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Taiyuan, casa dolce casa
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Segni del cielo e degli umani
del 12-06-2008

Il sole balugina alle quattro del meriggio, pallida nuvola luminosa dietro la cortina ch'ammanta il cielo. Preziosa m'è, siffatta sosta a Tàiyuán, giacché lo sforzo del viaggio vieppiù arduo si fa, duro l'affanno delle contrattazioni per il trasporto della Cavalletta, uggioso il primo freddo umido d'autunno. In codesta provincia ove ci troviamo al dì presente, Shānxī nomata nel cinese idioma - «a ovest dei monti» che Tàiháng s'appellano - si dice dimorare polvere e secchezza d'aria, e il cielo farsi ognora limpido, sgombro di nubi e arido di piogge. Certo così non pare, invero, nel borgo novo che da ier ci accoglie. Piove, e ancor di pioggia si veste il cielo, e la vetrata della stanza mia s'irriga; ivi ristò, tiepidamente confortata con la Cavalletta, dinanzi alla macchina che i pensieri miei fissa nell'abito imperituro della scrittura. Troppo m'avrebbe appesantito il basto, siffatto composimetro che nel viaggio non condussi. Ne scoprii uno, ieri, nella locanda ove infine mi trovo acquartierata: una stanza sola ne pareva provvista. L'ho presa senza indugio; e quivi scrivo.
La provvidenza, dovunque scaturisca, o la benevola fortuna, o pure la lucida serenità del pensiero Chan, ch'a Shaolin fiorì (vedere il blog precedente), m'ispirano una coscienza nova, al dì presente: quasi lieta ne sono, e parimenti si rizza la mia cavalcatura sulle ruote, benché non ami il trotto sul bagnato. Ella m'è ora accosto, nella stanza; dabbasso v'è una ricezione d'ottoni scintillanti, così mi pare almeno, giacché tutto risplende con sfarzoso nitore. I velocipedi non s'ammettono nella ricezione, m'è stato detto, giacché il direttore non gradisce; credo, le stanze anco, siano interdette alle ruote. Ho simulato allora fiacco intendimento, infilando la Cavalletta nell'abitacolo che monta. Là suso, v'era una ricezione più modesta, ove niuno ha schernito il mio annoso destriero. Che anzi, aiuto m'hanno porto, per collocarlo nella stanza che m'ero riservata col soccorso di Li'ya. Nondimeno, dall'ora dell'annunzio che nota mi rese la volontà del direttore, poco ho trasbordato di fuori la mia cavalcatura. Dacché piove, e agevole non è codesto trotto; ancora, temo d'essere espulsa dalla locanda ove ritrovo infine un comodo giaciglio, l'acqua calda, il lusso d'un composimetro privato. Poco sinora ho transitato, con la Cavalletta, per quella ricezione che di sfarzo riluce. Vi passerò alla chetichella, nell'ore meno affollate del dì, quando d'avventori si fa deserta. Dietro la locanda v'è, senza custodia, lo stazionamento ch'ai velocipedi si riserva. Tuttavia, mai potrei confidare la mia cavalcatura all'incontinenza impietosa del cielo, o alle ignote giostre notturne di Tàiyuán. Resta essa al mio giaciglio accanto; veglia i miei sonni, scruta il greve biancore dei cieli oltre la vetrata, il percorso segue delle mie scritture, in attesa che lo scrosciar s'arresti, e Li'ya ci faccia un segno.

 

Comunicare, istruzioni per l'uso
del 12-06-2008

Se in codesta locanda si raccolgono, la sarabanda e le fatiche dei percorsi nostri di Cina, per tanta parte è opera di Li'ya. Quivi ci ha condotte ieri sotto l'assalto della pioggia, quivi per noi ha negoziato, giacché nell'alto di tale ricezione più modesta – ove ai velocipedi non sono ostili – col britannico idioma niuno si destreggia, né con altri linguaggi d'Occidente. Ella è partita infine, sicura del benessere nostro, verso la sua dimora; la sua cavalcatura l'attendeva per via.
Al dì presente, infine, chiudersi deve la settimana della festa che della Cina popolare la fondazion ricorda (vedere il blog “L'incidente di Xi'an”, paragrafo: “Cavallette in moschea”). Scrosci, a tratti, precipitano dal cielo; d'improvviso s'ode il rumore secco di tuoni, come gragnuole ch'esplodono nell'aria. Sono echi d'umana fattura: fuochi d'artifizio per cui il cielo latteo non s'accende, tuttavia, giacché il dì perdura, seppur con fioco lume naturale. Domenica, oggidì, i banchi di cambio s'aprono, le botteghe parimenti non osservano riposo straordinario; almeno così mi pare, benché molto non abbia ancor calcato di Tàiyuán le vie. Li'ya, nondimeno, resta alla dimora, col marito e l'infante, nel tenero sollievo della festa; domani sarà per lei il ritorno all'usato travaglio. E nella sera d'oggi, entrambe saremo assise al seggio ch'affronta le macchine scrittorie, ognuna dal suo canto: in casa ella, e me nella locanda. Mi chiederà se tutto per me s'arrangia bene, in codesto borgo; risponderò e chiederò consiglio alla bisogna, col composimetro che la mia stanza adorna.
Ieri, prima del congedo, m'ha illuminato ella sulle virtù della conversazione che il composimetro consente: giacché Li'ya scrive in cinese, e codesta macchina subitamente tradurre puote l'idioma suo nel britannico che per me si fa chiaro, e viceversa. Benché la mia natura poco favorevole sia al rombo dei motori, e alla superfetazione della tecnica, reputo che talune invenzioni dell'epoca presente apportino vantaggio inestimabile agli umani; così mi pare almeno. Siffatto picciolo apparecchio, pure, ch'agli orecchi s'accosta, e nel ricevitore suo s'addensano le voci dei parlanti, a Li'ya m'avvicinò, nel torpedone. Lingua niuna del Mediterraneo conosceva ella; e assai poco, invero, del britannico idioma. Codesto apparecchio che d'abitudine si porta, al dì presente, nella borsa - e che ovunque usare vidi nel mio viaggio in terra d'Asia - s'adopera come libretto di soccorso, all'occorrenza, nelle terre di Cina. Per esso, in principio, con Li'ya potei parlare, e lei con me.

 

Il viaggio di Li'ya
del 12-06-2008

- Dodamante.
- Summer, il nome occidentale. Li'ya, il nome cinese.
- Cavaliera d'italici natali.
- Direttrice delle umane risorse, big Chinese company.

Laddove la favella non giungeva, nel torpedone che a Luòyáng ci prese, v'era il soccorso dell'apparecchio di Li'ya: ella vi componeva gli ideogrammi, e sullo schermo picciolo, poco più tardi, caratteri latini si pingevano. Mi piacque subito quel nome – estate – ch'ella s'era data per segnalarsi all'Occidente. E invero costei sembra raccoglierlo, il calore che più non v'è nel corpo della terra ove si dipana il viaggio nostro. Da Luòyáng, il convoglio s'è infilato presto nella notte, e poco ricordo di codesto percorso che s'è terminato a Tàiyuán, nell'ore del mattino primo ove molti ancor si coricano. Trecento miglia, o poco più, v'erano invero, tra i due borghi; nozione minima ne avevo tuttavia, dacché affranta m'ero resa al giaciglio mobile del torpedone, e poscia in riconsolato dormiveglia m'ero cullata, Li'ya accosto, senza nulla domandare della strada.

Il video strepitava rumorose immagini, dentro il convoglio; una giovane coppia discuteva, dabbasso, con tono concitato. I giacigli erano accastellati, a doppio piano, com'è d'uso nei torpedoni di Cina a lunga via, noialtre cavaliere appollaiate in alto. Ricordo d'una sosta, ove Li'ya s'è presa cura di scaldare le viscere d'entrambe colla brodaglia liofilizzata ch'al caffellatte doveva apparentarsi. Credo che le paresse un segno di modernità, codesto intruglio d'orrido gusto per le mie papille – e pure, forse, per le sue; così come voleva, ieri al desinare, condurmi alla taverna dell'Emme americana che, in terra di Cina pure, al cibo più veloce si consacra. Ho potuto ingollare un poco di brodaglia; diniego ho opposto all'Emme, giacché preferivo il desinar cinese. Così le ho detto, e lieta di ciò m'è parsa. Forse riteneva che, alle viscere mie, meglio s'adattasse la cucina d'America, di quella della Cina; siffatto errore presto s'è estinto, giacché molto ho gustato le pietanze del desco apparecchiato, ieri, nell'osteria del popolo ove infine m'hanno condotto Li'ya e la di lei germana.

Al principio dell'ore piccole, il torpedone s'è arrestato infine nel cavo oscuro d'un cortile, a Tàiyuán. La pioggia flagellava lo scafo del convoglio. V'era il marito, dabbasso, ch'attendeva Li'ya. Alquanti passeggeri sono scesi; d'altri, il russar non s'è interrotto. La Cavalletta restava chiusa dabbasso, nella stiva.

- Tomorrow morning, nine o'clock, I come here. Domattina, alle nove, vengo a prenderti qui, con la cavalcatura mia.

Così m'ha detto Li'ya, lasciando l'alcova del convoglio.

- Chi non ha casa a Tàiyuán, dorme sul bus, che nel cortile resta fermo, nella notte.

Così mi parve ch'ella dicesse ancora. E invero forse le sognai, quelle parole; giacché ristavo appesa alla soglia del sonno e, pure, nulla scrisse, Li'ya, sul mobile apparecchio. M'addormentai così, nel tiepido giaciglio che più non rollava sulla via. Al mattino ci fecero sbarcare, e ancor di pioggia si vestiva il cielo. Alle nove, Li'ya non era apparsa. L'attesi, con la Cavalletta, sotto la tettoia.

 

Sorprese del borgo nuovo
del 12-06-2008

È la morta stagione che s'annunzia, in Cina pure; codesto pensiero mi prende, oggidì, nel dolce tepore della locanda. E ancora credo ch'il freddo, inesorabile, sempre scorterà il seguito del viaggio mio, sino alla Russia e alla lontana Europa. L'alcova che mi stringe, al dì presente, con la Cavalletta, spira l'olezzo d'una casa. Quasi vorrei restare, quivi, sino a riveder la terra ardente ammantarsi del tripudio della verzura nova. Non bramo d'arrivare subito a Pechino; nondimeno, so ch'il ritorno è lungo e, forse, irto di perigli. Il cavaliere Nicolaj pure m'attende, a Mosca, prima ch'il manto candido si sciolga dalla terra. Troppo indugiar per me non s'ha da fare, nel borgo di Li'ya; benché lassa mi colga il viaggio, quivi, e anche lo spirto un poco s'avvilisca, in siffatta cittade sferzata dalla pioggia. Codesta locanda per me si fa dimora, tuttavia; non l'abbandonerò, sino al momento ch'in piena forza d'essere mi parrà, riconsolata e forte.

Venne colei ch'era nomata Li'ya, quel mattino, seppur tardivamente, col paniere d'una colazione ch'il cuore mi scaldò prima del ventre. Venne col giovane velocipede suo, ch'era scattante, certo di specie lontana dalla Cavalletta; ma bene s'accompagnarono, le due cavalcature, tra l'aspre pozze che segnavano il cammino. Il nostro arrivo a Tàiyuán assai remoto pare, ed era ieri; forse perché, dell'ossa umide che mi portai nella locanda, oggidì poco mi resta, ben calda dirimpetto al composimetro ove posso stilare la storia del mio viaggio con la Cavalletta.
Saltabeccammo un poco nelle vie del centro, coi destrieri condotti alla cavezza, asperse d'acqua, seppur liete dell'amistade nostra ch'ognor si componeva. Nella bruma che strigneva l'aria del mattino, Tàiyuán m'è parso borgo novissimo, cadente affatto; immemore d'antiche spoglie, forse, ma non triste cittade di catapecchie in rovina, di toelette pubbliche senza porte, d'umani che nelle strade prendono l'acqua pei bisogni del dì. Così sembrò al cavalier Tiziano, che venne a Tàiyuán un quarto di secolo prima d'oggidì (vedere oltre, nelle “Note tecniche” e anche nel paragrafo “La fuga di Tiziano”); s'acquartierò allora nell'unica locanda ch'agli stranieri era permessa. Ancor m'aggiro, al dì presente, nel mezzo di codesta cittade che tanto spiacque al cavaliere italico che mi precedette; forse nei sobborghi ancor si dà, il rovinoso ammasso che vide l'illustre viaggiatore. Sinora, per me non s'è svelato; e di locande, ove possa fermarsi lo straniero, ve n'è una profusione, a Tàiyuán, purché la borsa di costui sia pingue.

 

La dolcezza delle abitudini
del 12-06-2008

- Li'ya!

Disperavo di trovare una locanda che conveniente fosse alla fatica mia e alla borsa, quando una donzella Han a noi si fece accosto. Snella era, e d'eleganza sobria; il sembiante suo mi parve noto. Presto compresi che le sue fattezze a quelle di Li'ya s'apparentavano. Ecco Li'na, ha sorriso la cavaliera che mi faceva scorta in quel di Tàiyuán. Le due sorelle m'hanno condotto, infine, nella locanda ove dimora ho preso con conforto grande. Il basto della Cavalletta s'è adagiato sulla madia; il destriero mio dabbasso ancor ristava. Sgombra di peso, e liberato il petto dall'affanno, alle due germane mi sono accompagnata, giacché l'ora del desinar s'approssimava. La giovane Li'na pare assai schiva, o forse nel britannico idioma insufficiente; benché gentile sia, punto m'appare audace, o disinvolta come la maggiore che s'adopera per me con ogni mezzo. Poco lontano, s'ergeva il refettorio dell'Emme americana, e pure l'osteria cinese ove sedemmo, in lieta festa; fuori attendevano le cavalcature nostre, avvinte in dolce attesa. Erano due, la Cavalletta mia e il destriero che Li'ya montava: giacché Li'na cavallerizza non pareva, invero.
Sedevo dirimpetto alla vetrata che sulla via s'apriva; ivi potevo contemplare i visi delle mie commensali, i destrieri nostri, il passaggio di fanti e cavalieri, di velocipedi e vetture. Vidi un uomo accucciato sull'isola che, al crocicchio, ai pedoni si riservava. A costui s'approssimavano i clienti, in cospicua processione; a costoro rispondeva lui, con solerte cura. Erano tutti cavalieri coi destrieri azzoppati, o difettosi per certuni aspetti. Ecco qualcuno che della Cavalletta potrà occuparsi alla bisogna, pensai; e ancora fui riconsolata, nel disire mio d'una dimora. Dacché, per me, l'abitare si fa sulle abitudini: segnate sono codeste dalla ripetizione d'atti, e tali si fanno reiterati se esistono dei lochi che piace - o è necessario - frequentare con costanzia. Ancor non so se quivi, a Tàiyuán, sarei felice d'essere presa da siffatte abitudini; ma credo pure che, nell'abitare, si cerchino gli aspetti ed i servigi che per noi indispensabili si fanno. Un buon riparatore di velocipedi, ad esempio, e locande di placido conforto, mense salubri e appetitose, il caldo ristoro di cavaliere e cavalieri amici. Codesti elementi ho già trovato, ivi, in buona parte, benché nel borgo novo due soli dì abbia trascorso. Ieri, quando infine arrivò quel desinare, deliziosa mi parve la zuppa, miracolosi i fagotti ove la pasta celava una verzura tagliata a pezzettini o la carne di porco che tanto diffusa pare nella cucina Han.
Mangiammo in gaio cinguettio; Li'na si congedò, infine. Noialtre cavaliere rimontammo i destrieri. Li'ya mi precedeva, sul liscio asfalto ancor gravido d'acqua.

 

La novità dei templi antichi
del 12-06-2008

S'infilò quella compagna mia nell'arduo zigzagare delle strade; poco fui abile nel seguire il filo del percorso. Non mi perdetti, tuttavia. Presto fu ella in una via ove, a manca, s'apriva il tempio buddhista di Chóngshàn (www.travelchinaguide.com/attraction/shanxi/taiyuan/chongshan.htm). Quivi ho veduto alquanta verzura nei cortili, e velocipedi in sosta, e pochissimi umani in visita o in preghiera; gruppo niuno colle guide v'era, nell'ameno loco che pareva antico, benché in stato perfettissimo s'ergesse. Credo che molto si fosse rifatto, del monastero avito, in vario tempo, in specie in epoca recente. Senza difficoltà con Li'ya v'entrai, modesto il pedaggio ch'a tutti s'imponeva. Diffidenza niuna s'oppose al sodalizio nostro, domanda alcuna fu fatta alla cavaliera Han ch'ivi m'accompagnava. Lieta ne fui, invero, giacché ricordavo d'aver letto ch'il cavalier Tiziano, al tempo del passaggio suo in quel di Tàiyuán, molto penato avea, giacché la porta dei templi allor s'apriva agli stranieri, ma al popolo cinese era barrata. Pure scriveva, costui, dell'attitudine allor nascente di rifare l'antiche vestigia della Cina che s'erano disperse, bruciate o messe al sacco, giacché il paese s'apriva allora al turismo degli stranieri facoltosi. La vecchia Cina che si voleva consegnare all'oblio, nel balzo maoista verso il nuovo, risorgeva al tempo di Tiziano, venticinque anni anzi il passaggio nostro. Risorgeva in fretta, strana di forme e di bizzarre mescolanze ricca; annosi palazzi s'ergevano, di fresca mina: ma poco si mostrava del genuino antico, giacché le rovine si disponevano in collage, transitando da un sito all'altro alla bisogna, assieme composte in arbitraria posa.

Il tempio di Chóngshàn s'ergeva ora raccolto in amabile silenzio attorno alle sue corti. L'assieme degli edifici armonioso mi parve, invero, benché esperta non sia dell'arti del restauro. Forse mi piacque la sobrietà del loco, l'assenza dello stridìo di gruppi organizzati, la cura della compagna mia ch'a me preziosa era. Entrammo nella sala grande. Poco vidi, dei sacri testi del buddhismo che nel tempio si dicevano raccolti in copiosa collezione, del tempo di varie dinastie, dai Song ai Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Ve n'erano alcuni in una vetrinetta; v'era pure un volume d'antica scrittura tibetana, che negli anni settanta del secolo passato in siffatto loco giunse dal Giappone, così almeno riportava la dicitura nel britannico idioma. Molto mi piacquero le corti del tempio ove un poco passeggiammo, nell'attimo che la pioggia a noi concesse grazia. Li'ya si trastullava con i gatti. Ci immortalammo, a ricordo dell'imperitura amistade nostra. Poscia ella mi ricondusse alla locanda.

- Tomorrow evening, ten o'clock, look at the computer. Domani sera, alle dieci, non mancare al convegno nostro che si dà per via del composimetro, m'ha detto ella.

Indi è partita, in sella alla cavalcatura sua, verso la dimora.

 

Taiyuan, casa dolce casa
del 12-06-2008

Oggidì, domenica, la dimora mia nella locanda di Tàiyuán vieppiù di casa odora. Non di remota casa, ch'ergersi deve in un preciso loco d'attorno al mediterraneo lago; di casalinghe abitudini si fa, codesto olezzo. È l'alito netto che spira dalle calze fresche di bucato, appese a seccare sull'ante della madia; è il piacere del giaciglio che non s'abbandona, nel cupo sembiante del cielo ch'al lume del sole ognor si nega. La Cavalletta quivi ristà, le ruote all'aria, giacché m'è parso ieri d'udire un cigolìo molesto presso le corone. Eppur nulla mi pare che noioso sia, per la cavalcatura mia ch'al dì presente il fragore della pioggia si risparmia.

Sono i gesti piccioli che rendono sereno il loco d'una dimora abituale; alla stirpe mia di cavaliera errante, poco basta per siffatto odore ch'alla casa s'addice. Ecco la profusione dei biglietti ch'il percorso nostro di Cina hanno segnato: lochi mirabili, cavalieri ch'ai viaggiatori offrivano servigio, indicazioni di locande e di taverne, incontri d'umana simpatia che di sé hanno lasciato traccia. Codesto patrimonio di ricordi, siffatta congerie d'alte emozioni, nella dolce lentezza della casa si dipanano; pure, nella casa si medita sul viaggio, sugli eventi che ci sono occorsi. Quivi sovente si comprende la ragion di fatti antichi, ch'al tempo dello svolgimento oscuri furono a noi. Giacché la casa ciò permette, che in un punto s'ordini la confusione della vita nostra. Forse è illusione, ch'ivi si voglia raggrumare il flusso degli accadimenti, ordinarli in una cassettiera, trovare il filo che li lega. All'umana natura ciò si rende necessario, tuttavia, almeno così credo; giacché sovente è dolorosa, la coscienza d'un cieco brancolar tra casuali eventi.
Eppur qualcosa ho scelto, altro non fosse che di partir raminga, colla Cavalletta mia, sulle strade dell'Asia. Quanto poi m'accade sulla via, preveder non posso mai; solo, di buon garbo, giostrar di fantasia, perché dall'imprevisto sempre possa sortire io d'animo lieto, o almeno, senza cospicuo danno. Basta. Certo di casa odora, codesta stanza della locanda, se tali pensamenti ispira. Ma debbo pur nutrire l'ossa mie, e le viscere, d'altra materia oltre codesta che la scrittura informa; e quivi il focolare manca. Scendo dabbasso; benché presto rincasare voglia, giacché alle dieci della sera Li'ya m'attende, nella dimora sua, al composimetro ch'al mio si farà d'eco.

 

A ringraziamento del Buddha
del 12-06-2008

- Hi dear, how was your day?
- Very good, thank you. And you?
- Very calm, just sleeping and putting in order my stuff in the hotel. Tutto molto tranquillo, sonno e ordine nelle mie cose, qui nella locanda.

Stasera, a Tàiyuán, si dà il debutto mio nella conversazione muta tra composimetri: mai m'era occorso, siffatto avvenimento, nella lontana Europa.

- Why... perché a Luòyáng ti sei recata, nel borgo ove ci trovammo di fronte al torpedone?

- I needed to thank the Buddha. Quattro anni fa, mentre aspettavo il mio bambino, sono andata per la prima volta al tempio di Shaolin. My baby is in good health, sono tornata a ringraziare il Buddha.

Un poco mi stupisce, invero, codesta manifestazione di fede religiosa, giacché nel tempio di Chóngshàn ch'assieme visitammo, ieri, segno niuno d'essa Li'ya aveva palesato. Che anzi, m'era parso ch'ella dicesse di non praticare religione alcuna. Forse mal compresi, oppure bene, e allora altro ella intendeva. Forse l'idea di religione che si ha, nell'Occidente, non è la stessa che in Cina dimora, oggidì. Certune religioni ch'attorno al mediterraneo lago fiorirono – l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam – richiedono adesione esclusiva; offre ciascuna, così mi pare, un certo monopolio della verità. In Cina, era dapprima una religione ch'autorità di dogma globale non aveva; le forme e le pratiche religiose, dell'uomo solo o di comunità, potevano integrare tecniche antiche, confuciane e taoiste, buddhiste e pure altre, di tardive sette. La grande maggioranza dei cinesi aderiva alle comunità di culto, che possedevano sovente un tempio a un santo locale consacrato, e si nutrivano con varia fantasia delle risorse simboliche, e dei testi, delle tre dottrine maggiori di cui poc'anzi ho detto. Così sempre non fu, tuttavia, sino al dì presente; questo almeno m'è parso di capire, dalle letture mie che hanno nutrito il viaggio (vedere oltre, nelle “Note tecniche”).

 

Religioni e superstizioni
del 12-06-2008

L'idea di religione che nacque in Occidente arrivò in Cina, e ivi pur s'impose. Era il principio del secolo venti; religion fu detto allora il sistema ordinato di pratiche e credenze che s'organizzava in una Chiesa. Codesto sistema era il legittimo; tutto il resto, superstizione. Il resto, dunque, fu perseguito: dal regime nazionalista del Kuomintang dall'anno 1927, dal regime comunista della Repubblica popolare dall'anno 1949. E pure in tarda epoca imperiale, furono in Cina movimenti contro le superstizioni del popolo. Ma sempre ivi fallì il tentativo d'una grande religione nazionale: vi provarono, cent'anni or sono, i sapienti confuciani; ma subito non ebbero successo. Taluni s'indirizzarono allora verso il cristianesimo, talatri volsero la tradizione loro nella filosofia, e non nella religione intesa come prima ho detto. Restano oggi in Cina, così pare, cinque religioni consentite: cattolica, protestante, musulmana, buddhista e taoista. Benché talora, nel secolo venti, abbiano subìto limiti e violenze, codeste religioni poterono quasi sempre trattare col potere, giacché ognuna s'organizzò in associazione.

Per nulla poterono difendersi, all'inverso, i templi e le comunità dei locali culti, che della superstizione erano considerati il patrimonio. Difficile fu riconoscere il "vero" taoismo, giacché molto era avvinto a quei culti locali. Ad ogni modo, migliaia di codesti templi furono confiscati e divennero scuole, magazzini o guarnigioni militari. Ciò nondimeno, mai le associazioni religiose ammesse e controllate dal potere centrale della Cina riuscirono a raccogliere oceani di fedeli. Non perché, così almeno mi parve di capire, il sentimento religioso s'estirpasse oramai dalle terre di Cina. Solo, l'idea d'appartenenza a una precisa religione ammessa, estranea esser dovea alla maggioranza dei cinesi Han. Moltissimi di loro s'appellavano ai servigi delle tre tradizioni più diffuse, ed erano buddhisti, taoisti e confuciani al medesimo tempo.
E ancora, nelle campagne in specie, codeste pratiche che nel secolo venti si dissero superstizione mai del tutto furono estirpate; le comunità di culto restano vive ancora al dì presente, e pure s'occupano di servigi d'uso al popolo locale, come la costruzione di strade e delle scuole. Dall'anno 2005, il governo di Pechino ufficialmente riconosce siffatte credenze popolari.

Quando ieri mi disse – se ben compresi – che non praticava religione alcuna, forse Li'ya questo intendeva: ch'ella non aderiva a una precisa associazione religiosa, tra quelle nazionali ch'erano riconosciute. Non credo tuttavia che s'affidasse alle pratiche della superstizione; piuttosto che si sentisse libera di ringraziare il Buddha, o altri, nelle ondivaghe circostanze della vita.

 

Ode all'estate
del 12-06-2008

- Why did you choose “Summer”... perché hai scelto d'appellarti “Estate”, tra i nomi d'Occidente?

- Because I was born in summer... perché sono nata in estate, amo l'estate, l'estate del sole che brilla, dei fiori, dell'abbondante calore. Mio figlio è nato in estate, nello stesso mio giorno, entrambi siamo dell'anno della capra. Nome siffatto esprime l'idea della speranza, una certa attitudine verso la vita. Spero che la mia vita sia piena del sole che risplende, della pienezza dei raccolti, della vigoria che l'estate ispira.

D'acqua si vela, codesta vetrata che la stanza chiude, nella locanda ch'a Tàiyuán per me casa si fa. Nel buio della sera che s'inoltra, poco d'estate ormai si sente; l'ode di Li'ya, nondimeno, di tiepido languor il petto istilla. Sorrido al mirabile incanto che dal composimetro ora mi viene. Dell'anno della capra, sono io pure: giacché lo zodiaco cinese, ogni dodici anni, ritorna sui medesimi animali. Scopro, codesta sera, d'essere cavaliera amante della pace e della pietà filiale, d'indole assai romantica e d'arte ricca (http://italian.cri.cn/381/2008/02/01/64@98313.htm); e parimenti Li'ya, e l'infante di lei. Deve, la Cavalletta mia, essere nata nell'anno del cavallo: agile e bella, veloce alla bisogna, ama la compagnia e punto soffre lontana dall'italico suolo donde sortì alla luce di quel sole ch'ora manca, e che Li'ya vagheggia.

- Il nome tuo di Cina molto somiglia a uno che per noi è d'uso, e quello della tua germana pure.

Così le scrivo sull'augusto schermo, commossa un poco dal dolce tono della corrispondenza nostra.

- È Li, invero, il nome di famiglia, e Ya il nome proprio mio.

Così risponde ella, e pure spiega ch'in terra di Cina, per gli Han, abituale è d'appellarsi col cognome anzitutto, e poscia il nome; questi due assieme sempre, almeno così intendo.

- Domani, la festa terminata, al lavoro si torna.

- Lo so, le scrivo. Domani, a Píngyáo mi reco, col treno del mattino. La Cavalletta alla locanda resta.

- Good night, my dear. Al rientro, domani nella sera, si rinnova l'appuntamento nostro, dinanzi a codesta macchina che le parole di noi può tradurre.

M'augura Li'ya una serena notte; la procella ancor funesta il cielo.

 

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