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Le ruote di Pechino (Beijing)
Una Cavalletta nella capitale della Cina, parte prima
Blog di DODAMANTE
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Timori notturni nella stiva
del 24-07-2008

Paurosa notte, nella stiva vuota del torpedone che da Tàiyuán s'allontana. Sola, nel buio pesto, senza il caldo conforto delle masserizie d'altri umani. Le mie corone, sovente, tremebonde si fanno per l'ardua vicinanza d'aspri colli – involti, pacchi e bauli di forte ingombro e peso – che danno arrecar possano alla meccanica mia. Pure temo, però, lo spazio troppo vuoto: giacché, se l'aggancio ai sostegni è malfatto, il mio telaio s'adopra come batacchio di campana, e tutto di me rimbomba nel cupo ventre della stiva. Timor siffatto presto m'ha abbandonato: Dodamante ai sostegni m'ha ben assicurato; il portello s'è chiuso, colla dolce possenza del conduttore. La strada, buona mi pare, dacché il convoglio rolla dolcemente, senza scosse. Chissà perché, mercanzia niuna porta, codesto torpedone, nella capitale; pure non vi sono letti per gli umani, solo semplici scranni. Il viaggio, nondimeno, prende la notte intera, benché Pechino disti trecentoquindici miglia solamente, dal borgo ove sì bene ci ricoverò Li'ya (vedere il blog precedente).

Paurosa notte, codesta: giacché a Pechino, forse, per me termina il viaggio colla cavaliera mia. Quando stracche arrivammo a Tàiyuán, e prima pure, ella mi disse che troppo v'era di sfinimento, nella lunga cavalcata nostra d'Asia, nelle contrattazioni pel trasporto e pel ricovero mio nelle locande. Che mi tenessi pronta per salpare, sola, tra le merci d'un convoglio ferroviario, verso Mosca di Russia; laggiuso, il cavaliere Nicolaj m'avrebbe presa, e serenamente custodita sino all'arrivo di lei, Dodamante, che s'arrendeva alla retrocessione nella fanteria. Più distesa m'è parsa, poscia, nei molti giorni che trascorremmo assieme a Tàiyuán, benché fossero funestati dalla pioggia; ma nulla più mi disse su codesto caso, e ancora temo ch'ella voglia abbreviare il viaggio mio con lei. Molto me ne dispiace: di più, sono sdegnata. L'avventura nostra, sempre o quasi s'è fatta assieme. Vero è che, talvolta, ho dovuto aspettare ch'ella tornasse a prendermi; ero nel verde d'un cortile o d'un giardino, o nella fresca penombra d'un appartamento. Il viaggio, tuttavia, da quel punto riprendeva, la cavaliera mia col suo destriero, senza fallo, assieme verso l'est. Ora si tratta d'una storia nova: la traversata di Russia, ciascuna per suo conto la farebbe. Per me i perigli d'uno sbatacchiamento senza vigilanza, e della concupiscenza degli umani; per Dodamante, le ignote fatiche riservate ai fanti. Idea siffatta ho in spregio; e molto m'opporrò al suo facimento.

 

Triciclo pechinese
del 24-07-2008

S'apre il portello: ecco Dodamante ch'a terra depone le ruote mie, col sorriso d'una serena notte. M'allaccia il basto, avanti e diretro. D'improvviso m'abbaglia, il latteo biancore della luce, nel primo mattino pechinese. Ho perduto i fanali: in Turkmenistan quello anteriore, a Tàiyuán l'altro. Resta il vibrante lucore dei parafanghi, e l'acuto senso delle antenne-freno: con esse m'oriento, con quelli scruto il mondo ch'alle mie ruote accosta. Non piove: che anzi, un sole pallido sembra bagnare l'umane forme e quelle dei convogli, i carretti e gli altri velocipedi in sosta sul piazzale della stazione. Per nulla essa mi pare d'eccezione, o di supremo splendore, benché sia Pechino, nel tempo ch'ai Giochi prossimo si rende. M'appoggia Dodamante alla sponda d'un carretto. S'empie codesto di lunghi steli, paiono porri; v'è pure un altro sacco, il cui contenuto bene non distinguo. Ho grande simpatia pei tricicli che lavorano sodo, in specie quelli che di verdura carico si fanno. Nel mezzo dell'amabile colloquio, ove chiedevo a quel carretto cosa di grazia portasse e ove fosse diretto, è giunto il pedalatore suo, col sembiante amabile d'un buon risveglio. L'ho veduto fare un segno a Dodamante: sto per partire col triciclo, fai attenzione alla cavalcatura tua. Questo di certo voleva dire; un solo istante, arrivo, ella gesticolava di rimando, nel mentre che di cibo si forniva da un barroccio lì accosto.
L'uomo m'ha sottratto quella compagnia; Dodamante m'ha preso allora, con tutto il carico, per sospingermi sino alla grata che circonda il piazzale. Ivi s'è nutrita di fagotti ripieni, e latte di soia, benché non mi paresse entusiasta della colazione. Indi meglio m'ha equilibrato il basto; poscia m'ha inforcato con sorprendente energia.

- Bene, mia cara, ha detto ella, eccoci a cavalcare nell'immensa metropoli, la più popolosa sinora del viaggio nostro, benché Istanbul pure non sia da meno.

Davanti al piazzale, ho veduto un poderoso snodo di vie sopraelevate. Un brivido m'è corso sul telaio; l'avventura d'Istanbul non s'è estinta nell'oblio, e ancor vibrano di paura i raggi miei (vedere il blog “Istanbul, balcone con vista sui grattacieli”). Con dolce fermezza la cavaliera m'ha accompagnato in strada.

 

Incidenti dolosi
del 24-07-2008

- Quivi risiedono più di dodici milioni d'umani, e milioni ancora vi dimorano, che sono lavoratori d'altra provenienza; benché nel cuore di Beijing, «capitale del nord», cittadini si fanno meno di nove milioni, così pare, e gli altri nei sobborghi o alla campagna attorno (vedere nelle “Note tecniche”, parte seconda). Preparati a una lunga galoppata; siamo nell'ovest della cittade, andiamo verso la piazza Tian'anmen. Forse saremo in strada per ore; credo però che, la via, piana si faccia, e non accidentata come fu a Istanbul. A te mi raccomando, perché codesto trotto agevole ci sia.

Per nulla mi spaventa, la lunga via che Dodamante annunzia. Piuttosto, temo la spedizione che di me ella vuol fare, a Mosca, sul convoglio delle merci. È tempo di mostrarle che codesta avventura deve proseguirsi assieme; il modo mi procuro, oggidì, perché ella comprenda e infin rinunzi all'orrido proponimento.

- Tian'anmen? domanda la cavaliera mia a un fante di passaggio. A dritta s'allunga il braccio di costui; ivi mi spinge Dodamante, costeggiando dabbasso la via sopraelevata.

Grande è codesto viale; vi sfilano carrozze a motore d'ogni forma, benché non manchino cavalcature mie pari. Poca attenzione porgo alla strada, tuttavia; il basto mio pare un macigno, stamane, e il collo mi si torce nello sforzo. Una mappa dispiega Dodamante: l'ebbe da Li'ya, lo ricordo, a Tàiyuán (vedere il blog precedente, paragrafo “Il mondo in sella”). «Il centro di Pechino, da grosse aureole stradali pare incoronato: siamo in prossimità della seconda, almeno credo», così mi dice ella. Le antenne-freno annusano la mappa: m'è poco comprensibile, l'odore dell'inchiostro cinese. Pure, m'è parso di fiutare qualche scritta in caratteri latini; dev'essere appesa più avanti nel viale.
Forte mi stringe i freni, Dodamante, benché la strada in pendenza non sia: vuol dunque che in sicuro porto la conduca, perché sola si possa riposare, senza l'ingombro mio, nel mentre che – impacchettata e muta – viaggio, nel cupo ventre d'un convoglio, pei geli siberiani. Così giammai sarà: e mordo il freno. Prima quello davanti; poscia, un par di miglia dopo, pure l'altro: perché capisca ella che, dal sostegno mio, esimersi non puote.
Coi freni mozzi, s'atterra Dodamante, accigliata. Credo sospetti il boicottaggio. Nulla mi dice; nel mattino che s'inoltra, a piedi mi sospinge per una viuzza ch'entra nel quartiere.

 

Il sollievo della Cavalletta
del 24-07-2008

Non sembra antico, codesto quartiere ove siamo; neppure di fresco fabbricato, tuttavia. Certo mi pare un'accozzaglia di cemento. Pei velocipedi non fosse, che invero ancor vi sono a profusione, direi che poco splendida mi pare, siffatta capitale della Cina. Vibra, la delusione mia, tra le dita della cavaliera che mi porta.

- Sciocco destriero, meriteresti ch'ivi t'abbandonassi, alla mercé d'un cavaliere pechinese, così vedresti se codesta cittade è così brutta come la pingi ora, senza nulla sapere.

- Tanto m'abbandoni comunque! grido, con stridor di raggi, il manubrio scuotendo con desolazione.

- Cosa dici! salta su Dodamante, con aria offesa. Mai ho voluto cederti ad altri, e tu lo sai.

- Come! Stai per mandarmi, sola, a Mosca, sperando che quel Nicolaj mi prenda al termine del viaggio.

- Nicolaj... e poi, lassa di viaggio ero, quando codesta idea ho proferito. Mai, mai più vorrò separarmi da te, nell'avventura nostra, che non sia cosa di pochi dì; con te, al termine del viaggio voglio arrivare, a riveder quel sole forte ch'il Mediterraneo piega, che gli uomini laggiù fa sragionare. Era questo, dunque, che tediava l'andatura tua, nel tempo ultimo delle cavalcate nostre! Ora comprendo. Sappi che, il boicottaggio, a poco serve. Al riparatore devo sottoporti: non lamentarti, s'egli le antenne tue ora ti torce.

D'improvviso, leggiadro per me il carico si fa; d'un quintale di libbre, mi pare d'esser liberata. Dodamante m'ha tolto il basto, invero. Un vecchio riparatore Han, piccolo di statura e senza denti, armeggia malamente sui fili miei dei freni. Sbava costui sui giunti miei; l'incastro giusto non coglie. L'ufficio infin rassegna, con mestizia. Dodamante, pure, lieta non pare. Ella mi porta via; e di sollievo ancor mi ringalluzzo.

 

A Tian'anmen
del 24-07-2008

Più oltre, nella via, altro riparator s'adopra, d'attorno alle cavalcature di mia specie. Più giovane, costui, di muta precisione. Mi prende, per nulla intimorito dall'esotico sembiante mio d'Europa. Armeggia i fili; sento la maestria del tocco suo, benché fredda mi paia. Non una sfida, né un piacere, dev'essere per lui codesta incombenza sul velocipede straniero: solo un travaglio, come altri. Rammento la festa che mi fecero a Xīníng, quando si piegò in due la corona mia picciola (vedere il blog “Ai confini del Tibet”, paragrafo: "Sulla via della collina"). E l'uomo che mi curò a Tàiyuán, che pure brevemente mi rapì, felice come un infante ai primi giri di ruota sul triciclo. Siamo a Beijing, Pechino, la capitale della Cina: anco i riparatori, forse, almeno quelli più giovani, s'aprono oramai al mondo d'Occidente, e poco s'impressionano pel passaggio d'un ciclo infortunato, che pure da lontano assai proviene. Oppure, è l'effetto dei Giochi: il rispetto assoluto per ciò che attiene lo straniero, l'armonia e la stabilità che s'impone, perché il grande evento serenamente possa compiersi. O forse, è solo il temperamento suo proprio. Comunque sia, l'uomo sa il fatto suo: tornano intatte in un baleno, le antenne-freno con cui m'oriento in strada. In pace sono allora, rassicurata e sana. Il prezzo, pure, si fa modesto, per una capitale: lo stesso d'un caffé sull'italico suolo. Dodamante ristabilisce il basto, e da quel riparator congedo prende.
Di nuovo sul viale, la pedalata mia schietta si fa, nell'ora che per gli umani al desinar s'appressa. D'un tratto, m'arresta Dodamante presso una coppia di gendarmi al passo.

- Tian'anmen? Qui dietro, fa segno l'uomo, sorpreso un poco da question siffatta.

Ecco l'enorme piazza, la più grande al mondo, il cuore di Pechino e della Cina, che fama trista serba per gli eventi sanguinosi dell'anno 1989 (http://news.bbc.co.uk/onthisday/hi/dates/stories/june/4/newsid_2496000/2496277.stm; http://it.wikipedia.org/wiki/Protesta_di_piazza_Tiananmen, vedere anche nelle "Note tecniche", parte seconda). Dodamante m'arresta e guarda.

- Tutto qui? le domando.

 

Comizio a due ruote
del 24-07-2008

Dodamante mi fissa, sconsolata.

- Come sarebbe, tutto qui? Cosa aspettavi, sgraziato biciclo che altro non sei?

- Perché così mi tratti, ora che sanata sono, e lieta pure pel viaggio nostro ch'assieme si continua? Forse che non c'è libertà d'espressione, pei cicli, in codesto paese?

La cavaliera ancora attonita pare, e non risponde.

- Siffatta piazza enorme non mi pare, né bella, invero! Quasi grido, con stridor dei freni novi. Tante vetture vi sono intorno, e una grata m'impedisce il trotto. Cose splendidissime ho veduto in Cina, ho memorie mirabili, ricordi straordinari. Cosa v'è dunque, d'eccellente, quivi? D'un lato vedo un tetto a pagoda appeso su di un bastione rosso, col ritratto di quel cinese dalla fronte alta che chiamano Mao. Sul lato opposto, un brutto palazzo squadrato coi pilastri, che tempio moderno sembra. Laggiuso, accosto al giardinetto, un edificio bianco e secco: la stella gialla della bandiera cinese sul fregio rosso in cima e, più sotto, i cinque cerchi colorati dei Giochi. Pure, le camionette dei gendarmi, benché non molte, invero. E poi là dietro... quel palazzo austero e lungo, che da colonne circondato pare, ove s'agitano al vento tante bandiere rosse, timor m'incute. E gli aquiloni di cui mi parlasti, ch'accender doveano di colore il pallido azzurro del cielo, sovra Tian'anmen, ove sono volati? Non ne vedo. Faticano, le consorelle mie, sui lastroni di pietra del selciato, ma al cuore della piazza si vieta a noi l'accesso: là, ove a grappolo s'addensano gli umani. E quel palazzo austero...

- Taci, o mula, per una volta sola! prorompe Dodamante, con lamentoso tono. Ma non m'inganna: lei pure, credo, s'erge delusa un poco sulla canna mia. Non è il momento, così ancor soggiunge. Sappi che, al cuore della piazza, il mausoleo s'innalza del padre della Cina popolare: quel Mao che morì nell'anno 1976 (foto al centro). Il muro rosso, ove s'appende il ritratto di lui, Porta della pace celeste era nomato: ivi s'entrava nella Città proibita degli imperatori. Dall'alto della porta, il primo ottobre dell'anno 1949, Mao proclamò la repubblica popolare della Cina: riposa ora la sua spoglia mortale, imbalsamata, nel palazzo squadrato che per nulla ti piace.

- Potrò vederla? a Dodamante chiedo, interessata.

 

Bicicapitale
del 24-07-2008

- E la bici di Mao, pure nel mausoleo laggiuso si conserva?

- Povera cavalcatura mia! Mi guarda ella, intenerita, chissà perché. Andiamo ora, aggiunge Dodamante, a cercare una locanda per la notte.

Ciò detto, con dolce garbo, mi spinge via da quel selciato.

- Non m'hai risposto! Punto le ruote, indispettita.

- Senti, sbuffa la cavaliera, non è il momento: te l'ho già detto, mi pare.

Sono sicura che nulla sa della questione, Dodamante, perciò di risposta non mi degna. Solo, non comprendo perché l'ignoranza sua ammettere non voglia. Sono, io pure, velocipede ignaro delle cose del mondo, in specie quivi, in Asia. Ma la curiosità mi spinge, talvolta, più dell'energia.

- E quel palazzo lungo, pieno di bandiere rosse? E gli aquiloni?

Inutile: ella tace. Rinsecchita la favella sua come le fauci, di sabbia, avesse piene. Mi figgo allora sulla via ch'innanzi alle mie ruote si dipana. Siamo ora accosto al giardinetto che vedevo prima: di tante consorelle miro la sosta, rallegrata. V'è pure un uomo Han, assai grassoccio, che benedice al sole il composimetro suo, sulle ginocchia ampie apparecchiato. Passiamo un arco, anch'esso rosso, tra le fronde: e siamo fuori, oltre la piazza che tante di questioni m'ha istillato.
Dodamante mi guida con sicura mano: me ne sorprendo, invero, giacché la strada, oggidì, nova pure si fa per la cavaliera mia. Comprendo tuttavia ch'ardua non è la galoppata, in siffatta capitale della Cina, se sui viali grandi essa si snoda: codesti a scacchiera quasi si dipanano. La via è piana, senza salita alcuna. V'è sempre una corsia ch'ai cicli si riserva, almeno così pare; e tanti ve ne sono, di cicli e di tricicli, ancora, benché vetture non manchino, sportive e lussuose pure. D'improvviso, un vecchio velocipede a noi s'accosta: ed è allo stremo.

 

I patimenti del vecchio mulo
del 24-07-2008

- Oh! prorompe Dodamante, turbata dal patimento dell'anziano destriero. Certo, forze non serba, così addobbato, povero vecchio mulo!

Stride, la rossa cavalcatura sfiancata dal carico sformato: che pena, al pensiero dell'ambascia che deve stringerle i raggi! Uno dei sacchi neri crolla dalla groppa ormai lassa, grattando sul selciato. Il conduttor s'atterra, perplesso, e guarda tra le ruote. M'appoggia allora Dodamante a quella grata che segna il corridoio pei cicli. All'uomo s'avvicina, e con le mani il carico sostiene. Altro ci vuole, credo, perch'il destriero annoso trovi giovamento. L'uomo riassesta il carico; a Dodamante cenno rivolge di ringraziamento, e parte. Per noi il cammino a dritta volge; la triste andatura di quel duo presto dispare.
Un vicolo s'apre, e profondo s'infossa in altro mondo che per nulla ricorda le grosse arterie pulsanti di vetture. La cavaliera mia ivi mi spinge. Certo mi piace assai, codesto vicolo stretto, e silenzioso. Allo stipite d'una porta che s'apre sulla strada ella m'appoggia, col basto pieno. Indi vi entra.
Quando vi esce, il sembiante suo mi pare rabbuiato.

- In quest'antica casa col cortile al centro, dimora oggidì una locanda, ch'assai preziosa si fa pei viaggiatori. Troppo cara per noi, in ogni caso. Cerchiamo altrove.

- Oh! sospiro io, con disappunto lieve. Pei vicoli potremmo continuare la ricerca: molto m'aggrada, codesta quiete, e le casette basse coi tetti grigi che vengono a spiovente, le porte sulla strada! Quivi, di certo, molte cavalcature di mia specie trovano dimora, e i giochi degli infanti, e l'attese delle donne anziane.

 

Picconi e ruspe
del 24-07-2008

- Cara la Cavalletta mia, come tu sai, io pure amo la quiete del tempo antico, ove a Pechino soli erano gli hútòng, vicoli stretti che furono seimila, pare, all'alba degli anni cinquanta del secolo passato. Era speciale, pure, la marcia loro da est a ovest; e le dimore, a complessi precetti si conformavano, secondo l'arte tradizionale del feng shui, ch'era d'ausilio all'architettura (http://it.wikipedia.org/wiki/Feng_shui). Il tempo venne dei picconi: la vecchia capitale del nord troppo ricordava il potere assoluto dell'imperatore. Divenne la capitale della Cina comunista: molto ne fu cambiato, molto ne fu abbattuto, dell'antico borgo d'imperiale fulgore. V'erano mura e mura, canali e canali; porte magnifiche, e archi di trionfo in marmo e in legno: l'ordine cosmico disceso in terra. Nulla o quasi ne resta, così pare. Codesta distruzione fu operata al tempo di quel Mao, in specie durante la Rivoluzione culturale, nei dieci anni prima che costui morisse e fosse imbalsamato. Fabbriche s'insediarono nei templi, dimore principesche divennero caserme.

Divaga, come sempre, Dodamante. Parla di mura, e monumenti antichi. Dei destini degli uomini comuni, delle dimore e delle cavalcature loro: di questo discorrere vorrei, e non di altro.

- Le case, e i vicoli?

- Le case su cortile, tra molte famiglie vennero divise. Al tempo del passaggio di Tiziano, venticinque anni or sono (vedere nelle “Note tecniche”, parte seconda), i vicoli erano miseri e sporchi; le case, meandri di baracche. V'erano latrine di quartiere, fetide fosse senza divisori per ciascuna persona; al mattino si faceva la fila, giacché, le case su cortile, di gabinetti interni erano prive. Così scrive costui: benché nulla abbia veduto coi miei propri occhi, come sai.

- Qui attorno, non vedo file.

- Il tempo venne pure delle ruspe. Già Tiziano vide innalzare enormi blocchi, ove piazzare le misere masserizie delle genti. Da allora, sino a oggi, Pechino ognor si fa cantiere in movimento. E dei vecchi hútòng, sempre meno ne restano, benché...

 

Nella locanda di foresta e terra
del 24-07-2008

- Non vedo file, né latrine, invero! Così rispondo, sbigottita, a tal dissertazione.

- Vedremo, aggiunge ella. Per ora andiamo, con solerte trotto; giacché presto, in confortevole locanda, accomodar mi voglio.

Mi risospinge Dodamante sul viale ove incrociammo l'oberato mulo. Ivi mi lancio, dall'ansia punta di deporre il basto e di volare, senza peso, pel mondo di quei vicoli che tanto allettano le ruote mie. Ancora una locanda, troppo cara. Non mi dispiace, d'abbandonarla subito: l'edificio assai moderno pare, benché s'affacci su picciola e serena via. Temo che facile non sia, l'accomodamento nostro: siamo a Pechino, al prossimo dei Giochi, e certo le locande dimandano non poco di denaro ai viaggiatori inermi. Dodamante tuttavia sfiduciata non pare; mi riconduce, ora, su di un viale grande e di vetture pieno. D'un tratto, i freni agguanta: s'erge una targa sulla via, ch'in fondo ad una svolta i passanti rimanda. Ivi si figge lo sguardo nostro: il palazzo laggiuso di novo nitor si fregia. S'innalza esso su uno slargo che per nulla l'antico tempo echeggia. A manca, s'apre l'asettica luminanza d'un supermercato. A ruote levate sarei fuggita, altrove; in codesta giungla pechinese, indugio sul da farsi un poco.

- Foresta e terra, in simile profusione di cemento! Una locanda che così s'appella, di certo merita d'esser visitata.

Così asserisce la cavaliera mia: e in un baleno siamo dentro.
Trovasi un paravento, nell'ingresso, ove staziona di buon grado un confratello rosso, le ruote senza blocco. Ivi ristò, in attesa. Di Dodamante odo la voce provenire da quella ricezione.

- Centocinquanta...
- Duecento!
- It is too much! Good bye.

Eccola che torna, a passo lento, con far meditabondo.

- Centottanta!

L'ultima voce d'uomo pugna la cavaliera mia sull'uscio. Ella si volta, e piano torna nella ricezione.

 

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