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Taiyuan, casa dolce casa
Dal diario di viaggio di Dodamante
Blog di DODAMANTE
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Sotto le mura di Píngyáo
del 12-06-2008

V'era una donna Han, giovane e stanca, sul convoglio di vagoni che stamane m'ha condotto a Píngyáo. Pompava latte all'infante che teneva in grembo; prima di costui s'addormentò sul seggio, all'aria abbandonando la pendula mammella. Nero di mondo era codesto scomparto, invero, della classe che si dice dura. Ovunque sostavano, gli astanti; l'angusto corridoio tra gli scranni n'era pervaso. Niuno s'è profuso nello scatarramento, per buona sorte; pure, suolo non v'era sgombro. Certo è che mai avrei potuto alloggiare la mia cavalcatura, in simile girone. Presto fummo alla stazione ambita, ove mi liberai dell'ardua vicinanza che s'impose, nel viaggio mio primo sulle strade ferrate della Cina.

Clemente s'è fatto il cielo, benché mai si levasse l'astro che degli umani la speme riconsola. L'eterea volta ancor di bruma si nutriva; a piedi m'avviai verso le mura avite, ch'il borgo strignevano d'un amoroso abbraccio. Erano queste forti e maestose, silenti e apparecchiate di sobrie torri e barbacani; accosto v'era la retta del fossato. Ivi pure s'allungava un viale ameno, d'alberi adorno, ch'al passeggiar pareva consacrato. Pochi ne vidi, di passaggi, invero; codesta solitudine quasi spaurire fece il passo mio, seguente la copiosa messe del convoglio. E pure cavaliera ero; tale borgo molto m'intrigava, giacché lo sapevo antico, di mirabili forme preservato. Parevano novissime, invero, di fresco terminate, siffatte mura ch'ai Ming s'imputavano (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm); in quel tempo, il borgo s'attestava florido di commerci, sulle vie di transito tra il meridione della Cina e la Mongolia. All'epoca dei Qing, pure vi prosperarono gli affari; nacquero a Píngyáo le prime banche della Cina; per secoli rimase centro splendidissimo e opulento.
Compiuto il tempo degli imperatori, il borgo s'impoverì, e il transito copioso s'abbandonò. Mancò forse il denaro per farne una cittade atta al secolo venti; o pure, solo, fu dimenticata. Tale picciolo mistero per me non s'è svelato, nella visita mia d'oggi. Invero, Píngyáo sembrava villa d'altri tempi, colle casette basse e gli spioventi loro. Banchi di cambio pur non ho veduto all'opra, nell'antico borgo che dalle mura è stretto. Forse vi sono fuori da codesta cinta, ove si trova un'estensione che recente assai m'è parsa. Il passo mio s'è sciolto senza impedimento alcuno; l'ingresso a quella cinta per me s'è fatto agevole, dal portale ch'a sud-ovest s'innalza.

 

La fuga di Tiziano
del 12-06-2008

Cavalcature a ruote, tante; un uomo che dei velocipedi infortunati cura si prende. Dal lastrico di codesta via picciola, le vetture paiono bandite. Gruppo niuno di visitatori appare; i cavalieri, locali sono. E le dimore loro, modeste, a un piano, talune coperture un poco irregolari, certune tegole divelte. In un vicolo affondo, che s'interrompe sul battente d'una porta; dietro s'apre il quadrato d'un tenero giardino. Mi rendo di nuovo sulla via maestra, che diritta nel borgo s'inabissa. Certo semplice appare, codesto rione di Píngyáo; per nulla decrepito si mostra, tuttavia, né da miserrimo grigiore avvinto, benché l'aria del giorno non sia lieta. Notano certuni il passaggio mio solitario, e di sorrisi m'accompagnano; niuno si prova a offrirmi scorta, né a me l'impone.
Cinque lustri passarono dal tempo di Tiziano, l'augusto viaggiatore italico che a Píngyáo mi precedette pure, e fu per lui cittade proibita. Fuggì allora costui dall'aspra sorveglianza cui erano sottoposti gli stranieri. Vide strade sommerse nella terra, coperte di fango e d'escrementi; palazzi antichi ch'erano cadenti e d'umani stipati, un rivo rosso d'artifizioso sangue che d'una fabbrica veniva. Templi e monumenti antichi non trovò, o li trovò in rovina. Giovani forzati in rieducazione transitavano alle porte del borgo, lucido il cranio, dalla milizia custoditi. Presto fu riacciuffato, il ribelle Tiziano, e redarguito, indi al treno ricondotto. Stamane, procedendo verso il centro di Píngyáo, graziosi si snodavano vicoli e strade; lindi palazzi s'ergevano in mirabile posa, ornati di targhe nel britannico idioma pure, ch'a profusione la storia antica rammentavano. Chissà ove s'erano rilocati, coloro che negli antichi palazzi si stivavano, al tempo del passaggio di Tiziano. Vidi infine taluni edifici affollati molto, ma solo dell'orde dei gruppi organizzati, che neppur l'uggia del tempo infastidiva. Il rivo del fossato, certo non era d'acqua pura, ma del color del sangue neanco si tingeva. Pure non vidi questuante alcuno, né strane mercanzie che i venditori offrivano per placare il brontolìo delle viscere loro. Nulla sembrava pencolare in fragile equilibrio, nel borgo di Píngyáo. Che anzi, per la più parte m'è parso così perfettamente apparecchiato da risonar quasi, come dire, contraffatto.

 

Morbidi e duri
del 12-06-2008

Molto l'uzbeka Khiva mi ricorda, codesto borgo di Píngyáo. Là pure (vedere il blog: “Verso il lago d'Aral”) v'erano mura che della cittade strignevano il cuore antico, palazzi aviti che si facevano musei, gruppi organizzati a transitar assieme nei lochi di massimo richiamo, angoli da costoro disertati e consacrati all'opre quotidiane dei locali. Oggidì a Píngyáo, tuttavia, la più parte dei visitatori viene di Cina, almeno così sembra; laggiuso, in Asia centrale, molti di costoro mi parvero d'europeo sembiante.

Siffatti palazzi di tradizione Han sono oggidì curati come beni d'inestimabile valore; pure, sospetto che molto di ciò ch'era scomparso, distrutto o sfigurato, sia stato ivi rinnalzato nell'epoca ch'a noi si fa contemporanea. Molti palazzi di Píngyáo, di amene diciture si forniscono: ecco la dimora antica dell'illustre banchiere Lei Lütai, che persino di giacigli riscaldati si dotava. Quivi ho letto, su una targa nel britannico idioma, che passeggiando in codesto edificio, puotesi sentire l'autorità dirigenziale della finanza, il coraggio e l'arguzia di quell'uomo che n'era proprietario. Giacché - s'iscriveva sulla targa ancora - la residenza di costui, eredità preziosa si fa, nello studiare lo sviluppo finanziario della Cina, la sua storia e quella dell'architettura sua.
Serenamente, al solingo passeggio mi sono abbandonata nelle strade linde di Píngyáo. Semplice m'è stato, d'orientarmi: giacché minuto è il borgo, diritte le vie maestre ove s'aprono, sovente, botteghe di ninnoli e paccottiglia, locande per la notte e per il dì. V'erano venditori accovacciati sul selciato, in dignitosa sosta, coll'offerta delle frittelle loro. Con molto gusto me ne sono cibata; forse con farina di riso si facevano, e pasta di noci, d'altro non saprei dire. Mi parvero squisite; v'ho aggiunto pure una pannocchia, bollita, per il desinare. Sul fare della sera, in attesa del convoglio che a Tàiyuán mi rendesse, sono entrata in una bottega d'abiti, su un viale, fuori dalle mura. Queste prendo, ho fatto segno alla giovane Han che m'ha condotto tra le grucce ove brache erano appese. E invero, molto necessito di vestimenti novi; giacché il freddo incalza. Il basto della Cavalletta mia non si fornisce, d'indumenti che all'inverno s'addicano.

Sul treno, nella sera d'oggi, nel corridoio della classe morbida mi sono accomodata, benché biglietto avessi della classe dura. Laggiuso v'era la bolgia; quivi la calma. Codesta – che si fa più cara, com'è ovvio – tutta già era venduta; ferroviere niuno s'è mostrato, tuttavia, a contestare ivi la presenza mia. Era, codesto, il vagone dei dolci giacigli che quattro a quattro nei compartimenti sono apparecchiati. Pure vi sono i vagoni dei giacigli duri, ove gli umani s'aggrumano come api nell'alveare, giacché porte non vi sono, a compartir lo spazio. Dolce m'è stato il rincasare; Li'ya attendeva la favella mia, al composimetro della sua dimora ch'ancor non conoscevo.

 

Guardaroba di Cina
del 12-06-2008

Saltabecchiamo nella lenta pioggia che stasera m'è parsa rallegrare l'aria. Le macchine sugli scrittoi delle dimore nostre si spengono, oggidì, giacché d'incontrarsi era tempo. Eccoci all'opra nelle vie di Tàiyuán, ch'ancor più risplendono di fresche architetture, intrise di notturne scintille delle luminarie. Non saprei dire in che rione ci siamo accompagnate; senza i destrieri nostri, tuttavia, parevamo uccellini, a zampettare lieti sull'odoroso campo ove s'affacciano i lombrichi dopo il temporale. M'ha condotto, Li'ya, nella bottega grande ove, per lungo tempo, s'occupò d'addestrare i lavoranti. M'aggiravo con trepido entusiasmo in mezzo a quei volumi, ch'erano d'ogni forma e sorta, benché nulla capissi del cinese idioma. Molto la lettura m'appassiona, invero; quando le scorrerie me ne lasciano il tempo, e la scrittura pure, amo frugare quei volumi, rimirarli e toccarli, pascermi del contenuto loro. Vi cerco le risposte che l'avventure mie non m'offrono, o solo il racconto delle gesta d'altri cavalieri: perché molti sono i viaggi degli umani – per terra e per mare, ma pure quelli delle fantasie e delle case loro – degni d'essere conosciuti. Sovente, le storie di costoro, altre fantasie m'ispirano; e forse, pure codesto viaggio mio, da letture s'è generato.

Li'ya s'attarda nella libreria; discorre sorridendo con certune commesse ch'ella conosce. A un punto, col direttore novo non s'intese, e preferì altrove rivolgere il travaglio. Verrai presto a vedermi, nell'offizio mio d'ora; non è lontano dalla locanda tua, così m'ha detto. Usciamo; e ancora non saprei per quale via, ci siamo ritrovate sul cammino, folto di luci e di botteghe, ov'ella intendeva condurmi, per gli indumenti miei al freddo atti. Occorre dire che, d'abitudine, poco mi prendo cura di rinnovare gli schinieri e l'armatura; ovvero, cerco di farne provvisione conveniente alle fattezze mie di cavaliera errante. Poco studio la finezza delle stoffe, la qualità della finiture o i marchi; che siano confacenti alla bisogna, di quantità modesta, giacché il basto della cavalcatura mia molto non tiene. Stasera, nondimeno, nella bottega ove Li'ya m'ha condotto, ho scelto una morbida corazza d'elmo provvista, e delle brache che dalla pioggia fanno schermo. Di queste, pure s'è fornita la compagna mia, per l'ampie cavalcate col destriero.

- You don't need other clothes. Altro non deve occorrerti. Ti fornirò del resto. Conservo brache che portavo quando fui cavaliera incinta, e una corazza che forte s'oppone al gelo. Più non mi sono d'uso, oramai; a te bene s'adattano. Verrai presto alla dimora mia, e quivi ti darò tutto.

 

Il mistero di Jìncí
del 12-06-2008

Così ha parlato Li'ya; e mi stupisco, invero, del poco di parole che tra noi si sono dette. Giacché molto di lei mi pare di sapere. Merito è certo delle macchine che traducono gli idiomi nostri; ma pure d'altro, credo. Penso le sue parole come l'avesse dette nell'italico idioma; eppur cinese è la favella sua, povera di britannica loquela. È come se l'idioma di lei mi fosse noto; forse vi sono altri intendimenti che, nell'amistade, la comprensione fondano.

Da qualche dì, la scrittura diserto; la vita, a Tàiyuán, m'ha preso. Non è cittade favolosa, né il puzzolente ammasso che Tiziano vide. È certo il dimorare nella calda locanda, l'affezione di Li'ya, la dolce abitudine dei percorsi miei verso quei lochi ove, solitamente, le viscere appago. Amo confondermi coi velocipedi a sciami, nelle vie; un poco sento d'essere cinese, col destriero mio che sempre m'accompagna. Di cavalcature a ruote, ve n'è una profusione, se appena il cielo si rasserena un poco. Molte s'adoperano per vario travaglio: reggono cesti di verzure o pile di giornali, studenti scortano alle scuole, impiegati agli offizi loro. Stamane, tuttavia, la Cavalletta nella locanda s'è tenuta; credo non le dispiacesse, giacché parecchio è andata al trotto, negli ultimi dì, a Tàiyuán. Mi recavo al tempio buddhista di Jìncí, quindici miglia a sud-ovest del borgo; col sole alto, nel cielo puro d'estate, l'avrei condotta, la cavalcatura mia. Siffatto stato non era; laggiuso ho mosso col torpedone di pubblico servigio.

Delicato era il parco, di fiori adorno e d'alberi secolari; tutto pareva di perfezione adamantina. «Proteggere le reliquie del passato è dovere di tutti», intimava un'iscrizione lapidaria tra le aiuole. Monaci non v'erano. Alquanti edifici si stagliavano nella bruma ch'ovattava il parco, sotto la collina. S'attribuivano a epoche diverse: ne fui confusa, giacché del tutto mi sfuggiva la relazione loro. Molto m'è parso affascinante, tuttavia, il tempio della Madre Sacra coi dragoni suoi di legno, ch'alle colonne dell'ingresso s'aggrovigliano (nella foto al centro in basso, http://italian.cri.cn/chinaabc/chapter16/chapter160312.htm). Si dice il più antico edificio ligneo della cittade, vecchio di mill'anni quasi. Ospita, nell'interno, la processione straordinaria di coloro che servivano la santa donna, ch'era madre d'un principe; decine di statue di variopinta argilla, d'epoca Song (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm), protette da una grata ch'il passo entro la sala vieta.

Per il resto, il mistero del parco di Jìncí per me non s'è svelato. Si consacrava al Buddha, invero, quello strano complesso sotto la collina, o a tutte le tradizioni religiose e di pensiero della Cina antica? Quegli edifici, erano riuniti in codesto loco per via del naturale evolversi dei tempi, oppure s'erano ivi raccolti nell'epoca moderna, come parco dei divertimenti, ch'offre alla vista una galleria dell'architetture tipiche di Cina? Dubitosa restai, e ancor lo sono.

 

Foto di brace
del 12-06-2008

Ieri, nel meriggio tardo, Li'ya m'attendeva nell'offizio suo; il destriero di lei, pure, aspettava la Cavalletta. Il cielo s'oscurava appena, benché non promettesse pioggia. Era la Cavalletta assai nervosa; sospetto che in grande simpatia tenesse il velocipede di Li'ya, e volesse mostrarsi bella di forme e agile di scatto. Si lanciò dunque al galoppo sulla via maestra, e non m'avvidi che la strada di Li'ya s'allontanava, a manca. Arrestai d'improvviso quella cavezza forsennata; un assembramento, sul lato della via, attirò allora lo sguardo mio che si faceva lasso.
Vidi un palazzo d'enorme sembiante, assai moderno, di stile ch'avrei detto occidentale; v'era un piazzale, dirimpetto, per le vetture in sosta. L'ampia porta ch'ivi conduceva s'era coperta d'un dazebao; umani Han, immoti e taciturni, a sostenerlo. Mostrava esso una dicitura nel cinese idioma che per nulla compresi. Volli immortalarla; indi partii, con la Cavalletta. M'avvidi, di lì a poco, ch'eravamo sulla fallace via. Costrinsi allor la Cavalletta a ricalcar le tracce delle ruote sue; diretro rivenimmo, ov'era il dazebao. Ci prese allora la milizia; e furono minuti lunghi ore.

Un milite strizzò col tacco la ruota anteriore della Cavalletta, e anco la tenne ferma alla cavezza. Indi parlò un poco nel ricevitore mobile suo. Provai coll'isteria; mi misi a urlare, nel britannico idioma, e qualche lagrimuccia pur cacciai. Costui per nulla parve impressionato. Molto mi turbò siffatto imperscrutabile sembiante, più forse del timore che mi procurò quel fermo. Non mi sovviene, invero, in qual maniera m'annunciò costui il provvedimento, se coi gesti oppur colla favella. Estinguere. Subito compresi cosa volesse il milite. Provai a salvarle, codeste immagini di brace. Ma nulla potei fare, che le risparmiasse. Controllò il milite l'apparecchio mio, con preciso zelo; indi ci lasciò andare. Presa da collera, spinsi la Cavalletta sulla via; ancor tremava, ella, nelle giunture offese. Sull'opposta sponda del viale, scattai, e scattai ancora; ma la distanza, e il buio, mediocri immagini fecero sortire. Pure, sospetto ch'il dazebao che immortalai di nuovo, non fosse l'altro per cui i militi m'avevano arrestato. Ancor pervasa dall'affanno, e di questioni piena, trotterellai all'offizio ove Li'ya ristava, in trepidante attesa.

 

L'ufficio di Guanyin
del 12-06-2008

M'ha accolto, con la festa della cura abituale sua. Le spiegai il fatto.

- Tonight, I tell you. Stasera, dallo schermo delle dimore nostre, parleremo di codesto accadimento. Ora riposa; ci recheremo poscia alla taverna ove pesce si mangia.

M'ha accomodato nell'offizio ove si svolgeva il quotidiano suo travaglio. Semplice era, un poco disadorno. Sullo scrittoio, alla vetrata accosto, s'ergeva il composimetro, e un ricevitore da banco; poche le pagine ivi affastellate. V'era un divano ampio, e lì oltre, un mobile per il carteggio d'archivio. Fuori s'avvoltolava il cielo, nel cupo rombo della sera.

- Your hands! Lo sguardo di Li'ya s'appunta sulle mani che di brace mi si fanno.

– È il primo gelo che gli artigli flagella, quando di manicotto s'è sprovvisti! Ho sorriso, nascondendo le mani.

V'erano, nella stanza accanto, due giovani Han ch'ella mi disse travagliar, pure, nelle risorse umane. E invero, non grande movimento ivi ho veduto. Che nel tempo pur breve della sosta mia, niuno è giunto coi compiti d'offizio. Il travaglio a uno standard si conforma, e or non ve n'è molto; così ho compreso, dalla favella della compagna mia. Pure, mi pare che la proverbial fatica delle genti Han poco s'accosti a tale offizio. Li'ya v'arriva alle otto del mattino, e termina alle sei del meriggio, per cinque dì la settimana; dal mezzodì alle due, tuttavia, la siesta puote fare, sul divano ch'ivi staziona.

Presso lo scrittoio ove s'accoglie la presenza mia, giunge quella donzella che con Li'ya nel quotidian travaglio s'intrattiene. Sorride, ella, mentre mi porge i doni: acqua calda per ritemprar le viscere, e crema per le mani. Li'ya! La sgrido, imbarazzata un poco per l'amorosa sua premura. È lieta, quella compagna mia, del piacere che costì mi procura. M'invita, infine, a contattar la cavaliera madre che sull'italico suol s'aggira e da tempo, delle scorrerie nostre, non ha notizia. Una carta possiedo, ch'in codesta provincia di Shānxī s'usa pei ricevitori da banco.

- Madre! Padre! M'esce una voce tremula, che s'accompagna al nero della sera.

- Quaggiù per noi si fa sereno, l'aere; pure le cavalcate nostre in lochi ameni si compiono, nel tempo della dolce vecchiezza che s'appressa. Sappi che la giostra, per noi, sempre si porta con tranquillo passo. Che dolce ti sia il cammino, e sgombro di perigli.

Rimirai l'aere fosco ch'avvolgeva il viale, oltre la vetrata dell'offizio. Una pena lieve mi punse, in fondo al petto. M'alzai. Nella stanza accanto, Li'ya giocava coi compagni suoi. E molto m'allegrò, invero, la triade ch'era di fronte all'apparecchio mio, dalla stretta dei militi offeso. S'ergevano costoro, assieme, come Guanyin, dea dalle mille braccia, perché potesse, la compassione sua, prestar soccorso a molti di viventi (http://it.wikipedia.org/wiki/Guanyin). Mi piacque codesta figura, che nel buddhismo e nel taoismo di Cina molto s'offriva alla venerazione popolare. Indi Li'ya spense le luci; e fummo nuovamente sulla via.

 

La pesca collettiva
del 12-06-2008

Scrollò il cavo dei freni, la Cavalletta mia, lieta che la movessi, accosto al velocipede ch'a Li'ya faceva scorta. Andammo, nell'umidore ch'il cielo procurava; presto s'arrestò ella, di fronte alla taverna ove la cena s'era convenuta. Dolce fu quella sosta che i due destrieri avvinse; almeno credo, giacché quando sortimmo, con trepida allegria trottò la Cavalletta sino alla dimora nostra. Due garzoni sapevo da noi essere attesi; salimmo al piano alto. Sul ballatoio, s'aprivano i ridotti; celava una cortina, di ciascuno, la vista sull'interno. Sedemmo; presto la tenda si scostò.

Zhang Hui Sen e Yang Xiao Guang molto parevano di buon umore, nel convivio nostro d'ieri. L'uno era smilzo; sovente si corrugava quel sembiante, nelle grinze del riso. L'altro, piuttosto corpulento, non increspava il viso molto, nel mutare dell'espressioni sue. D'entrambi, ho saputo ch'erano lavoranti nella libreria ove Li'ya s'impiegava prima dell'ultimo travaglio. La britannica favella loro, minima era; pure m'è parso, iersera, d'intendere molte cose. Lo smilzo, con passione alla scrittura si dedicava. Galoppava nel mondo virtuale; colla tastiera sua, all'etere consegnava le storie che nella vita gli occorrevano. Un cavaliere amico! e mi s'allargò il cuore; benché assai non mi nutrissi, in codesta taverna ove molto vidi passare, di cibo, sotto il naso.
Giunse per primo il pesce; un poco me ne fornii nel piatto. Il resto, finì nel calderone ch'al centro della mensa ribolliva. Ivi di tutto s'immergeva: insalata cruda, tocchi di tofu, involti piccioli di manzo e di capra, spaghetti, e altro ancora. Indi, con le bacchette sue, ognuno andava a pesca in codesta conca. Debbo confessare che abile non sono, nell'usare gli strumenti ch'in Cina s'adoperano pel cibo. E ancora, la pesca collettiva per me ardua si fa, e non miracolosa; giacché sempre m'è parso poco sano, siffatto spandimento dei germi di ciascuno. Poco mangiai, dunque, delle pietanze che copiose inondarono la mensa, e prima che finissero nell'agitato buco. Quanto al bere, volli tentare una specialità che i miei commensali parevano apprezzare, nel novo della Cina d'oggidì. E invero, venne una bottiglia; il marchio rivelava memorie d'Occidente.

- Chinese Coca Cola! mi disse Li'ya, col dolce suo sorriso. Provai. Era calda, d'un caldo riscaldato; un punch senz'alcol, e senza gas, giacché d'anidride mi sembrò priva. Finii il bicchiere. Scese l'orrendo liquido nelle fauci mie di cavaliera errante. Chiesi del tè, l'ottimo tè di Cina.

 

Ricchezze d'autore
del 12-06-2008

- Do you want to write a book? Vorresti scrivere un libro, con le tue storie? ho chiesto allo smilzo, interessata.

- È difficile molto pubblicare, in Cina, per gli autori.

Così ha risposto e, con l'aiuto di Li'ya, il suo pensiero ha fatto chiaro. Duecentomila yuan, codesta somma l'autore deve fornire perché il volume suo veda la luce, e nelle botteghe del paese sia distribuito. Duecentomila! E pur sono, d'euro, ventimila: trasecolai, iersera, nel convivio che lasciò le viscere mie inappagate. Pare ch'uno scrittore, in siffatte lande, raccolga il denaro tra parenti e amici; sino a garantire, con quello, la pubblicazione sua. Se codesta va bene, l'autore può, almeno, recuperare tale somma.
Certo, molti sono i lettori della Cina, molti i possibili acquirenti. Nondimeno, codesta cifra mi parve smisurata. Chiesi allora quanto ci volesse per comperare una dimora, in quel di Tàiyuán. Centottantamila, per una casa che piuttosto grande sia, sessanta metri quadri, forse. Così annotò quella compagna mia, sul taccuino che sempre m'adducevo nella borsa. Le domandai allora del compenso ch'ai lavoratori era dovuto. Quattromila yuan si dota, al mese, colui che all'università insegna, benché a Pechino essere puote sino al doppio di codesta somma. Così mi disse ella; e infine aggiunse che, pel travaglio suo, di tremila circa, ogni mese, era provvista.
Siamo presto rientrate, iersera, nella dimora della locanda, me medesima colla Cavalletta. M'è parso inopportuno, infine, ancor tenere Li'ya sulla tastiera, nell'inoltrarsi della notte; giacché prendersi cura dovea pure dell'infante, e del marito. Ho rinviato dunque ad altro tempo le questioni che mi s'affollano nel petto, in specie quelle sul fatto che coi militi m'occorse. Ricoverata la cavalcatura mia, sono andata girellando ancora un poco nelle luminarie che fanno vivo lo spirito del borgo. Nel giallo riluceva la stazione dei convogli ferroviari; rossi vapori s'ergevano d'attorno alla taverna ov'ero solita recarmi a colazione. Solo, ristava un velocipede, sul bordo della via, che pareva d'un biliardo stradale farsi scorta. Ho veduto l'esuberanti tinte d'un mercato che pur di notte molto s'animava. Di quei frutti ho fatto scorta; indi mi sono resa al piacere della tiepida alcova, ove la Cavalletta già s'abbandonava al sonno.

 

Il mite riposo dei sorrisi
del 12-06-2008

Stamane ho compreso la ragione del cupo brontolìo che, dal tempo di Luòyáng, la picciola corona della Cavalletta spande. Andando al trotto, sulla via ch'alle pagode gemelle dei Ming conduce, a vuoto d'improvviso girò la pedaliera. Quella corona, alla più grande, bene non era assicurata; le viti, lente, avevano ceduto, e s'erano disperse sull'asfalto. Ho pensato ch'il viaggio si facesse duro, pure per la cavalcatura mia; più tardi dal riparatore ti conduco, le ho detto, accarezzandole il telaio. Indi l'ho presa alla cavezza, e il cammino ho proseguito a piedi. Giacché l'altra corona puotesi usare, ma sol per la discesa; e allor la via montava un poco. Ameno era il giardino ove s'ergevano le due pagode nella nebbia. Credo che piacque alla Cavalletta, benché indisposta fosse. A lungo chiamai il custode, perché l'uscio m'aprisse del giardino. Venne, con amabile sorriso, l'uomo minuto che mi sembrò anziano; la Cavalletta fece accomodare, avvinta al fusto snello d'un arbusto.
Ho amato passeggiare nel giardino ove s'ergeva, delle pagode, la doppia sentinella. Ho amato, credo, la dolce solitudine di quel loco disertato dai visitatori, la nebbia che correva in banchi acquiginosi attorno alle antiche due vette di mattoni, il luminoso volto del guardiano. Certo m'è parso, qui pure, che molto s'innalzasse di moderno, nei padiglioni ch'al parco facevano ornamento. Entrai in un tempio. «Buongiorno a chi non c'èèè.....», gracchiava, nell'italico idioma, il fondo del cortile. Mi parve un'operetta che fosse data alla radio; indi passò una donna coll'abito monacale giallo, rasato il cranio, serafico il sembiante. Mi porse l'immaginetta del Buddha, sorrise, e passò oltre. Ho amato, credo, il mite riposo di quei sorrisi, nel giardino delle due pagode.

Sul viale ove sorgeva la locanda, ho condotto la Cavalletta dal riparatore. L'uomo operava, ogni dì, nel medesimo loco, salvo all'occorrenza della pioggia; giacché bottega non aveva, bensì un angolo di sterrato marciapiede. D'uno scranno, uno sgabello e il cesto degli attrezzi era fornito; indossava una giubba di taglio militare, e ampi calzoni. La tua cavalcatura sarà presto curata, m'ha fatto cenno colle serene rughe della fronte. A costui ho affidato la Cavalletta; nell'osteria dirimpetto mi sono accomodata, per il desinare.

 

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