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Le ruote di Pechino (Beijing)
Una Cavalletta nella capitale della Cina, parte seconda
Blog di DODAMANTE
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Lingua di coppia
del 31-07-2008

Corro, finalmente, nell'aria pungente della sera. Terminato il racconto dei fatti di moschea, Dodamante mi cavalca con serena andatura, senza fretta. Godo di nuovo, al trotto per le strade di Pechino ove s'addensano velocipedi ciechi di fanali. Pure lo sono io, oramai; e ancora sento d'essere cinese. Eccoci a costeggiare la piazza Tian'anmen, dal lato sud; arde il luminoso profilo dell'antica porta di Zhèngyáng Mén ch'in piedi resta, sul sito ove l'innalzarono i Ming (a sinistra nella foto). Quivi, un tempo, si faceva ingresso trionfale verso lo splendore della Città Proibita. Così mi dice, la cavaliera mia.

- Il vecchio asse imperiale non resistette al rifacimento che Mao e i suoi vollero, per la capitale. Pechino s'orientò diversamente, nel governo e nei punti cardinali. Crebbe allora sulla linea tra oriente ed occidente, lungo la quale noi siamo arrivate.

Non amo codeste lezioni, tantomeno nell'ora che s'attarda. Già mi basta, l'aver ereditato dalla cavaliera mia tale ampolloso linguaggio, ch'il mio non era. Giacché sono una bicicletta semplice, come ho già detto nel passato, e in altro modo avrei voluto esprimermi. Pure, mi rendo conto d'essere scivolata lentamente nel doppio della lingua che Dodamante ha in uso. Come accade, forse, alle coppie d'umani che troppo vivono assieme, nella simbiosi che si dà talora, quando l'uno o l'altra s'attribuiscono effetti, parole e pensamenti che non gli appartenevano prima della convivenza. Cosa ci faccio, io, con queste parole desuete, con cui pure, alle volte, m'è difficile d'esprimere l'essenziali emozioni della vita mia di velocipede? O forse, sono le difficoltà di Cina: ivi comprendo tutti i cicli senza sforzo alcuno, giacché il linguaggio nostro sempre si fa comune, in tutto il globo. Ma per nulla gli umani capisco: e Dodamante, oltre a farsi cavaliera mia, è l'unica che la lingua di quell'umana specie ora m'insegna. Presto liberarmi voglio, tuttavia, da codesto giogo! In Russia, altra avventura si darà, e altra lingua pure per gli umani. Forse potrò, laggiuso, riprendere lo scarno mio linguaggio del principio.

 

Cavallette allo spiedo
del 31-07-2008

E vedo il mausoleo che quel Mao accoglie: di notte splendido pare, di chiaror diffuso (nella foto sopra, a destra). Ma Dodamante non m'arresta, sulla piazza. Altra sosta ci attende: dacché, per gli umani, d'imbottir le viscere è tempo. Ecco un mercato che s'orna di lanterne rosse, per la strada lungo, ove gli umani sono a profusione. Si fa di bancherelle. Dodamante m'avvicina; e colle antenne-freno esploro nei pertugi tra la folla. Quali orrorose meraviglie! Erano forse cavallette, in vita, a me somiglianti, benché nella classe degli insetti: giacciono ora sul dardo acuminato d'uno spiedo. O forse sono cicale, che non cantano più. Un uomo mordicchia il pizzo d'una stella marina; altre carni, pesci e molluschi, mi sono ignoti. Nulla ho veduto mai di tale fatta, nella Cina tutta ove Dodamante m'ha condotto, invero! Molti tra gli avventori, pure, d'occidental sembiante mi paiono dotati.
Un poco in sosta, sul retro della singolare mostra, ella mi lascia. Torna assai presto, con l'involto picciolo d'un pane che racchiude germogli della soia. E con un libro.

- Come! sobbalzo sbigottita. Di tante pietanze straordinarie, solo ti sei fornita di simile fagotto... pure, d'un libro!

- Straordinari mi paiono anco pei cinesi, siffatti spiedi d'animali! Sospetto quasi ch'abbiano arrostito quei poveri parenti tuoi per fare colpo sui turisti, in specie quelli occidentali che quivi girano a frotte. Sappi che, in codesto mercato notturno di Dōnghuāmén, ogni cosa carissima si fa, almen pei viaggiatori ch'avvezzi sono alle cavalcate della Cina. Andiamo, dunque, verso la locanda. È il tempo del riposo. Domani, il dì a Confucio si riserva.

Non ho voluto ch'ella mi spiegasse, di costui. L'ho caricata, senza rifiatare. Pure, ella s'è ricordata.

- Dietro quell'angolo, v'è una libreria, ove si trovano volumi nel britannico idioma. Questo, che all'islam di Cina si consacra, m'è parso che bene terminasse la giornata nostra. Quanto a Confucio, credo che tu sia stanca, ora.

Ella sorride; e io mi riconsolo.

 

Confucio e le castagne
del 31-07-2008

Il mattino è di Confucio; il pomeriggio, è mio. Ancor più, la sera. L'ha promesso, Dodamante, oggidì. Temevo che fosse modo per ben dispormi a una nova attesa; poscia avrebbe trovato qualche scusa per infilarsi, sola, in altri palazzi ove non s'ammettono i cicli. All'opposto, ha mantenuto la parola; ora è notte, la bella notte che di Pechin mi piace. Spira leggero vento. Alla canna mia ella s'appoggia, soddisfatta della sua giornata; almen così mi pare. Rosicchia castagnette, pescate da un cartoccio che ha comprato su codesto viale. Son fatte nere dal bagno in carbon vivo, ove s'immergono per la cottura. Conosco quella tecnica, giacché diverse volte l'ho veduta, altrove nella Cina: a Ürümqi, a Dūnhuáng pure. Non so, s'ella conosce tutti i danni del carbone di Cina; per quanto possa sembrare strano, forse ne so più io, della cavaliera mia. Un dì, a Pechino, due velocipedi in sosta accanto a me rammentavano l'inizio d'un inverno. «Mi sporcai tutto, con quei panetti neri che portavo! diceva l'uno, verso l'altro ciclo. Il cavaliere mio, pure, nitriva».
Non pareva narrare, quello, di un'epoca remota (http://aspoitalia.blogspot.com/2006/11/perch-la-cina-ci-fa-le-scarpe.html; vedere pure nelle “Note tecniche”, il libro di Federico Rampini). Ma dal rigor del verno ancor ci preserviamo, ora. Spira la brezza; e di carbone, nell'aria di Pechino, odor niuno coglie. Dodamante svagata pare, nella sera. Chissà a che pensa, mentre quei frutti sguscia. Forse a quel Nicolaj, di stanza a Mosca.

- Confucio, dice la cavaliera mia.

Sui cerchi miei sobbalzo, quasi potesse ella interpretare l'arduo segreto dei pensieri miei.

- Era filosofo e insegnante della Cina antica; visse cinquecento anni prima del Cristo. Benché d'altalenante sorte sia stata la sua vita, mai fu lasso d'apprendere e insegnare. Educare tutti, senza disparità di trattamento, salvo nell'assecondare l'attitudini d'ognuno. Questo ho letto stamane, in una sala del tempio di Kŏng Miào ove una mostra su Confucio si esponeva, nel mentre che m'aspettavi all'ombra, nella via.

 

Vietato mentire
del 31-07-2008

Di narrare del tempio di Confucio, non pare abbia disir, la cavaliera mia; stamane, nulla me ne ha detto, da quel loco uscendo. Ora sospira.

- Bello era il tempio, di augelli cinguettante nei giardini, lindo e silente, mondo dallo schiamazzo dei visitatori. Nessuno ho veduto che apprendeva, con trepidante zelo, tuttavia. Un funzionario, solo, vi ho incontrato, dal sorriso schietto e la britannica favella; lungo il grembiule suo, color del cielo. Amava esporre agli stranieri il pensiero di quel maestro antico. Un poco l'ho lasciato fare; ma sai che preferisco girare in libertà, nei lochi da vedere. Così mi sono congedata, benché molte questioni m'affollassero il petto. Come poteva, quel Confucio, che difese la possenza dell'educazione, l'armonia delle differenze e la fratellanza della condizione umana, pure sostenere l'autorità d'un governo forte a cui obbedienza si deve, e sottomissione, come anco si deve ai genitori? E il rispetto della tradizione, il mantenimento dell'ordine esistente? Capisco che molto sia piaciuto, a chi per secoli ebbe il potere, nella Cina! Pure, non molto ne so; e l'opera dei pensatori, sovente, s'interpreta ad uso della teoria che serve a dominare. Dicono che i giovani cinesi, al dì presente, riscoprano i valori di Confucio, col pieno appoggio del governo di Pechino. Come se fosse necessario ritrovare l'identità antica, giacché il nostro occidente pure la Cina inghiotte.

Per buona sorte, sembrava Dodamante non voler parlare, di quel tempio! Ecco che viene la sua dissertazione; a bocca piena, inoltre. Mi tocca d'ascoltare; la voce d'ella si piega in un sussurro.

- Ma nella tradizione dell'oriente, sempre si tende a mescolare, piuttosto che a dividere, anco nelle filosofie. Così ho compreso, almeno. Ligio esecutore delle regole, l'uomo confuciano; inaccessibile e autonomo come la natura, l'uomo taoista. Entrambi, nell'unico sembiante dello stesso uomo; codesta sintesi necessaria si fa, per sopravvivere meglio. Cosa resti di siffatto equilibrio e convivenza, oggidì, mi sfugge. Nell'ampio giardino di quel tempio, v'era una targa: «Vi preghiamo d'astenervi dalle bugie, in questo loco». Come se altrove, o nell'intimo dell'umana specie, fosse invece consentito, di mentire! Lì, accosto al parco di quel tempio, pure s'innalza il Collegio imperiale Guózi Jiān (foto al centro). L'interno del palazzo Biyong è splendidissimo, d'oro e di rosso pinto, col trono grande al centro. Dal secolo quattordici dell'era cristiana, l'imperatore quivi commentava le dottrine di Confucio innanzi ai saggi, agli studenti e ai funzionari della corte sua. Ascoltavano a migliaia, inginocchiati a terra, pare, l'eloquio del signore potente. Ora codesto trono è vuoto. Confucio tuttavia rivive, e forse serve ad altre allocuzioni.

 

Altri sogni sulla Muraglia
del 31-07-2008

Sono rimasta in scuderia, stamane. Dodamante me l'aveva annunziato ieri, dopo le castagnette.

- Vedo che preferisci aggirarti nella notte, benché di fanali più ormai non ti doti, o Cavalletta mia.

- La notte di Pechino, allegro fiato spira! Cogli nel vero. Pure, tutti i velocipedi, quivi, son ciechi di fanali. Ma bastano i sensori delle antenne-freno, e l'attenzione dei cavalieri e delle cavaliere nostre.

- Vero. Spero che non me ne vorrai, allora, se domani mi reco al Grande Muro col torpedone di pubblico servizio.

- Se quel Muro picciolo si fa, come quello ch'a Jiāyùguān vedemmo assieme (vedere il blog: “Ai confini del Tibet”, paragrafo: “L'infinito”), certo non vi posso salire; molto mi piacque quell'angolo deserto di pianura, e il brusco terminar del muricciolo contro la fossa del maestoso fiume. La vista ci spaurì, ben mi ricordo. Tu pure, sei sicura di voler ritemprare il turbamento tuo, di nuovo visitando il Grande Muro che vollero quei Ming, e prima ancora, altri sovran di Cina?

Con un sorriso m'ha salutato, Dodamante, ed è partita nel fresco del mattino. Col grugno d'una giornata storta si ripresenta ora, nella sera.

- O Cavalletta mia, non dire nulla, ch'alla circostanza non s'addice. Codesta giornata, molto m'è stata in uggia. Quel muro era imponente, e lungo; correva a perderne la vista tra aspre colline e rigogliose, splendide di mille tinte d'autunno. Sappi che laggiuso, in loco che Bādálĭng s'appella, presto s'arriva col convoglio da Pechino, benché pei velocipedi troppo lontano sia; almeno, al caso nostro. Su codesta muraglia potrebbero forse trottare dieci velocipedi affiancati; ma il cammino sovente è irto di salite, e di gradini pure.

- Immagino che nessuna cavalcatura di mia specie vi sia ammessa. Questo, ti turba, di siffatto Muro?

- Sai che sono una cavaliera solitaria. Assieme a te, mi trovo al meglio, pure nei deserti lochi e di selvaggio aspetto. Ma tu non c'eri, stamane. E a Bādálĭng, il Grande Muro, di selvatico aveva solo lo schiamazzo d'umani. Decine e centinaia d'assedianti, d'ogni foggia e colore, di cinese favella e d'altre, arrancavano su quelle pietre che molto s'erano rifatte negli anni cinquanta e ottanta del secolo passato. Bancherelle d'ogni souvenir, e scolaresche in gita. «One world, one dream», portava scritto la tormentata costa, col simbolo dei Giochi. Altri erano i sogni miei. Girati i tacchi, presto ho fatto ritorno nel cemento esuberante di Pechino.

 

Il tempio dei lavori in corso
del 31-07-2008

- Nulla di buono, stamane, per te s'è riservato?

Cammina Dodamante, assai meditabonda, misurando la stanza a larghi passi, nella locanda nostra di foresta e terra.

- La colazione di fagotti e zuppa, nell'ottima taverna che qui dietro s'apre al mattino. Altri fagotti di verdura pieni, e uno spiedo di melucce al caramello che ho preso al desinare, tornata alla cittade, dopo quel muro. Beh, un gruppo di ragazzi, alla Muraglia, m'ha domandato cosa pensassi della Cina. Due di loro avevano scavallato la chiusura che s'erge per limitare l'area del passeggio sovra il Muro. Giacché esso è lungo, ma ai visitatori solo una parte si consente. Costoro erano andati oltre quel divieto. Questo mi piacque. Erano studenti di un'accademia che, a Pechino, all'ingegneria elettronica si consacra. V'era una donzella, tra di loro, pure. Ella veniva dalla lontana Ürümqi; un poco s'è commossa, quando le ho detto del viaggio nostro che pure laggiuso s'era fatto, prima. «Molte ricchezze, cose grandiose e belle vi sono, nel paese vostro. È bene esserne fieri, ho detto loro. Però mi pare che, oggidì, della natura e dell'arte antica ch'è rimasta, commercio troppo si faccia. Ogni loco si chiude e si recinta, perché i visitatori ne paghino il pedaggio: anco pei laghi e pei fiumi, talora, codesta politica si fa. Mi pare troppo, invero». D'una risposta loro, non ricordo. Però rammento che, a un punto, si nominò quel Mao. Uno degli studenti proferì, con serena fierezza, ch'era il padre grande della moderna Cina. A quel simposio aereo, sugli spalti, altro non volli aggiungere; con qualche scatto s'immortalò la rapida amistade nostra. Indi partirono; e pure io, in direzione opposta.

- Se così poco alla Muraglia sei rimasta, d'altro pure s'è fatto, dopo il meriggio, il tempo tuo.

- Al tempio dei Lama ho voluto recarmi. Yōnghé Gōng: all'armonia e alla pace si offre, il nome suo. Speravo di trovare quivi il silenzio e il raccoglimento che a un sacro loco sempre si conviene. Lo sapevo bello, coi tetti sontuosi e i portici eleganti. Al buddhismo tibetano si consacrò come convento nel secolo diciotto; prima, fu residenza d'un nobile divenuto imperatore. Pochi monaci ho veduto, e alcuni oranti sbrigativi. V'era un grande Buddha in legno di sandalo, colorato di sciarpe khata (vedere il blog “Ai confini del Tibet”, paragrafo “Idilli quasi perfetti”), con fiori finti e mele. Avevo letto d'antichi dipinti erotici ch'erano quivi usati per sublimare, nella contemplazione monacale, l'istinto all'accoppiamento. Per quanto m'arrovelli, nessuna figura d'eros ricordo d'aver visto. Forse perché, d'altro, s'è impressionata la memoria mia: lo sciame dei visitatori, i ponteggi attorno alle colonne, il furore dei martelli e dei picconi ch'al meglio apparecchiavano quel tempio per l'ardua invasione dei Giochi.

 

L'acquario dei velocipedi
del 31-07-2008

- È il tempo di Mao e degli imperatori.

- Come, insieme?

- Certo, dacché basta tornare a Tian'anmen. Questo faremo, oggidì. Ivi a convegno si riuniscono i nuovi, col forte presidente Hu Jintao, che tanto briga perché il capitalismo della Cina più armonioso si faccia e giovani delfini possano nuotare negli organi più alti del Partito.

- C'è un acquario, a piazza Tian'anmen?

- Più d'uno, invero, o Cavalletta mia. Quelli di ora, sono nel gran palazzo con le bandiere rosse che pur ti spaventò, nel dì del nostro arrivo. Al centro della piazza, nuota la salma del Grande Timoniere; sul lato nord, s'erge la Città Proibita, ove sospetto che i pesci nuotino in branchi.

- E i velocipedi, pure sono costretti nell'acquario? Sai che le ruote mie temono l'acqua!

- Non so, caro destriero; ora vedremo.

Mi spinge in strada, la cavaliera mia. Mi tremano le ruote come foglie; spero che Dodamante non mi lasci, alla mercé di quello strano mondo ove a tutti mettono le pinne. Lungo il viale, poco lontano dalla locanda nostra, s'erge sul marciapiede una squadra di fanti. Piuttosto anziani, infagottati nelle bardature che a codesto tempo si confanno, esercitano le membra nella disciplina sportiva del mattino. A Tian'anmen, s'arriva presto. Dirimpetto a un'entrata del parco di Zhōngshān, le antenne mie captano il recinto pei cicli. In siffatta chiusura, vi sono diversi tipi di cavalcature a ruote due. Alcune dotate di motore a nuvolaglie nere; altre che ronzano come api, e quelle che si prestano tutte alla fatica degli umani, tra cui io sono. Per ogni specie, il costo della sosta è differente. Un uomo Han dallo schietto sorriso riscuote da Dodamante il mio pedaggio. Acqua, v'è solo nel fossato che stringe la Città Proibita.

 

Oltre la porta
del 31-07-2008

Corre a riprendemi, Dodamante, quando oramai annotta. Non m'è parsa sgradevole, la sosta. Mandrie d'umani d'ogni foggia e grazia ho veduto passare; benché in simile recinto ombroso sempre sia rimasta, avvinta fortemente all'arido metallo della grata.

- Sei salva! Molto ho temuto di non rivederti, stanotte... Così ella mi dice, accarezzandomi la canna con trepido sudore, nel mentre che i legacci smonta, e fuori dal recinto mi depone.

- Perché, tanto tremore? Serena sono, e riposata e calma. Qualche incidente hai colto, sulla via?

- Al tramonto, intorno alla porta della pace celeste, s'addensa il colmo della folla, giacché v'è una cerimonia coi soldati che devono ammainare la bandiera nazionale. Mi sono attardata per vedere: i militi marciavano in piena sincronia, composti e muti. D'improvviso, la porta s'è sbarrata contro il passo di coloro ch'erano civili.

- Fatemi entrare! ho urlato a quella truppa ch'era di guardia, e non marciava. Ho corso pedalando sulle gambe mie, per mostrare ch'avevo una cavalcatura a ruote in sosta entro quel muro. Ho corso, sul ciclo dei ginocchi che tremanti vieppiù mi si facevano. Sulla spianata grande, oltre la porta della pace celeste, mentre ancora s'esercitavano le truppe, nessuno ha fermato la folle andatura mia. All'altra porta del Mezzogiorno sono giunta (nella foto), ch'era ormai notte; piegando a manca, infine, il recinto tuo ho ritrovato, ove stai bene. Quale sollievo!

Sempre mi piace quando Dodamante, della cura mia, sollicita si mostra. E l'assecondo allor con buona grazia. Pure, la notte è scesa, e s'alzano le luci di quel mondo che liquido mi pare. Ella mi spinge verso l'austera piazza che Tian'anmen s'appella. L'acquario di quel Mao! Ora ricordo, e tremo, giacché l'acqua dei grandi ognora mi spaurisce.

 

Dal Mao al mio
del 31-07-2008

- In una sala dietro un'altra sala, c'è una teca dentro un'altra teca. Del corpo imbalsamato del Grande Timoniere Mao Tse-Tung, solo la testa si vede, illuminata forte. Cartapesta pare, con una luce che l'asperga dall'interno. Il corpo si nasconde col drappo rosso che ricorda i tempi ove la falce e il martello erano operosi. Su due ali sfilano gli astanti, in silenzioso moto, capo scoperto, privi di borsa e delle macchine che fermano gli istanti memorabili di vita. Tutto deve lasciarsi fuori, alla custodia esosa d'un guardarobiere. In quel sacrario, ignudi s'entra, al cospetto del padre della Cina; solo si tengono i propri vestimenti. Cicli, proprio non ve ne sono. Vi sono piante e fiori, attorno al doppio scrigno ove alcun s'appressa; e ancora fiori, gialli e rosa, nella prima sala ove siede Mao pure, nella fulgida gloria del marmo, sullo sfondo d'una parete che cielo sembra, orlato di montane cime. Tutto è sobrio, d'estrema compunzione, semplice e squadrato. Camminare sempre, piano, senza arrestare il passo: codesta è la consegna. Senza indugio, si lascia il grande alla sua vasca che per sé non volle, invero: giacché desiderava essere cremato. Così ho sentito, almeno. Da trent'anni ivi giace, inconsapevole di quel che si dipana oltre la parete.

- Sarebbe?

- Le storie della Cina d'oggidì; un poco ora le conosci anche tu. La salma svanisce al lento deambulare dei visitatori. Nell'ultima sala, prima d'uscir dal mausoleo, tutto cambia. Ancora vi sono vetrinette: quivi però la sosta si consente; anzi, si benedice. Pendagli, segnatempo, immagini di Mao da giovane e da vecchio, spille, penne e volumi, un mezzobusto del Grande Timoniere che possa portarsi nelle tasche, all'occorrenza. E altri ninnoli, molti, che la memoria di quel grande offrono al commercio.

- Nulla hai comprato, pel manubrio mio? Neppure un sonaglino che m'orni la cavezza?

- O Cavalletta mia, mi dice ella, rabbuiata in viso. Sei sana, di tutti i pezzi giusti ti fornisci. Cosa ti manca, che s'aggiunga all'ebbrezza di codesto viaggio che facciamo assieme?

 

Proibita ai solitari
del 31-07-2008

Un torcicollo strano ora mi prende. A Tian'anmen ci avviciniamo, lente, con ampio periplo lungo il fossato della Città Proibita. Il rosso delle mura si stempera nell'ombra della sera. Mi piace, come sempre, codesta passeggiata notturna che Dodamante m'offre, nelle vie di Pechino.

- Nella cittade che fu d'imperatori Ming e Qing, per cinquecento anni impenetrabile agli estranei a quelle corti, splendida di sale e di terrazze, palazzi di ricevimento e di giardini, sembra che quasi tutto sia permesso, oggidì, a coloro che pagano il pedaggio per accedervi.

Così mi dice, la cavaliera mia, zigzagando lungo quelle mura. La voce sua sfuma di nero, come il cielo che ci sovrasta ora. Ella mi parla del frinire noioso e prolungato degli umani nella villa imperiale: fanti e fantesse a profusione, a branchi e a coppie, dal sembiante di Cina e d'occidente, in sosta e in corsa nelle corti, immortalati da infiniti scatti sullo sfondo d'edifici che si rifanno a nuovo per la dignità dei Giochi. Non s'accorge, forse, ch'ella pure in codesto circo s'intrattiene, quando si presta al pagamento del pedaggio, e ivi le briciole raccoglie della Cina che fu prima della repubblica (www.cinaoggi.it/storia/dinastiecinesi/repcin11-49.htm)?

- Dimmi, dunque, proprio nulla ti piacque della cittade immensa degli imperatori, ch'a me ancor si proibisce?

- O Cavalletta mia, sai bene che la storia amo sentirla raccontare dagli umani, o pur dai libri, o anco da palazzi e lochi, che s'offrono modesti e silenziosi al raccoglimento della memoria antica. La città imperiale, museo troppo ciarliero si fa, pei gusti miei, al dì presente. V'erano botteghe pei souvenir, cartelli nel britannico idioma che tutto illustravano con invidiabile puntiglio. Il rosso di quei muri pareva così fresco, il gelato d'una donzella Han così artificioso, che quasi avrei voluto abbandonare quella fiammante bolgia per tornare con te nei deserti della Cina occidentale.

 

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