HOME PAGE JANULA CASSINO NOTIZIE GENTE UNIVERSITA' BLOG AFFARI EVENTI AIUTO! Accesso Area Riservata Cittadini di Janula Accesso Area Riservata Operatori Aumenta la dimensione dei caratteri
Main Page Blog
Scelta dei Blog
Ultimi 100 Blog
Ultimi 100 articoli
Top 100 Blog!
Blog per Categoria
Indefinibile
Cultura
Lavoro
Passioni
Personale
Scrittura
Società
Gestione dei Blog
Crea un nuovo Blog
Scrivi sul tuo Blog
Registrazione a Janula.it
Registrazione come Cittadino di Janula


Username:  Password:  
Password dimenticata?   Registrazione Nuovo Utente 


Cose russe di Cina (e d'altro mondo)
Harbin, Manciuria, dalle memorie di Suor Deodora
Blog di DODAMANTE
Consultato 9227 volte

Verso il fiume del Drago Nero
del 24-09-2008

E fu l'inverno, inesorabile, che si preannunziò già nel torpedone che ci conduceva nella terra di Manciuria, nel borgo di Harbin, all'estremo nord-est della Cina. Presto ci inghiottì il buio. La Cavalletta stringeva i raggi, nella stiva, per sfuggire allo stridor di denti dei cani che pativano il freddo nella gabbia oscura (vedere il blog precedente). Quanto a me, debbo dire che il commiato da Pechino fu indolore, e il viaggio notturno che ne seguì non sgradevole. Pure, il giaciglio del torpedone non brillava di splendido nitore; rammento annosi detriti che s'ascondevano sotto. M'avvolsi nella trapunta ch'ivi s'offriva; e tanto vinsi la riluttanza che sempre opposi ai putridi giacigli, che presto m'abbandonai alla dolce invasione del sonno. Pure, uno strano viso che nulla aveva di cinese m'apparve, prima che perdessi del tutto la coscienza vigile del mondo.

- Hi! Una giovane donna dal naso un po' camuso era sdraiata sul giaciglio al mio accosto, sul fianco sinistro del convoglio. Do you know the temperature in Harbin? Minus four! disse quella, e mi parve ch'il nero del suo volto s'allargasse in un sorriso.

- So ch'il freddo scuote la terra che s'approssima all'Hēilóngjiāng, il fiume del Drago Nero che i russi chiamano Amur. Spero d'essere bardata a sufficienza, assieme alla mia cavalcatura che viaggia nella stiva. Ad Harbin ti rechi, tu pure?

- No, ella ancora sorrise, e scosse la matassa da piovra ch'aveva sulla testa. Proseguo sino a Hēihé – così almeno mi parve di capire, nei fumiganti vapori del sonno – ove ho lavoro. Insegno il britannico idioma in una scuola cinese. Dalla mia finestra, vedo la Russia.

- Where are you from? ricordo che ancora le domandai, giacché non avrei potuto capirlo da sola. Gli strani colori di quell'angolo remoto della terra m'erano sconosciuti.

- Papua New Guinea, rispose. I came to China to study medicine, three years ago. Sono venuta in Cina tre anni fa per studiare medicina. Poi...

 

Ultime stille di quiete
del 24-09-2008

Devo essermi assopita, a questo punto, giacché non rammento alcun seguito nel racconto della papuana. Non seppi mai perché ella si fosse recata a lavorare come insegnante nel Far East della Cina, anziché proseguire negli studi. Mi svegliò un sobbalzo del torpedone, e tacquero i motori nel buio silenzioso d'una piazzola.

- Sosta! dissero gli autisti. Spensero i fari. Dormivo, e forse sognavo già di cavalcare pei sentieri di favolose isole d'Oceania; pure mi parve di comprendere l'idioma cinese, e quella parola che venne dalla guida mi risultò chiara come fosse stata proferita nell'italico idioma. Misi i calzari; l'autista mi sorrise, e scesi accanto alla compagna mia che m'aveva parlato prima del sonno fondo. Entrammo assieme nel sobrio ristorante, ch'offriva due menù di composite verdure.

- Torno dalla capitale, ove ho sistemato le questioni necessarie al mio soggiorno in terra di Cina.

Così mi disse ancora colei ch'accompagnò quel viaggio mio verso l'ignota cittade di Harbin, di cui poco o nulla sapevo, se non che fosse assai vicina alla frontiera con la Russia che avrei traversato con la Cavalletta.

- Certo quaggiù il mondo s'approssima alla longitudine d'Australia occidentale, e altri visi forse si mescolano, visi che nulla hanno della lontana Europa. Quanto piccola è la terra da cui vengo, quanto remota!

Lo scoramento, pungente come il freddo, cominciò a stringermi le viscere in un'insana morsa. Già sentivo il bolo pronto a sciogliersi in lagrime; quando d'improvviso, su quell'oscuro piazzale, vidi una bottega. V'erano in mostra gli spiedi di frutta al caramello che tanto amai nel viaggio mio di Cina. Ne presi uno, e in quel gusto dolce si stemperò l'angustia mia per siffatta lontananza. Tornai a sorridere all'incognita avventura d'Asia che ancor più a est mi conduceva. Giacché non si creda che siffatta avventura mai si sia nutrita di nostalgica afflizione; direi piuttosto che rara è stata la paura dell'ignoto. Pure, di momenti di grave prostrazione non ricordo ora. Ma di stanchezza, e di quel Mediterraneo che ancor s'allontanava, rammento d'aver misurato sovente la portata dell'una, e la distanza dell'altro. Come se fossi presa tra i due segni d'una calamita: essa talvolta mi richiamava allo struggimento per la sottrazione del noto, e talaltra mi riportava alla gioia unica della scoperta di lochi per me conosciuti, sino ad allora, solo per via d'atlante e delle storie d'altri viaggiatori.

Nel silenzio del chiostro che m'ospita oggidì, codesta gioia mi scuote come il tifone che infierisce sulle onde. E so per certo ch'essa traboccherà dal vaso, e non tarderà a spingermi fuori dall'austero mio rifugio. Godo quivi le ultime stille di quiete, nel mentre che lo sparviero della prossima avventura già ghermisce il sonno mio di suora. E trattengo la penna, perché corra ancora sui fogli di Cina e d'altra Asia: dacché la storia di Dodamante e della Cavalletta ancor lunga si fa, nell'andare a oriente, e nel tornare al noto dell'Europa.

 

Il ponte del Manciù
del 24-09-2008

Al mattino, l'aria di Harbin riscosse la Cavalletta dal tremebondo sonno accanto ai cani. Il convoglio s'arrestò a lato d'una strada che non era stazione. Il destriero mio poggiò le ruote a terra, in buono stato; lo caricai del basto, e nell'operazione persi la papuana. Una folla s'aggirava attorno al torpedone; qualcuno m'offrì un tassì, ignorando la mia cavalcatura che attendeva l'avvio, poggiata a un palo, sul selciato. Sospinsi la Cavalletta verso la stazione ferroviaria ch'era a breve distanza. Pensavo quivi di ritrovare quella compagna ch'un altro mondo aveva aperto alle fantasie dei viaggi miei. Ma ella non c'era; e modo alcuno avevo di seguirne le tracce.

- Neanche il nome mi resta, della compagna mia di questo viaggio ultimo di Cina!

Sospirai, e la Cavalletta docile si fece, per contenere la mestizia di quel primo mattino nel Dōng Běi, il Nord-Est della Cina che si chiamò Manciuria (http://it.encarta.msn.com/encyclopedia_761560580/Manciuria.html). Terra inospitale, grigia e gelata ove decollarono fabbriche solitarie attorno a case di fango: così la vide il viaggiator Tiziano venticinque anni or sono (vedere nelle “Note tecniche”). E in verità non molto posso dire di quanto giace attorno al borgo di Harbin, giacché sempre nel buio si fece il viaggio nostro da Pechino. Pure, la città nova che vidi quel mattino, assai vivace e ammodernata mi parve. Benché l'alito s'emettesse in vapori, e gelido fosse il telaio della Cavalletta, un tiepido sole benedisse quello sbarco, e ci accompagnò senza fallo alla ricerca d'una locanda che convenisse alle esigenze nostre. Alti palazzi di vetro e di cemento s'ergevano, a lato del cammino che prendemmo dietro la stazione.
Passammo un ponte ove si rannicchiava un uomo, stretto nel guscio blu della sua giacca, sotto il colbacco. Doveva essere stanco; neppure ci guardò. I tratti suoi del viso mi parvero diversi da quelli degli Han di Cina: credo fosse un manciù, di quelle genti che nel secolo diciassette fondarono la dinastia dei Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Sapevo che la lingua mancese era pressoché estinta, e quei parlanti, assimilati oggidì ai cinesi Han, che già alla fine del secolo diciannove furono in maggioranza nella regione del Nord-Est. Quell'uomo tuttavia non proferì verbo; la sua cavalcatura, al contrario, mostrò interesse per la Cavalletta. Ma era troppo carica di masserizie, come sovente accade ai velocipedi nelle terre di Cina, e non potè staccarsi dal parapetto del ponte ove si poggiava.

 

Aria d'Europa
del 24-09-2008

Passammo oltre; giù per la discesa con cui si terminava il ponte, m'accorsi che la Cavalletta era eccitata. Non credo fosse pel destriero del Manciù ch'era di sopra; l'aria fredda le tonificava il dorso, la discesa annullava il peso del basto, e molto le piacque la via riservata ai pedoni ove ci infilammo, verso la locanda. Le piacque meno, in seguito, quando scoprì che non poteva galoppare tra i bei palazzi del primo Novecento che furono lascito dei russi e d'altri d'Occidente, su quella passeggiata d'aria europea ch'oggidì s'appella Zhongyang Dajie. La milizia cinese era all'erta, e nessuna ruota – pur senza motore – poteva transitare su codesta via, che nel quartiere Dàolĭqū scendeva diritta verso il fiume Sōnghūajiāng o Sungari, il quale confluisce poi nel Drago Nero-Amur.
Ma non vedemmo il fiume, quel mattino; giacché trovammo subito un'amena locanda che ci accolse con tutto il calore che la stagione non offriva ai viaggiatori. V'era una giovane Han nella ricezione, che discretamente masticava il britannico idioma. S'offrì di sorvegliare la Cavalletta, nel tempo che mi fu necessario per esplorare il piano delle camere. Benché la moquette conservasse un pallido ricordo dell'originario rosa, l'insieme mi parve assai di conforto; la mia cavalcatura fu accolta con la dignità che si riserva ad una fuoriserie. Vidi subito ch'era desiderosa di riposo; la notte accanto ai cani doveva averla spossata, infine. Salimmo al piano, e l'appoggiai alla madia nella stanza, dirimpetto allo schermo d'un televisore che molto utile mi fu come sponda per contener le masserizie nostre. Indi la salutai, augurandole un ottimo riposo, e scesi dabbasso.
Trovai un bugigattolo stradale ove nutrirmi di zuppa e fagotti di carne di maiale; indi girovagai per quelle vie che mi riempirono di straordinaria meraviglia. Quale nume poteva aver prestato orecchio allo scoramento mio del notturno ultimo viaggio? Ero già in Russia forse, o nell'innesto d'una lontana Europa! Pure, quei visi erano di Cina, senza dubbio alcuno. Cos'era dunque, il borgo strano che Harbin si nomava, nella provincia cinese di Hēilóngjiāng, quasi quattromila miglia a oriente di Mosca, e remoto più ancora dalle note architetture della vecchia Europa? Mi ritrovai d'un tratto sull'ampia spianata d'una piazza: quivi stupor mi fisse. A lungo stetti, muta, a contemplar quel loco e quelle genti.

 

L'andatura lenta della storia
del 24-09-2008

Nel convento avito che m'ospita oggidì, ricordo talora lo straniamento che mi colse in quella piazza di Harbin: tutto m'era noto, invero, di codesto scenario. Due lati della piazza erano chiusi da un edificio porticato, dalle linee sobrie ed eleganti, balaustre e lesene di classica memoria d'Occidente. Sul terzo lato, alte s'ergevano le croci d'oro d'una chiesa ortodossa che pareva scalpellata nella bruna argilla (foto sotto). L'ultimo lato era segnato, in parte, da un portico di bruno metallo che l'aria frizzante del dì attraversava senza posa. Esso s'innalzava, a un'estremità, in leggiadro campanile, dalle cuspidi che pure terminavano in oro. Mosca e Parigi, e gli abbaini di certi palazzi torinesi: il sapore d'Europa m'investì la gola. In quella, vidi una macchia rosa raggrumarsi ai piedi del campanile di metallo. Dapprima non compresi; poi vidi quel colore allungarsi nella corsa ordinata d'un gruppo di donne in uniforme, che trascinavano il rosa a giro per la piazza. Esse mi riportarono alla Cina: doveva essere l'addestramento d'una squadra di lavoranti, come pure ricordavo d'aver visto a Tàiyuán, benché laggiuso le proporzioni fossero più ridotte assai. Fui colta da sgomento, giacché mi parve d'essere in loco colpito da strano sortilegio: ove si radunassero i resti d'altro mondo, e pure le pratiche più antiche della Cina maoista.
Rammentai allora ch'il cavalier Tiziano quivi s'impressionò per la lentezza, ch'era delle autorità locali, nel mettersi al passo col tempo della politica voluta da Pechino. Forse era la storia che si ripete in tutte le regioni di periferia, ove il controllo del potere centrale sempre debole si fa, e diverse le abitudini delle genti locali. Tuttavia, l'antica Manciuria, d'altre avventure doveva nutrire le sue terre: avventure complicate, a giudicare da quelle architetture che s'intessevano nel cuore di Harbin. Mi portai sul lato della chiesa ortodossa, che dall'esterno s'ergeva splendidissima, col verde delle cupole bagnato di sole. Sembrava antica, e pure l'avrei detta di ieri, per la freschezza dei profili e delle linee: sospettai ancora qualche stregoneria ad opra dell'arte del restauro. Entrai, col passo lieve che si deve a loco consacrato al culto.

 

Il fiore della piccola Mosca
del 24-09-2008

Quel passo non s'addiceva. In fondo, anche a Harbin la storia marciava: codesta chiesa, che i russi avevano consacrato a santa Sofia nel 1907 per poi ricostruirla e terminarla nel 1932 (www.travelchinaguide.com/ attraction/heilongjiang/harbin/
st-sophia-church.htm), che pure si salvò dal fuoco e dai picconi al tempo della Rivoluzione Culturale, mai più avrebbe ospitato le litanie e le fiammelle dei fedeli. V'erano ancora immagini di santi, e il dipinto di un'Ultima Cena affisso all'abside scrostato. In basso, altre figure abbellivano pareti e pilastri: vecchie fotografie che ritraevano Harbin piena di vetture e di palazzi somiglianti a quelli che lì fuori m'avevano straniato. V'erano insegne appese ovunque, in quelle foto, di cirillica evidenza. E donne dalle fattezze simili alle mie, al passeggio coi cappellini e le vesti d'anni Venti; giovani impomatati, e ragazzetti coi calzoni corti. E immagini di chiese, di moschee e di sinagoghe.
Siffatto museo – ch'era l'antica chiesa – m'offrì certuni elementi per capire la singolar tenzone che fu di Cina, Russia e del Giappone pure, pel dominio della Manciuria ch'era terra grande, inospitale per le genti, ma d'altro ricca che faceva gola.
Terra di nomadi bellicosi nei tempi antichi, sottoposta al dominio delle tribù locali che variamente dai mongoli furono schiacciate, la Manciuria ebbe tribù che s'allearono e poi si rivolsero contro la dinastia cinese Sung, indi contro i Ming. Invasero la Cina, infine, nel 1644, e fu di loro l'ultima dinastia dell'Impero che morì nel 1911. Arrivarono dunque a Pechino; ma altri giunsero nelle terre ove s'erano fatte le scorribande di quelle tribù. V'era legname, carbone, argento e oro; più tardi fu il tempo del petrolio. Era una landa troppo fredda per essere il paradiso, ma non troppo desolata per gli avventurieri a caccia di tesori. Alla fine dell'Ottocento, pure nel Far East s'aprì la corsa all'oro. Arrivò il treno dello zar di Russia: l'impero cinese era morente allora, e lo zar ebbe la concessione per la ferrovia transmanciuriana. Ivi sbarcarono orde di conquistatori in cerca di fortuna. Molti vi furono, nel seguito, d'uomini d'affari, e russi bianchi, e gli ebrei d'Europa. Nella fredda pianura mancese s'aprirono fabbriche, botteghe e miniere; il fiore che vi sbocciò fu Harbin, che i russi fecero come una piccola Mosca, per sentirsi a casa.

 

Nuovo borgo di Cina
del 24-09-2008

Arrivò pure la manodopera cinese che trovò impiego nelle concessioni straniere. Milioni di emigranti ammassati nelle bidonville, laddove la prospera Harbin degli anni Venti aveva centomila stranieri coi loro consolati e ristoranti, teatri e buffet. Poi furono i giapponesi, nel 1932, che posero la cittade nel loro Manchukuo, il regno fantoccio che fu retto dall'ultimo imperatore Pu Yi (vedere il blog “Le ruote di Pechino”, parte seconda, paragrafo “Bici e falene”). Tre anni dopo, il regno del Soviet vendette la ferrovia ai giapponesi: fu allora il primo esodo dei russi, dalla Manciuria e da Harbin. I giapponesi molto investirono nell'industria della ricca regione, giacché quelle risorse loro convenivano per sostenere le conquiste d'Asia; ma il disastro della seconda grande guerra li spinse via dalla Manciuria. Harbin fu ripresa dal Soviet, che la consegnò infine nel 1946 all'Esercito popolare di liberazione della Cina. Gli ultimi stranieri partirono in massa negli anni Cinquanta; al tempo di Tiziano non restavano che poche decine di russi, anziani e poverissimi. «Nel processo di lotta contro l'aggressione e l'oppressione, la gente operosa e impavida di Harbin costruì il prototipo della città moderna con il sudore e il sangue». Questo era scritto, nel britannico idioma, dentro quella chiesa che più russa non era, né chiesa. Uscii, per vedere dunque come fosse codesto prototipo del borgo novo che fecero nel seguito i cinesi.
In un angolo dietro quella piazza, ricordo che vidi due risciò dal tettuccio rosso, ornati dai tralci verdi d'una plastica fresca. Ne fui meravigliata, poiché rammentavo che, a Pechino, erano stati aboliti al tempo della Rivoluzione Culturale: giacché gli uomini-cavallo si facevano simbolo, credo, dell'iniqua oppressione della borghesia. Pure, avevo letto che certuni erano stati reintrodotti nell'anno 1980, benché assai pochi rispetto all'epoca di prima. E invero, non ricordavo di averne veduti, nei borghi di Cina ove ero passata nel mio viaggio con la Cavalletta, tranne qualcheduno ch'era a Jiāyùguān. Forse un poco era vero, che nell'antica Manciuria la storia girava con maggior lentezza.

 

Tartarughe globali
del 24-09-2008

Il mattino seguente, sellai la Cavalletta. Nulla mi chiese, e docile s'apprestò alla galoppata. Solo, l'avvisai di tenersi pronta: avremmo traversato tutto il borgo, per dodici miglia, sino alla dolorosa meta di cui subito non volli dirle. Ebbi il timore ch'ella si ammutinasse, all'orrida descrizione di quel loco. E lentamente presi per un cammino che non conoscevo, seguendo la linea della strada ferrata. Al dì presente, nel sereno chiostro ove posso vergare la storia del mio viaggio d'Asia, quel brivido che venne allora mi scuote ancor le ossa.
L'andatura fu lenta, per le prime miglia. Sovente arrestavo la Cavalletta per contemplare il borgo e le sue genti. Ricordo il cielo fosco, dapprima, e poi il tiepido azzurro ch'accompagnò il trotto nostro verso sud. E invero, subito mi parve di ritornare nella Cina ch'avevo traversato. Lo straniamento della piazza russa era scomparso. Mi parve di capire che, delle vestigia del composito passato di Harbin, restava poco, e tutto concentrato nel quartiere di Dàolĭqū accanto al fiume, ov'era la locanda nostra. A un crocicchio, vedemmo ergersi la selva nota d'alberi del cemento, ben piantati con ordinata simmetria accanto al guscio trasparente d'una tartaruga, ch'era grande mercato d'origine francese.

- Ecco l'Europa nova che s'attesta a Harbin! dissi alla Cavalletta, con un sospiro che parve provenire dal fiato corto della pedalata. Immagino che tu riconosca codesto edificio nomato Carrefour: da Roma a Istanbul, e quivi pure, esso ci segue, senza posa, nel viaggio nostro d'Asia. Ma non temere: vittime non siamo di strano sortilegio ch'anzitempo ci ricondusse indietro, nella passata notte! È il mondo che piccolo si fa, a fronte della prole tutta uguale di codesti giganti. Andiamo, ora; di quella tartaruga per noi non c'è bisogno. Oggidì, almeno.

Il cammino proseguiva lungo una via che si faceva stretta sovra un ponte. Attorno v'erano i campi, e vetture sfreccianti, e un poco di paura. Ricordo che temetti allora d'aver sbagliato via, e che lontane fossimo dalla già spaventosa meta dell'andare nostro. Pure, pochi passanti incrociammo sul cammino. Un gruppo d'uomini stazionava presso un chiosco stradale. La Cavalletta s'arrestò ivi di buon grado.

- La strada in fondo a destra! dissero quelli, con le braccia loro.

Li ringraziai col gesto universale per cui il capo s'adopra, ed il sorriso.

 

La casamatta dell'orrore
del 24-09-2008

Galoppavamo ora per le strade larghe e ariose d'un borgo industriale, ai margini lontani di Harbin. Non v'erano edifici di civile abitazione, né genti in lenta marcia nelle vie. S'alzò pallido il sole del meriggio, e fece splendere di candido nitore un edificio basso e lungo. Aerospace Hi-Tech Industry Zone, leggemmo sulla targa dell'ingresso. La Cavalletta tuttavia volle proseguire, giacché ora il trotto si faceva agevole, la strada vuota e l'aria dolce. Quell'aria mai mi parve troppo nera, a Harbin e nel circondario suo. E ancora mi stupii nel constatare che – malgrado la lentezza della storia – quel loco molto dovea esser mutato, nel quarto di secolo ch'era passato tra la visita del cavalier Tiziano e della mia con la Cavalletta. Costui aveva scritto allora di fabbriche paralizzate per mesi dalle interruzioni di corrente, di operai senza lavoro, e d'una spessa nuvola di fumo giallastro che incombeva su tutto. Fumi, e schiumosi rifiuti, ad avvelenare l'aria e l'acqua di rivi e di canali, senza che vi fossero regole per arginare il danno.
Della cittade sporca, logora e puzzolente che Tiziano vide in quel tempo, poco m'apparve, invero. Pure, sapevo d'un disastro che nell'anno 2005 riempì il fiume Sungari di benzene e altri veleni, che raggiunsero il Drago Nero-Amur e la vicina Russia (www.answers.com/topic/2005-jilin-chemical-plant-explosions). Certo, la cavalcata di quel dì non mi permise di saggiare l'aria con una competenza di scienziato. Però non vidi fumi neri o gialli, né ghetti di baracche e di miseria. Chissà, forse per questi, bene non cercai. Comunque sia, non ne trovai sulla mia strada, quel dì e negli altri che trascorsi a Harbin.
Arrivammo infine in una zona ove il borgo pareva nuovamente condensare la vita quotidiana degli umani. V'era un deposito ove giacevano quattro risciò senza padrone; la Cavalletta li fiutò con mestizia. Un poco oltre, vedemmo il cortile d'una scuola che si riempiva dell'ordinata marcia di piccoli soldati senza uniforme. Dirimpetto, la casamatta dell'orrore.

 

Echi di mostruoso ingegno
del 24-09-2008

Da fuori, innocuo edificio pareva. Un sobrio capanno industriale d'altri tempi, con qualche concessione al classicismo sul lato dell'ingresso (foto sopra). Dentro, era museo. Si consacrava all'orrore della sperimentazione coi batteri sugli umani, ch'ivi fecero i giapponesi occupanti, attorno al tempo della seconda grande guerra, e pure un poco prima. Era lavoro dell'Unità Mancese 731: migliaia di cavie umane – cinesi o altri nemici prigionieri – vi morirono o furono menomati dai germi della peste, del colera e d'altri orribili morbi, inoculati dai medici giapponesi su soggetti sani, per prova d'armi chimiche e biologiche. Alcuni di costoro furono sottoposti ad altri esperimenti, perché quegli aguzzini potessero testare la resistenza umana al caldo estremo e al freddo, alle amputazioni e ad altri mali dall'uomo procurati. Echi d'un orrore che riportava ai campi dei nazisti le nostre memorie d'Occidente.
Vi giungemmo all'ora della chiusura per il mezzodì. La Cavalletta, stanca, si fece legare di buon grado al palo d'uno stenditoio, sulla strada. Fui lieta che non volesse avvicinarsi a quella galleria del mostruoso ingegno umano; e io volli nutrirmi di solidi spaghetti, perché le viscere fossero pronte e piene.
È difficile esibire, con giusto tono, le efferatezze della storia. Di codesto museo, più di tutto mi colpì l'edificio spoglio, l'ampio terreno vacuo che lo fronteggiava, e le trincee ch'erano sul retro. Quattro uomini in nero erano in bilico sovra quel fossato. Guardavano il pallido rosa dei palazzi che stringevano il terreno dell'orrore. Non vidi i visi loro, e non potei capire s'erano di Giappone o di Cina. D'istinto, mi parve di non poter amare le genti i cui progenitori s'erano macchiati di cotali misfatti; pure, pensai ai giovani tedeschi, al triste fardello che ancora grava, e al nome di colui che marchiò l'italo suolo e che talora pesa nelle cavalcate mie pel mondo. Sapevo che il governo giapponese giocava un poco con la revisione di codesta storia, al tempo del viaggio mio con la Cavalletta, benché avesse prodotto scuse ufficiali e forzieri ricolmi di denaro per sostenere lo sviluppo cinese. Feci dunque quello sforzo che sempre occorre fare, in ogni tempo e loco: da un lato la ragion di Stato, a coprir sovente gli orrori del passato e gli accidenti, dall'altro i cittadini di quello stesso Stato, che sovente non sanno, come gli altri di fuori. E infine, l'opera spaventevole dell'Unità 731 si rivelò in Giappone per via d'un giornalista del paese, che negli anni Ottanta del secolo passato studiò a fondo le tracce ch'erano rimaste di quel centro di morte: poche, giacché le forze militari giapponesi, in ritirata dopo la guerra persa, ne rasero al suolo ogni evidenza (sul tema, vedere: http://en.wikipedia.org/wiki/Unit_731 , http://it.geocities.com/pulfabio/harbinunita731.htm).

 

 Pag. 1 di 2 [>>]



Cerca su Janula.it!
Cerca il testo


Janula: obiettivo su...

vitale
Gli altri Cittadini
Janula: ultimo Cittadino registrato
atilio22
Gli altri Cittadini
Ultimo Blog creato
OFFERTA DI PRESTITO TRA PRIVATO
Top 100 Blog!
Ultimo Blog aggiornato
Il ritorno del crossover
Top 100 Blog!

2003 - Janula.it di Officine Informatiche Srl