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Il futuro della Flottiglia
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di Stefano Colla Articolo di AMMARARE
Consultato 157 volte
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del 12-06-2010
Ci sono navi che non arrivano a destinazione. Il loro porto d’avvio è noto, ma quello d’arrivo è incerto. Navi della speranza che si muta in tragedia. Navi che salgono alla ribalta per un momento – solitamente una catastrofe, o un abbordaggio – e poi vengono dimenticate, spesso insieme all’evento che le ha rese note. Cosa faranno la Rachel Corrie, il Mavi Marmara, Sofia e le altre navi della “Freedom Flotilla”, dopo la drammatica fine della spedizione verso la Striscia di Gaza?
Sofia (nella foto) era dell’organizzazione Ship to Gaza (Svezia e Grecia): un mercantile di 67 metri di lunghezza, con una capacità di carico di 1500 tonnellate. Portava generatori, attrezzi per la saldatura e cemento, materiale per impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare. In un comunicato stampa diffuso prima della partenza, l’organizzazione Ship to Gaza ribadiva la natura pacifica dell’azione.
MV Rachel Corrie apparteneva al ramo irlandese del Free Gaza Movement, un gruppo di organizzazioni e di attivisti per i diritti umani dei palestinesi. La nave si chiamava Linda, prima che le assegnassero il nome della ventiquattrenne statunitense Rachel, schiacciata da un bulldozer delle forze armate israeliane nel 2003 mentre protestava contro la demolizione di una casa palestinese nella Striscia di Gaza. La nave era stata costruita in Germania nel 1967 e poteva raggiungere una velocità di 12,5 nodi. Portava equipaggiamenti medici, cemento e 20 tonnellate di carta destinata alle scuole di Gaza gestite dall’Onu.
Il Mavi Marmara era il traghetto turco che guidava la flottiglia. Costruito nel 1994, era stato acquistato dall’organizzazione musulmana turca IHH (İnsani Yardım Vakfı, Fondazione per i Diritti e le Libertà dell’Uomo e l’Aiuto Umanitario). La notte del 31 maggio 2010 è stata la più buia della sua storia di nave. Quando una nave si carica di morti e di feriti, a poco serve cambiare nome o rientrare ai cantieri per la ristrutturazione. Resta l’indelebile marchio dell’abbordaggio, che questa volta non strappa neppure il mezzo sorriso riservato all’assalto – un po’ anacronistico – dei corsari moderni con barchette e armi (benché, a volte, sofisticate). Non era lo stretto di Malacca, né il golfo di Aden, ma le acque internazionali del placido Mediterraneo. Ed erano – pare – bastoni e sbarre in mano agli attivisti-passeggeri contro le armi automatiche dei soldati israeliani, se è vero che le imbarcazioni della flottiglia erano state ispezionate prima della partenza, proprio per evitare che vi fossero armi a bordo.
Che ne sarà del Challenger 1 battente bandiera Usa, della greca Sfendoni, del cargo turco Gazze (Gaza) e dell’altro cargo di proprietà dell’organizzazione turca IHH chiamato Defne Y?
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Scenari prima e dopo
del 12-06-2010
Il 26 maggio, da Cipro (ultima tappa prima di Gaza), Monia Benini – coordinatrice nazionale del movimento italiano Per il Bene Comune – aveva ipotizzato i possibili scenari a cui la “Freedom Flotilla” andava incontro: fermo in mare, sequestro dei cargo, assalto delle navi, arresto e detenzione degli attivisti. Gli aiuti trasportati dalla carovana – scriveva – ammontano a quasi 10.000 tonnellate in materiali da costruzione, generatori di corrente, generi alimentari per bambini, sedie a rotelle elettriche, medicinali, materiali per le scuole. “Gli organizzatori ci hanno fatto sottoscrivere un foglio con il quale ci assumiamo l’intera responsabilità per ciò che ci accadrà, osservando l’impegno a mantenere un atteggiamento non violento di fronte a qualunque tipo di provocazione israeliana”.
Dopo la tragica conclusione della carovana marittima verso Gaza, una tempesta virtuale – attraverso Internet – cerca di pilotare lo sdegno e il supporto verso l’uno o l’altro campo. “Come ogni altro Stato, Israele ha il diritto di difendersi, ma questo è stato un ingiustificato e deplorevole atto di violenza per difendere un altrettanto ingiustificato e deplorevole atto di violenza: il blocco di Gaza, dove due terzi delle famiglie rischiano l’emergenza alimentare”. Così si legge sul sito di Avaaz.org, una comunità online che punta a diventare un movimento di cittadini senza frontiere. Questa comunità ha lanciato una petizione rivolta alle Nazioni Unite e ai leader mondiali per chiedere “l’apertura immediata di un’inchiesta internazionale per investigare l’assalto alla flottiglia umanitaria e per l’accertamento delle responsabilità”, chiedendo al contempo la rimozione del blocco di Gaza. La petizione ha già raggiunto quasi 500.000 firme (https://secure.avaaz.org/it/gaza_flotilla/?fp). Intanto il governo egiziano ha riaperto la frontiera di terra (Rafah) con la Striscia di Gaza per il passaggio degli aiuti umanitari.
Per saperne di più: www.medarabnews.com/2010/06/09/flottiglia-gaza-israele-turchia.
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