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Passeggiate alessandrine
Un ritorno in Egitto via mare, di Dora Deo
Articolo di AMMARARE
Consultato 5483 volte

Segni di casa
del 29-12-2008

- Due papiri, due sfingi, due cammelli, 54 euro. Rosario ha un sussulto.
- Offrigli la metà.
- Senti, dice Said quasi offeso, da quanti anni non vieni in Egitto, cinque? In questo tempo i prezzi dei prodotti di base sono aumentati del 200%, i salari del 30%. Non chiedo tanto.

Sulla rampa della nave, nel porto di Alessandria, l’improvvisato bazar non riscuote molto successo. L’equipaggio è preso dalle manovre di imbarco e sbarco del carico. Grandi bobine di carta, auto nuove e usate, trattori e altri mezzi pesanti chiaramente usati vanno giù, sulla banchina. Non ho il tempo di vedere cosa sale nella pancia della nave: di sicuro container, come i tanti accatastati nel porto, multicolori e sigillati, che accendono di una pennellata viva il grigio del cielo. Ha piovuto a raffiche violente, questa mattina. Il vento mi spostava, sul ponte undici, mentre scrutavo l’orizzonte noto di quelle architetture. Egypt, si legge sulla murata di una nave vicina: cinque anni di permanenza, poi cinque di lontananza. E ora, il ritorno. Quando la vita fa un po’ acqua, si cercano le tracce delle emozioni più accese, dei colori più vivi. Quei segni mi portavano qui.

- Torni a casa, allora! Mi ha detto il primo ufficiale di coperta della Grande Scandinavia.

Non era proprio così; difficile spiegarlo. Ma forse aveva ragione.

 

Città della memoria
del 29-12-2008

Non ho avuto il tempo di controllare il carico che saliva sulla nave. Me ne dispiace. Quando si naviga per molti giorni, correndo dietro alla memoria di un sogno – poterlo fare! – abbandonare la nave, a un certo punto, equivale quasi a un tradimento. Sono venuti, in molti, a salutarmi sulla rampa. Il primo ufficiale di macchina rumeno mi ha baciato la mano. In quel gesto d’altri tempi si è fissato il mio viaggio: era giusto così, per una città che vive di memoria, in Europa, più che di presente. Lo scrittore greco Plutarco racconta che Alessandro Magno sognò Omero e sul luogo indicato dall’apparizione notturna fondò Alessandria nel 331 a.C. Di memoria più recente è la rinascita ottocentesca della città, che i pascià d’Egitto vollero piena di nuovi edifici commissionati agli architetti europei.

Andare in Egitto, oggi, per mare: come migliaia di esuli politici italiani al tempo del Risorgimento o i tecnici e gli operai che lavorarono all'impresa del canale di Suez tra il 1859 e il 1869. Poterlo fare, con la lentezza d’una nave cargo e con la suggestione dei poeti che così fecero quasi un secolo fa. Nel 1912 Giuseppe Ungaretti lasciò Alessandria d’Egitto, dove era nato, su un bastimento verniciato di bianco; vi ritornò nel 1931, a bordo di un’altra nave. Così viaggiavo anch’io: senza che l’emozione del ritorno fosse bruciata dalla rapidità d’un volo aereo. La nuvolaglia s’alzava, finalmente, sul profilo delle bianche architetture oltre il porto.

L’auto dell’agenzia Marina Shipping mi ha preso, alla svelta. Gli uomini dell’equipaggio sono rimasti a bordo. Quel giorno stesso, la Grande Scandinavia della compagnia Grimaldi sarebbe ripartita per Salerno.

 

Il silenzio del porto
del 29-12-2008

Il porto di Alessandria m’è parso deserto. Due edifici moderni, dalle vetrate blu, s’ergevano sulla banchina, oltre i container. Avevo dei porti commerciali un’idea molto romantica, poco reale. Quello di Alessandria, poi, lo ricordavo impenetrabile dalla città, persino con lo sguardo. Come tutte le cose negate, doveva essere un mondo favoloso e ambiguo dove passava di tutto: «cose pesanti e leggere, pericolose e innocue, peccaminose e celestiali. Benzina e farina, film pornografici e libri in francese e tedesco, pistole italiane o cecoslovacche, a scelta, e mutandine da donna coreane...». Ma era il 1967, l’epoca di cui parlava Maurizio Maggiani nel romanzo "Il coraggio del pettirosso" (Feltrinelli, 1995). Nel 2008 ho visto container impilati, auto, trailer e dumper-betoniere silenziose: tutto nell’ordine squadrato della banchina ancora lucida di pioggia. E l’infilata di palme sul viale che doveva condurmi fuori dal porto. Oltre il portale sfolgorante di vetro e oro, sorretto da colonne che già si tingevano di sole e di rumore, era la città che forse ricordavo.

 

Quaglie in fuga
del 29-12-2008

«Alessandria, finalmente! Alessandria goccia di rugiada. Esplosione di nubi bianche. Sei come un fiore in boccio bagnato da raggi irrorati dall’acqua del cielo. Cuore di ricordi impregnati di miele e lacrime».

Mi commuovo sempre sull’incipit del romanzo "Miramar" (Edizioni Lavoro, 1989) di Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. È l’autunno di Alessandria, la stagione del mio viaggio e dei fatti di quel libro. Pure, il tempo di uno strano fenomeno che avviene su questa costa d’Africa: le quaglie che cadono dal cielo, esauste, dopo la lunga migrazione dalle terre più a nord. Ne parla anche Ungaretti nella poesia "Agonia". Averlo capito a scuola, chissà quali fantasie precoci avrebbe acceso. Una festa per gli alessandrini, benché il fenomeno annunci la fine della stagione calda.
Di questa festa non c’è traccia oggi, nelle strade del centro di Alessandria. Certo le quaglie vanno altrove, ormai, a riposarsi dalla fatica del volo: per prenderle si mettono delle reti nel deserto, dove esattamente non sa, dice l’uomo che mi accompagna fuori dal porto. E del deserto, qui, nessun segno. Nella via dove si trova l’ufficio dell’agenzia Marina Shipping, dall’alto dei vecchi edifici di stile italiano che compiono il secolo, si contempla il genio architettonico umano e la sregolatezza d’un ordinario rumoroso ingorgo.

Nella foto: edificio dei Tribunali misti in piazza Mohamed Ali (oggi chiamata piazza el Tahrir o Manshiyeh); architetto Alfonso Maniscalco, 1886.

 

Tra tombe e giardini
del 29-12-2008

«Qui riposano nella pace del Signore Domenico e Filomena Orfanelli». Lo ammetto: dopo il silenzio del mare, e dopo anni d’Europa, faccio anch’io come le quaglie. Cerco i giardini, dei morti e dei vivi. Gli spazi vuoti nella città. Non le catacombe e le necropoli antiche, che pure ricordano la straordinaria fusione dell’arte egizia e greco-romana ad Alessandria, ma i cimiteri dei morti più recenti. La via Anubis, nel quartiere di Shatby, corre diritta tra le tombe consacrate alle comunità non musulmane. La via è lunga, pacifica. Nel cimitero militare del Commonwealth l’erba è un cuscino di piume, l’orizzonte affastellato di lapidi e vuoto di visitatori. Uno dei cimiteri greco-ortodossi è chiuso con un pesante catenaccio; il cimitero armeno ha il cancello socchiuso. Il cimitero della comunità greco-cattolica sembra il più animato: il cancello è aperto. Molte scritte in francese.

- Bonjour! Il sacerdote entra nella chiesa. Le sedie sono nuove, ancora sotto cellofan. Dietro l’altare, una bottiglia con scritto «vino rosso», in italiano. Il silenzio della chiesa vuota.

Nei vialetti di questo cimitero, alcuni visitatori sono attorno alle tombe. Verso il fondo, la piramide marmorea (nella foto) d’un illustre faraone del cinema egiziano: Youssef Chahine, morto il 27 luglio 2008, nato ad Alessandria nel 1926. Ha diretto una cinquantina di film, non risparmiando critiche alla politica egiziana né fendenti ad altri interlocutori, con l’energia e l’umorismo che lo hanno fatto paragonare a Federico Fellini. Un giovane inserviente del cimitero mi corre incontro, troppo tardi. Niente foto alla tomba del maestro.

 

Cristo o l’inferno
del 29-12-2008

Tante erano le confessioni religiose ad Alessandria fino alla metà del Novecento, tante le comunità straniere residenti. L’indipendenza effettiva dell’Egitto dopo il 1952 e il decreto che nazionalizzava compagnie e proprietà straniere, promulgato dal presidente Nasser nel 1961, cambiarono per sempre il panorama sociale della città. Del cosmopolitismo di quel tempo resta poco. Cimiteri silenziosi, chiese sorvegliate dalla polizia: tensioni tra musulmani e cristiani copti – circa il 10% della popolazione egiziana – e attacchi contro chiese ad Alessandria sono storia recente.

- Parli francese? Vedi ora, nella crisi finanziaria internazionale, tous sont touchés... alla resa dei conti, ci sono solo due scelte: o Cristo o l’inferno!

Sui cinquanta, orecchini eleganti e messa in piega perfetta, Magda mi ferma nell’atrio della chiesa anglicana, nel quartiere di Attarin. Altre signore l’attendono in una sala per la preghiera. Pare una gaudente matrona della buona borghesia egiziana anni 50: non fosse per quegli occhi color acquamarina ispirati dall’ardore per il trascendente. Vorrei chiederle la storia della sua famiglia: ma è tutta presa dalla missione che si è data, quella di raccontare il suo incontro con Dio.

 

Vetrina per turisti
del 29-12-2008

Nel grande cimitero musulmano di Karmuz, accanto all’area archeologica della cosiddetta colonna di Pompeo, arriva il corteo che accompagna un morto. Mi fermo davanti a una tomba: Mahmud Abdel Fattah, deceduto nel 2007. Un uomo mi raggiunge, toglie una foglia secca dalla tomba. Ricordo di averlo visto recitare versetti del Corano, poco fa, per i defunti di altri visitatori: piccoli mestieri da cimitero.

- Sono povero, dice. Ti porto una sedia.

Questo cimitero ha quattro porte e almeno quattro guardiani. È tutto circondato da un alto muro. Macchie di verde rigoglioso s’alzano tra le tombe. Fuori, su un lato, stradine strette e parallele, pecore e capre in sosta: per la grande festa del sacrificio, ma forse sono sempre qui, chissà, segno vivo di abitudini rurali trapiantate in città al tempo delle grandi migrazioni interne dell’Egitto indipendente.
Un edificio popolare, addobbato con tende multicolori sui balconi, s’erge dietro l’area archeologica. Su questo lato, nella direzione delle catacombe di Kom esh-Shuqafa, i palazzi sono allegri, dipinti di fresco. Giovani studentesse passano e ridono, velo bianco e cellulare in mano. Architetture semplici, ma belle perché curate: fossero tutti così, i quartieri di Alessandria, e non solo le vie che servono da vetrina ai luoghi frequentati dai turisti! Basta girare dietro, per le vie interne, e torna l’immagine dei muri che pericolano, dei mattoni nudi, dell’asfalto sommario, dei rifiuti non smaltiti. Mi colpisce un negozio – forse una tintoria o una sartoria per uomo – con manichini a mezze facce. Alzo la macchina per fotografare. Sassi piovono dall’alto.

- Eh da? Ana sakhna hena... cos’è? Io vivo qui!, grido d’istinto.

La piccola pioggia si ferma. Parole di scusa, in arabo. Il bambino, dice una donna dall’aria mortificata.

 

Passeggiate intorno all’acqua
del 29-12-2008

Questa città non la ricordo, a dire il vero. Non l’avevo mai battuta così, a tappeto, camminando per giorni nelle strade, nei quartieri lontani dal mare. La mia casa era al Cairo: Alessandria, città seconda, da vedere e poi scappare. Stavolta però mi fermo qui.
Alla ricerca del lago che fu chiamato Mareotis, oggi Maryut – il silenzio del mare, dei cimiteri, dei giardini, dei corsi d’acqua! – sono sbarcata nel grande comprensorio del Carrefour. Dietro l’edificio, un terreno molle preannunciava forse tracce paludose: ma niente sentieri né uccelli, e niente acqua in vista. Doveva essere uno di quei posti dove il terreno era stato bonificato a vantaggio dell’espansione della città. L’amena passeggiata si è conclusa nelle corsie del supermercato: affollato di famiglie, anche donne col velo integrale. Il centro commerciale sembra essere la nuova meta delle uscite del venerdì, giorno di festa per i musulmani. L’unica cosa che pare in sintonia con la normalità delle strade di Alessandria, qui, è il rumore. Continuo, incessante.
Risalgo verso il mare. All’altezza del canale Mahmudiya decido di proseguire a piedi. Il canale, terminato nel 1820 per ordine del governatore Mohamed Ali, seguiva in parte il percorso dell’antico "fluvius alexandrinus" che portava in città le acque del Nilo. Verso il porto, è oggi la vetrina di fabbriche dismesse e rifiuti abbandonati lungo gli argini. Nero liquefatto e plastica condensata sotto i ponti.

- Buongiorno, da dove vieni? Com’è Alessandria?
Mi sorpassa a sinistra uno studente, avrà forse diciott’anni. Cellulare nuovo.

- Bella!, rispondo. Sorride compiaciuto.
- Masr, umm ed-dunia! L’Egitto è la madre del mondo!

Questo non l’avevo dimenticato.

- Ti serve qualcosa? Al tuo servizio! mi ha salutato, allungando il passo.

 

Drammatici contrasti
del 29-12-2008

I giardini Antoniadis portano ancora il nome del loro antico proprietario d’origine greca: sono di una bellezza struggente e di un nitore lunare. L’ingresso è pubblico: statue nude di divinità classiche s’ergono su aiuole ben curate. Un guardiano allontana un gruppo di ragazzini dal manto erboso. A passeggio sui viali, una squadra di ragazzi down con gli accompagnatori. Città di stupefacenti contrasti, oggi, Alessandria d’Egitto. Il mare da cui sono arrivata non trasmette, alla città, il silenzio del vuoto: il lungomare è diventato, negli ultimi anni, una specie di autostrada a quattro e più corsie. Difficile attraversare a piedi. Eppure la passeggiata davanti al Mediterraneo è ancora amata dagli alessandrini. Ma tant’è, anche questo è l’Egitto: si parla di realizzare una linea ferroviaria ad alta velocità tra Alessandria e Il Cairo, ma i tram di Alessandria e il treno per Abukir viaggiano ancora con le porte aperte, la gente appesa sulle predelle.

Ecco la splendida architettura moderna di una grande biblioteca davanti al mare: la Bibliotheca Alexandrina (foto sotto a sinistra), inaugurata nel 2002, sulla memoria della più antica che scomparve in epoca romana e in parte, forse, nei primi tempi dell’Islam. Potrebbe contenere otto milioni di libri: ma dentro molti scaffali sono vuoti. Se le disponibilità finanziarie della nuova biblioteca non aumenteranno, ci vorranno decenni affinché quegli scaffali possano riempirsi tutti. In un angolo tre uomini pregano. In sottofondo, rumore di lavori in corso. Nel settore Geografia e Viaggi, in libera consultazione, vecchie guide turistiche degli anni 90. Si va in Brasile, e persino nell’"Ultimo Paradiso" di Folco Quilici, libro del 1960 sulla Polinesia. Gli egiziani non hanno un passaporto che consente di viaggiare facilmente, né – in media – i mezzi economici per farlo. Le guide stagionate servono a poco. Sono donazioni di privati, o forse libri di cui le biblioteche del primo mondo non avevano più bisogno. E nella nuova biblioteca di Alessandria, 17 milioni di analfabeti egiziani non entreranno mai a leggere.
Accanto alla biblioteca c’è un ospedale. Si capisce pur senza saperlo: garze usate e contenitori di flebo vuoti sono abbandonati a chiazza sul marciapiede davanti.
A pochi passi, sul mare, lo spettacolo sublime del tramonto: un cielo giallo, quasi solido, trattiene la città già scura dietro la punta Silsila che chiude il porto est. L’equipaggio della Grande Scandinavia, ad Alessandria, non esce quasi mai dalla zona del porto: la nave si ferma troppo poco. Dal mare, la città è un miraggio perpetuo che si alimenta di pochi segni. A terra, camminando, Alessandria si ricompone. Diversa, certo, da come ricordavo. Potrei dire cambiata in peggio: ma forse è il mio sguardo che diventa più cupo con gli anni. Solo una soluzione esiste, per capirlo: andare a vedere di persona.

(Testo e foto: © dodamante & c. Per informazioni scrivere a: ammarare@gmail.com).

 

Libri e siti utili
del 29-12-2008

Architetti e ingegneri italiani in Egitto dal diciannovesimo al ventesimo secolo, a cura di E. Godoli e M. Giacomelli, Firenze, m&m maschietto editore, 2008, 247 p.

www.grimaldi-freightercruises.com

www.la-poesia.it/italiani/fine-1900/ungaretti/p_agonia.htm

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio
/repubblica/2008/07/28/addio-youssef-chahine-il-fellini-egiziano.html

www.bibalex.org (Bibliotheca Alexandrina)

www.aaha.ch (Amicale Alexandrie Hier et Aujourd’hui)

Per altri libri e siti utili - e per una cartina con il centro e il porto di Alessandria - vedere l’articolo "Il sogno di Alessandria" su www.janula.it/ammarare.

 

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