m'ha detto almeno. La straordinaria Armata, che i contadini trovarono nella campagna, una trentina d'anni or sono, giace in quel sito ancora, ventidue miglia discosto dalla cella mia. Quivi m'addormo pure, nella luce balenga del dì. Restarvi non mi spiace, infine: adoro i percorsi di campagna, ma non la bruma. Molto avrei amato, invero, la vista delle cavalcature ch'a tale Armata rendevano servigio, nella fissità immortale della terracotta. So bene, tuttavia, ch'ai velocipedi laggiuso oggi si sbarra il passo. E infine, quel sito era lontano, per il telaio mio; la strada ignota.
Schiocca il battente della porta. Ecco la cavaliera mia ch'ora rientra: cupo il sembiante, e di cipiglio fosco. Ancora un incidente! Crollo le ruote, lassa di novelle avverse. Quasi rimpiango quel tempo che rugginosa mi vide nella rimessa buia, mentre che Dodamante scorreva nei deserti del Mediterraneo. Ella non parla, non siede, non figge l'occhi all'angolo mio oscuro.  

- Cosa... vorrei scampanare il sonaglio, perch'ella guati me e mi risponda a tono. Ma niente più mi resta, ch'alto possa levare un suono. Tutti i sonagli ho perso, e m'esce un miagolio, che nulla puote per quello scoramento nuovo.

- Cavalcatura mia, mi dice infine, di sonno quasi avrei nutrito siffatte ore del dì, se conosciuto avessi prima l'aspro ronzio di quel famoso loco! Ivi s'affolla una masnada che scoppia lumi a granata, immortalandosi dirimpetto ai quei guerrieri che s'ergono nella terracotta. E resta invero un segno, che le fotografie vieta; ma forse, codesto pure, è una vestigia antica. Sappi che, nel borgo di Lintong, ove l'Armata sosta, grave si fa l'assedio della fanteria nuova che s'arma d'apparecchi come codesto che mi fu sottratto, e quello che vengo d'acquistare. Costoro centinaia sono, forse migliaia: loro dinanzi, ogni dì, impallidisce quell'esercito di terracotta, che pure conterebbe oltre settemila di soldati, e centinaia di cavalcature a zampe. Siffatta giornata mi fu piuttosto in uggia; nondimeno la storia ora ti porgo, giacché curiosa ti so, e sollecita per la cura mia. Ma più non dimandare. 

 

L'assedio delle fosse
del 16-04-2008

- Nel mezzo della nebbia di stamane, dinanzi alla stazione ferroviaria, mi prese un torpedone d'asettico nitore. Per quell'Armata andava; del rock occidentale si celebravano le note, nel video che il viaggio accompagnava. Una giovane Han studiava il mio sembiante. «Xi'an? There are many places of interest», così diceva ella, «ma è una città molto affollata». Voleva esercitare la britannica favella sua, giacché col Business English s'era intrattenuta negli anni d'università. Mi disse d'aver studiato il giapponese pure; ma tale idioma più non ricordava. Discorremmo, nel tempo che ci volle per sortire dal borgo di Xi'an; ella veniva da un villaggio non remoto della provincia dello Shaanxi. Scese prima di me: aveva la grazia d'un fratello – giacché nelle campagne di Cina questo per gli Han si puote, pare, se il primo figlio è femmina – e da costui stamane si recava, in visita, nell'ateneo ch'alla Tecnologia quivi si consacra (www.xaut.edu.cn/english).   
 
Divagava, Dodamante, nel racconto. Volevo sapere di quei guerrieri, delle cavalcature loro. Ma nulla potevo dire, dacché premurata s'era d'avvisarmi: niente domande. Sul giaciglio s'accomodò.  

- V'erano tre pozzi; ovvero, tre enormi fosse d'umana fattura, ch'al riparo di tetti disvelavano quell'Armata. Pare ch'ogni viso di statua sia diverso dall'altro; che quei soldati siano alti, più della norma degli Han. Mercenari sono, forse, d'Asia centrale: arcieri e cavalieri, conduttori di carri, fantaccini di spade e lance armati. Vivaci di colori erano, un tempo; oggi di ciò poco si vede, sul nudo manto della terracotta. I cavalli sono pure della grandezza che si dà in natura.

A stento mi figuro la distesa di militi silenti e di destrieri, scorta per l'anima dell'oscuro primo imperatore dei Qin. Non m'è difficile, in vece, figgermi nello spettacolo della folla d'umani che s'addensano oggi ai parapetti, s'accalcano sullo sfondo dei soldati immoti; l'immagine di questi movendo, infine, attorno al globo. Un fremito si propaga tra i raggi miei: Dodamante sempre s'imbatte in lochi neri di mondo, oppure d'opposto segno, deserti propriamente. So ben io, per certo, quali preferisce. 

 

Il mistero dell'imperatore
del 16-04-2008

La vetrata mi rivela la notte animata della via Xiba Lu. Dodamante poco propensa pare a pascersi di quei lumi dabbasso. È ancora il turbamento di quel furto, o la spossatezza del dì che muore, forse. Ella ristà, ivi nel letto.

- Domani, tu pure risorgi al lume che s'asconde nella bruma! Questo mi dice ora, e non so s'allegrarmi di cotal novella, giacché il fastidio della nebbia mi s'oppone.
- La cavaliera Giovanna al desinar ci invita, alla magione sua; speriamo che il tempo per noi si faccia mite.

Ancor vegliava, la cavaliera mia, su quel giaciglio stesa. La favella di lei s'aperse nuovamente, giacché s'accorse che il racconto doveva terminarsi. Era rientrata a notte, nella locanda: il lume del dì spento non era, quand'ella dall'Armata s'accomiatò, lassa di mondo e d'umido turbata.  

- A piedi me n'andai, sotto la pioggia che pungeva siffatte carovane d'idiomi tra i più vari. Marciai nell'aspra solitudine della via che s'impantanava; sovente essa si faceva viva, a dire il vero, popolosa d'uomini e di donne che in cesti tenevano i rossi pomi a vendere. V'erano pure guerrieri da giardino, plasmati nella terracotta nuova d'una officina; due velocipedi, a guardia loro. Per nulla vagheggiavo codesti melograni; trovai delle patate dolci, e si saziò così il vago brontolio delle viscere mie. Fumava, nella nebbia, quel tubero giallastro; fumava di vapore, quel cielo grave d'acqua. Ciò malgrado, vidi un portale a lato della via. La cima d'un colle si dissipava nella bruma, lì entro. Volli salire su quel purgatorio.

Molto m'ha impressionato, Dodamante. Ella s'arresta, e tace. Ecco che temo, ora, che venga d'altro incidente la novella. Forse s'addorme, e io ristò nel dubbio. Ella si scuote, infine; e il dubitare mio quivi si spegne.  
 
- Quel colle era la tomba di Shihuangdi, il primo imperatore dei Qin, che l'Armata vegliava (www.repubblica.it/2007/07/sezioni/esteri/guerrieri-xian/guerrieri-xian/guerrieri-xian.html, www.pbmstoria.it/dizionari/storia_ant/q/q001.htm). Molte terre di Cina conquistò, e una ne fece, grande, di strade e di canali ricca; una moneta impose, e una scrittura, e un unico sistema di misure. Fu eccelso e orribile al contempo: giacché si dice che i testi a lui sgraditi pose in fiamme, e pure seppellì non pochi di viventi. Morì costui nell'anno 210 prima dell'era cristiana. Trentasei anni di lavoro duro; più di settecentomila operai, per quel tumulo che a stento si vedeva, nel mezzo della nebbia. Pare ci fossero mirabili tesori, nel ventre ascoso della tomba, e rivi di mercurio; di quell'interno, nondimeno, nulla si vede al dì presente. Forse fu depredato, benché si dica che non vi siano evidenze di saccheggio; quel sotterraneo sempiterno letto non s'apre ancora, infine, e il mistero perdura. Vi respirano sopra erbe e melograni. E la nebbia vi regna; almeno al dì presente. Annottava, quando uscii dal sito. Nella via per Xi'an, all'arduo assedio della pioggia un torpedone mi sottrasse; e quivi sono.

 

Cavallette in moschea
del 16-04-2008

Stamane, anche per me s'è rivelato il borgo di Xi'an. Dopo tre giorni di clausura, m'ha sospinto infine Dodamante per quelle strade ove s'ammassano gli umani e le cavalcature: in specie ora, che di festa è tempo, giacché la fondazione della nuova Cina popolare si ricorda, nel dì che passò da sessant'anni quasi  (http://en.wikipedia.org/wiki/Public_holidays_in_the_People%27s_Republic_of_China). Il grigiore del cielo s'è bucato, in un baleno di fugace allegria: mi conduceva allora piano, la cavaliera mia, per la cavezza, nell'angusto cammino tra i banchi del bazar dei musulmani Hui, che molto s'affollava del passeggio di visi occidentali. Speravo di lanciarmi nella corsa, o al trotto almeno; ma fui delusa, dacché quell'andatura era per me blando rimedio alla recente inerzia. Nel labirinto dei vicoli più stretti, entrammo nella corte d'un palazzo che pareva antico. Fui ammessa io pure, oltre il portale primo, ove d'altri velocipedi era la sosta. Quivi mi legò Dodamante; l'attesa mi fu dolce, dacché di sole vibrava l'aria fugace, in quel cortile ch'era una moschea, benché assai bizzarra mi paresse. Non ricordavo d'averne mirate di tal fatta, nel viaggio nostro in terra d'Asia; Dodamante pure sembrava assai sorpresa. Nel canto quieto ov'ella mi lasciò, vedevo poco invero, del complesso: mi parve grande, e ricco di giardini. Benché, dai tetti, l'avrei detta pagoda; per nulla m'apparve poi la sala di preghiera.
 
- Era sul fondo della quarta corte, cavalcatura mia, di tegole turchesi ricoperta, codesta sala che quivi veder non puoi; così mi parla Dodamante nell'or della sortita. Fiero cipiglio ancor nell'occhi suoi si finge. 
- Ma non fartene un cruccio: a me pure s'impedì la via, entro la sala ch'ai musulmani solo si riserva. Un poco mi dispiacque, in verità: giacché vidi berciare giovani e bambini, là entro, che punto si raccoglievano in preghiera. Solo, erano essi cinesi musulmani; ed io non sono. Pazienza, invero; tu sei stata accolta, nell'angolo silente di siffatta corte. Sappi che, pure il minareto, pagoda sembra; molti di visitatori in gruppo affollano le corti. La moschea si dice dei primi tempi dell'Islam di Cina; benché si veda, al dì presente, quanto si fece all'epoca Ming e Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm).
   
Uscimmo nella via, ancor d'anime fitta; corremmo un poco, infine, ma il piacer mio fu breve. D'aria brumosa s'empì di nuovo il cielo.

 

La dolce cura dei destrieri   
del 16-04-2008

M'arrampicò la cavaliera mia su per una scala, linda e un poco buia. Ivi in obliqua posa m'avvinse,  e lì ristetti. Sparì ella nel retro d'una porta: Giovanna! Sentii quel nome, ancora, e vidi infine la donna gentil che di Dodamante cura si diede, dopo quel dì che delle immagini fece rapina. Capii che la dimora troppo picciola era per contenere la misura mia; e non mi rattristai. Presto sortì di nuovo Dodamante; ma non mi prese, giacché – così mi disse – andava a piedi in quel museo di storia, ch'era lì accosto. Torno presto, mi lanciò ella; nel cavo della scala riposai, serena. 

- Non grande, era, ma ben fatto. Così m'è parso codesto museo dello Shaanxi; benché poco ancora districarmi sappia, nella lunga storia di Cina. Così m'ha detto Dodamante, quando di nuovo m'ha sospinto sulla via.
- Mirabili statuette ricamate nella terracotta, di varie dinastie; avresti amato quei piccoli destrieri, e quel cammello, e i favolosi animali che ho veduto, e ancora guerrieri e cavalieri, di taglia minima, che delle tombe s'ergevano a custodia. Mi spiace sempre, lasciarti altrove, quando ai musei m'accosto. Sogno che un dì con te mi possa accompagnare, in visita, in una galleria d'esposizione. Forse siffatto museo già esiste, in qualche remoto angolo del globo; fin qui, non ne ho incontrati.
      
Mi piacque quella cura ch'ella mi mostrò, nel mentre ch'al trotto mi spronava. Era il viale Chang'an Beilu sempre più affollato, nell'ora che s'approssimava al vespro. Arrivammo infine a una barriera, lustra di metallo nuovo: quivi il passo era interdetto alle cavalcature di mia specie, sul sito ove s'ergeva la pagoda della selvatica oca piccola. Mi strinse Dodamante a quella grata, in compagnia d'un albero minuto. Torno presto, mi disse ancora. Mi lasciai fare, cullata dalla dolce premura ch'ognor m'assicurava la cavaliera mia. 

 

Pagode di mille meraviglie 
del 16-04-2008

Oltre la grata, s'apriva un ombroso giardino ove Dodamante disparve, con andatura lesta. Codesta è la vita del velocipede, nei grandi borghi almeno: alquante soste, poche corse al galoppo, discreti tratti al trotto. Ecco che viene, sul fare della sera, e m'accarezza sul dorso della sella; serena pare, ella, d'agile sguardo e vivo. 

- Cavalcatura mia, sapessi, nell'augusto giardino s'apre una galleria di mille meraviglie: si trova una campana, il cui tocco procura la fortuna e le sciagure caccia, per poco di denaro. V'è un edificio a tempio, che ninnoli copiosi provvede ai compratori. E un museo novissimo, ove ancora ho veduto la statuetta d'un cammello, e altre di Buddha e della schiera sua. S'erge nel mezzo del giardino una pagoda di mattoni, di semplice e nobile fattura: è mozza in cima, giacché sovente la scosse il cupo rombo della terra in moto. Accompagnava un tempio, che nel secolo otto dell'era cristiana vide passare i testi sovra il Buddha, ch'ivi si traducevano; nulla ne resta invero, di quel tempio, giacché ostile al buddhismo si fece il secolo seguente. Dalla cima dell'augusta torre, vedevo il borgo di Xi'an svettare architetture nuove, sul fondo della bruma; tre giovani cinesi, allora, m'hanno interpellato. Molto si dilettarono, le tre, nel farsi immortalare assieme al mio strano sorriso d'Occidente. Nulla loro negai, del mio esotismo; di buon grado mi concessi alle immagini che di me vollero prendere. 
  
La luce bieca del meriggio sbiadiva nel nero vivo della sera; Dodamante, di girar pel borgo, ancor non era paga. Ci ritrovammo su per uno slargo che montava alla pagoda grande: d'arancio nella notte si faceva, mirabile veduta sul fondo della piazza ove s'accavallavano i giochi degli infanti. Bella mi parve, della selvatica oca grande la pagoda, ove pure s'ospitarono e furono tradotti i testi del buddhismo nel cinese idioma. Questo mi disse la cavaliera mia; e nulla proferì sul nome strano. Ardevo invero pel disir d'avvicinarmi all'aureo monumento: provammo assieme, ma duro s'elevò il monito che venne dai gendarmi. I velocipedi fuori dalla piazza! Così mi parve di capire;  Dodamante spense nel cruccio l'energie del dì. Cavalcatura mia, indi concluse ella, ora rientriamo alla locanda. Domani ti prendo nel meriggio; e il dì seguente, è tempo di partire.  
        
M'aspettavo codesto pensamento; ma quando venne, un poco sobbalzai. Sempre mi turba il repentino moto delle ruote mie, sui torpedoni d'Asia. 

 

Il Tao e il potere della scrittura
del 16-04-2008

Ella sortì al mattino, in quell'ultimo dì. Rimasi volentieri, invero, nella stanza, accanto alla vetrata: ancor di bruma si nutriva il cielo, e il tedio di quel grigio alquanto mi spiaceva. Sul fare del meriggio ella tornò, e volle riposare qualche istante, prima di riandar fuori coll'accompagno mio. Attesi che venisse la di lei favella; serena parve, e d'umile sembiante, la cavaliera mia, benché molto di parole non mi porse. Mi disse d'aver seguito delle mura il tracciato, a piedi. Lungo il fossato, s'aprivano i giardini; ginnasti anziani vi s'intrattenevano, e pochi infanti al passeggio. All'est si volgeva, il cammino suo, accosto a quella cinta. Fuori le mura s'era addentrata in un quartiere ove, tra i vicoli, dominavano i cicli; per nulla pareva antico, tra basse case di mattoni e il trionfo dei grattacieli intorno. Sull'uscio aperto d'una casa, una donna minuta sedeva; l'enigma di quel viso antico s'alzava sulla grigia veste d'ordinanza. Forse prendeva l'aria nella via, come fanno talora le donne nell'italico suolo che volge verso il sud. Oppure s'adoperava a controllare il passaggio. Dodamante fu colpita dai piccoli suoi piedi, questo mi disse: giacché l'uso delle fasce, in Cina, più non perdurava da quasi cento anni, almeno per la legge (www.bbc.co.uk/dna/h2g2/A1155872, www.liceoberchet.it/ricerche/geo4d_03/Cina/piedi_3 liv.htm). Forse erano di natura, piccoli, quei piedi; e la donna, come un uccellino che raccoglie l'ultima minutaglia della vita.

Dodamante vide aggrumarsi le botteghe degli incensi, e capì ch'un tempio doveva aprirsi, là accosto; vi giunse, infine. Agli otto Immortali del Dàojiào si dedicava l'edificio: poco ella sapeva di costoro. L'Islam e il Buddha soli s'erano affacciati sul cammin del viaggio nostro, nella Cina dell'ovest. Ecco qualcosa che pareva nuovo: rizzai le antenne-freno. Ma ella tacque, e poco dir mi volle.  

- Cavalcatura mia, sappi che il Tao dell'universo è fondamento, e principio dinamico che regola il corso delle cose. Poco di più dirti saprei, sulla questione: giacché esso è l'ineffabile; trapassa i sensi ed il pensiero, e la favella quivi s'arresta. Sovente il Dàojiào, che per noi è il Taoismo, fu detto religione domestica di Cina: dacché il Buddha era d'importazione d'India, e Confucio fondò piuttosto una filosofia. Sono, quegli Immortali, come dei santi di singolar possenza; il loro corpo non si deteriora, volano sulle nuvole, si nutrono di vento, fanno parte del cosmo. Hanno il dono dell'ubiquità, benché amino, in specie, talune montagne sacre.

S'immerse nel silenzio. Poi riprese. 

- Campionario d'odori quel tempio si faceva; era detto quasi millenario, per la sua fondazione prima, all'epoca dei Song. Pochi si raccoglievano in preghiera, sui disagevoli inginocchiatoi dirimpetto alle immagini. Nei cortili, nondimeno, gli incensieri erano colmi; ivi l'aria s'impregnava di fumiganti aromi. In una delle sale v'era uno scrivente, una monaca credo, a tracciare neri ideogrammi col pennello. Nella Cina antica, lo scritto aveva una potenza sacra, giacché per esso si svela la forma segreta degli esseri e si decifra il mondo. Così ho capito, almeno, e credo ch'una delle tradizioni taoiste molto si fondi sul simbolismo della scrittura sacra. 

La scrittura, ancora. Era forse quello, che tanto aveva avvinto Dodamante in siffatto loco che oscuro mi pareva, e astruso, invero. Pure, ella si stringeva in tale misticismo nuovo, come già m'era parso la sera dell'ascesa sul colle sopra Shuilu’an. Nondimeno sembrava calma, e ancora mi stupii ch'ella più non dissertasse del furto di Xi'an. Restò in silenzio, immota sul giaciglio, e lasciò che la curiosità mia sola svanisse.   
             
Più tardi, nel meriggio, fummo fuori. Vidi faticare alquanto certe consorelle mie, col basto rigurgitante di copiosi frutti. V'erano ivi melograni, e uva, e strani aculei che s'ergevano nell'aria: spiedi d'acini succulenti, melucce e altro, di glassa ricoperti. A un crocicchio, un tenero infante s'accavallava a un dorso d'uomo, le natichelle al vento (foto sotto). Non era il primo, invero, che di simili calzoni si dotava; altri m'erano apparsi, nelle lande di Cina. Quivi gli infanti possono adoperarsi in fretta, alla bisogna, in ogni loco. Ancora trovammo di straordinarie meraviglie, nella capitale antica di Xi'an. Ma ciò non fu bastante per trattenervi la cavaliera mia; partimmo, il dì seguente, pel borgo di Luòyáng. Malgrado il Tao, Dodamante sciolta non era dall'uggia che tutta quella nebbia procurava; e parimenti io.  

 

Note tecniche
del 16-04-2008

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.  

Per il pernotta- mento a Xi'an: Ludao Bīnguăn, tel.029-87420308, 80 Xiba Lu, xalvdao@ 163.com. Camera doppia con bagno: 100 yuan, costo negoziato. È possibile ottenere nella reception una mappa della città e utili informazioni sui siti e sugli spostamenti (in particolare, per andare a vedere l'Armata di terracotta e il tempio di Shuilu’an presso Lantian). Dall'albergo (anche ostello) si può andare a piedi nel centro della città (torre della campana e del tamburo, quartiere musulmano e grande moschea).  
 
Sul taoismo, si possono consultare in italiano:

-M. Raveri, «Taoismo» (p.393-419), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p.
-www.tuttocina.it/tuttocina/filosofia/taoismo.htm.

Nelle foto sopra, da sinistra a destra: il milite e l'Armata di terracotta; cavalcatura umana per infante, e velocipedi al lavoro.

 

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