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Il fiume

Blog di Malacarne
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Prologo
Il primo settembre il fiume cominciò a scorrere al contrario.
In verità non ero sicuro che avesse iniziato proprio il primo, magari prima della mezzanotte.
Me ne accorsi al mattino, dopo aver raggiunto il mio ufficio che dista poche decine di metri dalla sponda del fiume.
Percorrendo la strada che lo costeggia, notai dei gruppi di persone fermi a guardare. Avevo sperato nel ritrovamento di un cadavere, tanto per colorare un po' la giornata.
Raggiunsi la sponda, che si alzava di qualche metro dal letto del fiume. Nessun cadavere, nessun omicidio, solo il lento movimento dell'acqua che andava dalla foce verso l'interno.

Venivo spesso durante la pausa pranzo a sedermi sul parapetto per mangiare un boccone. Il defluire dell'acqua mi rilassava. Il ritmo frenetico dell'azienda non era cosi' potente da competere con il movimento lento di quella enorme quantità di acqua. Era il miglior calmante. Almeno per me. Mi concentravo sulle piante che cresecevano lungo la sponda. Le vedevo ondeggiare, piegarsi leggermente, farsi accarezzare da quella massa di acqua. Gli steli dividevano la superficie in due parti, disegnando delle ondine leggere, appena percepibili, che si ricongiungevano con altre ondine. Le foglie, quelle più lunghe, pettinavano la superficie del fiume, quasi a volerne ricambiare il massaggio.

Ma ora l'acqua scorreva al contrario.
All'inizio non capivo bene cosa significasse, ma c'era qualcosa di strano. Anche le piante sembravano in difficoltà. Me ne resi conto quando all'ora di pranzo raggiunsi il mio solito posto sul parapetto. Erano immobili, confuse, con i rami e le foglie intrecciate e non riuscivano ad apprezzare il massaggio dell'acqua e tantomeno riuscivano a ricambiare le attenzione del fiume.
Osservai meglio le persone intorno ed alla fine mi resi conto che un senso di inquietudine era calato su tutti.
Inquietudine, sì, ecco. Finalmente riuscii a decifrare il sentimento giusto di quella mattinata. Inquietudine.

 

Cap.1 - Inquietudine
Provai soddisfazione nell'aver individuato la parola giusta. Come la sensazione che si prova dopo aver ricordato un nome che tardasse alla memoria.
Solo allora cominciai a ripensare ad alcune stranezze. Da quando avevamo cominciato il lavoro, al mattino, c'era come un velo che smorzava gli entusiasmi. Una sorta di lutto che aveva colpito tutti gli impiegati per la scomparsa di un collega.
Man mano che rielaboravo le immagini, le stranezze aumentavano. Perché erano tutti ammutoliti? L'inquetudine non stimola certo la conversazione ma come si fa a non parlare di un evento così strano? Si aspetta ogni pretesto per perder tempo e poi si trascura una cosa simile? E se il problema era tale da preoccupare le persone al punto di stare in cupo silenzio, possibile che a nessuno veniva voglia di verificare se la cosa si fosse risolta?
Eppure nel corso della mattinata nessuno dei miei colleghi si era affacciato alla finestra per guardare il fiume. A guardare bene fuori, non c'era nessuno neanche sulla sponda.

 

Cap. 2 – Riflessioni difficoltose
Lavorai distrattamente per tutta la settimana. Mi resi conto che qualcosa era cambiato. Mi ritrovavo ad osservare i colleghi di stanza come se guardassi un film.
Anche le parole erano diminuite e con le parole il volume della voce.
Ma erano dettagli che non mettevo a fuoco immeditamente. Era come un mosaico che si componeva un po’ alla volta, ma che perdeva le tessere più vecchie. Una sorta di tela di Penelope che non avrebbe visto la fine.
Non capivo. E non riuscivo a concentrarmi per capire. Quelle tonnellate d’acqua del fiume, scorrendo al contrario, esercitavano una forza che mi impediva di pensare. Miliardi e miliardi di gocce che generavano campi magnetici con moto diverso da quello di migliaia di anni.
Se anche le cose hanno un’anima, tutto doveva essere stato sconvolto.
Immaginavo la difficoltà del fiume di essere se stesso, di ritrovarsi in quella negazione di sempre. Come alzarsi un mattino, guardarsi allo specchio e vedere l’immagine di un altro.
E immaginavo l’incredulità delle cose intorno ad esso. La terra, gli alberi, i muri. Un evento inatteso che si abbatte su una piccola comunità. Non la disgrazia del vicino di casa, che viene discussa, raccontata, assorbita e dimenticata, ma qualcosa di indefinito che avviene in una casa dalla quale i proprietari non escono, mantenendo il resto del paese in uno stato di agitazione.
Tutte queste forme, come gli abitanti del paese, erano state turbate da un evento straordinario e il loro turbamento, potente come è potente la natura, si propagava nell’aria attraversando corpo e mente, cervelli naturali e artificiali.
Anche i cellulari non funzionavano. E la televisione. E la radio.
E finalmente incastrai la tessera più importante del mosaico: non c’erano più le voci delle persone.

 

Cap. 3 - Sabato
Era sabato e avevo deciso di risalire il fiume. Mi venne spontaneo partire dal posto di lavoro e per la prima volta mi recai in ufficio nel fine settimana.
La sede era in una zona periferica, fuori dal tragitto comune. Non avevo mai visto l'edificio in un giorno festivo. Era tranquillo, rilassato. Direi che stesse riposando. Per un momento provai a paragonarlo ai locali caduti in disgrazia che in passato avevano vissuto di fasti per un periodo più o meno lungo o alle città fantasma della corsa all'oro ormai esaurito, ma non era così. Qualcosa trasmetteva chiaramente che l'edificio era vivo, sereno, come chi è certo dei propri progetti e si gusta le ferie nell'attesa di rimettersi al lavoro.
La serenità dell'edificio e l'azzurro del cielo stonavano con malumore della settimana. Bastò riavvicinarsi al fiume, però, per sentirne il pulsare inquieto, anche se con minor angoscia. Cominciai a camminare percorrendo il marciapiede sulla sponda, lo stesso che usavo per trascorrere la pausa pranzo. Dopo qualche minuto il parapetto e il cemento lasciarono spazio ad un viottolo comodo, che consentiva di avvicinarsi sempre più all’acqua. Sapevo che la soluzione era lì e che l’avrei trovata. Lo sapevo da quando mi ero svegliato. Forse lo sapeva anche il fiume e per questo motivo la sua angoscia si era placata. Il pulsare diventò forte, intenso. Nell’acqua, a ridosso della sponda, intrecciata tra i rami, c’era una busta di plastica bianca legata. La tirai fuori e la aprii. C’erano dei piccoli gatti morti. Non sapevo se asfissiati o annegati, ma si capiva che erano stati gettati vivi nell'acqua.
Forse il fiume era malato, stanco. Forse vecchio. Da millenni, silenziosamente, raccoglieva gli orrori degli uomini senza reagire. Non so perché abbia reagito questa volta. Forse, sentendo avvicinarsi la morte, aveva deciso di onorare anche una piccola vita, di rifiutare la cattiveria di cui era stato complice, con il proprio silenzio, chissà quante volte.
Questa volta il fiume aveva urlato, come sa urlare solo chi è rimasto sempre in silenzio, e il suo urlo aveva coperto tutte le voci, attenuato tutti i suoni.
Non ho capito neanche per quale motivo io sia riuscito a percepire il suo dolore, ma è stato sicuramente così. Non provai gioia né soddisfazione nell’aver tolto la spina nella zampa del leone malato. L’avevo fatto e basta. Gettai la busta in un cassonetto e tornai a casa.

 

Epilogo
Il lunedì tutto era tornato normale. L’ufficio era chiassoso e il disagio della settimana prima era già svanito. Mi affacciai dalla finestra un paio di volte per verificare che l’acqua del fiume scorresse nel senso giusto, poi, preso dal lavoro, dimenticai il tutto.

 

Note dell'autore
Le immagini utilizzate sono state recuperate navigando sul web.
Ringrazio i lettori e quanti vorranno mandarmi un commento.
Un ringraziamento particolare alla rete Internet, che mi ha offerto la possibilità di tirare fuori dai cassetti alcuni fogli ingialliti e mi ha costretto a rileggerli e rivederli, perchè c'è veramente il rischio che qualcuno possa leggere ciò che si scrive!

 

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