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Le ruote di Pechino (Beijing)
Una Cavalletta nella capitale della Cina, parte prima
Blog di DODAMANTE
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L'auto di Mao
del 24-07-2008

Libera, infine, dal basto che m'ingombra! La stanza è buona, pare; stasera vi troverò dimora, giacché nulla s'oppone, quivi, al mio ricovero al rango degli umani. La vista, dall'alto della camera nostra, pende sui tetti di vecchie case col cortile: così mi dice la cavaliera mia. Di siffatta notizia molto m'allegro.

- Pure, alla vista di Mao rinuncerei, se tu pei vicoli mi conducessi ora.

- O Cavalletta mia, credo che codesta visione, quella di Mao intendo, ardua si faccia, talora, per gli umani pure. Occorre che io provi, prima, sola: poscia ti saprò dire. Quanto alla bici del Grande Timoniere, poco ne so, notizie non trovai, mi spiace. Forse l'ebbe in gioventù; pure, non sembra memoria che oggidì serbar si voglia. La sua prima vettura, che Stalin gli donò, si trova ora nel Museo militare (http://italian.cri.cn/351/2008/06/27/67@105384.htm): non credo tuttavia che questo t'interessi.

M'estrae dal paravento: e sulla strada tutta m'ingalluzzo, felice della galoppata che s'annunzia. Ma Dodamante ancora al passo mi conduce. So che s'appresta a un desinar tardivo: per buona sorte, ella s'avvicina a una bottega ove s'offre una focaccia che molto all'italica pizza rassomiglia. Indi mi porta, sbocconcellando, pel mondo stretto degli hútòng.

 

Il mostro senza palpebre
del 24-07-2008

- Hallo, hallo! Li'ya?
- Yes, dear!
- I am in Beijing. All is ok. Missing you.

So ch'era una promessa. La cara compagna dei giri nostri, a Tàiyuán, della salute di noi segno attendeva. In codesta bottega, una cornetta s'offre tra le uova: per pochi denari si può telefonare, se di apparecchio mobile cinese s'è sprovvisti. Purché attenzione si faccia a quella mercanzia. Per me, lontana resto, poggiata al tronco grosso d'un albero residuo. Non so capire se davvero mi trovo nei vicoli più antichi: nondimeno le strade strette, le casette a un piano, le botteghe animate e le taverne, tanto sereno brulicar di vita e di passaggi lenti, certo mi piace. Più ancora, sul fare della sera, l'animazione si fa lieta, benché caldo non sia. Pure, chiaro si fa il tramonto, oggidì. E mi sorprendo: giacché m'era nota la cupezza del cielo di Pechino, le polveri nell'aria, i fumi industriali e la bruma perenne. Forse è l'effetto dei Giochi, che pure al cielo commissionano la necessaria armonia; più ancora, credo che sia codesta stagione, ch'a Tàiyuán di tanta pioggia i giunti miei asperse. Quivi, a Pechino, il tenue autunno è amato, pare, pei cieli sgombri e la frescura; vibrano i raggi miei di lieto ardire, e gran piacere ancor mi porta codesto mondo degli hútòng ove presto annotta.
Al trotto mi sospinge ora Dodamante: sfilano sul selciato destrieri giovani e malandati cicli, la ciarla di vecchie dame e i lenzuoli al vento. D'improvviso, s'erge una barriera: un muro cieco infin ci arresta e corre lungo. S'appoggiano ad esso taluni bugigattoli che sembrano latrine, o ripostigli; odor malsano non ne viene. Trottiamo, all'uopo d'aggirar quel soffocamento: quivi si spegne l'universo che puotesi guardare tutto dal basso d'una sella. Ci ritroviamo sotto la mole d'un gigante, fiero e impudico, che fosco noi occhieggia dappertutto: senza palpebre, il mostro.

- In guardia! m'atterisce, di Dodamante, il grido.

Credo ch'ella avrebbe perso il senno, se altrove non l'avessi trascinata con improvviso scatto.

 

I giganti e la bambina
del 24-07-2008

Dietro quel muro cieco, v'è un viale: un fiume di corsie, per meglio dire. Ivi ci rimettiamo in marcia, con mestizia. Ruote d'altro universo; d'altre speranze si nutrono, codeste architetture. Tutto è possente, maestoso e novo: Dodamante mi pedala come automa, smarrita nel rombo grigio delle strade. Un cubicolo nero ci sovrasta: sembra spuntato dalla terra, tartufo mortuario ch'ancor di pelle residua debba liberarsi. Più oltre, s'erge il castello d'un novo imperatore Federico, bruno, con due torrioni che s'aprono alla via. Sull'ampio vuoto d'una piazza, il moto mio s'arresta. Parti! grido sgomenta, giacché s'attarda la cavaliera mia sull'orlo d'un enorme ferro che sfavilla, fiammeggiando al sole il guscio suo, lucido e rovente.

- Se proprio non vuoi tornare negli hútòng, portami almeno in un giardino, o in una piazza ove mi senta meglio... che sia pure la piazza Tian'anmen!

Ella pedala, crudele e muta. Ecco un palazzo che pronto al crollo sembra, dacché dente d'acciaio lucidissimo lo stringe: s'aggrinza la rete di metallo ch'il blocco tutto tiene. Stridono i freni miei, piangono i raggi: fatta non fui per aggirarmi al piede dei giganti, ma per seguir le piste che dolci s'offrono ai cerchi. Pure, di me a pietà Dodamante si muove, o di se stessa. Verde s'allarga un fazzoletto, ove ristà una siepe, e piccoli cespugli, e un alberello; quivi m'arresta la cavaliera mia. Seggono gli uomini al mahjong, o ad altro giuoco intenti. In guisa di ginnastica, s'agita un'anziana nelle membra. Sola s'aggira una bambina, all'ampio cielo gli occhi consacrati. Volar vorrebbe, coll'ali di quel giuoco che non s'alza; sola non puote. E gli uomini, del passero di lei ch'arrota l'ali, cura non hanno.

- L'aquilone!

Sorride infine, Dodamante.

 

La porta dell'Europa
del 24-07-2008

- Ben presto annotta, ormai. Volentieri ti condurrei domani a Tian'anmen, così dice la cavaliera mia. Sappi però che non vi troverai sollievo. È il tempo del congresso dell'unico partito della Cina, in quel palazzo austero con le bandiere rosse, che tanto di timor ti suscitò stamane (nella foto a sinistra, www.tuttocina.it/tuttocina/dirigenza.htm). Forse si circola liberamente, sulla piazza e d'intorno. Voglio però aspettare; pure, domani è necessario che dai russi si vada, giacché ci occorre quel lasciapassare.

Dodamante mi tiene alla cavezza, verso la locanda. Non bramo, invero, di tornare sulla piazza ove s'è fatta, e ancor si fa, la storia grande della Cina. Che pure miri, sola, la mummia di quel Mao, e quella villa grandiosa e proibita che fu dimora degli imperatori. Per me, voglio giardini e vigne, e l'arido deserto; sentieri e vicoli, cortili, e il silente abbraccio d'altri cicli. D'altra natura mi figurai, Pechino. Pure, sono curiosa; e ancor resisto.

L'indomani, di buon mattino, Dodamante mi guida verso nord. Indi mi lascia, d'una schiera folta di cavalcature in lieta compagnia. Poco, dura, codesta attesa; quasi me ne dispiace. Amabile s'ergeva quella schiera, ospitale, e d'alquante storie ricca. La cavaliera mia presto riappare, col sembiante allegro d'una novella buona.

- Domani, in questo loco, ben avremo dai russi il lasciapassare nostro, ella mi dice. Il cavaliere Nicolaj ci invita a Mosca con lettera formale. Potremo circolare pel paese, in ogni dove, per due mesi, sino a ch'il verno stringa quella terra in più serrata morsa.

Ella mi monta, con tutta l'energia che viene dal sollievo d'una porta facilmente aperta; più ancora, giacché codesta porta è quella dell'Europa.

- Occorre festeggiare: andiamo dunque verso la campagna!

Inutile che dica del mio trasecolare a quest'annunzio.

 

Dalla banana all'agnello
del 24-07-2008

Cosa Dodamante intenda, presto m'è chiaro. Così pure comprendo che, per raggiungere siffatta parvenza di campagna, lungo si deve fare il trotto mio nella cittade. Ella ancora a nord mi spinge, e poi volge a occidente. Grandi viali si parano innanzi alle ruote mie; ma più ormai il fren non si spaura. Già m'aspetto l'ombra massiccia dei giganti, torri brune e trasparenti alveari, acuminati denti e gomiti specchianti. Il verde vuoto noi attende, forse; e stringo i raggi, nel supremo sforzo ch'al piacer mi guida. Un mostro dalla pelle chiara divora una pagoda, che pur rispunta, in alto, sovra il tetto. Umani con le pale rifanno il marciapiede tra i giganti; e sotto l'ombra pendula d'una banana che s'alza a grattacielo, una donna arranca sui pedali del triciclo suo.
Dodamante m'appoggia a una finestra sulla via, ove si vede gente al desinare intenta. Al tavolo siede, accosto a due ragazze, proprio davanti alla postazione mia di fuori. Prego! Esse l'accolgono con grande cortesia, a lei quel cibo offrendo, e le bacchette, perché dal piatto comune ella si nutra. Vibrano i freni miei di sommesso riso; schizzinosa la so, e so che ora con gesti cortesi ella dirà: grazie, arriva presto il piatto mio!
E arriva invero un piatto di succulenti spiedi d'agnello, e di fumante zuppa che pure di quello odora; insalata, e pane turco, che simile mi pare a ciò che vidi nella lontana Cina d'occidente. Quasi d'umana natura la stomaco vorrei, per l'occasione.
Dodamante mi rimette per via; e ancora manca, al verde. Galoppo senza sosta per un'ora buona, e sempre tra i palazzi. Pure, un lembo di giardino appare, così mi sembra almeno: ella m'accosta alla grata ch'un parcheggio stringe. Ivi mi lega, e dice: vado a vedere. Codesto sopralluogo, più di tre ore dura. Riappare Dodamante al farsi della notte. Vorrei disarcionarla; e attendo che d'una spiegazione ella mi degni.

 

Cavalcate notturne
del 24-07-2008

- O Cavalletta mia, ti prego di scusarmi: v'erano umani a profusione, ma velocipede alcuno, nel parco del Palazzo d'Estate, ove la corte imperiale rifuggiva il calore estivo di Pechino. Correre a prenderti non ho potuto; ti sarebbe piaciuto il loco, invero. V'è un grande lago, al centro. Una lunga galleria aperta ai lati, di pitture ornato il tetto, corre lungo la riva nord, sotto una collina disseminata di templi buddhisti. Non ti sarebbe stato agevole salire in alto: molti e molti gradini, per conquistar la cima di quel colle ch'alla longevità è consacrato. Qianlong, che imperatore fu dei Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/Qing.htm), rese grande e bello il giardino imperiale alla metà del secolo diciotto; cent'anni dopo, o poco più, l'imperatrice vedova Cixi s'adoperò perché l'insieme dei palazzi fosse rifatto e preservato. Incendi e altre rovine vi furono nel secolo passato; ameno e ridente tutto sarebbe, oggidì, e riposante la passeggiata attorno al lago, se meno s'affollasse della gregge umana, e i velocipedi s'ammettessero pure. Al tramonto, tuttavia, il ciel s'è fatto delle mille tinte d'una brace morente; quella malìa m'ha vinto. Ecco che torno, infine, ch'è già notte.

Sapevo ch'avrebbe trovato la maniera perché la stizza mia si svaporasse. Pure, ora galoppo pei viali che in piena luce ardui mi parvero, stamane. Non so cosa succeda: ma il trotto mio si fa spedito, leste le ruote, agile il telaio. La campagna ho mancato: ma la notte pechinese è fantasmagoria. I giganti, nel buio, si fanno mansueti e sfavillanti di colore. Immenso parco dei divertimenti quasi mi pare, codesta capitale notturna della Cina; persino il torrente di vetture sui viali, coi minacciosi occhi ch'accecano il trotto delle cavalcature, inoffensivo sembra. E mi sento cinese, un velocipede tra gli altri, ignoto, a tutti eguale. Di tale anonimato godo, e Dodamante pure; almeno credo.

Ella m'arresta ad un crocicchio. D'un tratto, a noi accosto, un cavaliere l'ugola s'arrota. Dodamante lo fissa, con terrore: che voglia lui lanciare uno scaracchio, quivi, sui piedi e sulle ruote nostre? Costui ella rimira; e senza indugio coglie, l'uomo, il sembiante nostro d'Occidente. No, no! Scuote la testa, dispiaciuto pel tremore ch'il gesto suo c'ispira. Lo sputo in pubblico è interdetto a Pechino, pare, pel galateo che prepara ai Giochi. L'uomo riparte; e pure noi, indietro un poco.

 

A casa, verso il cielo
del 24-07-2008

Ritrovo la gioiosa schiera che m'allegrò la sosta presso la postazione russa, ieri. Pure stamane, tuttavia, l'attesa mia non si fa lunga. Presto ritorna Dodamante sventolando il lasciapassare, col dolce riso che scongiura, infine, l'ansia d'un rifiuto.

- È fatta, dice in piroetta, possiamo andare! O Cavalletta mia, si torna a casa!

Credo ch'alla locanda nostra di Pechino non si riferisca. Non so per certo, dacché molto mi spostai nel mondo con la cavaliera mia, e pur casa niuna ci possiede, in nessun loco. Mi pare, tuttavia, che quel Mediterraneo abbia nel cuore, ella; e le fronde d'ulivo, i lecci e le ginestre, l'alloro e il rosmarino, le palme e i pini, gli agavi e i limoni. Ancor mi sfugge perché ella spinga le galoppate nostre negli angoli remoti d'altre terre, per vie di borghi impervi e di vetture pieni. Pure, questo comprendo: forma dev'esser dell'umano ingegno, codesta irrequietudine che punge pur nel loco più dolce. Siffatti cavalieri, e cavaliere, amano il sole, certo, che li ha plasmati infanti; o pur la pioggia, forse, se li forgiò altro clima. D'abitudini non sono schivi, o di manie, o d'amorosi palpiti per altri umani o le cavalcature loro; secreto impulso tuttavia li rode, e sulle vie d'ignote terre li sospinge. Vagheggiano talora di parcheggiare l'ossa nel tiepido uliveto, e lì ristare; ma il tarlo non si placa, e torna a travagliar l'inappagate viscere.
D'altra natura si fanno i velocipedi, o almeno i ferri miei: sono curiosa, molto, di percorsi novi, e alla cavaliera mia forte affezion mi lega. Amo però la galoppate negli spazi vuoti, e pure non disdegno il reiterarsi dei percorsi noti. Il sole non mi sfianca, né mi corrode l'alito salmastro. La notte di Pechino pure m'elettrizza; ma se potessi esercitar l'arbitrio ch'agli uman si riserba, nel buio d'un sentiero ognora correrei, d'attorno al mediterraneo lago.

- È fatta! cantava Dodamante, a un dipresso dalle ruote mie. Andiamo, andiamo verso il cielo!

Mi turba, invero, esplosion siffatta d'esaltata allegria.

 

Il raccolto dell'imperatore
del 24-07-2008

Il cielo è a sud, pare, giacché laggiuso l'antenne mie si volgono. Pure, codesto cielo è chiuso da una grata; ampio giardino s'apre, dentro, ove cicli non vedo. Quivi Dodamante m'affigge, perché della verzura possa godere almen l'odore. Poscia in bottega entra, e ne riesce con la sporta d'una colazione. Indi in quel parco s'allontana. Dopo il meriggio, infin torna e mi sbriglia.

- O cavaliera mia, noiosa un poco s'è fatta quest'attesa, accosto a velocipedi d'altri e alle vetture molte, in sosta e in moto. In esigua misura ho gustato l'ombra di quel verde; dei prati e delle belle fronde, che l'arguzia del sole cotanto benediva, oggidì, fiutai le stille solamente. Che cielo è mai codesto, che solo per gli umani culla si fa, e le cavalcature loro lascia fuora?

- Il figlio di siffatto cielo era l'imperatore della Cina, al tempo di quei Ming (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm) ch'ancor di velocipedi della specie tua non si dotavano. L'imperatore Yongle volle quivi innalzare il Tempio al Cielo consacrato, che al dì presente pare si faccia simbolo avito di Pechino. Veniva allora l'ispirato figlio a celebrare i riti più solenni, e poscia gli altri Ming e i Qing. Il cielo e la terra, con sacrifici, l'imperatore propiziava, perché con gli umani fossero indulgenti, e feraci raccolti loro procurassero. Alquanti sono, gli edifici, nel complesso grande. V'è anco un muro circolare, che l'umano sussurro propagar dovrebbe, come eco: ma troppe voci ivi convergono, o Cavalletta mia, perché codesta meraviglia si produca oggidì. Il tempio della preghiera per il buon raccolto (nella foto) s'erge splendido assai, col triplo giro di quel tetto che, nel cerchio suo, il blu profondo dell'antico cielo specchia. Con pilastri di legno codesto edificio si sostiene, senza chiodi. Pure, l'invocato cielo non gli fu clemente: alla fine del secolo diciannove, un fulmine l'incenerì. Subito si rifece, tuttavia, eguale a prima.

- Morirono, di genti, nell'aspra ribellione del cielo contro il tempio?

- Non so precisamente, risponde Dodamante con fervore. Pure, pochi nel sito ch'a te si barra erano ammessi allora. Forse si sollevò quel cielo contro l'immobile statuto di colui che s'appellava figlio suo; dacché solo costui, l'imperatore, al cielo le preci rivolgere potea, quivi, senza ch'il popol suo n'avesse parte (http://italian.cri.cn/chinaabc/chapter22/chapter220113.htm).

 

Formiche e Cavallette d'elettrico vigore
del 24-07-2008

- E il popolo, dunque, se ora gli è possibile d'accedere a quel tempio, di sacrifizi e di preghiere il cielo di Pechino infin riempie, in siffatto loco? E anco, perché di poca tolleranza si fanno verso i cicli della specie mia?

- Cavalcatura, da lontan venisti, e pure eccezionale sei, lo so per certo. Ma in Cina, tutti i destrieri egual si fanno, almeno per la legge: solo accompagnano i cavalieri e le cavaliere nelle strade dei borghi, da un edificio a un altro; o alla campagna, sui sentieri. Quando costoro smontano, di norma fuori s'apparecchiano, in attesa, i destrieri loro. Pensavi forse che, in virtù d'antico privilegio, quando di soli velocipedi o quasi la gente cinese si forniva, potessi quivi assurgere al rango degli umani? Andare ai templi, passeggiare in sale di museo, correre senza briglia tra frasche di giardini? Ricordi cosa accadde, in quel di Jiāyùguān (vedere il blog “Ai confini del Tibet”), quando meco ho voluto portarti sovra il treno?

- E pure, sempre ho accesso al soffice calpestìo delle stanze ove tu dormi, nelle locande! grido, con l'angoscia somma che la fresca memoria ancor m'adduce. Dodamante mi scuote la cavezza.

- O Cavalletta mia, sappi che sempre vorrei condurti meco, in specie pei viali di fronde e di verzura cinti. Ma non posso eccedere per te, giacché le prescrizioni quivi strette si fanno, pei cicli e per gli umani. Per noi, nelle locande, alla consuetudine si deroga; perché straniere siamo, credo, e dunque meritevoli di special trattamento. Pure, ti sarai accorta che le vetture guadagnano terreno, in Cina; benché, sinceramente, ancor mi pare che della specie tua molto vi sia. Certo, milioni di cinesi si fanno ancora cavalieri, benché sognino d'altro, forse! E molti s'affidano a quelle consorelle che spedite vanno con minor fatica del pedalatore, giacché una batteria le spinge (www.ecoage.it/le-biciclette-cinesi-diventano-elettriche.htm). Quanto al Tempio al Cielo, nessuna prece ho veduto innalzare, né umani in trepido raccoglimento; che tutto, anzi, pareva il brulicar del formicaio ch'una carcassa succulenta abbia scoperto, e ora con fragor s'appresti a divorarne i resti. Benché l'insieme sia di perfezion sublime, e amabilmente preservato sembri.

 

Avventure in moschea
del 24-07-2008

Mi sella, Dodamante, e corre a perdifiato sul viale, quasi volesse indennizzarmi per la mancata vista del giardino celeste. La folle galoppata ad occidente volge; subito si spegne, tuttavia, nel breve trotto ch'ad altra inferriata mi conduce. A nova attesa mi dispongo, ahimé; altro non posso fare. Nondimeno, s'approssima la notte: la cavaliera mia non tarderà, dacché nei siti riservati agli umani l'ingresso presto si vieta, nella sera. E ancor nel buio ella dovrà condurmi, e nella festa delle luminarie di Pechino, che molto i raggi miei allieta. La via ove ristò poco m'attrae; e si tramuta in sonno quell'attesa.
Sognavo, e mi spauriva un sogno d'abbandono. Per le ruote, sola, come vitello sgozzato m'appendevo al gancio d'un vagone. Esso rollava, con fragore; ondeggiava, quel telaio mio, al guscio duro del convoglio sempre urtando.

- Sono la cavaliera tua, di cosa temi? Più le dita nodose non conosci, l'essenza odorosa della pelle e la carezza dell'anche mie a cui avvezza sei, da lustri ormai? Che ti succede?

- Dormo, sospiro, consolata. E sogno d'orrorosi eventi. Ma tu, pure, perché così ti copri sulla testa, che pioggia non v'è, né vento freddo spira?

- Dalla moschea ritorno, e ti dirò un segreto. Sai ch'il viaggio nostro lungo s'è fatto, e ancor ve ne sarà, di strada. Non siamo ricche, e occorre ch'il denaro con parsimonia s'amministri. Ora, codesta moschea, nella via del bue, pei musulmani è libera d'accesso. Nulla a loro si chiede, di pedaggio; pure, la sala di preghiera, ai musulmani solo si consente. As-salaamu alaikum! Così ho salutato l'uomo a quell'ingresso. Ana muslimah! M'ha sorriso, costui; benché cinese fosse il suo sembiante, certo ha compreso l'araba favella mia. E m'ha invitato a entrare. Era un complesso d'edifici grande, che prese inizio nel secolo dieci; ma tanto s'allargò e si rifece nell'epoca d'altre dinastie, e pure molto ancor si rinnovò una trentina d'anni addietro, che certo non saprei cosa rimanga di quel più antico tempo. Poco m'ha impressionato, invero, fuori, giacché tempio cinese d'altra religione pur essere potea, se dalle corti solo lo si mira, con leggero sguardo. Ma v'è un cortile ove s'affiancano due tombe, con l'araba scrittura che svela l'appartenenza loro. Sono i sepolcri d'antichi predicatori dell'islam in terra di Cina. Quasi nessuno vagava in quelle corti: il silenzio m'ha riconsolato. Dentro la sala di preghiera, timor m'ha preso che l'infingimento mio fosse svelato. Mi sono raccolta in un cantuccio; benché pochi vi fossero, e un uomo rispondesse al trillo del mobile apparecchio che teneva acceso. Tutto m'è parso di dolorosa intensità, forse per via della mia angustia d'essere scoperta. Tappeti verdi su moquette blu, e rosso vivo d'intorno, colle calligrafie d'oro zecchino, e i pilastri che mi parevano simili a quelli che stamane ho veduto nel Tempio del Cielo, col disegno di fiori stilizzati, se la memoria non m'inganna. Un uomo salmodiava piano, assiso verso il muro che si rivolge alla lontana Mecca; donne, niuna.

- As-salaamu alaikum! M'ha visto, un uomo minuto, quasi anziano. Presso di me s'è fatto.
- Ua' alaikum as-salam...
- ....

Poco ho capito, benché arabo parlasse. Solo, ch'ero benvenuta, che potevo immortalare la sala di preghiera, se volevo. Una carta m'ha offerto, ove si raccontava della moschea la storia, nel britannico idioma e pure nel francese; indi m'ha rimesso alla potenza d'Allah, e del silenzio.

(continua)

 

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