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Luoyang e la Mecca del Kung Fu
Dalle memorie di Suor Deodora
Blog di DODAMANTE
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Il dolce turbamento del convento
del 14-05-2008

S'apre il tempo della bella stagione, o meglio esplode d'improvviso, d'attorno al convento ove trascorro l'ore mie affaccendata alla scrittura. Le consorelle paiono indaffarate e solerti più di prima; ma tutto ha una nota d'allegria, giacché quando si leva il sole – certo e fermo nei cieli azzurrini che si spandono sopra codeste mura – rinasce la speranza ch'a tutte rinverdisce il cuore. Benché poco discorra con le suore, vedo e annuso l'aria che d'intorno svapora, in siffatte giornate di primavera tardiva. Sereni i visi, leggiadre frusciano le tonache per le fiorite corti del convento; qualcuna canta, altre bisbigliano tra loro, quasi educande timidamente innamorate; schiocchi di cristalline risa inseguono i volteggi dei giovani usignuoli. Chissà cosa sperano che cambi, le consorelle, nel prossimo calore che presto intriderà i frutti della terra e le acque del lago; certo sanno che la vita, per loro, s'adagia al ritmo delle vive e delle morte stagioni che dipingono le mura del convento. Eppure, quando il mirto si veste di fiori, e la campagna d'intorno s'ammanta delle rosse corolle dei papaveri, tutte paiono ringalluzzarsi; le sere si fanno lunghe, e molti lumi s'attardano. Persino la badessa più non si cura dei notturni lumi; l'ho sorpresa, una volta, sulla terrazza del convento che s'apre alla campagna. Guatava la striscia di luce che perdura sull'acqua, al tramonto, e le falene che battono l'ali sull'edera, e le nottole della sera. Voi qui! m'ha detto, imbarazzata un poco. M'era parso che qualcuno scotesse il batacchio del portale, le ho risposto, serena. In verità, curiosa ero di vedere cosa attirasse l'attenzione di lei, fuori dalle mura. Ella m'ha rivolto un barlume di sorriso, e nulla più ha aggiunto. Credo sappia leggere l'inquietudine che negli occhi miei balena; giacché il tempo della bella stagione acuisce il desiderio mio di ritornare in strada, e di deporre la penna. Ma tempo non è ancora: il racconto del viaggio d'Asia non s'è compiuto. È dunque buona sorte che nessun cavaliere sia venuto a reclamare la mia compagnia, nel convento, per nuove scorrerie. Ma questo attendo, non lo nego; e per intanto, mi faccio forza a ricordare quelle nebbie di Cina ove i monaci mi turbarono, benché il cuore non si scaldasse al lieto tepore dell'astro ch'alla presente stagione quivi regna.

 

Sotto il giogo del caso
del 14-05-2008

Fui a Luòyáng, con la Cavalletta, per le circostanze che il viaggio m'impose. Come si sa, avrei dovuto essere a Pechino già da tempo: ma i convogli ferroviari a noi erano interdetti, giacché i velocipedi non vanno con gli umani, sui treni della Cina. Dopo il gran rifiuto che ci opposero in quel di Jiāyùguān (vedere il blog “Ai confini del Tibet”), mai più tentammo l'avventura della strada ferrata, fintantoché restammo in codeste terre che d'ideogrammi s'ammantano. A Xi'an, invero, v'erano torpedoni per Pechino; era tempo di festa, tuttavia – la fondazione della nuova Cina popolare si ricordava – e le cavaliere Giovanna e Francesca avrebbero goduto d'una speciale dispensa dal lavoro, per una settimana (vedere il blog precedente). Andavano a Luòyáng, nella provincia vicina di Hénán, per recarsi al tempio che vide nascere l'arte del Kung Fu. Andavano col treno, a noi interdetto dunque. Lo stesso dì della partenza loro, presi con la Cavalletta un torpedone a ruote, dalla stazione dirimpetto alla locanda nostra di Xi'an.
Era il borgo di Luòyáng a est di Xi'an; m'avvicinavo così alla capitale, seppur con la lentezza cui mi costringevano il destriero e la casualità degli incontri sulla via. Quando pure si trattò di cavaliere note, il percorso di Cina si fece imprevedibile; chiara era la meta solo – Pechino, e poi la Russia – ma per il resto, la via cinese si sciolse in larghi giri, in ampie soste in borghi sconosciuti, che pure non potrei dire deviazioni. Giacché deviar si puote, ove si vuole abbandonare la maestra via che ben nota permane al viaggiatore. Ma strada niuna conoscevo, allora, in quelle remote terre di Cina; così m'abbandonai alla fortuna degli incontri e dei trasporti. Infine, al giogo del caso, non male m'accomodai.
Circa settecentocinquanta miglia v'erano, dall'antica capitale di Xi'an alla nuova di Pechino; tempo mancava ancora, ai giochi olimpici che mi studiavo di scansare, dacché il tumulto delle folle m'era già ostico allorché il secolo Dodamante mi nomava. La Cavalletta non era dell'avviso, almeno credo; mi parve che l'andatura rallentar volesse, perché ci ritrovassimo a Pechino nel pieno dell'estate memorabile dei giochi. Sovente è presagio di sciagure, quando il destriero non asseconda il cavaliere suo; ma ora che tutta la storia del viaggio si compone nella memoria mia, nel vano ombroso di siffatta cella del convento, so per certo che mai furono gravi le divergenze nostre. Ovvero, l'arioso zigzagare su inattese vie portò fatica; e quasi volli a un punto inviare la mia cavalcatura a Mosca, affinché laggiuso attendesse la traversata mia della Siberia da semplice militessa della fanteria. Ma il cuore non sostenne l'idea dell'abbandono; e vinsi la fatica, e mai mi separai dalla Cavalletta mia, ch'ora quivi riposa nel fienile.

 

Viaggio tra i pomi
del 14-05-2008

Passato il mezzodì, un convoglio ci prese, alla stazione di Xi'an, vuoto di mondo e di mercanzie privo. Così fu solo per le prime miglia; giunti che fummo nei sobborghi di quella capitale avita, lunga si fece l'attesa nell'uggiosa piazzola, tormentata dall'acquerugiola fine che dal cielo lanoso si spandeva. Alla Cavalletta fu allargato un pertugio nella stiva, che si colmò di casse ove albergavano i melograni. Spazio niuno rimase pei bagagli, ch'a bordo furono issati. E ancora, casse di pomi trovarono posto sugli scranni che non s'occupavano con l'umane membra. La mia cavalcatura, della morsa tra i frutti non patì, dacché correttamente era apparecchiata, nel vano della stiva. L'interno del convoglio, in vece, di quei pomi sofferse un poco: una cassa precipitò da uno scranno, e i rossi melograni presero a rotolare giù pel corridoio. La donna Han che s'occupava dei biglietti riassestò il carico come poté; ma i pochi passeggeri raccolsero quei pomi, e molti ne spaccarono, per pascersi del succo dei delicati semi. Tinse di rosso, quel succo, le mani, gli scranni e il camminamento del convoglio; cosicché, quando scendemmo, la stiva ov'era la Cavalletta, tra le casse intatte, ne risultò più netta.
Lungo fu il viaggio tra siffatti pomi, giacché il convoglio a ogni pié sospinto s'arrestava sulla via, affinché nuovi passeggeri potessero salire. Duecentosettanta miglia v'erano allora, tra Xi'an e il borgo di Luòyáng, o forse meno; ci vollero sei ore, o forse più, benché il cammino fosse autostradale. «Rain, snow, ice, fog», così potei leggere lungo la via. Dei quattro flagelli preannunziati nel britannico idioma del cartello – pioggia, neve, ghiaccio, nebbia – v'era un poco del primo, e dell'ultimo pure; mai il sole si levò, durante il viaggio, e parimenti dopo.

 

La memoria del sole
del 14-05-2008

- Potessi rivedere la luce di quell'astro che sempre accompagnò le primavere mie d'attorno al mediterraneo lago! Mi sorprese codesto pensiero, che d'improvviso balenò tra il rosso dei pomi rotolanti nel convoglio. La stoppa bianca del cielo s'incupiva ognora, sui campi verdissimi ove s'incuneavano talvolta profondi avvallamenti.

- Avrò bisogno d'una dimora pel ritorno, ove meditare e vergare d'inchiostro le pagine mie, nel mentre che il gelo indurisce il corpo della terra.

Siffatto pensamento, pure, mi colse di sorpresa. Non perché, già allora, mi figurassi il silenzio del chiostro che m'accoglie al dì presente, alla scrittura intenta come infin m'aggrada. Mi punse meraviglia, giacché ivi compresi che fatta non ero pel viaggio sempreverde del nomade, che in ogni dove le masserizie accampa, e senza indugio poi le sposta altrove. Cercavo il sole, nella bruma perenne dell'incipiente autunno di quell'est di Cina. Ci arrestammo sulla via, nel bivacco che tanto s'apparentava all'area di servizio d'una superstrada d'Europa. Quivi mi colse la fragranza che avrei detto di puro cappuccino; la toeletta era alla turca, così almeno mi sovviene, d'assoluto nitore. Nessuno vidi scatarrare sull'asfalto, o nel convoglio. Ancora pensai al desiderio d'una casa.

- Le sillabe latine, arabe o russe, il greco idioma, o il turco che si spande in Asia; sin lì arriva la dimora mia, così mi pare almeno.

Una vampa nel petto mi prese; dirsi poteva, forse, nostalgia. S'arrestò infine il torpedone nel borgo di Luòyáng, nel buio d'una via che m'era ignota. Segno mi fece il conduttore: era lo sbarco. Raccolsi il basto della Cavalletta, che dabbasso m'attendeva, pronta, serenamente adagiata sul tronco d'un albero di strada. L'uomo che l'aveva deposta rimontò lesto sul convoglio.

 

Navigare a vista
del 14-05-2008

Navigai a tentoni nel corpo della città oscura. Mappa non possedevo di Luòyáng, giacché mai avevo immaginato di sostare in siffatto borgo, nel mio viaggio con la Cavalletta. In una bottega, a due passi dal loco dello sbarco, mi servii dell'apparecchio che vi stazionava.

- Hallo, hallo! Mingyuan Binguan? Your address in Chinese?

Passai la cornetta alla donna Han della bottega, assieme alla penna e al taccuino che il mio viaggio sempre accompagnavano. Ella annotò, svelta, gli ideogrammi che m'avrebbero condotto alla dimora della notte, ove speravo di ritrovare le compagne mie di tale sortita nella provincia di Hénán. La donna mi fece un cenno: di là, da quella parte. Ivi sospinsi la mia cavalcatura, sul marciapiede buio. Voltai a manca, nella seconda strada che mi capitò di incrociare. Ancora domandai ai viandanti ove fosse la locanda; s'aprì senza fallo la via alle ruote nostre, e in breve fummo dentro. Nella ricezione, una donna ci accolse con stanca distrazione. Di Giovanna e Francesca traccia non v'era. Presi una stanza, grande, a un piano alto. Per tre persone, spiegai; le altre due arriveranno. La Cavalletta condussi all'elevatore.

- No, no! disse la donna, segnando a dito la mia cavalcatura.

- Yes, yes! risposi con fermezza. La porta del montacarichi si chiuse, noi dentro.

La sala da bagno pareva trasandata, e la seconda notte acqua calda non venne. I giacigli non brillavano di splendido candore. Nella stanza legai la Cavalletta, tuttavia, e scesi per estinguere il morso della fame.

 

Le cavaliere ritrovate
del 14-05-2008

Ricordo la fiacchezza di quella prima sera di Luòyáng, lo scoramento che mi procurò il viale buio ove sorgeva la locanda, il disagio di siffatta ricezione che pareva ostile: ai velocipedi, ai visi europei, ma pure, forse, a quelli di tutti gli avventori. Pensai che fosse l'effetto delle mie nostalgie, e della fatica ch'oramai m'attanagliava forte. Malgrado le disavventure che m'occorsero a Xi'an, mi ritrovai a comparare l'allegra gagliofferia di quelle strade, l'esperta premura del personale della locanda ove avevo dimorato, laggiuso, con la pigra sciatteria di codesta dimora per i viaggiatori. Tardi era, per cambiare indirizzo; e le due cavaliere ch'attendevo, quivi sarebbero sbarcate.

Nella quiete del chiostro, m'arriva a volte di studiare la differente natura del silenzio: è la pace della sera che dilaga sui fervidi campi che stringono il convento, la vita che esala l'ultimo respiro del dì e tace di sé, nella notte; donde il cor non si spaura. Il silenzio di quel viale di Luòyáng m'impressionò, e mi sentii addosso l'acre puntura della solitudine. Per buona sorte durò poco, siffatto turbamento. D'improvviso s'aprì una strada, a manca, che dal viale taciturno lontano si dipartiva. V'era quivi un tripudio d'insegne rosse, gialle e d'altre tinte, e molti barroccini ch'offrivano varia mercanzia: spiedi di carne e pesce, anzitutto. Volli provare una delle locande ove il desco s'imbandiva. Vi entrai, rasserenata un poco. Fui accolta dal largo sorriso d'una ragazza Han, che tutta si profuse nell'interpretare i desideri miei. Miàntiáo, spaghetti, dissi. Quel viso s'illuminò; ma sulla salsa mi perdetti. Non mi sovvenne, sul momento, la formula preziosa che sovente mi risparmiò l'arsura della gola, «bù làde». Il piatto che giunse mi piccò il palato. Strizzai due lagrimucce; fu allora che arrivò il trillo latore d'un messaggio, dal picciolo apparecchio d'italica memoria ch'ovunque fu efficace, nel mio viaggio. «Alla locanda siamo», così scrivevano le due. Pagai. Ci ritrovammo pel viale oscuro che tanta parte ebbe nell'afflizione mia di quella sera.

- Nulla ci dissero di te, nella locanda, né della stanza grande che per noi si riservava.

Così Giovanna e Francesca mi raccontarono. Un poco impermalite, s'erano acquartierate in una camera angusta, col bagno che esalava sgraditi olezzi. Vennero infine nella stanza grande, ove la Cavalletta già nel sonno s'era placata, chiuso il fanale, sul fianco d'una madia.

 

Verso il monastero
del 14-05-2008

Il torpedone che ci prese, al mattino, si corredava dei servigi d'una guida, la cui favella di Cina ci sfuggì alquanto. Mi ritrovai coll'altre cavaliere italiche, sugli scranni che qualche cimice ornava, senza la prode cavalcatura mia rimasta, quel dì, al giogo chiuso della stanza, nella locanda. Mal non gliene incolse, benché il loco del parcheggio grato molto non fosse a lei; e a niuna delle cavaliere, peraltro. Occorreva, così ricordo, poco più di un'ora per recarsi dal borgo di Luòyáng al vecchio monastero ove si disse nascere, millecinquecento anni or sono, la dura arte del Kung Fu e la tradizione del buddhismo Chan, che più si conosce come Zen, il nome giapponese della scuola. La strada che conduceva al monastero di Shaolin, in codesto mattino brumoso come sempre, si fece lunga e gravida di soste; ci arrestammo in un borgo diroccato, in mezzo a un tripudio di silvestri rami. Ivi stazionava un maschio velocipede nero, tenuto alla cavezza dal picciolo cavaliere suo; un poco mi dispiacque, d'aver lasciato la mia cavalcatura in quella precaria scuderia della cittade. Ora ch'ella riposa nel fienile del convento, talvolta la contemplo di soppiatto, e finor mi dolgo per la clausura cui sovente la condannai, negli anni suoi più verdi, ove trottar poteva senza fallo. Rugginose si fanno le giunture sue al dì presente, e preferisce ella restare nel pagliaio; benché gli inverni – d'attorno al mediterraneo lago – si rendano vieppiù sgombri di gelo.

Quel convoglio ai turisti cinesi s'indirizzava, e non ai passeggeri d'un transito ordinario; tardi ce ne rendemmo conto. Il mattino s'inoltrava, e ancora Shaolin non s'annunziava per presagio alcuno. Campi di mais, pannocchie e pannocchie dirimpetto alla porta delle case, nei cortili a seccare. Alberi verdeggianti nella nebbia che mai si levò, quel dì, a scoperchiare il cielo. Un'altra sosta ancora, in loco ignoto a noi, cavaliere digiune di cinese idioma o quasi. A un punto, la cavaliera Giovanna ebbe una folgorazione: eravamo passate accosto a Shaolin, e il torpedone non aveva fermato.

Così era. Ci ritrovammo a otto miglia dal monastero, in un borghetto ove s'aggrumava una folla d'uomini e donne ch'offrivano servigi di trasporto. No! urlai, le braccia in alto. I postulanti arretrarono, impressionati. Provammo un barroccino provvisto di motore, che a Shaolin ci riconducesse; meno d'un miglio ci bastò. Saltammo a terra. In quella, comparve sull'asfalto una vettura grande. Un giovane Han, solo, di gentile aspetto, s'arrestò sulla via; aprì le porte. Entrammo. Subitamente fummo al monastero, che pur non si vedeva ancora. Il giovane partì, assieme ai ringraziamenti nostri per l'inopinato dono del passaggio.

 

La Mecca del Kung Fu
del 14-05-2008

Il monastero della Giovane Foresta era assediato. Giacere doveva in una valle che s'apriva sotto le colline dai profili ascosi nella bruma. Quivi, nel cavo ventre d'un colle, il maestro indiano Bodhidharma - che per i cinesi Dámó s'appella - si diceva avere meditato nove anni. Giunto nel secolo sesto dell'era cristiana in quel tempio di fresca creazione – così almeno racconta la leggenda – del buddhismo Chan fondò ivi la scuola. Molte storie leggendarie s'occupano di Dámó e degli insegnamenti suoi; una racconta che costui inaugurò in siffatto loco lo stile marziale Shàolínquán, progenitore delle arti asiatiche di combattimento. V'erano già, nel tempio coltivate, le arti della guerra; ma le tecniche dei monaci primitive si mostrarono, accosto alla novella virtù marziale che Dámó portava, coi movimenti suoi. Fu allora che i monaci divennero invincibili difensori di se stessi, e di coloro che nei secoli ne domandarono l'ausilio. Molti maestri vennero poi, e s'ornò di perfezione quello stile che celebre rese Shaolin; giacché, d'una filosofia della meditazione, nutriva esso la tecnica marziale.

Non imbattibili furono quei monaci, infine. Venticinque anni or sono, Tiziano il viaggiatore d'Asia (vedere oltre, nelle “Note tecniche”) scoprì le falle del monastero avito: in esso si respirava l'abbandono delle rovine antiche, la crassa derisione dei Buddha pinti nel fresco gesso, l'afflizione dei vecchi monaci sciancati e dei pallidi giovani incapaci di lotta. Unici a mantenere la remota sapienza dell'arte marziale, erano i monaci combattenti sulle pareti affrescate della sala Guānyīn. I loro movimenti erano letti come libro, un tempo, dai giovani apprendisti che insegnamento vi traevano. Quando passò Tiziano, il monastero s'era riaperto da meno d'un lustro; senza indugio, ivi una pellicola s'era girata sul Kung Fu di Cina, di granguignolesco effetto e sanguinose scene, che molto piacquero ai giovani cinesi (www.imdb.com/title/tt0079891; http://blog.chinesehour.com/?p=739, paragrafo: «1980s: New Kung Fu Film Grow Up»).
Fu allora la passione, ch'a migliaia in Cina fece invaghire delle arti antiche di combattimento. Shaolin poteva forse rifiorire, sull'onda di cotale fulgida attrazione. Messo al sacco, distrutto e rinnalzato alquante volte, nel corso della storia; preso dal fuoco, pure, negli anni venti del secolo passato, ch'annichilì la sapienza antica di quei preziosi archivi, il monastero della Giovane Foresta s'ammantava ora di nebbia, a blanda protezione dall'assalto finale. Esso si compì allora, davanti agli occhi nostri.

 

La meditazione invisibile
del 14-05-2008

Prima fu il pagamento del pedaggio; poi fu la calca, che alla barra d'un parco s'appressava. Cominciammo quel pellegrinaggio; nulla m'apparve, del sobrio silenzio ch'immaginar si puote sul sacro calpestio d'un monastero. Erano i giorni della festa nazionale, allorché la fondazione della Cina popolare si ricorda (http://en.wikipedia.org/wiki/Public_holidays_in_the_People%27s_Republic_of_China); usuale forse non era, di mondo siffatta esuberanza. Nondimeno rammento ancora il disappunto che codesta invasione mi procurò. Mi parve che tutto fosse apparecchiato come un immenso parco dei divertimenti: infanti correvano sul viale, garzoni transitavano in branchi, sino all'aereo palco ove uno spettacolo circense s'offriva nella nebbia. Giovani gladiatori di Cina volteggiavano quivi nell'aere brumoso, l'uniforme gialla e bianche le ghette, coll'armi e senz'armi. La folla degli astanti roboava, dabbasso. Certo i ginnasti erano abili, e d'età verde, nel panneggio che i loro movimenti accompagnava, rasato il cranio, i visi dipinti di sobria decisione. Eppure, ricordo ancora che siffatta pantomima sonò artificiosa ai sensi miei; e ancor più m'attristai, quando in una sala tonda entrammo, ch'appartener dovea al centro d'addestramento novo ch'ivi gli affari cominciò nell'anno 1988.

Confortevoli erano, gli scranni rossi della sala, benché già tutti presi dagli astanti. Sul palco d'amabile candore, ecco sfilare ancora le abilità dei novelli apprendisti che sembravano tornare al tempo antico: al più antico tempo, quello che fu prima del patriarca Dámó, ove l'arti marziali s'esercitavano per mezzo di quei monaci che assai parvero attenti alle tecniche di lotta e meno alle virtù della meditazione. E invero, allorché a Shaolin con l'italiche cavaliere andai, al tempo che Dodamante, Giovanna e Francesca ci nomava il secolo, mi parve che la dolce pratica del meditare - che forte fu per quei maestri del buddhismo Chan - altrove s'ascondesse, invisibile agli occhi d'ordinario visitatore.

 

Spettacoli circensi
del 14-05-2008

Nella sala dagli scranni rossi, venne una damigella Han che una soubrette pareva; indi allo spettacolo si diede inizio. Ecco il lottatore che s'appresta a infrangere una travetta di ferro con la possenza del cranio suo. Poi un altro viene, che acuminati chiodi lancia contro una lastra di vetro trasparente. Tac! Fallisce. Tac! Colpisce quel vetro che s'incrina a ragnatela; dietro v'esplode un palloncino, trafitto dal chiodo che pel vetro è passato. Un terzo nel corpo impubere si piega, saltellando sul palco come scimmia; un quarto è maestro nell'arte del volteggio d'una pertica, ove se stesso innalza in trepido equilibrio.

A noi accosto, si vende un miracoloso succo che le offese del corpo può sanare; è la prescrizione d'un maestro, che pure è discepolo - per la generazione trentaduesima - dei padri fondatori del monastero avito, così si legge nel cartello di britannico idioma. La pozione è efficace per i dolori che vengono dagli infortuni dalle cadute procurati. Rammento che pensai all'aspro circo che si mostrava allora, ove lo spettacolo si dava, e assieme ad esso, il rimedio per l'eventuale defezione del corpo. Nulla vedevo della concentrazione spirituale di cui gli antichi maestri s'occuparono; può darsi, invero, che molto fosse praticata in via preliminare dai novizi, giacché la forza fisica, che nell'arte marziale s'impegna, nulla puote senza la pace interiore a cui il buddhismo volge. Così ricordavo d'aver letto nelle parole d'un anziano abate che il viaggiatore Tiziano incontrò a Shaolin, venticinque anni prima della mia sosta quivi con la Cavalletta. Sospetto tuttavia che la coscienza d'essere nulla, e al contempo d'essere tutt'uno coll'universo, che si traduce nella lucida serenità dell'Illuminazione del Buddha, fosse assai lontana da quel palco ove i giovani mostravano le abilità acquisite.

 

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