HOME PAGE JANULA CASSINO NOTIZIE GENTE UNIVERSITA' BLOG AFFARI EVENTI AIUTO! Accesso Area Riservata Cittadini di Janula Accesso Area Riservata Operatori Aumenta la dimensione dei caratteri
Main Page Blog
Scelta dei Blog
Ultimi 100 Blog
Ultimi 100 articoli
Top 100 Blog!
Blog per Categoria
Indefinibile
Cultura
Lavoro
Passioni
Personale
Scrittura
Società
Gestione dei Blog
Crea un nuovo Blog
Scrivi sul tuo Blog
Registrazione a Janula.it
Registrazione come Cittadino di Janula


Username:  Password:  
Password dimenticata?   Registrazione Nuovo Utente 


Cose russe di Cina (e d'altro mondo)
Harbin, Manciuria, dalle memorie di Suor Deodora
Blog di DODAMANTE
Consultato 9778 volte

La solitudine dell'Occidente
del 24-09-2008

L'edificio che ospitava il museo doveva essere il quartiere amministrativo dell'Unità 731, così mi parve di capire. Mesta riguadagnai la strada ove la Cavalletta m'attendeva in sosta. Senza fallo capì, il destriero mio, ch'era momento grave ove tener silenzio. Docile si mise in moto, e trovò subito la strada verso la cittade antica.
La via del ritorno fu agevole. Trovammo un cammino più liscio e breve, senza troppe vetture: che anzi la Cavalletta si trovò a salutare alquanti velocipedi della sua specie ch'erano al lavoro. Uno faceva lo spazzino stradale, colla ramazza lunga fissata sul telaio; l'altro era imbianchino, giacché portava un secchio da pittore. Passammo accanto a un gruppo di barrocci ov'era frutta, e tuberi dolci. Quivi la città s'alzava nel modernariato d'anonimi palazzi che potevano essere di Cina o d'Occidente. Poco più oltre, però, un edificio maestoso, di chiara e sobria simmetria, e d'eleganza austera, mi riportò alla Russia dell'antico Soviet. D'università si trattava (foto sopra); e pure scoprii più tardi ch'era loco conveniente in Cina per lo studio della lingua ch'era parlata sull'altra riva di quel Drago Nero (www.hyccchina.com/english/araq/heilongjiang.htm).
Sul fare della sera, condussi la Cavalletta nel dolce tepore della stanza nostra, alla locanda. Indi la salutai, e scesi dabbasso. Mi persi allora nella bella vasca che si faceva a Zhongyang Dajie, la Via Centrale riservata ai fanti (foto sotto, www.travelchinaguide.com/attraction/heilongjiang/harbin/central-street.htm). Essa s'accendeva delle prime luminarie della sera: quei palazzi n'erano impreziositi. Mi parve di camminare sul selciato d'una Parigi fin de siècle, tra i caffé e la melanconia d'un mondo che finiva; calò una pioggerella fine, per colmo di languore. Spettri intabarrati si movevano nell'acquosa penombra; non fosse stato per gli ideogrammi luminosi delle insegne, avrei fermato uno degli spettri, per conversare amabilmente nell'idioma franco che molto m'era noto. M'arrestai dirimpetto a un'esedra che portava scritto 1922 (foto sotto a destra). Un uomo gettava un secchio d'acqua scura in una fenditura del selciato. Vidi i suoi occhi, e capii ch'ero sola con la mia faccia d'europea, in quella galleria aperta d'antiche architetture d'Occidente.

 

Incontri di passaggio
del 24-09-2008

Vidi le due ragazze, benché fosse ormai notte. Accadde come quando un cavaliere errante si ferma nel convento ove mi trovo ora: indosso giornalmente l'abito claustrale, ma so ch'il sembiante mio non è di suora. Le consorelle non fanno mostra di fastidio; che anzi, credo siano intrigate un poco dalla bizzarra mia presenza tra di loro. Quando giunge un cavaliere, tuttavia, in sosta tra perigliose avventure, capisco d'essere da costui riconosciuta. E in lui mi riconosco: nell'ansia che mi prende di ridiscendere in strada, sull'aspro della via, per rotte nove e su giacigli duri.
Mi videro, le due di Harbin. Erano a piedi, nell'ombra lunga della sera. I nostri visi si fecero compagni.
Toni e Hannah venivano d'Australia. Ci accompagnammo un poco su quella passeggiata d'Europa che tanto doveva, pure, al vivace ingegno degli ebrei. Di quella storia s'appassionavano, le due, in parte per circostanze d'origine. Vai alla sinagoga, domani – mi dissero – non è lontana! E invero, molto n'ero curiosa: ma era tardi, oramai, per quel dì. Scendemmo assieme nell'antro d'una taverna. Era calda e pulita. Solo, non vi trovammo i salsicciotti ch'erano specialità del borgo di Harbin. E furono ancora morbidi spaghetti, e tanta birra, come pare debba essere in Manciuria: giacché l'alcol – nelle terre difficili – sempre riscalda le viscere e il cuore.
Le condussi nella mia locanda, dacché non parevano soddisfatte della loro. Mostrai la Cavalletta, assopita sulla moquette rosa. Non parvero troppo impressionate, e vollero vedere altra locanda che più di lusso si faceva, nella zona. Compresi allora ch'il sinonimo dei visi nostri non avrebbe prodotto altro, di comune, che l'avventura d'una sera. Ricordo ch'un poco me ne rattristai: così succede, tuttavia, anco nei viaggi di somma fantasia. Benché talora, come pur m'accadde, certuni incontri siano imperituri, e d'emozione forte, e di passione accesa.

 

La passione del fiume
del 24-09-2008

Il mattino seguente mi recai di nuovo, sola, per la via d'Europa che scendeva al fiume. Molte e molte volte, nei giorni di Harbin, mi riportai avanti e indietro per quel pellegrinaggio. Il letto del Sungari m'attirava d'omerico richiamo. Ma non lo navigai.
La via Zhongyang Dajie, alla luce del dì, mi parve meno bagnata dalla nostalgia: botteghe, magazzini e locande parlavano McDonald's, Kappa e altri marchi d'Oriente e d'Occidente. Alti palazzi di cemento e vetro stringevano d'intorno le singolari architetture antiche. Giunsi a quel monumento ch'avevo contemplato nella notte, celebrato dal tripudio delle luminarie (nella foto, in alto a destra): più modesto m'apparve, nella luce sghemba del mattino, colla corona porticata ch'attorno lo strigneva, come l'argine aveva infine stretto quel Sungari che sovente amava uscire dal suo letto. Siffatto monumento celebrava la forza dell'ingegno umano pel controllo delle inondazioni. Di più, m'impressionò quel parco che correva come verde striscia sull'argine vittorioso: ancor si dedicava a Stalin, benché codesto nome fosse divenuto Sīdàlín nel cinese idioma. Quivi operavano le cesoie di fantasiosi giardinieri sulle aiuole, adolescenti antichi s'avviavano al lavoro nel candido tripudio della scultura, ginnasti adulti e anziani giostravano di spade e d'alabarde per sciogliere le membra nell'aria pungente del mattino (foto nelle “Note tecniche”).
Nessuno mostrò interesse pel passo mio solitario e il viso d'altro mondo. Scesi sul greto; m'avvicinai al molo e ai battellini ch'erano in sosta, pei clienti diretti all'isola del Sole, ov'era parco grande e d'attrazioni pieno. Volli serbare quella traversata per l'ultimo tempo del mio soggiorno a Harbin, e non passai sull'acqua cupa che ancora non si rapprendeva in ghiaccio. Guardai la riva boscosa in lontananza, sorrisi a quattro velocipedi in attesa sul greto, e girai i tacchi verso la città. Persi la vista di quel fiume, e pure l'occasione della traversata, che mi sfuggì in quel viaggio. Nel tempo d'oggidì, ripenso sovente all'occasion mancata, e a quel disìo che mi venne poi, quando conobbi la passione ch'accompagnò il viaggio mio di Russia. Navigherò il Sungari col cavalier Sergey: questo mi dissi allora.

 

Cavoli e Cavallette al vento
del 24-09-2008

Dopo il mezzodì, portai la Cavalletta un poco in giro per le vie del borgo ch'erano fatte dai cinesi. Ricordo ch'il freddo montava e molto pestavo sui pedali. Trovammo ortaggi e tuberi in bella mostra sul selciato, d'enorme taglia e appetitoso aspetto. E ancora, vidi cavoli e cavoli, in mucchio nell'angolo d'un parco ove templi, pagode e statue d'oro glorificavano la grandezza del Buddha e degli accoliti suoi. La Cavalletta non poté entrare, tuttavia, sulla spianata sacra ove giacevano i cavoli e s'innalzava la pietra scura ed elegante della pagoda a sette piani. Fuori v'era una bella strada alberata, riservata ai pedoni: vi passò qualche monaco, nel mentre che assicuravo la cavalcatura mia al forte ferro d'un cancello. Torno presto! le dissi con languore. Si strinse nel brivido dei raggi suoi, e m'aspettò, nella brezza che si faceva aspra.
Ora che vivo in un convento, sovente mi capita di comparare i sacri lochi, che furono del viaggio mio in Asia, col sereno sembiante di codesto. Quei templi di Harbin, ch'erano fatti pel buddhismo, mi lasciarono fredda, in accordo col clima. Benché fossero in parte quasi secolari, ospitavano statue che mi parvero troppo moderne e lustre, certune pareti interne d'asettico biancore, tripudio d'ori e di plastica fiorita, inchini rapidi e rari degli oranti. Sentii russa favella, e mi volsi a un gruppo di visitatori che percorreva quelle sale con placida disattenzione. Erano forse i marmi e gli ori che non s'addicevano, quel dì, al grigio minaccioso del cielo; mi colpì in vece il clangore d'alquante campanelle appese che risonavano al vento. Pure m'inquietò, quel suono, al punto che subito volli riguadagnar la via ove la Cavalletta era allacciata. La vidi, serena e stretta nel telaio suo che si faceva cetra per l'aeree dita; e mi rasserenai. Sul fondo della via, v'era una ruota, fatta per portare in giro nell'alto brivido del divertimento. Laggiuso mi diressi, ancora sola, col passo svelto a contrastare il vento. E ancor di Russia vi trovai le tracce.

 

Il parco della malinconia
del 24-09-2008

Una diecina d'uomini, e pure qualche donna, si raccoglievano in discussione e in giuoco presso un porticato dalle cime aguzze. Ovvero, portico di chiesa pareva, col campanile suo dal tetto a guglia. Pagai blando pedaggio e fui in un parco verde, benché un poco spoglio per via della stagione. Subito compresi che si trattava di terreno consacrato ai divertimenti: oltre la grande ruota, ch'era diserta e ferma, vidi il castello di un'orrida megera dalla bocca aperta, e sagoma d'un palco di teatro con fantasiose cupole, morse da ruggine e da brumoso cielo. Codesto parco mi parve desolato, nel freddo dell'autunno e nell'assenza di giovani avventori. Non ne fui stupita: era tempo di scuola. Pure, tutto mi parve morto, il presente e il passato di quel loco. Mi riscaldò l'ampio sorriso d'un enorme Buddha che s'allargava nella cartapesta, o in gesso colorato, deposto alla rimessa, in attesa di migliori tempi. Era costui più caldo, nella materia e nel sorriso, dei Buddha ch'eran seri, nei templi a pochi passi.
Svelta montai sul campanile dell'ingresso: la porta non chiudeva. Una stretta scala di legno andava su, tra foglie secche color amaranto. Vi trovai dentro i resti d'un falò e stracci appesi, fili elettrici e latte di metallo. Un tempestare di martelli colmava, di lontano, quella desolazione. Il campanile deperiva nel lento abbandono del parco. Pure, era più giovane della chiesetta ortodossa che scoprii vicina, consacrata da un secolo alla Vergine Maria, ch'in quel lontano tempo s'ergeva nel mezzo del cimitero degli emigrati russi. M'avvicinai al piccolo gioiello antico (foto sopra al centro). Nessuna litania, canto niuno. Da una finestra, venne l'odore che spira da umida cantina. Accostai l'occhio: vidi brande di letti e altri oggetti di cui si faceva catasta. Colpiva il vento, ancora, l'intonaco scrostato e i vetri rotti. Venne una donna Han con una scopa in mano; aprì la porta ch'era sul lato destro dell'ingresso. Guardai i cartoni, e tutti gli strumenti ch'erano in uso per nettare il parco, affastellati nel vano di quell'antica chiesa.
Un poco oltre, sotto la gran ruota, trovai una cappellina integra e graziosa, nel legno e negli stucchi cogli angeli volanti. Anch'essa era diserta: v'erano dentro, in cumulo, alquante latte di vernice, e luci da montare pel giardino. D'improvviso, mi ricordai di Trabzon e dell'antiche chiese divenute moschee (vedere il blog “Le sorprese di Trebisonda”). A Harbin, i templi e le pagode nove s'erano eretti a parte; le dimore dell'anziano culto russo, ch'erano ancora in piedi, mi parve che rare s'offrissero a musei e magazzini, e più all'incuria degli uomini e del cielo.

 

Sinagoga da museo
del 24-09-2008

Raggiunsi infine il mio destriero, ch'era freddo nel telaio e nel manubrio. Col guanto scaldai quei freni, e le giunture mie sull'impugnatura. Partimmo in fretta verso la locanda, ch'era vicina a quella sinagoga ove le due d'Australia avevano profuso l'interesse loro.
La Cavalletta mi fu grata, quando la legai sull'angolo d'un muro che la riparava dal soffio gelido del vento, in compagnia d'altri velocipedi cinesi. M'allontanai in fretta, con la promessa d'un rapido ritorno: giacché il cielo ormai volgeva al bruno, e la sinagoga avrebbe chiuso presto; così almen sapevo. Trovai un museo, splendente di nitore e pulizia, nel perfetto edificio che s'ergeva nel bianco delle lastre e il rosso del mattone. Negli anni Venti del secolo passato, s'empiva di fedeli, la sinagoga nova; al tempo del passaggio mio con la Cavalletta, mostrava solo i ricchi segni d'un passato estinto.
Più di ventimila erano ebrei, allora, in Harbin, venuti dalla Russia, dall'est d'Europa e d'altre terre. Antisemitismo non fu mai tra i cinesi, così assicuravano le diciture nel britannico idioma. E quel museo voleva dire al mondo che Harbin era cittade «ove gli stranieri godono del miglior trattamento, e quella cinese una nazione con la fortissima consapevolezza della dignità di tutti gli uomini». La storia e la vita quotidiana, gli affari e la cultura delle famiglie ebree del tempo si mostravano per foto in bianco e nero; come pure gli antichi palazzi ch'erano sinagoghe, scuole e case, banche e locande, da loro e per loro edificate. Molti di codesti edifici sono nel progetto di conservazione del governo di Harbin, e restano in piedi con orgoglio nel loro splendore originale: così ancora lessi in quel museo. Pure, si nominava il cimitero grande di Huangshan per gli ebrei, ove restavano in eterno più di seicento: banchieri e uomini d'affari, scrittori e artisti ch'animarono la belle époque di Harbin. Ho sempre amato la quiete d'ogni cimitero; ivi avrei spinto le ruote della Cavalletta, s'il viaggio potesse farsi ancor più lento. Ma al termine volgeva, il lasciapassare nostro di Cina. L'indomani, sellai il destriero mio con tutto il basto.

 

I numeri della partenza
del 24-09-2008

Volli, un'ultima volta, contemplare il Sungari: lasciai la Cavalletta alla locanda, e ridiscesi al fiume con rapida andatura. L'acqua scorreva ancora libera dai ghiacci. Solcavano i pattinatori, colla linea delle ruote loro, i viali del parco Stalin. S'alzarono sul greto i colori degli ultimi aquiloni di Cina. Quivi m'accomiatai da Harbin, e pure dal paese grande ch'avevo traversato nel calore morente dell'estate. Andavamo nella Siberia di gelido autunno, per tornare a ovest, nell'Europa. Sobbalzai nel petto, a quel pensiero. Temevo in specie per la Cavalletta: sapevo infatti che avremmo dovuto servirci di quella ferrovia che è d'uso nomar Transiberiana. E come, nella Cina, sul treno degli umani, cicli non s'ammettevano (vedere il blog “Ai confini del Tibet”, paragrafo “Il gran rifiuto”), mi spauriva il pensiero che così fosse pure per la terra di Russia.

A Harbin, v'erano alquante stazioni, o meglio parcheggi, piazzali e sottoponti ove partivano i torpedoni che s'avvicinavano al confine. Stentai a trovare un convoglio che potesse prendere la Cavalletta: le stive erano piccole, di masserizie piene. I convogli più adatti, non partivano quel dì, ma solo l'indomani. Non volli aspettare. Provai con uno: v'era un magazziniere che trattava per l'imbarco delle merci. Guardò la Cavalletta come fosse mulo. Poi scrisse un numero che mi parve folle.

- Méi yò! gridai sdegnata.

Due uomini offrirono i servigi loro, perché potessimo trovare altro trasporto a buon mercato. Ci scortarono lungo la ferrovia. Sotto un ponte, altro convoglio si preparava alla partenza. Il numero salì; tornammo indietro. Con tiepido sconforto, spinsi la Cavalletta nella stiva del torpedone col magazziniere; di poco costui piegò il numero richiesto. E il rimanente, dovetti darlo agli uomini che, in codesta ricerca, ci avevano scortato. Credo fossero senza lavoro: s'adoperavano così, al servigio dei viaggiatori di passaggio; benché, oltre il cinese, altro idioma non conoscessero. Presero loro quel denaro – che pure, nell'Europa, era cosa da nulla – e in un lampo si dileguarono alla vista. Scoprii più tardi l'inganno loro, quando giungemmo al capolinea del convoglio.

 

Verso la Russia, o forse no
del 24-09-2008

Molti e molti bagagli, sacchi d'ogni forma, scatole e attrezzi sommersero la Cavalletta nella stiva. Altre masserizie vennero issate a bordo, nei corridoi, in mezzo ai passeggeri. Ricordo quanto temetti per la fragile meccanica della cavalcatura mia. Il conduttore del convoglio dapprima fece mossa rabbiosa: per colpa di quel velocipede, coi bagagli messi tra gli umani, si rischia che la polizia ci fermi! Questo compresi. Nulla potevo fare, tuttavia, e allargai le braccia, sconsolata. Pure, quell'uomo sorrise: e mi toccò sopra le caviglie, sulla pelle nuda. Feci un sobbalzo: indi s'alzò, costui, il bordo in fondo al pantalone.

- Questa ci vuole!

M'indicò la calzamaglia sua, ch'era più conveniente al freddo del confine; e rise. Assieme giocammo ad incastrare l'abnorme quantità di merce nella stiva, perché non fosse di danno alla Cavalletta. Chiuse infine i portelli, con fragore, e respirai. Si mise in moto, il traballante cargo. Tremavo ancora, per l'ansia che la contrattazione m'aveva procurato. Mi stesi sul giaciglio che fu mio in quel viaggio: e presi a scrivere con frenesia. Annotavo del bruno paesaggio d'autunno che sfilava ormai di fuori. Del sole, di casette basse e di colline, e del sollievo di quella partenza. I campi erano spogli, senza neve. Vedevo piccoli abeti, mentre le soubrette cinesi ballavano e cantavano nel video del convoglio. Harbin è loco ove vorrei tornare; questo scrivevo allora. Presa nel fondo vortice della scrittura, non m'avvidi del buio ch'era sceso. E pure non capii, quando il conduttore mi disse, assieme al suo secondo, ch'il tempo di sbarcare era venuto.

- Suífēnhé? domandai, dubbiosa.
- Mŭdānjiāng! dissero quelli.
- Tradimento! urlai inferocita.

La corsa del convoglio lì finiva, a un centinaio di miglia dal confine ove si valicava per la Russia.

 

Sulle frontiere del Far East
del 24-09-2008

Il conduttore in seconda tirò fuori la Cavalletta dalla stiva. Sacramentai contro tutti i numi di Cina e d'universo: era già buio, nulla sapevo di quel borgo sconosciuto, se non che fosse ancor lontano dalla mia frontiera. Lì, la stazione, puntò il dito quello. Annusò la mia rabbia, benché non potesse vedere lo sgomento sul viso mio, per l'angolo scuro della via ove eravamo. Mi porse un pezzo da cinquanta: come indennizzo, e perché lo girassi al prossimo pilota.
Sul piazzale, sfavillante d'insegne colorate, nessun torpedone andava a Suífēnhé. Míngtiān, domani, mi disse un gruppo d'uomini. Jīntiān, risposi. Oggi, subito, adesso! Irata ancora, m'uscì la voce. M'indicarono quelli una vettura rossa.
Mi parve d'essere tornata sulle vie d'Asia centrale. La Cavalletta si lasciò inghiottire, senza tema, nelle fauci del bagagliaio. E il conduttore, prima dell'avvio, mi passò il suo ricevitore.

- Hallo, hallo! disse la voce d'una donna, nello squillante idioma che meglio capivo, del cinese. The trip is not easy, seguitò ella. The driver asks other 50 yuans.

- Il viaggio è facile, risposi, la strada è breve, ho già pagato il necessario. Bye bye.

Col viso si scusò, quel conduttore. Partimmo.
V'era una giovane donna, nella vettura, che sedette avanti, a lato dell'autista. S'intrattennero, i due, con sereno tono, per il tempo ch'ella viaggiò con noi. Amo talora non capire il senso dell'idioma che si dipana attorno: giacché, allora, si coglie il tono, il guizzo d'una sillaba, il palpito d'un occhio, il gesto che rimarca lo sconosciuto verbo. Mi piacque la favella di quell'uomo: era giovane e calmo, guidava con serena andatura, nel buio fondo della strada che non mi parve aspra; né liscia, invero. E pure non fu breve, il viaggio: giacché, quando arrivammo nel borgo di frontiera, mancavano due tocchi alla mezzanotte. Non vidi umani, nelle strade oscure; quel Caronte m'accompagnò, perché trovassi confortevole locanda per la notte.
Aprì un uomo robusto: rumore alcuno veniva dall'interno. Mi parve d'essere nell'atrio d'una casa. Accanto al sofà ove posai la Cavalletta e il basto, cavoli e cavoli s'accatastavano sull'impiantito. Mi diedero una stanza ch'era per quattro: e vi fui sola, dentro, colla cavalcatura mia.

Quella notte, a Suífēnhé, fu l'ultima di Cina. Ringraziai il mio Caronte con supplemento di denaro. Poi volli uscire, a piedi. Il borgo, che pur sembrava morto, si accese in due taverne, poco sopra la locanda mia. Nell'una vi feci cena sontuosa: volevo che le viscere mie portassero il ricordo delle migliori prelibatezze di Cina. Spiedi d'agnello, zuppa di pollo, verdure e verdure che cavoli non fossero: mangiai con pantagruelico appetito, dietro la tenda del ridotto che m'ascondeva alla vista d'altri. A pochi passi, trovai poscia una bottega pei composimetri che s'agganciano al mondo. Presi uno schermo, e la scrittura fu, sino alle ore del piccolo mattino.
L'indomani, l'uomo della ricezione si curò della Cavalletta che aveva perduto un bullone nella corona sua. Si lasciò fare, ella, con piacere grande. Indi la condussi d'attorno, per rapido giro. Un poco di neve resisteva al sole; in un cortile, a lato della strada, giocavano ballando le bimbe d'un asilo. Ci apparve la massicciata della ferrovia e, più lontano, una barriera d'edifici ch'avrei detto di Russia. L'uomo della locanda ci salutò, infine, assieme alla compagna sua (foto sopra). E ci avviammo verso la frontiera.

Furono poche miglia d'un facile cammino. Pure, quegli edifici ch'avevo veduto oltre la ferrovia, non erano di Russia. Giacché, dall'altra parte, scoprii l'immenso vuoto d'una remota Asia. Il passaggio fu lento, alla frontiera; un uomo che aspettava vide la Cavalletta. Com'è elegante, colle borse sue che sono dietro! disse, nel britannico idioma. Ora che la storia s'è compiuta, e la cavalcatura mia riposa nel fienile del convento che ci accoglie, riconosco in quelle parole l'inizio della straordinaria avventura d'una passione.

 

Note tecniche
del 24-09-2008

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

Per il pernottamento a Harbin: Zhōngdà Dàjiudiàn, tel. 0451-84638888, 32-40 Zhongyang Dajie. Camera doppia con bagno: 150 yuan. Questo albergo si trova nel quartiere Dàolĭqū: da qui molti punti di interesse della città sono raggiungibili a piedi, compreso il parco Stalin/fiume Sungari.
Per Suífēnhé, non è difficile trovare l'albergo mostrando la foto qui accanto una volta arrivati nella cittadina. Camera con quattro letti e bagno (per una persona, nel mio caso): 120 yuan.

Per andare alla Base giapponese per gli esperimenti di guerra batteriologica (Unità 731, in cinese: Qīnhuá Rijūn Dì 731 Bùduì Yízhĭ, tel. 0451-86801556, Xinjiang Dajie, aperta 9-11.30 e 13-17), se si è sprovvisti di bicicletta, si può prendere l'autobus 343 nella zona della stazione ferroviaria di Harbin, vicino all'ufficio postale di Tielu Jie.

La zona dei templi buddhisti di Harbin (tra cui il tempio della felicità Jí Lè Sì e la pagoda a sette piani Qījí Fútú Tă) si trova sulla via pedonale Dongdazhi Jie, raggiungibile con l'autobus 14 dalla stazione ferroviaria. Dalla zona dei templi si può andare a piedi nel vicino parco dei divertimenti con le antiche chiese.

Per andare da Harbin a Suífēnhé, gli autobus partono da diversi punti, ma tutti intorno alla stazione ferroviaria principale.

Letture utili:
- Tiziano Terzani, La porta proibita, Milano, TEA, 2000 (1984), 272 p., in particolare il capitolo: «Il regno dei topi» (pp.80-105).

- Tiziano Terzani, Buonanotte signor Lenin, Milano, TEA, 2007 (1992), 423 p., in particolare i capitoli 2-4 (pp.16-80).

- Michael Carrithers, Buddha, Torino, Einaudi, 2003 (1983), 110 p.

- M. Raveri, «Buddhismo» (pp.335-368) e «Buddhismo cinese» (pp.369-377), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p.

Nelle foto sopra: a sinistra e al centro, immagini di Harbin (ginnasti al parco Stalin, fiume Sungari, merci in vendita ed esedra del 1922 sul viale Zhongyang Dajie). Nelle foto a destra, l'albergo e case a Suífēnhé.

 

[<<] Pag. 2 di 2 



Cerca su Janula.it!
Cerca il testo


Janula: obiettivo su...

stage-spagna
Gli altri Cittadini
Janula: ultimo Cittadino registrato
montalban
Gli altri Cittadini
Ultimo Blog creato
Finanziamento di denaro Credito
Top 100 Blog!
Ultimo Blog aggiornato
La Gemella Francese
Top 100 Blog!

2003 - Janula.it di Officine Informatiche Srl