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Luoyang e la Mecca del Kung Fu
Dalle memorie di Suor Deodora
Blog di DODAMANTE
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La natura dello spirito antico
del 14-05-2008

Tempo dopo, ancor nel viaggio che mi vide in Asia con la Cavalletta, ricevetti una lettera che m'indirizzò Marianne, la cavaliera elvetica ch'allora proseguiva il cammino buddhista nelle terre di Cina (vedere i blog “Tra le dune d'oro di Dūnhuáng” e “Ai confini del Tibet”). Ella scriveva di Shaolin, ove quattro dì avea sostato, ospite d'una locanda per i forestieri che s'apriva nell'istituto consacrato al Kung Fu. «Ho potuto godere d'una opportunità straordinaria - così diceva quel messaggio - dacché ho veduto allenarsi gli apprendisti, giorno e notte, al naturale. Ho trascorso le mie ore tra di loro. Il maestro di quelli il britannico idioma conosceva, e molto mi ha detto di tale apprendistato, e dei giovani ch'ivi s'intrattenevano. Ho potuto salire la montagna, quel picco che s'innalza sopra il monastero: due ore di marcia dura assai, tra la solitudine e gli uccelli, per arrivare sulla somma cresta ove, in una grotta, nove anni meditò un monaco».

Codesto monaco era certo Dámó. Quanto al retroscena dell'apprendistato, ch'ella ebbe la fortuna di vedere, sempre mi chiesi quanto della pratica antica si conservasse allora. Al termine dei nove anni – così racconta la leggenda – Dámó fu illuminato e scese dalla grotta. Trovò i monaci fiacchi per sostenere le fatiche della meditazione, e insegnò allora i segreti colpi che li avrebbero protetti dalle ingiurie dell'umane fiere. Rigida la disciplina, attenta l'osservazione delle animalesche lotte, ospitò Shaolin tanti di monaci guerrieri, i migliori maestri, l'uso di diciotto armi diverse. Per secoli, quivi il corpo umano si rafforzò con ogni mezzo. Vennero infine le Guardie Rosse del Grande Timoniere Mao Tse-Tung, nell'anno che fu 1966; nessuna mossa straordinaria poté salvare allora i monaci guerrieri. A Shaolin ve n'erano duecento: l'arti antiche loro, poscia, fecero forti le semine e i raccolti nei feraci campi di Cina; i più vecchi furono chiusi, a riposo. Il tempio rovinò in disgrazia, segno di un'epoca feudale ch'allora si voleva consegnare all'oblio.

Quarant'anni più tardi, l'antica tradizione rifioriva; meglio, esplodeva nella sovrabbondanza degli apprendisti e dei visitatori. La cavaliera Marianne veduto avea l'allenamento dei novizi al naturale; nel convento, ove al dì presente trascorro l'ore mie, alla scrittura affaccendata e all'opre delle suore, sovente s'affaccia la memoria della bolgia marziale che in vece vidi io, in quel di Shaolin. E ancora mi domando cosa resti dello spirito antico che fu dei patriarchi, della bruciante intuizione che la mente scuote nella suprema chiarezza di visione, che patrimonio fu della dottrina Chan.

 

Il potere del cinema
del 14-05-2008

Uscimmo dalla sala prima che lo spettacolo fosse terminato. Fuori, molti attendevano in fila che posto si liberasse. Vedemmo squadre di giovani ginnasti sui terreni dell'addestramento, garzoni impuberi nelle divise d'ordinanza, schierati su una linea dirimpetto al maestro, che per nulla sembianze monacali mostrava. Da Hong Kong partì la moda, invero, che vigore ridiede all'arti della lotta, senza che parimenti il buddhismo ne fosse rianimato. Furono le pellicole del western alla cinese, che nella colonia britannica si fecero dagli anni sessanta del secolo passato, e il successo dell'attore che si nomò Bruce Lee.

Morto il Grande Timoniere, divenne il Kung Fu una miniera d'oro nella Repubblica popolare della Cina tutta. Frotte di giovani si precipitarono, dal cinematografo a Shaolin riabilitato e pinto. Ricordo che mi parve, propriamente, il set d'una invisibile ripresa quotidiana; nel parco v'erano apparecchi ove un Buddha sedeva, meditante, sul tettuccio, a presidiare la conversazione dell'utente dabbasso. Il manto erboso s'intrideva d'acquiginosa bruma; orma niuna lo calcava, tuttavia, laddove s'innalzavano le ferme prescrizioni dei cartelli: «I will cry if trampled», recitava quello più gentile. «Piangerò se mi calpesti», diceva il prato novello che si stringeva attorno al monastero avito. Percorremmo il viale ch'al tempio più sacro conduceva. Veder volevo, dunque, cosa restasse della religione che generò la marziale arte del Kung Fu ch'oramai si venerava d'ogni dove, a Shaolin. Trovammo infine i monaci, nelle sale del tempio con molte corti ove s'aggrumava il passeggio dei visitatori. Fui sorpresa, lo rammento bene: non v'erano di anziani, né di sciancati monaci o gracili di forme, come coloro che Tiziano vide nel tempo subitaneo che seguì la riapertura di codesto sito. Erano belli, agili e prestanti, quei giovani d'abiti monacali ch'ornavano le sale (foto sotto); un brivido ancor mi scuote a tal memoria, giacché ricordo bene quel turbamento mio di cavaliera errante nelle lande di Cina, che di carnale amore si fecero per me povere assai. Codesti monaci, li avrei detti comparse, nel grande film ch'ognora si girava a Shaolin.

 

Il cimitero dei viventi
del 14-05-2008

Nelle corti del tempio, possedute quel dì dalla foschia, v'erano pure monaci giovanetti che offrivano in vendita collane a grossi grani, come di rosario, e gruppi di avventori Han che una lotta marziale simulavano per gioco. Ovunque la folla s'assiepava in ressa; uscimmo infine, vinte, da quel loco ove il silenzio si faceva raro. V'era lì oltre una foresta di duecento pagode e più, ove nei basamenti si racchiudevano le ceneri di monaci eminenti, e talora sconosciuti pure, dall'epoca dei Tang sino a recenti tempi (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Nel bosco di mattoni e pietra ci inoltrammo, ammaliate da siffatto cimitero che molto avrebbe avuto di forte suggestione, se alle mirabili architetture sue sposato avesse la sobria nervatura del silenzio. Ma pieno di viventi s'ergeva, codesto camposanto; il vocio degli astanti riecheggiava tra i funerei picchi, e pure il mastichìo degli affamati, e i lampi di coloro ch'ivi s'immortalavano. La sera vinse infine il magma della folla e della bruma; abbandonammo il sito di tanto movimento, onde cercare un mezzo ch'al borgo di Luòyáng in fretta ci rendesse. Dirimpetto all'entrata a Shaolin, un torpedone s'apprestava a partire; balzammo sopra con ferina mossa – io, ch'allora m'appellavo Dodamante, e le due cavaliere d'italici natali – e agevolmente conquistammo i necessari seggi.

Di zuppa ottima e ricca provvedemmo infine alla bisogna dei ventri nostri, a Luòyáng, nella viuzza che si dipartiva dalla strada piena d'insegne ove m'ero nutrita la sera del dì d'avanti. Camminammo un poco sotto le vive luminarie di siffatto angolo del borgo; dalle due cavaliere infin mi congedai, giacché cercavo una bottega ove potessi usare quelle macchine ch'a tutto l'orbe terracqueo sono latrici di messaggi. Codesta bottega facilmente trovai; come, del resto, in ogni borgo di Cina, grande o piccolo che sia, benché gli interni sempre siano turbati dal fumigante vapore del tabacco. Sbrigai la mia corrispondenza, e lesta rientrai nella locanda. Tutte dal sonno erano avvinte, la Cavalletta pure; nella sala da bagno, d'acqua calda non v'era provisione.

 

Cavalcate nella nebbia
del 14-05-2008

Si levò un mattino brumoso, ancora. Condussi dabbasso la mia cavalcatura; fremeva, alla cavezza, impaziente di lanciarsi per le sconosciute vie del borgo novo, dopo la sosta lunga in siffatta locanda ov'era tollerata malamente. Povero il mio destriero, così agitato per impervi siti, a volte scosso nelle brusche manovre dei convogli, talora malvoluto, sovente obliato dalla cavaliera sua! Ora che giace sereno nel fienile del convento ove trascorro il tempo, sulle mediterranee sponde che si fanno ridenti al primo riverbero del sole estivo, credo che molto fu provato da quel viaggio in terra d'Asia. Giacché allora per molti dì non vide il sole; il telaio suo fu preso dalla nebbia, intriso dalla pioggia, e infine con la neve e il ghiaccio dovette misurarsi. Sempre bene si portò, tuttavia; e fiera fui, infine, di codesta cavalcatura mia che mai m'abbandonò nella bisogna.

Partimmo dunque, quel mattino, la Cavalletta ed io, verso le cave di Longmen che nelle rive calcaree del fiume Yi s'aprivano. Era, codesto fiume (nelle foto), otto miglia a sud di quel borgo che pure s'allungava sulla sponda settentrionale d'un altro rivo grande: Luo si nomava questo, da cui Luòyáng. Le cavaliere Giovanna e Francesca – meglio sarebbe ascriverle nella fanteria, giacché di cavalcature allor non si dotavano – vennero poi, assieme, col torpedone di pubblico servizio. V'era laggiuso un patrimonio di nicchie e grotte, in numero di oltre le duemila, e centomila di sculture col Buddha e cogli accoliti suoi, decine di pagode, migliaia di iscrizioni; cotanta profusione di ricchezza ripercorreva la storia del buddhismo tra i Wei settentrionali e i Tang (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm, http://whc.unesco.org/fr/list/1003). Lanciai la mia cavalcatura nella nebbia; ricordo che difficoltà niuna alle ruote nostre si pose, né asperità sulla via né direzion fallace. V'erano indicazioni d'alfabeto latino che subito si fecero capire. Passammo la riviera ch'era detta Luo; molti di velocipedi affiancammo, pel viale diritto che nella bruma densa s'infilava. A un punto, dalle corone della cavalcatura mia s'alzò uno scatto lieve: guardai, nulla mi parve che fosse fuori posto. In quella, mi sorprese la sarabanda ch'era sul lato della via.

 

Cavalletta a custodia
del 14-05-2008

Esser doveva l'orchestra popolare che si prestava a richiamare gli avventori d'una bottega nova; nulla per me si fece chiaro, tuttavia, di codesta graziosa esecuzione. Potessi del cinese idioma esser padrona! esclamai, con triste accento, verso la cavezza della Cavalletta mia. Ella si scosse, punta forse dal mio tono mesto. Credo volesse così riconsolarmi; benché sapessi bene che, per lei, ostacolo non v'era che da siffatti ideogrammi generato fosse. Codesta è la fortuna delle cavalcature che dei velocipedi s'ascrivono alla specie: si comprendono ovunque, coi pari loro, che siano d'europea o d'asiatica fattura. Coi motori non s'amano; quanto agli umani, s'accordano bene solo con pochi di cavalieri e cavaliere. Per tale intendimento lunga pratica occorre, e nulla importa che l'idioma di chi monta in sella, d'oriente o d'occidente sia.

Riprendemmo il cammino, e in breve fummo sul piazzale ove il passeggio e le botteghe preannunziavano il sito di Longmen. Cercai una stazione giovevole alla Cavalletta; trovai una grata sul fianco d'un giardino. Due donne Han a noi s'avvicinarono. Erano anziane di sembiante, piccole di corporatura; m'avvidi che sedevano al crocicchio, ove due scranni vuoti s'ergevano. Mi porsero una tessera; l'altra fu messa al collo della cavalcatura che m'accompagnava. A loro raccomandai la Cavalletta mia, benché già fosse avvinta a quella grata. Indi m'allontanai nel vacuo della nebbia.

Passai la barra ch'alle cave l'accesso consentiva. Presto fui dentro; e solo per la bruma non m'avvidi che, ai piedi di siffatta costa occidentale, nel viale bordato di verzura lungo il fiume, v'era un passeggio d'umani che molto a quel di Shaolin s'apparentava. D'aria sbottai, come si fa pel mantice; pure, capii che il grosso delle cave in alto s'aggrumava, sugli aerei ponteggi ch'occorreva salire. Al dì presente ancor rammento la fatica, e il disire di schietta solitudine, ch'allor mi presero ai pié di quella costa. A un passo fui dal rifuggire il sito: in quella, un giovane gentile s'appellò a me nel britannico idioma.

 

L'alveare di Buddha
del 14-05-2008

- My little brother wants a photo with you!

Così m'apostrofò quel giovane, cui un vivace garzoncello s'accompagnava, saltellando in festa. Di buon grado m'accomodai alla posa che a me si richiedeva, davanti a quelle cave. Da quale landa di Cina venissero costoro, non mi fu grazia di sapere; senza indugio partirono, dopo lo scatto. O forse la prontezza non mi venne, di chieder lumi sui percorsi loro che a Longmen avevano condotto. Ah, la stanchezza che i sensi ottunde e stempra la gaia fedeltà della memoria! Oggi, ch'al sole la scorza mia s'intride, quando m'aggiro pei feraci campi che stringono le mura del convento, so che più fondo è l'affanno che si priva di luce naturale. Tutto mi parve assai gravoso, quel dì, nel mezzo della nebbia. Nondimeno, grazie all'immagine mia che fu richiesta allora dall'infante, lasciai infine tale proposito di fuga; m'apparecchiai, con modesto garbo, a quell'ascesa ch'aprirmi dovea tanta beltade antica.

V'era, su quei ponteggi, il brulichìo dell'umano alveare appeso; l'accesso alle grotte era interdetto. Le soglie s'addensavano di corpi; subitanei lampi accendevano il cavo fondo degli antri, ove s'ergevano mirabili, nella roccia scolpita, i Buddha e gli altri. Quel singolare campionario d'arte rupestre un poco mi riscosse dal torpore che le membra irrigidiva; benché sapessi che molti dei nobili reperti fossero stati saccheggiati dai collezionisti d'altri continenti, e poscia vilipesi dalla pruderie della Rivoluzione culturale della Cina, che tanto volle obliare del patrimonio antico. Pure, un palpito mi scosse dirimpetto alla vasta imponenza del tempio di Fèngxiān, ch'alla venerazione degli antenati si consacrava (nelle foto al centro in basso, e a destra). Il Buddha assiso, nel mezzo di quei suoi, serafico s'ergeva sull'ampio stridore della folla; la roccia augusta ancor lo tratteneva, benché molto da essa già fosse sbalzato, com'era d'uso, pare, all'epoca dei Tang.
Scendevo dalle passerelle che s'abbrancavano alla roccia, quando d'improvviso mi sentii chiamare.

- Giovanna, Francesca!

Fui lieta assai di riveder quei visi, e dell'idioma dolce che ci accomunava. Pure, vidi marcato sul sembiante loro l'affanno che mi stringeva quel dì. Assieme attraversammo il rivo verso la sponda d'oriente, ove ancora, in nicchie e cave, mirabile beltade s'ascondeva. Salimmo un poco in alto, e poi fu l'ora. S'approssimava il tempo del congedo; rientravano le due nel borgo di Xi'an, e il viaggio mio verso il nord montava. Lesta al mio destriero corsi; le cavaliere s'avviarono al convoglio. Nella locanda convenuto era il commiato nostro.

 

L'enigma di Luoyang
del 14-05-2008

La Cavalletta sostava serena, avvinta alla grata del giardino; le custodi s'intrattenevano in amabile conversazione, sugli scranni all'angolo della via. Montai in sella con rapida movenza; tre ore solamente, e un viaggio novo per noi sarebbe nato, dacché s'era convenuto d'abbandonare quella sera stessa il borgo di Luòyáng. Ricordo che molto mi dibattei nell'incertezza: se restare ancora, sola con la Cavalletta - le cavaliere italiche partite - in detto borgo e nei dintorni, ove altri siti s'aprivano ai visitatori. Molto bene mi fossi acquartierata nella locanda ove discendemmo, di certo un altro dì sarei rimasta, a calcare di Luòyáng l'enigma delle strade. Ma così non fu, giacché quella locanda ebbi in uggia, e altra soluzione non potei trovare. La stanchezza, pure, alquanto mi vinse, infine. Presi dunque un biglietto per il torpedone che, sul fare della sera, a Tàiyuán si rendeva. Codesta cittade s'ergeva sul cammino ch'alla capitale di Cina conduceva; l'ultima sosta per noi sarebbe stata, prima dello sbarco nel borgo grande di Pechino.

La Cavalletta già sapeva; la sentii tremare un poco, nella sella. Sul viale che dalle grotte a Luòyáng riconduceva, trovammo d'improvviso di velocipedi un assembramento: essi innalzavano bandiere e drappi colorati, accosto alle cavaliere loro che in piedi stazionavano, rossi i berretti e gialle le giubbe d'ordinanza. In terra d'Occidente, l'avrei detta una manifestazione contro la possenza dei motori e del petrolio, o la rimostranza d'un gruppo di lavoratori; in terra di Cina, solo potei leggere la mimica dei visi di quelle donne Han. Parevano serene, certune addirittura liete; tra lor s'intrattenevano in dolce conversare. Più tardi, trovai una cavaliera amica, che mi salvò dallo scoramento in quel di Tàiyuán. Fu lei, che molto della Cina m'insegnò – e ancor m'insegna al dì presente, coi mezzi elettronici di cui pure il convento si fornisce – a illuminarmi sulla natura di quell'immobile corteo. È propaganda d'una attrazione per turisti, così mi scrisse ella ben più tardi; molte di locande e di botteghe usano codesti mezzi per richiamare l'attenzione, sulle vie di Cina.

Quell'enigma turbò la cavalcata mia, di ritorno a Luòyáng. Così mi persi, nel cuore oscuro del borgo che m'apprestavo a lasciare.

 

Velocipede di salvataggio
del 14-05-2008

L'angustia, l'ansia di perdere il convoglio, l'ansia di prendere il convoglio e dover negoziare l'ammissione della Cavalletta: pompavo sui pedali del povero destriero mio con forsennato vigore, e sempre più m'arruffavo nelle strade del borgo. Così semplice fu l'andata, nondimeno! mi dissi, affranta, col cuore che pulsava nella gola. D'improvviso mi parve che quel borgo fumasse d'aria avvelenata; alti palazzi mi stringevano d'attorno, molesti nel cemento minaccioso dei molti piani loro. Rammento le vetture ai lati d'una via che mi sembrò cieca. Passava allora un giovane, col velocipede suo, di buona lena.

- Hey! Huochē... zhàn?

Indicai due parole, nel libretto di soccorso ch'estrassi in fretta dalla tasca. L'uomo s'apprestò a spiegare; ma subito s'accorse che nulla ritenevo della favella sua. Indi un cenno mi fece: ti conduco io, alla stazione. Questo per certo voleva dire. Senza indugio partì, e io gli tenni dietro con la Cavalletta.

Corse per il reticolo d'asfalto che m'era sconosciuto; siffatta gincana lunghissima mi parve, e faticosa alquanto. Disperavo oramai di riveder la meta che nota m'era, nel borgo di Luòyáng, prima ch'il torpedone mio prendesse il vento; quando la fuga nostra sui destrieri si terminò di faccia a quel piazzale ove i treni partivano. Quivi sapevo reperire la strada mia per la locanda, che della Cavalletta ancora il basto custodiva.

- Xièxie! esclamai spossata, commossa e intrisa d'algido sudore.

L'uomo sorrise, e fece un segno di saluto. Invero avrei voluto ringraziarlo ancora; ma subito scomparve, nell'arduo fiume di vetture e velocipedi che rapido scorreva pel viale. Restava un'ora, prima che il mio convoglio per Tàiyuán movesse. Alla locanda senza tardare corsi.

 

Sempiterne amicizie di strada
del 14-05-2008

Le cavaliere italiche, ch'a me a Luòyáng s'erano accompagnate, ancor più tardi giunsero alla locanda. Sellavo oramai la mia cavalcatura, col basto avanti e diretro accomodato, pronta a balzar con lei per la stazione; fecero entrata allora in quella ricezione, le due donzelle stanche. I lavoranti ivi non vollero a loro consentire picciola sosta nella stanza ch'era stata nostra, giacché s'era compiuto il tempo dell'affitto. Fuori s'apparecchiarono con rapidità, Giovanna e Francesca, giacché molto non v'era da indugiare, per esse pure, sino alla partenza.

Furono abbracci frettolosi, incalzati dalla trepida angustia che sovente mi segnava alle dipartite.

- Se tempo ve ne resta, vi prego di passare poscia allo stazionamento dei convogli ove si trova il mio, con una sporta di vivande. Muoio di fame, e non potrò arrestarmi per acquistarne sulla via; la Cavalletta sempre richiede il negoziato con il conduttore, prima d'ogni viaggio. Subito devo lasciare codesta locanda, e correre laggiù ove il convoglio muove.

Andai; e più non vidi delle compagne mie il dolce sembiante che in quei dì m'aveva accompagnato. Seppi più tardi che due vivandiere erano convenute alla stazione dei convogli ove partimmo verso Shaolin; non decollava ivi, il torpedone mio per Tàiyuán. Altro piazzale s'offriva allo stazionamento, per buona sorte non lontano dal primo. Eppur non c'incontrammo; così si spense, l'avventura nostra comune. Nondimeno trovai un barroccino sulla via, ove di cibo feci provisione. Fu un bene: giacché l'imbarco fu duro, e la contrattazione ardua come il combattimento antico dei monaci guerrieri. Di vivande molte ebbi bisogno, poscia; le viscere mie sciolsero infine il nodo che le rattrappiva.

Trattai con una donna: ella pose la Cavalletta al rango degli umani, dacché per lei mi domandò il pagamento d'un biglietto intero.

- No! gridai, al colmo della stizza. Non occupa il posto degli umani, giacché si porta entro il bagagliaio! Gesticolai, irata, verso quella stiva ove la Cavalletta già dimorava, piegato il collo, come d'uso, sul telaio. Inflessibile pareva quella donna; fuori il destriero, allora, m'intimava. Sudavo. Mi parve che per nulla potessi contrattare. Nondimeno, una giovane Han a me si fece accanto. Un poco s'arrangiava col britannico idioma; del proposito mio parlò con quella donna. Nulla compresi, della conversazione; ma l'effetto fu chiaro. Offrivo, di denaro, la metà di ciò ch'ella voleva, per la Cavalletta. La donna prese, infine, le banconote che già stringevo, lassa, nella mano mia; fece una smorfia, e più non rifiatò.

Si chiuse il portello della stiva, la porta si sprangò del torpedone. M'accasciai sul giaciglio mobile ch'a me era assegnato; l'ambascia mia si sciolse dolcemente, confortata da lieta vicinanza, mentre il motor ruggiva sull'asfalto. Al dì presente, la rimembranza di tale sfinimento ancor mi turba; benché da tali affanni sia lontana, nel ventre materno del convento ove, con sereno intento, la storia mia posso vergare. Invero quivi ne sorrido, delle pene mie d'allora; e mi s'allarga il cuore alla memoria della giovane Han che mi soccorse, giacché per lei s'illuminò in quel punto il viaggio mio, che si faceva grave di fatica. Sempre pronta ella fu, alla bisogna; imperitura amistade ne nacque, e ancor perdura.

 

Note tecniche
del 14-05-2008

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

Per il pernottamento a Luòyáng, l'albergo descritto nel blog è: Míngyuán Bīnguăn, tel.0379-63191377, 20 Jiefang Lu, lymingyuan@yahoo.com.cn. Camera tripla con bagno: 240 yuan (è possibile che il costo sia inferiore in altri periodi dell'anno). Ci è stato poi consigliato un altro albergo: Shengsijia Bīnguăn, tel.0379-65255678, 176 Zhongzhou Lu (edificio Guomeizuobiao), www.shengshijia.cn/kefang.htm. Camera doppia con bagno: 120 yuan.

Per andare da Luòyáng al monastero di Shaolin, partono autobus dall'autostazione (qìchēzhàn) Jinyuan, che si trova accanto alla stazione ferroviaria (sulla sinistra, guardando questa stazione). È opportuno partire al mattino, non troppo tardi: il viaggio dura un'ora e mezza/due ore, o anche più se sono previste soste turistiche lungo il tragitto. È bene pure chiedere subito all'autista di poter scendere presso il monastero. Per il ritorno, non dovrebbe essere difficile trovare un autobus sul piazzale d'ingresso a Shaolin, ma non più tardi delle 20 (è meglio regolarsi sull'ora del tramonto, a seconda della stagione).

Per andare alle grotte di Longmen, se sprovvisti di bicicletta, c'è l'autobus 81 che parte sul lato est della stazione ferroviaria di Luòyáng (sulla destra guardando la stazione).

Letture utili in italiano:
- Tiziano Terzani, La porta proibita, Milano, TEA, 2000 (1984), 272 p., in particolare il capitolo: «Ottimo per l'individuo, ottimo per la patria» (pp.190-201).

- Michael Carrithers, Buddha, Torino, Einaudi, 2003 (1983), 110 p.

- M. Raveri, «Buddhismo» (pp.335-368) e «Buddhismo cinese» (pp.369-377), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p.

Nelle foto: cortile nel tempio di Shaolin (a sinistra); tempio di Fèngxiān a Longmen (a destra).

 

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